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Full text of "Poesie di mille autori intorno a Dante Alighieri;"

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298 POESIE DI MILLE AUTORI 

Né più vive Cristina, ov* ella spira, 

Che dove all' alme inspira 

Valor, che a farsi eterni in lei s' appoggi. 

Dove più fervon le beli' opre, e dove 

Fia, che virtù si trove. 

Dove in pregio è'I saper, dove s' afBna 

Ognor r arte coli* arte, ivi è Cristina. 

Ella del grave suo dolce costume 
Vestemi, e vuol, che maestate io spiri, 
E negli atti e nel volto aria le renda; 
Né vuol, che tra i poetici deliri, 
Fiato m' infetti di lascivia, e fumé 
Vapor, che saglia, e in folgore tremenda 
Converso, i cuor men casti arda, ed incenda. 
Il sai tu figlio, più degli occhi miei 
Figlio diletto, alla cui sete i tersi 
Fonti di Pindo apersi. 
Tu, che torbido umore unqua non bei. 
Né stilla impura di profano inchiostro 
Versasti mai : tu, nel cui stil rimbomba 
Il valor vero, e che con vere laudi 

. Alle grand* alme applaudi : 
Tu lascia il plettro, e in suon più che di troiàba 
Costei prendi a cantar del secolo nostro • 
Grande ammirabil mostro. 
Pregi ella in te quel, che da lei deriva, 
E '1 tuo difetto alla sue glorie ascrìva. 

Solcasti, é ver, con fortunate antenne, 
L' acque di sue gran laudi, e sull* arena 
Sciogliesti il voto, e ne gioir le rive, 
E appena i venti lo crederò, e appena 
II credè 1* onda. Ma chi fia, che impenne 
L* ali a varcar tant* altri mari, e arrive 
Dell' acque al termin d* ogni termin prive ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



299 



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Quanto, oh quanto più ampio, ed ampie ignote 

Glorie ignoto Oceano in quella, e in questa 

Parte a solcar ti resta! 

Se potrà la mia stella (e che non puote?) 

Quel mar, che mai non vide arbori, e sarte 

Scoprirti; oh come attonite le sponde 

Gir vedran le tue vele al graa cimento, 

E al nobile ardimento 

Strade insolite aprir le vergini onde! 

Sciogli dunque dal lito; a parte a parte 

Quanto hai d' ingegno, ed arte 

Qui mostra, impiega qui, qui tutto adopra; 

Fia r opra istessa il guiderdon dell* opra. 

Si disse; e un verde alle mie chiome intorno 
Giovane lauro avvolse. Allor disparve 
Con essa il sonno, e apparve 
Di maggior luce adomo, 
Sulle pendici d' Oriente il giorno. ' 



' Qjiesta CAiuone cosi si legge» * p«- 
gine aii-ai8, in: PotsU di Vinceuo da 
Filicùa, edizione seconda, tip. e libreria 



Salesiana. Torino, 1884. Per le notisie bio- 
grafiche e bibliografiche del Filicaia vedi a 
pag. 2i4di questo VI volume delta Raccolu. 



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POESIE 

DI MILLE AUTORI 



INTORNO A 



DANTE ALIGHIERI 

RACCOLTE 

ED ORDINATE CRONOLOGICAMENTE 
CON NOTE STORICHE, BIBLIOGRAFICHE E BIOGRAFICHE 



DA 



CARLO DEL BALZO 



Volume VI. 









ROMA 

FORZANI E C. TIPOGRAFI DEL SENATO, EDITORI 

PALAZZO MADAMA 

1898 



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POESIE DI MILLE AUTORI 



INTORNO A 



DANTE ALIGHIERI 



Edizione di 500 esemplari numerati. 



POESIE 

DI MILLE AUTORI 



INTORNO A 



DANTE ALIGHIERI 



RACCOLTE 

ED ORDINATE CRONOLOGICAMENTE 
CON* NOTE STORICHE, BIBLIOGRAFICHE E BIOGRAFICHE 

DA 

CARLO DEL BALZO 



Volume VI. 







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ROMA 

FORZANI E C. TIPOGRAFI DEL SENATO, EDITORI 

1898 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



CCXCVI. 
ToLDO Costantini. 



Il GiUDicio Estremo. 
Poema sacro ad iuitaziome di Dante. 

Dante fa da guida al poeta. 
(.642). 

Nei primi quattro Canti di questo poema, l'autore è guidato dal 
suo angelo custode; nel Canto quinto, giungendo in una landa de- 
serta, r angelo lascia il poeta, cui apparisce Dante, con la missione 
di essere suo maestro e duce. E Dante lo accompagna e scioglie 
c^i suo dubbio lino ad un certo punto. Poi ricompare l' angelo cu- 
stode. Infine guida Ìl poeta Ìl sommo Aquinaie. 

Ecco come il Costantini dà principio al suo poema: 

Il gran di del Signor, linea suprcDaa 
De r human corso, mi rapisce al canto ; 
Quando il Figlio de l' huom d' aureo diadema 
Cinto, e di maestoso, orrido ammanto, 
Verrà da 1' alto a dar sentenza estrema 
Di morte, e viu, sovra '1 tristo, e '1 santo; 
E sceso in valle umll, Giudice eterno. 
Aprirà a* buoni il cielo, a' rei 1* inferno. 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Padre sovran, che giù dal tuo infinito 
D' infallibil . sapere etemo tempio, 
Provido scorgi il nostro angusto sito, 
Ch* è però a noi di tua grandezza esempio ; 
Ricorro a te; perchè mi mostri a dito 
Un' ombra almen del tuo futuro scempio, 
E m' inspiri a cantarlo in tali accenti 
Ch' accendan del tuo amor V alme più algenti. 

E ben havrà, donde il suo core accenda, 
Chi leggerà per entro a queste carte. 
Come r huom pio, per le buon* opre, ascenda 
A sempre lieta e incommutabil parte: 
E come oprando il mal V empio, discenda 
Ove Cocito immortai duol comparte: 
Ma mentre al Cielo altri lusingo, e invio, 
Tu di te n* innamora, amante Dio. 

Erizzo, a te, che col tuo gran Senato, 
Reggi ne T Adria epilogato il mondo, 
E che potresti il di lui ferreo stato. 
In aureo commutar lucido e biondo, 
A te, cui vien dal sommo Ciel donato 
D' alzar il giusto, e por 1* ingiusto al fondo, 
La seria musa mia, che prende a vile 
Le fole de* romanzi, erge lo stile. 

Tu se ben fra pensier gravi, e severi 
La regia mente esercitata tieni; 
Onde co* Padri eccelsi, eccelso imperi, 
E 'n pace, e 'n copia il regno mantieni, 
Deh volgi almen, dopo gli affar primieri, 
A questo inchiostro mio gli occhi sereni, 
E la tua grazia, ond* han le muse aita. 
Doni a lui, con dispensa, eterna vita. 



IsnrORKO A DAKTE ALIGHIERI 



Che in esso tu non neghittosi amori, 
O lievi sogni d* Argonauti havrai, 
Ma veri pregi d* alti duci, e onori 
D' invitti regi e sommi augusti udrai; 
Qui d* acerbo tiranno odii, e furori, 
E geste inumanissime vedrai ; 
Vedrai un non più visto orrido, e bello 
Del futuro Giudicio alto modello. 

In quest* ampia rassegna, oh quante, e quali 
Memorabili cose, allegre e meste, 
Trarremo a luce, e da corrosi annali 
Quante ravviverem fracide teste: 
Tutto il ben, tutto il mal, eh' ebbro i mortali, 
O sobri fero in quelle parti, e in queste, 
Qui fia raccolto. Hor tu, gran sire, appresta 
Presente orecchia a' nostri carmi, e desta. 

Già da pergamo sacro huom scalzo, e cinto 
Di ruvido saccon, ma pien di zelo, 
SoUevommi a pensar, di pallor tinto. 
Al gran Giudicio, che minaccia il Cielo; 
E però in tal pensier da timor vinto, 
E tutto asperso di tremante gelo. 
Trassi ratto al Museo,- dov'io mi chiusi, 
E piansi di mia vita i corsi abusi. 

Quivi aperto il divin sacro volume, 
. Del novissimo DI gran cose appresi; 
Onde a cantar del generato Nume 
La seconda venuta, animo presi: 
Ma stanco omai, vado a calcar le piume; 
Pur stan gli spirti in ciò, eh* io lessi, intesi ; 
Al fin lasso m' addormo, e innanzi a V alba 
Giovinetto m* appar, eh' il tetto inalba. 



8 POESIE DI MILLE AUTORI 

Luminosa ha la faccia, il crine aurato, 
Candido il manto, il pie' leggiadro, e snello, 
E di si vaghe piume è il tergo ornato, 
Ch' avanzan quelle del pomposo augello. 
Quinci lo giudicai spirto beato; 
Pur anzi, eh' adorarlo, io '1 chiesi, ed elio 
(Non so, se in vision, se desto, o fuore 
Del letto) ragionommi in tal tenore: 

Io mi son quel, che teco fui dal giorno, 
Che furo i membri tuoi d' alma provisti 
Nel matern* alvo, e teco far soggiorno 
Debbo fintanto, eh' altra vita acquisti ; 
Che Dio mi pose a la tua guardia intorno 
Fidata scorta a i di sereni, e tristi; 
Cosi difeso da i tartarei mostri. 
Spero condurti a i sospirati chiosrri. 

Gradito è in Ciel quel, che t' ingombra 1' alma. 
Fruttuoso disio, laudabil cura: 
Però indomito reggi a si gran salma; 
Né fiacchezza t' arretri, o vii paura; 
Che non si freggia il corrìdor di palma, 
Se a la meta arrivar teme, e trascura: 
Ma serto non ambir di bassi allori; 
Sol gela, e suda per celesti onori. 

Ma perchè avvenir può, che ti distorni 
De gli studi legali amica lingua. 
Dal far talora in Pindo almi soggiorni, 
Ove di gusto il cor signore, e impingua; 
Quasi, eh' in loco tal 1' huom perda giorni, 
E d* Ulpian la vena d' oro estingua, 
Odi famoso esempio, e persuaso 
Resta in non far de' pancanier più caso. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



Maffeo de' Barberini inclito germe, 
Ed hor di Dio Luogotenente in terra, 
Le sante leggi in un congiunte e ferme 
Cosi ben con le Muse in grembo serra. 
Che qualor vien, che 'n Elicona ei ferme 
Le piante, il Choro tutto a lui s' atterra ; 
E se indi parte, e in Vatican ritoma. 
Di decreti celesti il mondo adorna. 



Il poeta, dopo dì aver messo in bocca ali* angelo custode altre 
lodi di Maffeo Barberini, così gli fa dire: 

Altri dunque con penne a gli amor volte 
Tocchin le cetre, e tu le trombe accorda, 
E per sonar Y estreme, aspre rivolte. 
Di par lo studio col voler concorda: 
Sien materia al tuo dir T ossa sepolte, 
Ch' hanno spoglia a vestir purgata, o lorda 
Come, o linfe gustar salubri, e monde 
Od acque tracannar nocenti, e immonde. 

Ma acciò, che meglio instrutto alzi la mente 
E la penna dirizzi a Y alta impresa. 
Ordina Dio, che la disfatta gente 
Ti si presenti in prateria distesa; 
Perchè possi notar più agevolmente 
Ogni buon' opra, ogni malvagia offesa; 
Vien dunque meco ove in tremante schiera 
Del Giudicio vedrai Y immagin vera. 

Che se ben il final, rigido, e vero. 
Si compierà quasi a un girar di ciglia. 
Questo però, che non affatto è intero, 
Ma r ordin solo, e la sembianza piglia; 



K>Es:£ d: xille altoi: 



Durerà ir,f:n, eh' babbi ritrarrò il Tcro 
D' o;,^^i maggior segreto, e maravi jja. 
Onde poscia di vario, e nobii thema 
Ag:(ranJischi, e ricami il tuo poema. 

O de la vita mia guida fedele. 

Moderator de le mie voglie errand. 
Risposi, indegno son, che tu disvele 
A gli occhi miei si lucidi sembianti. 
Indegno son, che spesso erro infedele 
Esecutor de' tuoi consigli santi ; 
E pur ver me non cessi usar conese 
Pii ricordi, almi indrizzi, alte difese. 

Volea più dir; ma a le parole il varco 

Chiuse un sospir, che m' usci fuor del core. 
Del cor compunto, e di dolor si carco, 
Ch' il versai per le palpebre fiiore: 
Se n* avvide il pietoso, e non fu parco 
A rasciugarmi il distillante umore, 
Poi fattomi buon cor, datomi ardire, 
Cosi riprese affabilmente a dire: 

Ma pria, eh* 1 Sol del molle Idaspe fuora 
Spunti, e di luce T orizonte asperga, 
Portiamci là, dove fìa d' bora in bora. 
Che r alto trono a la giustizia s* erga. 



Q.UÌ il poeta volge parecchie domande al suo angelo custode: 
perdio debbono comparire per il giudizio estremo un* altra volta 
gli uomini, mentre ciascuno già è stato giudicato e si trova nel- 
r Inferno o nel paradiso o in istato di purgazione per salire al cielo? 
\l quando avverrà il giudizio universale? E perchè non è dato al- 
l' uomo di saper prima il giorno della sua fìne? A tutte queste do- 
mande risponde teologicamente 1' angelo custode. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I I 



Canto II. 

Il poeta muove altre obbiezioni ali* angelo, vuol sapere perchè 
Dio ha creato V uomo per farlo dannare : 

Ma, se sta scritto ne gli eterni annali, 
Che de gli angeli stigi il caso strano 
Debba T buom reparar; perchè si frali 
Sensi gli diede il Creator sovrano? 
E conoscendo, che soggetto a i mali 
Costumi ei fora, e perirebbe insano, 
A che condurlo a vita, e darlo poscia 
A una morte immortai d' eterna angoscia ? 

Ei pur sapea, che la natura inclina 

II miser huom, fin da le fasce» al male, 
E che r empia Tesifone non fina 
D* instigarlo a vendetta aspra, e mortale; 
Gli era anco noto, che a letal ruina 
Cade per Y oro, onde Mammon V assale ; 
E che *l prurito de la carne molle 
Spesso r adduce a idolatrar, qual folle. 

L' angelo gli scioglie i dubbi e gli dice che la natura è madre 
deir uomo benigna e che V uomo non nasce per perdersi, perchè 
la sua inclinazione naturale è di fare il bene, ma che fa anche il 
male, essendo dotato di libero arbitrio. 

... se han V alme in loro arbitrio, 
Di bene, e mal oprar libera strada; 
Colpa è lor, se in penare, e duro loco 
Caggion, poiché la man porgono al foco. 

Ma non consegue già che non dovessi 
Crearle eterno sol, se quindi appare 
De la lor libertà segni più espressi, 
Che ben potendo oprar, voller peccare. 



12 POESIE DI MILLE AUTORI 

Aggiugni, che di queste a i laidi eccessi 
Splendon de Y altre le virtù più chiare. 
Mentre fra ingiuriose, ispide noie 
S' avanzan liete a le superne gioie. 

Più ti dirò, che la giustizia eterna 
Ne le rovine lor meglio si scopre; 
Perchè tal per fuggir la pena infema. 
Tormentosi cilici avvien, ch'adopre; 
E tal nel duol tanto s' affissa, e interna, 
Ch* ogni malnato error n' emenda, e copre. 
Cosi figlie del Cielo, al Ciel Y aspetto 
Ergono, cieche ad ogni umano obbietto. 

Ove de la virtù la lode, e' il pregio. 
Dimmi, sarebbe, e '1 naturale, e intero 
Ordine de le cose ? A qual dispregio 
Verri a di previdenza il giusto impero ? 
Se chiuso il varco a l' odio, al sacrilegio, 
Solo di ben oprar fosse un sentiero? 
Dunque di somma sapienza è segno 
L' alme crear, che van di Dite al regno. 

Il poeta, intanto, vuole anche sapere se Cristo verrà a giudi- 
care di mattino o di sera ; se nell* estate o nel brumai rigore : 

E dove la strettissima, severa 

Discussìon farà de* nostri falli. 

Forse in aperti campi, o in chiuse valli ? 

Poi così continua : 

E r angel mio : Non meno occulta è Y bora. 
Che incerta la stagion, che tu mi chiedi ; 
Pur, come surse già presso l'aurora 
Il domator delle tartaree sedi, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I3 

Creder possiam, che mattutino ancora 
Verrà su bianca nube, in ricchi arredi; 
O nel profondo de la notte oscura, 
Qual suol ladro venire a l'altrui mura. 

E creder vo*, che da' sepolcri immondi 
Desterà la gran tromba i corpi estinti 
Ne la stagion, che i seni lor fecondi 
Han le campagne, e di bei fior dipinti, 
Però, che 'n està fur gli almi, e giocondi 
Membri del mondo informe a pien distinti, 
Appagandomi assai, che 'n tempo tale 
Egli sia per morir, e' hebbe il natale. 

L* angelo adduce molte altre ragioni per convincere il suo disce- 
polo e poi conchiude: 

La primavera, in cui balbetta Y anno 

Fu dunque una al mondo, e certo in questa 
Nascer dovea, eh' è da gelato affanno 
Scevra, e di rose, e vaghi fior contesta. 
Perchè il suo Re, che venia presso, il danno 
Non sentisse di bruma aspra, e molesta. 
Tai natura a le cose ha leggi impresse 
Che nascan pria, che si corrompan esse. 



Il poeta arrossisce e non risponde, e mostra, dal suo atteggia- 
mento, che aspetta la risposta alla seconda questione proposta, cioè 
in qual luogo avverrà il giudizio estremo. 



Canto III. 

L'angelo cosi dice: 

La cupa Giosafà, celebre tanto. 
Sarà la 'curia del giudicio santo. 



14 POESIE DI MILLE AUTORI 

Non già, eh' ad ergersi habbia in mezzo al suolo 
Di quella, il trono al gran Cesar de V alme ; 
Ma perchè in aria sovra d*essa a volo 
Fermerà il seggio a compartir le palme; 
E seco in alto ascenderà lo stuolo. 
Che sgombre havrà d'ogni fallir le salme, 
Lassando in terra col lor grave pondo 
Quei che nemici al Ciel partir dal mondo. 

Il poeta non si accontenta di questa risposta e dice: 

Qui mi fra posi, e dissi: Un corpo umano 
Occupa almeno un cubito di loco; 
Come dunque potrà nel basso piano 
De la vallea, eh' è di terren si poco. 
Capir la gente de lo stuol profano, 
Che sarà addita a sempiterno foco? 
E perchè non più tosto entro a gli apeni 
Arabi campi, o libici deserti? 

Perchè non de l' Arabia in mezzo al seno, 
Né de la Libia (disse) entro a V impero, 
Operato ha Gesù d' amor ripieno. 
De r umana salute il gran mistero ; 
Ma Giosafat col vicin monte ha pieno 
Del suo duol, del suo scorno indegno, e fero; 
Però giustizia vuol, che quivi intorno 
Giudichi il mondo, d' alta gloria adorno : 

E se angusta è la valle, e quasi un punto 
Piccolo sembra a tante genti accórre, 
Nel capace térren, che è a lei congiunto 
Girdnsi afflitte, e lagrimanti a porre ; 
Perchè non sarà alcun tanto disgiunto 
Da l'alto solco, che temendo abborre, 
Che non oda, e non vegga il tuono, e '1 lampo 
Del punitor del ribellato campo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I5 

Il poeta chiede se T estremo giudìcio sarà preceduto da alcun 
portento ed enumera quelli che dovrebbero accadere secondo egli ha 
letto in certe carte ebree, giorno per giorno, fino al tredicesimo, e 
soggiunge : 

Surto poscia, che sia del Gange aurato 
Due volte sette, il dispensier del lume, 
Si vedrà ogn' huom errar qual forsennato, 
Privo di lingua, e di civil costume; 
La moglie pia nel buon consorte amato, 
Che reveri qual reverendo nume. 
Incontrandosi, lassa: Anima mia. 
Dir non potralli, ove il dolor t' invia ? 

Né men potrà V antico padre al figlio. 
Che fu già suo diletto, e dolce cura, 
Voce formar in si comun scompiglio. 
Che chiara suoni, articulata, e pura ; 
Ma con mutole labbra, e mesto ciglio. 
Pallido, e smunto ognun per gran paura. 
Scorrerà quinci, e quindi infin, che porti 
Il raggio mattutin funeree morti. 

Che di morti funeree il suol cosperso 
Per sessaio prodigio alhor vedrassi. 
Perchè quanti nel sen V ampio universo 
Huomini, e donne havrà, sublimi, e bassi 
Tutti morranno; indi repente inverso 
Il proprio corpo, il nudo spirto andrassi, 
Cosi r huom redivivo in sua figura 
Mirerai stupefatta, alma Natura. 

L'angelo non manda buona al poeta la sua dottrina, a confes- 
sione del poeta medesimo, il quale cosi dice : 

Il celeste garzon, quando s'accorse, 

Ch' era al fine il mio dir, la bocca aperse : 
Queste che narri tu son cose in forse, 
E di apocrifo autor note disperse ; 



i 



l6 POESIE DI MILLE AUTORI 

Segni certi, e infallibili già porse 
Marco divo scrittor, che in ciel gli scorse, 
Come fece Matteo, Luca, e Giovanni, 
Veri cronisti der' superni scanni. 

Da questi habbiam, eh* anzi, che per il mondo 
Passerà il suon de 1* Evangelio santo. 
Dal lato, ove s' avviva il sol giocondo. 
Fin dove muore al Mauritano a canto ; 
Ch' a gì* itali nocchieri il mar profondo 
Del monte aprirà il seno in ogni canto, 
Quinci di Christo al venerabil segno 
Cadrà di Xaca, e Amida il falso regno. 

Altri segnali ancor, ma più remoti 
Appariran di bellici conflitti; 
La insensata Eresia con sensi ignoti 
Si opporrà de i gran padri a i dogmi invitti ; 
Da mortifere pesti, e da tremuoti 
Piano ì viventi acerbamente afflitti; 
Verrà men la pietà, la fede, il zelo. 
Vibrerà contro al padre il figlio il telo. 

Mentre del mio fedel le note accoglio, 
E taciturno dal suo labbro i' pendo: 
Col mio silenzio a raccontar V invoglio 
Novello segno, e più degli altri orrendo; 
Verrà un huom (ripigliò), fatto lo spoglio 
Del monte Quirinal, già si tremendo. 
Cotanto avverso al benedetto Christo, 
Che per questo sarà detto Antichristo. 

Nome comune a chi con Christo ha gara; 
Ma con più convenenza a costui dato, 
Almeno infin, che del prepuzio a Tara 
D' alcun Mohel col proprio ei fia chiamato. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I7 

Pur cosi intanto a nominarlo impara 
De* catolici Padri il gran Senato; 
Ch'il prevede contrario in tutti i sensi 
Al vero Christo, o parli, od opri, o pensi. 

Non sarà dunque (si come altri il crede) 
Di quegli spirti, onde fremisce Averno; 
Che d* aer denso, e d* umor acqueo il piede 
Si formi, e menta d' huom T aspetto esterno. 
Né meno ei fia de l'Acherontea sede 
Incarnato demon, eh* unir 1* Inferno 
Non può varie nature, o tardi, o tosto 
Hipostaticamente in un supposto. 

Ma sarà un huom verace, un huom mortale * 
E non fantasma lieve, od ombra incerta; 
Havrà V umanità connaturale. 
Persona propria, singolare, e certa; 
Femminella servii, putta venale. 
Colma di vizi, e in ogni fraude esperta, 
Concepirà questo malvagio, e reo 
Di fornicarla colpa, e seme ebreo. 

De l'anima di cui (tantosto infusa, 
Che sia nel corpicciol) Tangel superbo 
Prenderà la tenuta, e fuori esclusa 
Terrà la fede, e di pietate il nerbo ; 
E *n quella vece manterravi inclusa 
L' impietà, l'odio, e l'ateismo acerbo, 
Tal, che ogni atto di lui, non sol non degno 
Sarà del Ciel, ma moralmente indegno. 

Nascerà il tristo, ove cerchiò di mura 
Semiramide Assiria ampia cittade : 
E come quel, che da la tribù oscura 
Di Dan trarrà il legnaggio, e 1' amistade, 

Del Balio. Voi. VI. a 



l8 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ne r abrogata cerimonia impura 
Spargerà il sangue a la prescrìtta etade, 
E giusto è ben, che ne lo sparga ei pria. 
Che circonciso ognun vorrà che sia. 

E continua l'angelo a parlare deli' Anticristo e dei suoi male- 
fìzi e dell* impero che acquisterà sulla terra. Parlerà tutte le lingue 
e saprà tutte le arti delia magia, 

Tal che con le malie, col dir facondo 
Si trarrà dietro affascinato il mondo. 



E parla della sua tirannia per convertire alla sua fedo tutte le 
anime; ma gli uomini puri sopporteranno con invitto coraggio i più 
atroci tormenti per serbarsi fedeli alle antiche credenze. Cosicché 
l'angelo esclama: 

E cosi far dovete, anime sante. 

Poiché un soffio è il morir, la vita un lampo ; 

Né potete sperar lieto, o costante 

Piacer in questo mesto, e instabil campo : 

Gioia stabile, e certa il Ciel stellante 

Sol vi può dar: perché d'angoscia é scampo: 

Anzi é parto felice, ove chi giunge, 

D' ogni umana tempesta, e scoglio é lunge. 

Poi conchiude dicendo che i fedeli saranno soccorsi da Enoch ed 
Elia : 

Né guari andrà, che due campioni invitti 
Verran dal Paradiso a darvi aita ; 
Enocco è Tun, fia l'altro Elia, ch'afflitti 
Meneran quaggiù stentata vita; 
Insegnando a color, eh' eran proscritti 
Da r eterna città, la via smarrita, 
Onde pentiti a le lor voci, a i segni 
Sosterran per Giesù del fier gli sdegni. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I9 

Canto IV. 

Il poeta continua a sgravarsi dei suoi dubbi importanti, e canta : 

E da qual Paradiso ? (io il chiesi allora) ; 
Da r empireo non già, se ancor son vivi, 
E dal terrestre men, se da quell' hora, 
Che '1 diluvio il copri con tanti rivi 
Restò distrutto, che infettò si 1' ora, 
Si seccaron gli aranci, e restar privi 
Di vita e i peschi, e si schiantar gli allori, 
E morì la famiglia ampia de' fiori. 

E il poeta si distende per provare, secondo la sua scienza, che 
il Paradiso terrestre fu distrutto. Poi canta : 

E *1 duca mio : L* opinion, eh* abbracci 
Per la sua novità vive sospetta. 
Là, dove quella, che rifiuti e scacci, 
Per la sua antichità piace e diletta, 
E quando altra ragion non si procacci. 
Che '1 consenso de' Padri, è assai perfetta : 
Tu questa segui in fin, che Christo, e Piero 
Non rivela, o decreta il certo, e '1 vero. 

Però eh' a me di palesar non lice. 

Come il fatto si stia : pur dirò almeno 
Quel, eh' altri sente ; ed è, eh* ancor felice 
Verdeggi V horto, e goda aere sereno : 
Perchè piantollo con sua man cultrice 
L'eterno Agricoltor di grazie pieno, 
Acciò, che fusse un simulacro in terra 
Del Paradiso, che 1' Empireo serra. 

L* angelo, dopo d' aver ribattuto questi suoi concetti, soggiunge: 

Il creder poscia, che l' Iònio irato 
Sopra r aereo Olimpo il capo alzasse ; 
Ma non però con 1' ondeggiar turbato 
Nel limitar de le delizie entrasse. 



20 POESIE DI MILLE AUTORI 

Error non è ; ben fora error stimato 
Di chi beffarsi d' un tal fatto osasse. 
Costumando di far sovente l' onda 
A gli amici del Cielo argine e sponda. 

Tal la fece quel mar, e* ha il sen vermiglio, 
Al fuggitivo, angustiato Ebreo; 
Lassando passar lui senza perìglio, 
E sommergendo chi già servo il feo : 
Il medesmo Israel senza scompiglio 
Varcar asciutto oltre il Giordan poteo. 
Che si divise il fiume, e riverente 
Quinci, e quindi a£Edò V amica gente. 

Né men pietoso il nero Eusin mostrossi 
Del Chersoneso a i peregrin devoti 
Quando per far lor strada in due segossi 
Liquidi monti, e li ritenne immoti : 
Acciò, che di Clemente a i divini ossi 
Potessero i fedeli appender voti : 
Né per quel tempo, eh' un bambin smarrito 
Restò nel tempio, ei fu d* entrarvi ardito. 

£ r angelo, dopo aver seguitato per un pezzo, così conchiude 

Hor tu per tai ragion costantemente 
Tieni, che vive il Paradiso, e l'alma 
Sua bellezza conserva, e eh* indi usciti 
I precursor, predicheranno arditi. 

Predicheran quai coraggiosi, e forti 
Contra i bugiardi insegnamenti, e vani 
Del rubello Antichristo, e i suoi conforti 
Proveran con miracoli sovrani : 
Onde senza temer torture, o morti 
Correran dietro a lor tutti i christiani. 
Molti idolatri, e la progenie intera 
D' Eber, con mente di pietà sincera. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 21 

Dopo aver predicato milledugentosessanta giorni : 

Cesserai! da l'ufEcio, ed allhor tolti 
Saran di vita con istrazio e scorno : 
E 1 corpi lor nel proprio sangue involti 
Giaceran per tre Soli, e mezzo un giorno. 

Scrollato il muro più grosso della reggia dell'Anticristo, e la 
decima parte delle case di Babilonia cadute, l'Anticristo regnerà an- 
cora per trenta giorni, finché non verrà Cristo medesimo a spegnerlo, 
e cosi sarà proceduto al giudizio e il sole si oscurerà e la luna non 
darà più luce, le stelle cadranno dal cielo : 

La terra ancor da mille furie armate 
Fia duramente in ogni parte offesa; 
Onde r huom diverrà per gran timore 
Grinzo, sparuto, e di se stesso fuore. 



Canto V. 

In questo Canto il duca celeste conduce il poeta in luogo dove 
s* incontrano con Dante, e panendo, a luì lo afRda, perchè lo assista 
e gli mostri e spieghi ogni cosa : 

Giunto a 1* estremo de' suo' grati accenti 
L' angel celeste, in aria alto mi porta, 
E 'n campagne m* espon larghe e patenti. 
Che l'aura appena a destar l'Alba è sorta. 
Mi volgo intorno, e non ci scorgo genti 
Né veggo più la mia propizia scorta : 
Quivi, mentre il pensier mi turba, e coce, 
Odo dal ciel, non so, se tuono, o voce. 

Ma se tuono non fu, fu ben tonante 

Voce, e cotal, che non ha parte il mondo, 
Che non 1' udisse, ancor che una, e distante, 
Poscia, eh' udilla infin d'Averno il fondo. 



22 POESIE DI MILLE AUTORI 

Sorgete, morti (e qui cadei tremante), 
Convenite al giudicio. Indi profondo 
Fragor di tromba dilatossi, e grande 
Si fé*, si, che nuli' oste eguale spande. 

Chi vide mai cane fedel girarsi 

Con lingua ansante in questa parte, in quella 
Per fiutar l'orme del padron, che trarsi 
Lesto ha voluto in amichevol cella, 
Tal gli sembri veder con passi sparsi 
Me già in pie surto, ricercar mia stella, 
Che non trovata, mi lasciò la mente 
Confusissima, e '1 cor mesto, e dolente. 

Cessato il suono, ecco repente in campo 
Veggo un huom comparir di bruno aspetto. 
Da i cui lumi guizzante un vivo lampo 
Spunta di gravità, di alto intelletto. 
Lo squadro tutto, e benché ignoto, avvampo 
Vèr lui d' amico, e riverente affetto : 
Mi si accosta egli intanto, e dice : Figlio, 
Ond' hai si molle, e si turbato il ciglio ? 

Tromba, e voce dal ciel testé sentita, 
E perduto rettor mi turba, io dissi. 
Che qui m' addusse, e mi promise aita. 
Poscia, quasi balen da- me partissi; 
Però, signor (qual che tu sij), m* aita, 
C hor in te solo i miei soccorsi ho fissi. 
Ed ei : Non t* avvilir, chi t* ha lasciato, 
Me in sua vece in tuo duce ha qui mandato. 

Con predirmi, che tu la fiamma ardente 
Sarai, eh' io presagii tanti anni avante, 
E che le mie faville, ancor non spente, 
Seconderai con vivo ardor costante, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 2} 

Onde a le voci sue Cirra eminente 
Risponderà con metro al mio sembiante: 
Per questo io t'amo, ed aiutar desìo 
Quel, che tu covi in sen, concetto pio. 

Ma se ancor non m' intendi, io son di Flora 
(Che de V Europa è veramente il fiore) 
Naturai figlio, da cui spunto fuora 
Venni per astio, e per ci vii rancore : 
E pur sa Dio, che feci ogni opra allora 
Per innestar fira i Neri, e Bianchi amore; 
Ma, se farneticò nel mio dispregio, 
Egra air hor, sana poi mi tenne in pregio. 

Se' dunque, io dissi (o mia ventura), il grande, 
Celebrato Alighieri in ogni parte ? 
Quel Dante, che del Ciel la gloria spande, 
E r orror di Cocito in vive carte ? 
Quel, e' ha tante sentenze, sì ammirande, 
Che ne stupisce la natura, e T arte ? 
Onde TArno va gonfio, e tanto altero, 
Che pretende di Pindo il sommo impero ? 

O d' Ippocrene alto ornamento, e raro, 
O primo illustrator de' toschi accenti, 
A te d' ogni saver fonte preclaro 
M* inchino, ammirator de' tuoi concenti : 
Lo studio, che 'n cercar m' ha fatto avaro 
De la tua gran Comedia i sentimenti. 
Mi vaglia si, che sappia, ov' io mi stia. 
Tu donde vieni, e qui, che affar t' invia. 

Tu te ne stai, rispose, ove disegna 
Il Giudice de Y alme erger la sede. 
Per far rigido esame in tal rassegna, 
A tuo notabil prò, di nostra fede! 



24 POESIE DI MILLE AUTORI 

Per questo io vegno da V antica e degna 
Città che tra '1 Montone e '1 Ronco siede ; 
Con questa occasi'on sarò tua guida; 
E però ti consola, e in me ti fida. 

E perchè, da Ravenna, e non più tosto 
Da Fiorenza te 'n vieni (a lui risposi), 
Se t' hanno in quella a V alma luce esposto 
Genitori prudenti, e dignitosi ? 
Perchè, diss'egli, è si nel Ciel disposto 
Che dove il corpo intero ha i suoi riposi. 
Quivi risurga, o da quell'urna almeno, 
Che il capo, atrio dei sensi, accoglie in seno, 

O colà si risvegli, ov' ha sotterra 

Parte maggior de le sue membra ascose : 
Hor perchè dunque la mia ingrata terra 
(Come udisti) da sé lungi mi pose, 
E mi fé' ingiusta, e pertinace guerra, 
Ravenna mi raccolse, e con pietose 
Nenie mi seppellì, però fu giusto. 
Che in lei sorgesse il mio giacente busto. 

Lo qual, dopo alcun tempo, abbietto, ignoto, 
Senza priego giacca di requie, e pace; 
Quando dal seno glorioso, e noto 
De la Vergine d' Adria, arca di pace. 
Venne un gran Bembo a regolare il moto 
De la città discorde, e contumace, 
Che vedutolo star cosi negletto, 
Qual magnanimo eroe, n' hebbe dispetto. 

Quinci d' ofite un nobil arco eresse 
A le mie peregrine ossa infelici ; 
E '1 nome mio cortesemente impresse 
Con caratteri d'oro in versi amici: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 25 

Fu questi padre di quel Pier, eh' elesse 

Di fondar con sue prose alte radici 

Air etrusco novel nostro idioma, 

Ch' ornai sopra ogni lingua alza la chioma. 

Ma, che questo sia il loco, ove de' farsi 
L' esamina sortii d' ogni surgente, 
Volgiti, e scorgerai d' intorno sparsi 
Varii drappelli d' infinita gente ; 
E gran parte di questa in doglia starsi, 
E parte in gran timor, benché innocente. 
Cosi mi volsi ed a spettacol tanto 
Sparsi misto con duol fervido pianto. 

Chi corre su, chi giù, né sa ben dove, 
O si vada, o si fermi, o poggi, o scenda: 
Qual si morde le dita, e qual si move 
A dar di cozzo, ove la nuca offenda : 
Alcun da gli occhi acqua si larga piove, 
Che par, eh' indi 1' Ombron tutto dipenda ; 
Altri gridando in non distinta voce. 
Con acuto stridor V udito nuoce. 

Questi bestemmia in suon spietato orrendo 
Del sovrano Motor l' immortai Nume : 
Tal maledice chi gli die nascendo 
La cuna, e '1 latte, e noi sommerse in fiume. 
Molti di sdegno, e d' alta rabbia ardendo, 
Contra se stessi, e '1 suo ferin costume. 
Si battono stizzosi il viso, e '1 petto, 
E che non pon morir senton dispetto. 

Quanti, oimé, quanti i rabbuSaci peli 
Dèi mento miserabili si tranno: 
Quanti con Y ugne rigide, e crudeli 
Al volto, già sua pompa, oltraggio fanno ! 



20 POESIE DI MILLE AUTORI 

Qui non e' è alcun, che le sue colpe celi, 
O che prema nel cor V immenso affanno; 
Ma le querele, onde le piaggie assorda, 
Con un batter di palma, a palma accorda. 

Qual ossesso da spirti, e spuma e stride, 
Si gitta in terra e sbuffa, e si travolve : 
Hor saltabella, hor tramortito asside; 
Hor dentro a le ginocchia il capo involve; 
Poi tutto si contorce, e 4 crin recide, 
Strigne i denti, e co* pie batte la polve. 
Tai molti io vidi, ed in più strane guise 
Star con le menti per timor conquise. 

Ond' io, eh* altro non scerno, altro non odo, 
Che miseria, pallor, lamento e duolo. 
Tutto mi turbo, e stupidisco in modo, 
Che rassembro un di quei del flebil stuolo: 
Quindi per gran pietà le braccia annodo, 
La fronte increspo, e gli occhi innalzo al polo. 
Lego la lingua, arresto il piede, inarco 
Le ciglia, e col pensier 1' etera varco. 

Ma da 1* alto stupore, in eh' era involto, 
Mi trasse il mio dottor con dolci scosse, 
Tal, eh* io rinvenni, e quinci a lui rivolto 
Dissi (fatte le guance alquanto rosse): 
Perdonami, signor, che '1 triste volto 
De r umana tragedia, e le percosse. 
Che infiniti si dan spietatamente, 
Havean me stesso a me tolto di mente. 

Ma non ti pesi, o mio signor, mostrarmi 
Conformi a i detti tuoi gli esempi ancora. 
Acciò, eh' io possa meglio in cor fermarmi 
Da qual tomba il cadavere vien fuora. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 2^ 

Vien (rispose) da i tumuli, o da' marmi. 
Ne' quai (come ti dissi) ei fé' dimora, 
O la sua testa almen ; siate in esempio 
Quel, che vedi colà morto a gran scempio. 

Egli è il tracio cantor, che, da che un angue 
Gli involò col venen 1' amata sposa, 
Sempre vita menò qual tronco esangue 
Da ogni donnesco amor scevra e ritrosa ; 
Di che sdegnate le Baccanti, il sangue 
Gli tolsero di tirsi a furia ontosa 
E recisoli il casso, in duri modi 
L' unirò a una testuggine con chiodi. 

Ed, evoè gridando, empie il gettaro 
Ne r Ebro, quasi vii cranio di fera ; 
Ma queir onde pietose alto il portare 
A Lesbo, che '1 raccolse in urna altera; 
Per questo ei non risorse ove restaro 
L' altre membra disperse a la riviera. 
Ma fuor del lesbio inargentato avello 
Usci, che die al suo teschio amico ostello. 

Queir altro poi, eh' alza le braccia, è 'I figlio 
Del buon Licinnio, il qual seguendo Alcide 
A le guerre dardanie, in quel periglio 
Imparò, cóme audacia a morte guide; 
Che morto giacque sotto il fiero artiglio 
Di Laomedonte, e cosi al fin s'avvide, 
Che saviamente gli negava il padre 
L' accompagnar di quell' altier le squadre. 

Ed era la cagion, perchè ad Eono, 
Primogenito suo, crudel balestra 
Trafisse il cor, mentre di tromba il suono 
Baldanzoso seguia per selva alpestra. 



28 POESIE DI MILLE AUTORI 

Pur quando Ercole alzò di Giove al trono 
Con giuramento la terribil destra, 
E promise tornarli al proprio albergo, 
L' amato Argivo, li vesti Y usbergo. 

Ma a questo ancor V almo seren del giorno 
Tolse quadrel precipitoso, e duro; 
Onde Tirinzio per fuggir lo scorno 
Di mancator, Y estinto arse all' oscuro, 
E le ceneri accolte in vaso adorno 
Da la tela amì'ante, o dal più puro 
Lino asbestin, che Y India o Cipro accoglia, 
Riportò mesto a la paterna soglia. 

E fu questo il cadavero primiero 
Che purgasse nel foco il suo fetore, 
Del qual se ben non giunse il mucchio intero 
De la polve a le man del genitore, 
NuUadimen, perchè il sovran guerriero 
Vi traslatò la porzione maggiore. 
Ivi risurse ove il restante addusse 
De' buoni spini, o rei, qual che si fusse. 

Ma quando poi stanno divise e sparte 
Le ceneri d' un corpo, e 1* ossa intanto, 
Che rinvenir nulla notabile parte 
Non si può d' esse in quello, o in questo canto, 
Li ministri di Dio con faci! arte 
Raccogliendo le van, come in un manto; 
E *n questo campo le trasportan, dove 
Portati i corpi havrian, risorti altrove. 

Non favello di quei, eh' al Ciel diletti 
Si risvegliano al ben d' eterna vita ; 
Perchè in agilità sendo perfetti, 
Han, come aggrada lor, la via spedita; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 29 

Senza aspettar, da* soprastantì eletti 
A simil cura, in alcun tempo aita, 
Se non, se in quanto gli angeli migliori 
Gli accompagnan talor co' suoi favori. 

Ma torniamo a gli esempi; hai tu là visto 
Quel demonio, e' ha pien d' umane membra 
Il grifo, e vien da Battro ? Oh, come il tristo 
Le caccia fuora, e n' esce un huom, che sembra 
Edin Besso. Costui per fare acquisto 
Del regno Battrìan, masnada assembra; 
E contra Dario suo signor cospira, 
Dandoli morte scellerata, e dira. 

Al cader del gran re di Persia, tutta 
Cadde la monarchia di si gran regno: 
Ma di Fella il signor, cui tanto brutta 
Tradizion spiacque, arse di nobil sdegno: 
Quinci ordinò, eh* alma sì infame addutta 
Fusse de* Persiani al furor degno, 
Che lo sbranar rabbiosamente e i brani 
Scagliar con frombe in mille parti ai cani; 

Ma leva gli occhi omai da quella ingrata 
Bestia, e t' affissa a questa polve eletta, 
Che i sergenti del Cielo han qui portata, 
Perchè surga da lei gente perfetta: 
Ecco s* induran gli ossi, ecco annodata 
V ossatura co* i nervi, a' quai si assetta 
La carne intorno, e questa al fin riprende 
Sua pelle, e spira, e 1* alma in essa intende. 

Gloriosa, esemplar famiglia è questa 
Ch' ai fieri tempi d' Antonino Vero 
Soffri vivente orribile tempesta 
Di gran cruciate, e morta incendio fero; 



30 POESIE DI MILLE AUTORI 

Quel pastor sacro e* ha sì iiobil testa 
Fu rettor di Sion ; seco è 1' altero 
Attalo Pergameno, e con Masuro 
Sta Pontico il garzon, di se. maturo. 

Mira Alessandro, e '1 forte Santo osserva 
Che le lamine ancor par, che desiri; 
Nota il gran Vezio, e dirai poi che ferva 
Di desio di sanar gli altrui deliri, 
Ve' come ardito in mezzo ampia caterva 
D' accusatori, a la difesa aspiri 
D' alme innocenti ; e poiché non gli è dato 
Quelle salvar, vuol lor morire a lato. 

Di tutti questi, e di quegli altri ancora 
Che fanno lor si degno cerchio intomo. 
Arse furono V ossa in picciol' hora 
Sovr' alta pira, o dentro acceso forno; 
Poi nel Rodano altier, che Gallia onora. 
Pur le ceneri sparse, acciò, che 'l giorno, 
Cli* a sue gonne vestir V anime invita, 
Non potesser trovar V adito a vita. 

Cosi credean quelle idolatre genti, 
Ignare del poter del sommo Sole. 
Mentr' ei cosi ragiona, io porgo attenti 
Gli orecchi a le dolcissime parole; 
Ma le interrompe un huom co' suoi lamenti 
Ch' a noi vicin forte si lagna, e duole. 
Perchè Dante si ferma, ed io sto cheto. 
Che il suo cenno al mio dir facea divieto. 

Era questi Imeneo, che allhor, che Besso 
Si alzò tra' vivi, e surser gli altri eroi. 
Si trasse avanti, e per veder con esso 
Fileto accorse, e '1 buon Eutichio poi, 



INTORNO A DANTE 

E visto il grande, e allhor compreso 
Di tal resunrezion, proruppe : O noi 
Forsennati, eh' un tal verace effetto 
Negammo in Dio, riformator perfetto. 

Ma chi creduto avria mostro si grande, 
E si coDtrario a la Natura ìstessa? 
Poiché fra tante sue cose ammirande 
Nulla veggiam di tal vinate impressa. 
L' aquila, che tant' alto i vanni spande, 
Mona una volta, sempre giace oppressa, 
Che da la prìvazion dar non si suole 
A r abito regresso in dotte scuole. 

Felice Eutichio te, eh' al fin credesti 

Ciò, e' hor palpa la mano, e 1' occhio vede. 

Ma quai fur le ragion, per cui cedesti 

Al Nunzio alhor de la Romana sede? 

Ed egli a luì : Sappi, Imeneo, ehe 'n questi 

Abissi profondissimi di fede, 

Chi la Bibbia non ha per sua lumiera. 

Forza è, eh' inciampi, e che qual cieco pera. 

Perchè, se a la ragion dì quella, e questa 
Cosa, superbo il senso nostro s' erge. 
In voragine cade alta, e molesta 
D' insani dubbi, onde poi raro emerge : 
Che la filosofìa più non gli presta 
Sana dottrina; ma d' error l'asperge, 
E 'n vece di servir la sua reina 
Teologia, congiura in sua ruina. 

Hor le ragion, onde m' assalse, e strinse 
L' Apocrisarìo, e '1 mio fallir riprese. 
Molte fur; ma con ane ei mi convinse, 
Che di me stesso alto rossor mi prese. 



32 POESIE DI MILLE AUTORI 

Anzi a' tal pentimento ei mi sospinse, 
Che, morendo, il mio error feci palese, 
E confessai, che tutti in propria pelle 
Risurgeremo a riveder le stelle. 

E '1 sacro Imperador, eh' alzò le fiamme 
Col mio libro, lodai, qual giusto, e pio. 
Pregando ognun, che le mie carte infiamme, 
Ove serpeggia error si triste e rio; 
Perchè appreso in altrui mi nuoce, e famme 
Ancor morto temer V ira di Dio. 
Ma vegno a le ragion del gran dottore 
Anicio, o per dir meglio, al lor tenore. 

Dimmi Eutichio, dicea, qual fatto credi 
Esser maggior, tornar la carne in vita, 
Che putrida, e disfatta in cener vedi, 
Od altra, che i molossi hanno inghiottita; 
O pur il farla d' un vii nulla in piedi 
Donna grande apparir, bella, e gradita? 
É più, certo, di nulla a Tesser trarla, 
Risposi, che disfatta in pie tornarla. 

E *1 legato : Se Dio dunque si va^ti 

Corpi, quai son del ciel gli orbi lucenti, 
Ha potuto formar senza, eh' impiastri 
Bitume, e fabbricar tanti elementi. 
Come oserai di dir, che gli contrasti 
La Natura al rifar corpi già spenti, 
S' egli può tutto, e T impossibil nostro 
Cede a lui, come a noi liquido inchiostro? 

E se Giobbe, re d' Hus, che in Idumea 
Tra genti nacque al mal aiFar si pronte. 
Confessò di saver, che 'n Ciel vivea 
Quel Redentor, che della gloria è fonte. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 33 

E che nel di novissimo dovea 
Surger da terra, in guise a noi non conte, 
Circondarci di pelle, e del suo Dio 
Veder ne la sua carne il volto pio; 

Perchè tu cento, e vie più lustri nato 
Dopo Giesù, che si ritolse a morte, 
Non hai dal sorger suo, folle, imparato 
Come r anima tomi al suo consorte ? 
E che de' morti ei le primizie è stato. 
Per dar in questo a noi speranza forte 
Di nostra surrezion: ma cieco il nodo 
'Cerchi nel giunco, e dov' è lìscio il chiodo ? 

Né ti sovvien, che quando Dio primiero 
Parlò a Mosè dal rovo, ei disse, eh' era 
Dio d' Abraam, Dio d' Isaac, e '1 vero 
Dio di Giacob, eh' a Y universo impera: 
Dal qual detto traendo il senso vero, 
Christo dannò 1' opinion non vera 
De i falsi Sadducei, con farli accorti, 
Che Dio de* vivi è Dio, non Dio de' morti ? 

Se possibil non è, eh' unqua s' appigli 
All' impossibQ naturai talento, 
Come naturalmente avvien, che pigli 
L' alma nel corpo un cosi gran contento. 
Che se rigida morte a duri esigli 
La spigne, .tornar cerca a lui, eh' è spento. 
Per informarlo, e seco abitar brama, 
Qual forma, né l' ininformabil ama. 

Questo notiam nel sasso, il quale avvegna. 
Che sospeso da man non scenda al centro. 
Tuttavia in lui naturalmente regna 
Instinto di portarsi infin là dentro; 

Del Balzo. Voi. VI. 3 



54 POESIE DI MILLE AUTORI 

Così r anima, ancor, eh' a forza vegna 
Tenuta fuor del corpo, in quello a dentro 
Ricondursi desia, da cui scacciata 
Fu, per legge da lei male osservata. 

E se il Fabbro celeste, e la Natura 

Non opra cosa, e non dà affetto invano ; 
Questo intenso desio di congiuntura 
De l'alma al corpo non può restar vano^ 
Perchè s' ella, eh' è in ver di Dio fattura, 
Stesse in etemo senza il manto umano, 
La naturai potenza informativa 
Si manterrebbe in essa indamo viva. 

Perchè qual vedovella eternamente 
Lunge staria da l' atto a sé promesso ; 
Onde anco in Ciel non cosi intensamente 
Ne r obbietto divin saria reflesso : 
Ma un tale absurdo non s' havria da gente, 
Ch' a la vera ragion voglia star presso. 
Dunque impossibil è, che non riprenda 
Suo corpo l'alma, e vivo indi noi renda. 

E se a render lo spirto a i membri spenti, 
E inceneriti in sotterranea fossa, 
Non bastarono mai creati agenti, 
Né le virtù finite han tanta possa, 
^La increata virtù, che gli elementi 
E *l Ciel formò senza fabbril percossa, 
Ben far il puote, quel supremo Agente, 
Ch' è infinito, immortale, onnipotente. 

Né si discorde è, come par, Natura 
(Se ben la osservi) a cosi gran segreto. 
Sai, che da un piccol seme in buca oscura 
Sepolto, un cedro nasce eccelso, e lieto; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 35 

Hor queir arbor, un di, la scorza dura, 
E *1 gran pedal, dove tenea secreto ? 
Ov* ascondea tante ramose braccia, 
E tante barbe, onde nel suol si caccia ? 

Come granel si molle ascoso in terra 

S* alza in robusto legno, e dentro al mezzo 
Tenerella midolla accoglie, e serra? 
Onde piglia le frondi a farne il rezzo? 
Donde ha frutti il cui pondo i rami atterra, 
Con fragranzia, eh' ammorza ogni mal lezzo ? 
Pur questo ha del miracolo, e noi sciocchi, 
Perch' usato il veggiam, non apriam gli occhi. 

Sai parimente, eh' ogni sera accende 
A r esequie del Sole Espero il lume, 
E che r Aurora in su '1 mattino prende 
Bambin rinato, e fa, che '1 mondo allume: 
T' è noto ancor, che mentre adulto ei splende, 
Vien, ch'ogni astro d'invidia si consume; 
Poi morto lui, scerni le morte stelle 
Risuscitar più luminose, e belle. 

La Selva Erinnia, e Menalo frondoso 
Nudati il verno de Y amate spoglie, 
Muoion di freddo, e nel troncon spinoso, 
Mostran dì fuor, quai sien T interne doglie; 
Ma quando li riscalda aprii gioioso 
Si riveston di vive, e verdi foglie; 
E pieni di vigor mandan germogli. 
Che non temon de gli austri i fieri orgogli. 

Il vermicel, che industrioso intesse 
Seriche gonne a le pompose fole. 
Muore nel career suo: poscia rimesse 
L' ali, sen vola ove fiammeggia il sole. 



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36 POESIE DI MILLE AUTORI 

L' unico augel, che con incensi, e spesse 
Cassie compone a sé funerea mole. 
Redivivo da i ceneri risorge, 
E maraviglia a la Pancaia porge. 

Poi de le cose contingenti è certo, 

Ch* anzi, che sien, nulla avverar si puote, 
Se r alto Dio, e* ha del futuro aperto 
Ogni evento maggior, non le fa note : 
E però, mentre V huom pende in incerto, 
Qual più sia vera di due cose ignote, 
De' creder quella, onde di ben e' è speme. 
Non r altra, onde timor di mal ne viene. 

Perchè dannaggio alcun, né scorno in quella 
(Quando pur vera sia) non gli sovrasta; 
Ma se questa riman del ver rubella, 
Ogni sua gioia in sempiterno guasta; 
Che la incredulità di mente fella 
È indizio, eh' al suo Dio pugna, e contrasta , 
Onde poscia addivien, che *1 miscredente 
Provi in corpo animato il foco ardente. 

Taceva Eutichio, e non facea sembiante 
Di replicar T attonito Imeneo; 
Onde Fileto : Ahi ! questo passo in quante 
Cecitadi anco me sdrucciolar feo; 
Mentre stimai, eh' allora sol prestante 
L' anima fusse, e degna di trofeo. 
Quando, mercè di tempestiva morte, 
Facea divorzio dal mortai consorte. 

E soggiunge che V anima, cosi ridotta al suo stato pristino più per- 
fetto e degno, egli stimasse che avesse a sdegno, come di cosa vii, 
il terren costato. E poi : 

Di pensieri in pensier quinci agitato. 
Un caso tal meco fingendo vegno; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 37 

Ingoia il lupo un buom, poco di poi 
Vien che esso lupo da un leon s' ingoi. 

Muore il leon, s' infracida il carcame, 
Il fracidume si converte in polve, 
La polve o vola in aria, o nel reame 
Passa de gli elementi, e in lor si solve; 
Quinci meco dicea : Hor chi il carname 
De r huom distingue, o da V impiglio svolve 
De r altre carni si, che pura e sola 
Sappia r alma trovar la propria stola ? 

Eutichio gli risponde che il gran Dio può condensare 

La pólve in ossi, in nervi, in carne, in pelle, 
In articoli, in muscoli, e in ascelle. 

E soggiunge : 

E tu, Fileto, tu, che parli hor meco. 
Di tua madre ne Y alvo un tempo fosti 
Spuma di sangue; e in quel materno speco 
Stettero i membri tuoi più mesi ascosti ; 
Spiega dunque, se sai, misero e cieco. 
Come di seme tal furon composti 
Gli ossi e il midollo e come quei sien duri 
E questo mai non si rassodi e induri. 

E continua, con altri argomenti, a persuaderlo che Dio può ciò 
che vuole. Finalmente FìIeto si convince, ed esclama : 

... Ah ! che pur troppo il credo, 
E r evidenza a confessarlo astringe. 
Perchè in me stesso provo, e in altri vedo, 
Ch* ogni alma dentro al suo giubbon si stringe ; 
Ma che prò, se più in grazia al Cìel non riedo? 
Che a non pentirmi del mio error mi spinge 
Ostinato voler. Ciò detto, ei parte, 
E col mesto Imeneo piange in disparte. 



38 POESIE DI MILLE AUTORI 

Al dipartir d' ambo costoro io dissi 
Al mio discioglitor di dubitanze: 
Ond* è, eh* io non iscorgo ad occhi fissi 
Puerili, e decrepite sembianze ? 
Ed ei : Sai tu perchè ? Perch' ha prefissi 
Nuovi modi il gran Dio, nuove ordinanze 
A chi rinasce ; onde a 1* età virile 
Passa la fanciullesca, e la senile. 

Perchè il nostro esemplar Christo sovrano. 
Da poi, che vinse Morte, e Dite oppresse. 
Nel ripigliar 1* abito nostro umano. 
Di sua virilità la forma elesse: 
Quinci volle, eh' ognun sacro, o profano 
In si fatta sembianza anco sorgesse: 
Però, che *1 male in tal' età più rode 
Come anco meglio in quella il ben si gode. 

Canto VI. 
Comincia questo Canto con un elogio della vecchiezza, per cui 

... di Micene il re pregiava 
Dieci Nestori più che cento Aiaci. 

E si domanda se anche il nequitoso Scita e il fìer Marcomanno 
onori i vegli: 

. . . come dunque il Re di vita, 

Il dator de V eterne e lucide bore 

Lascierà la vecchiezza impoverita 

Del pel che onor le fa col suo candore. 

Se anzi vuol, che nel Ciel goda il beato 

D' ogni sorta di ben perfetto stato ? 

Dunque 

... Se il gran Dio risuscitar volea 

Ciaschedun di sei lustri e di qualche anno, 

Come risuscitò da morte rea 

Quel eh' eterno gli siede al destro scanno, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 39 

Darli simil grandezza anco dovea 
E non diversa, come assai qui V iianno. 
Perchè simil vigor di giovinezza. 
Par che ricerchi somigliante altezza. 

E, così, il poeta continua, riportando la risposta di Dante: 

Non la canizie (l'Alighier mi disse) 

De r huom, sola, è per sé degna d* onore ; 

Ma perchè è indizio in chi gran tempo visse 

Di sensata prudenza, e esperto core; 

E però quel decrepito, e' ha fisse 

Le voglie a proseguir dannato errore 

Non sol non è di riverenza degno, 

Ma de lo spirto, che gli avanza indegno. 

Ned io di stato giovenil parlando, 

Del numero de' giorni ho perciò inteso, 
Che riman questi al vecchiarello, e in bando 
Vanno sol quei difetti, ond' era offeso : 
Resta dunque a* provetti il venerando 
Titolo di vecchiezza, e non il peso, 
Con tutta quella esperienza ed arte 
Ch' appreser ne le Corti, e ne le carte. 

Perchè fra noi, che siam de 1* arche usciti. 
Non fa mestier di bruno, o bianco pelo 
Per discerner, se biondi, o incanutiti 
Morir (pogniamo caso) un Fhare, o un Belo, 
Che conosciam per altra via, gli arditi 
Geloni, ed i Riarmi avvezzi al gelo, 
Anchorchè noti mai ne T altra vita 
Non ci fusser per vista, o per udita. 

Né come a tutti i risurgenti ha data 
Chi regge il Cielo una medesma etate, 
Dovea esso dar per sua prudenza innata 
Una massa medesma, in quantitate. 



40 POESIE DI MILLE AUTORI 

Perchè se quella a Y uman seme è grata, 
È perchè il serba in vigorosa state: 
Ma perchè questa differir non face 
GÌ* individui fra lor, gì' incresce, e spiace. 

Se cosi sta, che '1 tuo buon lume arrive 

(Dissi) a scernere ognun campestre, o alpino, 

Fammi, in grazia, veder le forme dive 

Di quel grand' huom, che non fìi mai bambino : 

E di quel, che primier con grate, e vive 

Note, il nome invocò santo, e divino, 

E visse nove secoli, se i loro 

Mesi, ed anni conformi a' nostri foro. 

Voltiam dunque di qua, rispose, e insieme 
Con lor ti mostrerò Giareddo, e Senio, 
Che perchè fur del primaticcio seme. 
Giunsero anche su tardi al giorno estremo. 
Ma se cupidità d' udir ti preme 
Di quelle etadi il vero, e qual supremo 
Fisico porse a que' gran padri aita. 
Onde spazio si lungo hebber di vita^ 

Chiedilo al nostro universal Parente, 
Che ti paleserà, come ciò stia. 
Cosi n' andammo a lui, eh' affabilmente 
N' accolse, e ci rispose in voce pia. 

Costui spiega per quali ragioni si viva lungamente; e, tra le 
altre cose, dice ciò: 

Non si eran tolti ancor Mitechi a prezzo, 
Che di varie vivande i deschi immensi 
Micidiali ingombrassero, e da sezzo 
Destasser fame a i già sfamati sensi; 
Ma r ambrosie superbe havendo a sprezzo. 
Né tracannando i vin di Creta accensi. 
Di corrente cristallo, e dì esca pura 
Parca, e paga vivea nostra natura. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI 4I 

Però, che '1 satollar le fauci ingorde 

Di liquor agro, e dolce a un tempo istesso 

E ne r alvo introdur cibo discorde. 

Col duro il molle, e con V arrosto il lesso. 

Genera bile, e flemma, ond' il concorde 

Organo interior si sconcia spesso. 

Che '1 fegato s' appila, e '1 cor vien meno, 

Se di cose contrarie il ventre è pieno. 

De la sobrietà compagna eterna 
Era la moderanza in tutti gli atti. 
De r erbe la virtù, la forza interna 
Conoscevan de i semi al nudrir atti, 
Che non aveva ancor Y ira superna 
Col diluvio i terren guasti, e disfatti, 
Né da i salsi del mar vindici flutti 
Diseccati giacean gli arbori, e i frutti. 

Poi dice che i Cimi, i Seri, ed altri popoli, vivendo sopra 
monti inaccessibili. 

Fanno trenta e più lustri, arditi a morte 
Contrasto, anzi che a lei schiudan le porte. 

A ciò il Costantini risponde che altrettanto sta V Indo in vita, 
e parla di altre genti di longeva età. 

La dotta Grecia un Nestore facondo 
Ascoltò lieta dugento anni e venti 
Prima che Simoventa alzasse V onda 
Per lo sangue troian sopra la sponda. 

Indi entra a parlare Semo, e gli racconta 

L' istoria di colei eh' en sacra cella 
Racquistò giovinezza e si fé' bella, 

e poi il poeta si trattiene a parlare intorno a casi di uomini, che 
di vecchi ridiventarono giovini o per grazia del Cielo o per arte 
di magia. 



42 POESIE DI MILLE AUTORI 

Finiti questi discorsi 

. . . per lo mantello tosto mi trasse 

Il gran Vate d' Etruria, e disse : Andiamo. 

Perch* io senza curar, dove s' andasse, 

Vegno, risposi, ed a mancina usciamo. 

Per un dritto vial, eh' a pie ne trasse 

D' un' insensibir erta, ove fermato 

Il mio buon reggitor, diede tal fiato: 

Fin qui t' ho mostro, o mio fedel, che quanti 
Trapassarono già colmi di lustri. 
Nel tornar vivi i suoi sdruciti manti 
Ripigliar conci da man dotte o illustri. 
Hor sarà ben eh' io ti palesi alquanti 
Di quei, che quasi teneri ligustri 
Caderono al mattino, e surser poi 
Nel meriggio viril degli anni suoi, 

E sono appunto quei, che giù dal clivo 
Smontan, come tu vedi, e quel che stende 
Primiero il passo, e par cosi giulivo 
Dal padre Erode Ascalonita scende. 
Ma se a vita il produce, appena vivo. 
Ne la strage infantil morto lo rende. 
Guarda, che maestate in fronte ei serva: 
Ben lo segue a ragion si gran caterva. 

Ond' ha, diss' io, tanti donzelli accolti ? 
Ed ei: Son questi i primaturi fiori. 
Che nel terren de' martiri non colti. 
Ma tronchi furo in su' nascenti albori ; 
Sono gli agni innocenti a i lupi tolti, 
E chiusi in sacro ovil d' almi splendori ; 
Son le prime di Christo hostie, eh' al Padre 
Offerse Betelem dogliosa madre. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 43 

Trapassata che fu si nobil schiera, 
Mi fermai per veder se d* altro lato 
Altri venian, e volto inverso sera, 
Duo giovinetti di sembiante grato 
Mi salutar con si gentil maniera, 
Che richiederli osai del loro stato; 
Onde il più grande con parlar cortese 
La sua condizion mi fé' palese. 



Canto VII. 

Il più grande dei giovinetti è Barula, vissuto ai tempi di Ga- 
leno imperatore e feroce persecutore dei Cristiani. Chiamato il gio- 
vinetto, alla presenza del sovrano, sostenne, con coraggiosa e chiara 
parola, la propria fede. Egli racconta come fu interrogato e come 
fu messo a martirio. Chi vi ha insegnato le vostre dottrine ? gli do- 
mandò il prefetto; e Barula cosi riferisce ai due poeti di aver ri- 
sposto : 

Colei, signor, che a me la vita ha data. 

Ella, quando mi die dal petto il latte, 
Mi diede ancor da la sua bocca il mele 
Di questi santi detti, onde s* abbatte 
Belzebù (mi dicea) mostro crudele. 
Se dunque vien, che cosi mal t' allatte 
La tua nudrice, e di si amaro fele 
(Furibondo rispose), ella qui vegna, 
È in te la pena del suo error sostegna. 

Su, su, sbirraglia, lei, che insegnatrice 
Fu d' esto sciauratel qua conducete ; 
Miri, se fu maestra, hor spettatrice, 
Qual da la scola sua frutto si miete; 
Vegga dal suo discepolo infelice 
Rivi di sangue uscir, per cui non quete 
Mai più r afflitto cor; ma viva e cresca 
Tanto nel duol, eh' a se medesma incresca. 



4\ POESIE DI MILLE AUTORI 

Disse, e '1 flagellator me lasso in alto 
Leva repente, e con ferzate orrende 
Mi dà si crudo, e si spietato assalto, 
Che r aria al suon del mio stridor rifende. 
Io piango si, che ogni più duro smalto 
S' intenerisce, e meco a pianger prende ; 
Sol chi mi generò, benché presente. 
Non compiange al mio pianto, e duol non sente. 

Ond* io che veggo lei con gli occhi asciutti, 
E con le labbra chiuse: O madre cara, 
Le dico, ei son le strìda, ei sono i lutti 
Degni de la mia pena aspra, ed amara ? 
Ecco il dosso, ecco il sen laceri e strutti, 
E pur mi sei d' ogni conforto avara ; 
Son pur tuo figlio; oimè, non ti rammenti 
De' dolci baci, e cari abbracciamenti ? 

Muoio di sete, muoio; ah madre, ah madre, 
Voce un tempo si cara, e si gradita; 
Ond' è, che m' abbandoni, e da si ladre 
Mani mi lasci depredar la vita? 
E tu mio caro, ed amoroso padre. 
Che mi desti mai sempre a V uopo aita, 
Dove sei ? Tu ancor taci, e te ne stai 
Senza darmi da bere? Io moro, ahi, ahi! 

La saggia allor, senza turbarsi in core. 
Senza spender querele, o spander pianto. 
Mi rispose : O figliuol, se 1* alto onore, 
Ch' oggi il Cielo ti fa scorgessi alquanto, 
Per cosi lievi pene, e fral dolore 
Formeresti, qual cigno, amabil canto : 
Ed insieme con me grazie immortali 
Gli renderesti a tanta grazia eguali. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 45 

Ma tu se' troppo vile, e troppo senti 
Si leggiere percosse; io non credetti 
Già dar con queste poppe gli alimenti 
Ad alunno di spirti si imperfetti: 
Non stimai, che mie viscere si ardenti 
Al servizio di Dio, si freddi, e inetti 
Parti rendesser mai; né ti produssi 
Perchè a morir per Dio timido fussi. 

Mi domandi da bere, e Y inesausto 
Fonte, eh* il tutto dolcemente irriga, 
Scioccarel, non adocchi, e il licor fausto 
Sprezzi, che t* offre il Ciel per poca briga ; 
Licor non tinto di veleno infausto, 
Ch' eternamente i bevitori affliga ; 
Ma raddolcito da si nobil legno. 
Che per gustarlo ogni martirio è indegno. 

Barula mio, quel calice a Dio caro 
Ti conviene assaggiar, che mille e mille 
Betlemiti bambin dianzi assaggiaro, 
Ond' anco a gloria lor suonan le squille : 
Generoso amor mio, questo si caro 
Esempio imita; e non curar, che stille 
Da ogni tua fibra il sangue ; il cor, eh' è forte 
Conquista il Cielo, e supera la morte. 

A cotai voci io serenai le luci 
E dissi pieno di celeste ardore: 
Donna, non dubitar, quel, che m'adduci 
Esempio imiterò senza timore: 
Voi santi precursor siatemi duci. 
Si, che martire anch' io venga al Signore. 
Care mie pene, e fortunali affanni, 
S' oggi ottengo per voi gli eterni scanni. 



46 POESIE DI MILLE AUTORI 

II carnefice intanto la cotenna 

Dal cocuzzol mi tragge, e manda al suolo: 
La raccoglie la madre; indi m'accenna, 
Cli' io soffra, e dice: Figlio, è breve il duolo, 
Tosto n' andrai a quel Signor, che impenna 
Gli uccelli ignudi, e li dispone al volo: 
Tosto avverrà che la nudata testa 
Di corona regal t' adomi, e vesta. 

E, cosi, continua Barula a dire dei casi suoi e conchiude che, 
quando il manigoldo gli recide il capo dal busto, sua madre lo prende, 

Lo bacia e bagna mille volte e mille 
Non di dolenti ma pietose stille. 

Indi il poeta prosegue: 

Poiché de' casi suoi Barula esposto 
M' hebbe V acerbo suo fiero accidente, 
Al compagno gentil, che gli era accosto, 
Fé' motto, e quegli a dir prese repente : 
Ecco me ancora a raccontar disposto 
Quali atroci dolor perfida gente 
Provar mi fece, anzi efferata morte. 
Sì, che orror prenderai de la mia sorte. 

Là, dove aperse il gran concilio sacro 
Il terzo Paulo, e '1 chiuse '1 quarto Pio, 
Due divot' alme in stato angusto e macro 
Vivean contente, e rassegnate in Dio. 
Hebbe 1' un nome Andrea, 1' altra al lavacro, 
Che purga il lezzo originale, e rio 
Fu chiamata Maria; questi a l' etate 
Nubile giunti, fér nozze beate. 

Da si bel nodo nacqui, e fui Simone 
Detto, di forme (il posso dir) leggiadre: 
Rosa si vermigliuzza a la stagione 
Novella, unqua non die spinosa madre. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 47 

Paro non mai si bianco marmo espone, 
Avvenga ancor, che dotta man lo squadre: 
Havea ricciuto il crin, pienotto il viso, 
Tenea ne gì' occhi il sole, in bocca il riso. 

Vezzosetto bambin, non giunto ancora 
A mezzo lustro, e d' ogni cosa ignaro, 

10 mi sedea su Y uscio infin che fuora 
Mi ponavano il pappo, e *1 bambo caro, 
Quando nel di, che va innanzi V aurora 
Del sacro Parasceve, in cui si raro 
Riscatto fé' Giesù del mondo reo, 

Mi tradì un empio e scelerato Ebreo. 

E qui incomincia a raccontare, minutamente, i tormenti ai quali 
fu sottoposto. £ dice che supplica con le mani giunte la turba atroce 
che Io circonda, ma quella 

. . . rìgida di core e di sembiante 

Sta più dura che sasso o che adamante. 

Poi prosegue: 

L' inumano Rabbi dato di piglio 
A radente coltel fora, e divide 
La mia verghetta, onde Tumor vermiglio 

11 nappo sottoposto, il braccio intride : 
Vi affissan tutti allhor gioioso il ciglio, 

E più eh* io piango, ogn' un di lor più ride : 
Voglio gridar; ma il fiato haver non posso. 
Onde stretto dal laccio il ventre ingrosso. 

Va seguendo Moisè V infernal rabbia 
Di tormentar me languidetto infante; 
Poiché a la smorta mia tenera labbia 
Dà taglio in cerchio, e fa piaga stilante; 
E com' ei sol poco straziato m' abbia. 
Chiama stizzoso anco molt' altri avante 
A far lo stesso, e vuol, che portin via 
Tutti un pezzuolo de la carne mia. 



48 POESIE DI MILLE AUTORI 

E che sien quei da Samuel riposti 
Nel sangue tolto a la mia guancia destra, 
Dicendo ad Angelon, che se gli accosti, 
E sostenga il mio pie con sua man destra, 
Mentr* ei ne V anguinaia i ferri posti 
V apre (m* agghiaccio a dirlo) ampia finestra, 
Ciascun Y imita, e con alterno strazio 
Mi martirizza, e parte ancor non sazio. 

Infine, detto che cadde fra le empie braccia dei suoi croci tìs 
sori, così finisce, imprecando ai Giudei: 

Ma qual d' essi Giudei tragico scempio 
Ne facesse di Trento il buon rettore. 
Lungo fora a contar; basti, che Tempio 
Fatto punì con esemplar rigore. 
E la città concorde un ricco tempio 
Eresse divotissima in mio onore. 
Di che memore a lei sempre da Dio 
Prego pace, abbondanza, e zelo pio. 



Canto Vili. 

In questo Canto, il poeta vuol sapere se gli uomini risusciteranno 
tutti con la stessa statura e con le stesse forme; se coloro che fu- 
rono mutilati in vita, avranno le membra perdute, e se, infine, cia- 
scuno riprenderà il suo sesso. Dante solve i dubbi ; tutti risuscite- 
ranno completi, nel loro sesso, e con la loro fìsonomia. Dante parla 
in tutto il Canto. 

Chi crederla, eh* in cor mite e clemente 
Potesse la pietà suscitar Y ira ì 
E pur nel mio contro 1* ebraica gente 
Cr impeti suoi rìgidamente spira, 
SI che vorrei poter con ferreo dente 
Vendicar di Simon la morte dira: 
E qual fiero dragon mandar distrutto 
A morsi, a strazi il Giudaismo tutto. 



INTORNO A DANTE AUGRIERI. 49 

Ma da si crudo, e intempestivo affetto. 
Quel che mi prese ultimamente in cura, 
Mi ritrasse^ dicendo : Adunque in petto 
La prima dubitanza ancor ti dura? 
No, gli risposi, intorno ad altro obbietto 
S' occupava il pensier, eh* omai sicura 
É la mia mente, che ciascun rinasce 
D' età vini, sia morto veglio, o in fasce. 

Sol mi resta a veder se ne i rinati 
Riman l'aspetto, il sesso, e la misura, 
Ch' osservato non ho, se i trapassati 
Giganti, e quegli e' han pigmea statura, 
Ritengon hor le qualità, che nati 
Hebbero, e portar seco in sepoltura : 
Né so, se nel maschil più degno sesso 
Sien le femmine surte, o nel lor stesso. 

Come visto non ho, se sieno uguali 
D' altezza i corpi, e di color gli aspetti. 
Già dissi, ei replicò, come ineguali 
Surgon di mole i grandi, e i pargoletti. 
Benché sian molti ancor di forme tali, 
Che parrìan gli Arghi a scerner loro inetti. 
Vedine colà due, guatali fiso : 
E ben, non hanno pari il fusto, e il viso ? 

Vedestu mai giovani a lor simili 

Ne le membra, ne i crini, e nel sembiante ? 
Fé* d* essi a un parto la leggiadra Fili 
Ricco in Medinia il suo Apostolio amante, 
E veramente son tanto a i profili 
De la fi-onte conformi, e de le piante, 
Che sovente la madre i propri panni 
Vesti di Piero a 1* amoroso Gianni. 

Dkl Balio. Voi. VI. 4 



50 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma più degna è però di maraviglia 

Queir altra coppia, che lor vedi a canto, 
Che di grandezza, di color di ciglia 
Fu somigliante, e di valor nel canto : 
Hebber ne l' arme, e nel frenar con briglia 
Generosi destrier, di pari il vanto: 
Vissero insieme a 1* ombra, ed a T aprico. 
Si chiamò V un Amelio, e V altro Amico. 

E se ben non uscir gemelli, e frati 
Di un utero medesmo a V aurea luce. 
Nel medesmo però borgo creati 
Furo, e nel di, che più s' allunga, e luce : 
Ed ambo sotto il Magno Carlo entrati 
In battaglia fedel contro il gran duce 
De' Longobardi, alzir monti di morti, 
Ma provar essi ancor le inique sorti. 

Che eguali in tutto fur, però che il petto 
Passò d'entrambi acuto ferro, e duro: 
Ma nel passar de' feritor l' elmetto 
Con r asta anch' essi disegnai non furo : 
Onde il re Franco a lor di marmo eletto 
Duo tombe eresse in bipartito muro. 
Ma se fabbro mortai le disunlo 
Nel di, la notte altro immortai l'unio. 

E non sol questi, ma molt' altri ancora 
Similissimi son di faccia e pelo. 
Ma perchè il parlar d' essi un perder fora 
L' opera, e Y olio, i nomi lor ti celo. 
Ed io: Mostrami almen, se qui dimora 
Quel Mauritan, che già sostenne il cielo, 
E se v' è Tizio, al cui prostrato busto 
Il pian di sette iugeri fu angusto. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 5I 

E M gran Cìclopo di Enna anco m' addita, 
Con Efialte, ed Egeon, eh' impugna 
Con cinquecento noderose dita 
Cento spade, e col Ciel contrasta, e pugna. 
Qui non appar Tifeo, l'anima ardita, 
Che per gir a le stelle Olimpo espugna, 
E temerario impon su *1 Pelio 1' Ossa, 
Che rovinosi poi gì' infrangon l' ossa. 

Però, che in questo campo il maggior fusto 
Ch' alzi la fronte a le fulgenti spere, 
Non arriva (se io so misurar giusto) 
A r anche lor, non che a le spalle altere. 
Mi guardò il gran poeta, e con venusto 
Ghigno mi fé' arrossir : Dunque hai per vere 
Le favole di tai finti giganti. 
Che mai non furo, o fur larve d' incanti } 

Ben son veri color, che 'n quel drappello 
Di forma gigantea t' addito: e '1 primo 
È '1 vantator Golia, ch* a fier duello 
Sfidò tutti gì' Ebrei dal sommo a l' imo, 
Onde qual detrattor superbo, e fello 
Del divino poter, fu steso, al limo, 
Da r umil fromba del garzon di Jesse, 
Che ne la fi^onte un ciottolo gì' impresse. 

Il secondo è quello Og re di Basano, 
Che fu in Edrai da Gioacammo estinto 
Perchè aspirava con ingiusta mano 
A demolir d'alme citta il recinto: 
Questo colosso smisurato, e strano, 
Quando venia da la stanchezza spinto 
Al riposo, premea col vasto petto 
Di nove braccia lungo un ferreo letto. 



52 POESIE DI MILLE AUTORI 

II terzo è Stariateo, huom si possente 
Che *1 regno de la Ruscia a Flocco tolse, 
E per mezzo divise Hama il valente. 
Che solo, e inerme in fuga un squadro volse : 
Questi per dar soccorso al re perdente 
De la Norvegia il pie colà rivolse, 
E vi giunse in un di, che 'n venti appena 
Giunto sarebbe un corridor di lena. 

Flidlero è il quarto, pugnatore astuto. 
Che si vesda di si fatai lorica. 
Che con ferro tagliente, o spiedo acuto 
Smagliar non la potea forza nemica: 
Costui prode di man, d' ingegno arguto. 
Dopo sofferta in van lunga fatica 
Sotto Dufflin, r inespugnabil sito 
Espugnò alfin con stratagemma ignito. 

Perchè ristrette un giorno in sottil rete 
Le rondini del forte, a le lor code 
Appiccò funghi e seminò segrete 
Scintille in quelli, con mirabil frode: 
Lasciolle poscia andar garrule, e liete 
A i nidi lor, ne' quai mentre stan sode 
A scaldar V uova, si risveglia il foco, 
E incende le pagliuzze, i tetti, e '1 loco. 

Corsero allora i cittadin (eh* armati 
Stavano a i posti) ad ammorzar 1* ardore. 
Quindi sortito da i segreti agguati 
Flidlero del castel si fé' signore; 
Che i terrazzani da T incendio orbati, 
Fér poca resistenza al suo furore. 
L' istesso ancora, in altro caso urgente, 
Seppe di vinto rimaner vincente. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 53 

Per c* havuta in Bretagna acerba, e fiera 
Sconfitta un di da quella gente dura 
E vista inalberar nuova bandiera, 
Per sezzaia disfida in su le mura, 
Fé' i corpi estinti alzar da terra e 'n schiera 
Mescolarli fra i vivi a Y aria oscura; 
Poi chiamò al suon degli oricalchi fuora 
L' avversario a giornata in su Y aurora, 

Ch' allegro usci, ma quando vide armato 
Di tanti battaglier Flidlero ardito, 
Di si fatto timor restò gelato, 
Che non osò di sostener Y invito; 
Ma chiese pace a lui, che gli avria dato 
Largo tributo al primo alzar d' un dito. 
Cotanto vai d' un capitan sagace 
Ne le dure rivolte un tratto audace. 

Il quinto loco è di Martin 1* insubre 
Capo grande, e primier de' Turrìani, 
Che bramando impiegare a fin salubre 
La vita, e calpestar gì' agi mondani. 
Passò in Damasco, ove trofeo lugubre 
Piantò d* uccisi Turchi, orridi cani; 
Poscia stanco, e ferito al Ciel rivolto, 
Fu nel choro dei martiri raccolto. 

Vicino a lui sta il Marescial di Francia, 
D' alte fattezze, e di valor sublime; 
Pur la fonuna, e la maestra lancia 
De r italo Gonzaga il vince, e opprime : 
Onde tinta a rossor la nobil guancia, 
Si levò r arme, e con le spoglie opime, 
Che riportò dal Sorifan paese. 
In basilica sacra a Dio Y appese. 



54 POESIE DI MILLE AUTORI 

Fatto solenne, e irrevòcabil voto 

Di più non rivestir d' acciaio il dorso, 
Né il capo di cimier, ma inerme, e ignoto 
Volgeva a miglior fin Y ultimo corso. 
E Galeazzo in un lieto, e divoto, 
Ringraziato il Signor del gran soccorso, 
Abbassò umil la generosa fronte 
A r udir acclamar, gran Rodomonte. 

Ma vegniamo ai Pigmei, gente, eh* appena 
Duo palmi è lunga e ne i riposti monti 
Sovra gli Astomi alberga e guerra mena 
Co i gru, che stanno ad infestarla pronti 
E la scacciaron già da la serena 
Gerania patria, e le fér mille affronti 
Ne la Grunthlandia; onde, a far vendetta, 
S' arma Y oste pigmea d* arco e saetta, 

E cavalcando coraggioso, e forte, 
Sovra capre, e monton la primavera 
Discende al mare, e a i lor pulcin dà morte, 
Spezzando Y uova inesorabil, fiera; 
Né di ciò paga ogni trimestre absorte 
Vuol succiose gru da strage austera ; 
Non per livor, ma per godersi in pace 
Le magion, che di piuma, e loto face. 

Vuo' tu vederli? Andiamo, e mostrerotti 
Altri con essi di minor statura ; 
Però che colà giù si son ridotti 
Nel più basso confin de la pianura. 
Ond' io vago di far contenti e dotti 
Gli occhi e la mente, di seguirlo ho cura, 
E giunto ove i Pigmei stavano intesi 
Da lor, che di Gruthlandia eran discesi. 



B^H 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 5) 

Vidi Conossa infra costor, delizia 
Di Giulia, che menò si laida vita; 
E quel Lucio, che in Roma a la milizia 
Presentato, recò vista gradita; 
Vi era Sesifo ancor pompa e letizia 
Di Marcantonio; e Andromeda, eh' unita 
Stava con Socondilla, ed oltre a i buoni 
Tullio, e Mario, vi scorsi anco i Moloni. 

E se ben da i Pigmei raccolsi il vero, 
Ch' essi, quando lasciar V aura e la luce, 
Eran sol due pie' lunghi e un palmo intero. 
Perchè il patrio terren tai li produce. 
Io nondimen, che con occhiai sincero 
"Ne la statura lor fermai la luce, 
Conobbi, e' havean corpo alto e venusto 
Qual ha comunemente ogni uom più giusto. 

Di che stupii, massimamente havendo 
Fissi anco i lumi a la scemata altezza 
Del fier Geteo, che (se V istoria intendo 
De i sacri Re) fu di maggior grandezza, 
Com' altresì mi parve Oggo il tremendo 
Esser minor di fusto, e di grossezza, 
E '1 dissi a Dante, il qual perchè ciò scorse, 
A le tenebre mie tal luce porse. 

Il suscitar gli estinti opra è di Dio; 
E per tanto convien, che sia perfetta: 
Quindi è che ne' surgenti il Signor pio 
La mancanza, e 1' eccesso a pieno aspetta. 
Perchè leva a' giganti il troppo, e '1 rio 
Difetto a i nani adempie, e la dispetta 
Lor forma accresce con materia esterna 
Che altronde tolta, a quegli adatta e interna. 



56 POESIE DI MaLE AUTORI 

Né a mìsterio si grande arreca punto 
Di preiudìcio un supplemento tale. 
Perchè, come ai pigmei quanto è lor giunto 
Non guasta V esser proprio, e naturale ; 
Cosi ai giganti il necessario appunto 
Si lascia, e non si rade altro, che '1 male ; 
E '1 raso, e '1 giunto sun si bene intesi 
Che né questi, né quei restano offesi. 

Ma se, come hai veduto, altri di mole 
Son vari, altri hanno ancor vario il colore : 
Fa di Casena a la nasuta prole 
Nera la guancia V eccessivo ardore ; 
E perché assai lontan conduce il sole 
Da r indomito Scita il suo calore. 
Quindi avvien, che fra brine, e ghiacci involto 
Di leonin color si asperga il volto. 

Porta Madagascar fosca la pelle. 
Ed ulivigna la dimostran quelli. 
Che, benché inermi, per la patria Adelle 
Sembrano nel pugnar draghi a vedelli : 
Ma de la Zacotaria han le dolzelle 
Cenericcia la fronte, e li capelli. 
La Gallia é bianca, appar Y Esperia bruna, 
Ma rose e latte in sen V Enotria aduna. 

E quanto il parlar mio scarso descrive 
Può largamente T occhio tuo vedere : 
Che quei ciascun delle sue carni vive 
Fa manifeste le sembianze vere: 
Tu puoi anco osservar, che genti prive 
Già d' alcun membro, hor son risorte intere, 
Perché il zoppo va dritto, e chi fu cieco 
Dopo la surrezion la vista ha seco. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. $7 

Perchè non ha il gran Dio nel tor da morte 
L' huom, di vizio, o virtù riguardo, o cura ; 
Ma guarda sol, che sia perfetta e forte 
La magion, eh' ei rifa de la Natura ; 
Onde qual saggio architettor le stone 
Scale drizza, arma i colmi, alza le mura ; 
Ma da 1' opacità del grave pondo 
Non isgombra, né grava il tetto immondo. 

E questo avvien, perch' essendo egli il vero 
Riformator, se nel tornare in vita 
Il peccator, darli castigo austero 
Volesse al par de Y impietà seguita, 
Dovria qual punitor giusto e severo 
Suscitar la di lui carne vestita 
Di mostruosità tanto maggiore. 
Quanto fosse maggior stato V errore. 

Ma vuole in ciò tener sol gli occhi intenti 
A r ordinaria sua somma bontate. 
Che non usa crear mostri o portenti, 
Ma nel genere suo cose pregiate. 
Lasciando a la Natura i mancamenti, 
E la produzi'on di forme ingrate, 
Sendo proprio di lui fornir mai sempre 
I suoi lavor con ammirabil tempre. 

Soggiungo, che il ridar le pani incise 

A i corpi manchi, come un stinco, un braccio. 
Porge in esse a colui, eh' error commise, 
Accrescimento di dolor, d' impaccio. 
Come accresce diletto a le divise 
Membra per Dio, tra ferro, fiamma e ghiaccio. 
Perchè ogni muscoletto il male, e '1 bene 
Sente, che da T Inferno, o dal Ciel viene. 



$8 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma passiamo a veder, s' ho detto il vero. 
Che '1 Dio, che de la vita apre le porte 
Al cadavero manco e rende intero, 
E di sciancato, ed egro, agile, e forte. 
Cosi girammo a destra, ed il primiero 
Che ci diede fra* piedi a bella sorte. 
Fu quel che di fortuna, o buona o rea. 
Che succedesse altrui, sempre ridea. 

Questi a mercar virtù gran spazio corse 
De la terra, e gran d' or spese e disperse 
Appo i Ginnosofisti: al fin ritorse 
Il pie* a la patria, e un horticel s* aperse 
Ove, o per meglio contemplar trascorse 
Ad oscurar sue luci, o perchè avverse 
Gli erano a castità; comunque e* sia, 
Hor le move ridenti al par di pria. 

Lo stesso nota in quel grand' huom, eh' a paro 
Con lui passeggia, il qual in ver non nacque 
Privo di vista, com' al volgo ignaro 
Di credere e cianciar già tempo piacque: 
Vero è che in Colofone il di lui chiaro 
Lume si spense; e seco spento giacque 
Il proprio nome, che i Cumei gli diero 
Per cotal cecità titol d* Omero. 

Vien dopo lor quel Bellisario invitto. 
Che in Oriente già conquise i Persi: 
E superati i Vandali a conflitto. 
Menò in trionfo i duci lor perversi : 
Poscia il campo de* Gotti arso, e sconfitto. 
Mandò i barbari tutti al mar dispersi. 
Liberando 1* Italia afflitta, e serva 
Da catena indegnissima, e proterva. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 59 

E sottopose a le pelasghe insegne 
Genti vicine a lo spirar di Coro, 
Si, che per tante imprese eroiche, e degne 
Crebbe a Giustinìan fama e tesoro. 
Ma lui, che profittò, se a folli, e indegne 
Sospizi'on perde la luce, e V oro? 
Può dunque in re si gelosia di Stato, 
Che tolga il lume a chi splendor gli ha dato ? 

Ma che? Tor non ti può la gloria immensa, 
Valoroso campion, che ti circorconda: 
Siedi pur mendicante a sottil mensa, 
Dormi pur disagiato in dura sponda. 
Chiedi mercè d' un obolo in compensa 
Di trionfale, e meritata fronda; 
Che non per questo rimarrai tu privo 
D* eterna fama, e d* onor vero, e vivo. 

Forse un di fia, eh' al tuo gran merto eguali 
Formi elogi condegni eroica penna, 
E tante i gesti tuoi dita immortali 
Scrivano, quanti ha pin la selva Ardenna, 
Si che per far di lor perpetui annali 
Rasciughino d' inchiostro un' ampia Senna : 
E da cigni febei s' erga sublime 
Il tuo nome, ove il pie' Pegaso imprime. 

Hor, che t' han fatto i vivi esempi fede 
De' ciechi illuminati, osserviam quello 
eh' è seguito de' zoppi. Hor, chi là incede? 
Sembra un Lacone; è tale. Or ve* s'è snello. 
Costui marciando un di col torto piede 
Dietro al vessil d'un militar drapello. 
Perchè si vide beffeggiar con cenni, 
Disse: A pugnar, non a fuggir qui venni. 



6o POESIE DI MILLE AUTORI 

Sta seco Agesilao, e' havea sovente 

Tra i frali suoi quel detto: Il pie distorto 
Gode gran privilegi, è fatto esente 
Dal portar pesi, e dal trottare al porto; 
Non vien costretto a trapassar repente 
Con r oste in Persia, ov' altri spesso è morto. 
E di sé motteggiando: É meglio, ch'io 
Zoppichi (egli dicea), che *1 regno mio. 

Vorrei mostrarti il Tamerlan, eh* ascese 
Di privato ladron di Scitia al regno, 
E cotant' oltre il suo valor distese, 
Ch'ebbe de' Turchi il vasto impero a sdegno; 
Poiché i re loro, che 'n battaglia ei prese. 
Rinchiuse in gabbia, e con orgoglio indegno, 
Qualor fastoso cavalcar volea. 
Su le terga di quell'orme ponea. 

Ma non è qui vicin, non c'è l'umile 
Epitteto di Frigia, huom si pregiato, 
Che la lucerna sua logora, e vile 
Tremila dramme s' apprezzò in mercato. 
Ma te li mostrerò, con quel eh' a vile 
Tenne Cupido, e sol con Marte armato. 
Girando il campo, in tanta gloria crebbe, 
Che i vandalici regni in poter hebbe. 

Parlo di Genserico, il mulo ispano 

Ch' ebbe sempre di stizza il naso intinto ; 

Seminator di risse, empio ariano 

A guastar chiese, a strozzar preti accinto. 

Avidissima arpia, mostro inumano. 

D'insidie, e frenesie gran laberinto; 

Perfidissimo re, ch'alte ruine 

Fece in Roma, e sacrileghe rapine. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 6l 

Né ti nasconderò^ come addrìzzata 
Il Macedone re la coscia hor porti, 
La qual rotta gli fu da una lanciata, 
Mentre espugnava de i Triballi i foni, 
Perchè tutti costor prima, che data 
Fosse a lor sepoltura in varie corti^ 
Zoppicavan d' un pie', eh' or vivi e desti 
Dal ferreo sonno, al camminar son presti. 

E in andando vedrem fatto robusto 
Il malaticcio imperator Severo, 
A cui (perch'era di podagra onusto) 
Tentaron molti di levar 1* impero : 
Che poi, come colpevoli, al suo giusto 
Trono condotti, confessar per vero, 
Che del regio governo il fren concede 
Al capo sano il podagroso piede. 

Vedremo un re norvegio, il quale uscendo 
Diritto, e bello dal materno chiostro. 
Dal sen de la nutrice, un di, caggendo, 
Restò scrignuto, e poco men, eh* un mostro : 
Sarà forse con lui quel si stupendo 
Galba, che ne Forar tra rostro, e rostro, 
Fé' stupir LoUio, ond' esclamò, che male 
Abitava in un gobbo ingegno tale. 

E Beniamin, hanacorita santo, 
Ch' ottanta volte i datteri maturi 
Vide uscir de le palme, e cangiar manto 
A le rigide querce, a i cornii duri. 
Fu per idropisia di tumor tanto 
Duro, e gonfio, che men sòn gonfii, e duri 
Gli otri pieni di vento, e surto ha il petto 
Asciutto, piano e senza alcun difetto. 



02 POESIE DI MILLE AUTORI 

Irtaco re de gli Abissini ardea 
De r amor d' Ifigenia, alma innocente ; 
Ond'ella, che di lui forte temea, 
Corse a velarsi infra sacrata gente ; 
Quest' atto santo, ond* ei restar vedea 
Le sue speranze inaridite, e spente, 
Gl'ingombro il cor di si ferin talento 
Che die a le fiamme il virginal convento. 

Ma quelle ritrosendo, al gran palagio 
Avventaron pietose il lor furore, 
Ch* affatto il divorò, senza dar agio 
Di trasportar pur un arredo fuore; 
E nel medesmo punto, il re malvagio 
Tanta lebbra incrostò, ch'in grande orrore 
Venne a se stesso, e in cosi fier dispetto 
Che intepidi la spada entro al suo petto. 

Sembiante caso al temerario Osia 

Già tempo occorse; perchè osò fermarsi 
A r are innanzi e de la sacra, e pia 
Stola sacerdotal, folle, adornarsi; 
Che percosso dal Sol, di lorda e ria 
Scabbia veduto fu tosto impiastrarsi, 
Onde qual huom sacrilego, ed indegno 
Fu scacciato a furor del patrio regno. 

Additerotti ancor l'inclito, e prode 
Cinegiro, splendor d'Atene antica, 
Che, come vago di sovrana lode. 
Per gran pezza incalzò l' oste nemica. 
Vedendo poi, che con occulta frode 
Volea far vela a la contrada amica, 
Prese la nave con la destra mano 
Ed arrestò la fuga al capitano. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 63 

p 

Ma quella tronca da tagliente accetta, 
Soppose r altra, e questa ancor recisa, 
L' afferrò a denti, e sì la tenne stretta 
Che restò presa, e la sua turba ancisa. 
Qui, veggo in spirto, come Attilio aspetta, 
Ch' io conti, come ad esso anco divisa 
Fu dal braccio miglior la man da spada, 
Che tenea di Marsiglia un legno a bada. 

Onde con l' altra il gran vasel prendendo, 
Lo fermò si, che pria sommerso ei fue. 
Che da l'artiglio del guerrier tremendo . 
Disbrigasse il nocchier le sarte sue. 
Questi tutti, miir altri, i quai vivendo 
Fur monchi, o infetti, con le luci tue 
Sani, e interi vedrai ; però vien meco. 
Ed io di buon voler me ne andai seco. 

Cosi per questo, e quel sentier passando 
Conobbi non fallirmi alcun suo detto. 
Ma, perchè sol de' maschi iva parlando, 
Non fermai Y occhio in femminile oggetto. 
Però bramoso di venir notando 
Se anco le donne eran nel proprio aspetto 
Risurte, il chiesi, ed ei mi disse: In esso. 
Perchè non muta il risurgente il sesso. 

E la ragion (s' agogni udirla) è questa, 
Perchè il rifacitor del corpo frale. 
Nel rassettar ogni mal concia vesta, 
Pon mente al primo suo stato reale; 
Poscia a compita integrità l'assesta, 
Non recidendo in lei, salvo, che *1 male; 
Perchè dunque è natura, e non difetto 
Il sesso femminil, non vien corretto. 



04 POESIE DI MILLE AUTORI 

Né corregger sì può ; perchè alcrimente 
Se la persona non surgesse in quello 
Sesso medesmo, in che T eterna mente 
Crear la volle entro al materno ostello. 
Non si potrebbe dir veracemente, 
Che surta fusse dalF istesso avello 
LMstessa carne, essendo noto e chiaro, 
Che il sesso va con la persona a paro. 



Canto IX. 



I poeti si incontrano in due matrone: 

E cosi proseguendo il cammin preso, 
Mi disciogliea da gran viluppi il saggio, 
Fin, ch'arrivammo, ove correa disteso 
Un fiume, che già prese altro viaggio : 
Quivi incontrammo, quasi torchio acceso, 
Di due matrone il folgorante raggio, 
L' una con gravità mesta sedea. 
Ma r altra, eh* era in pie', lieta parca. 

Questa, che è genovese, prende prima a parlare. Era lieta nella 
sua famiglia, quando, per un malavventurato viaggio di suo marito 
in Sardegna, dov'ei rimase prigioniero, sola e senza risorse, fu presa 
dalla più nera miseria. Si sovvenne di essere stata amata ardentemente 
da un Luchino Vivaldi, ed a lui decise di chiedere soccorso per i suoi 
figliuoletti, che volevano pane. E, così, se ne andò a lui. E, do[>o un 
esordio necessario a dimostrargli perchè ella non avesse risposto al 
suo amore, cosi dice: 

E se or a voi presuntuosa i' vegno, 
O dei chiari Vivaldi onore, e pregio. 
Non mi tacciate per quest'atto indegno. 
Né mi ponete a dozzinal dispregio; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 6$ 

Perchè a forza di amor ciò far convegno, 
Diasi a materno amor tal privilegio: 
Ricorro a voi non per salvar me stessa, 
Ma questi figli, in cui mi veggo espressa. 

Tre sono, eccoli qui: scheletri ed ombre 
Non sembran essi a le guancette passe? 
Perchè pane non ho, con che lor sgombre 
La secca fame, e satollar gli lasse: 
Deh mirateli ben; non è chi ingornbre 
Di essi il nono anno, e se V ingombra il passe. 
Questi dèstin pietà nel vostro core. 
Magnanimo Luchin, per nostro amore. 

Per tuo amore, amor mio; per te, che sei 
Unico oggetto a la mia fiamma intensa 
(Mi rispose egli), ah, che non sol darei 
Quanto ogni mio poder dal sen dispensa, 
Ma il cor da questo petto anco trarrei, 
Pur che mi dessi omai la ricompensa: 
Che *1 mio lungo digiun per certo è degno 
Che quel cibo mi dii, eh' è d' amor degno. 

Onorato signor, germe fecondo 

D'ogni virtù, che più si pregia e stima, 
Deh, qual prestigio a vii talento immondo 
Il vostro spirto già si eccelso adima.^ 
Se amate me, l'onor mio puro, e mondo 
Amate ancora, e v' havrò sempre in stima : 
Io son ricorsa a voi sol per pietate 
Di quelle creature, arse, affamate. 

Date lor vita; io di morir non curo. 
Pur che muoia fedele al mio consorte; 
Santa onestà, tu d' infrangibil muro 
Mi circonda, e ripara insino a morte; 

DiL Bawo. Voi. vi .5 



66 POESIE DI MILLE AUTORI 

Non consentir giammai, eh' affetto impuro 
Tiranneggi il mio cor stabile, e forte; 
Ma tronco il fil de la mia debil vita 
Giunga vittima a te casta, e gradita. 



Morite, figli: io già per voi non voglio 
Far venale il mio onor, gemma si rara : 
Per voi non debbo adulterar lo spoglio. 
Onde al vostro parente ancor son cara: 
Ben vorrei (se potesse, il mio cordoglio 
Nudrirvi) star mai sempre in pena amara 
E se al vostro digiun bastasser queste 
Carni, Y havreste, figli, incise e peste. 



L* amante sì commosse, fu generoso nel soccorso, e rispettò la 
virtù della donna. 

Incomincia poi a parlare T altra matrona, Elisa, cioè Didonc 
cartaginese^ la quale racconta in qual modo, per sfuggire ali* avarìzia 
feroce di suo fratello Pigmalione, fuggisse dalla Fenicia; e, approdando 
su i lidi africani, fondasse Cartagine. Pigmalione, ucciso a tradimento 
il marito di lei, il buon Sicheo, avrebbe fatta a lei incontrare la 
stessa sorte, se l'immagine di Sicheo non le fosse apparsa in sogno 
a svelarle i disegni scellerati del fratello di lei. 

Fuggita, e fondata Cartagine, è chiesta in isposa dal re di Ge- 
tulia, che minaccia di espugnare la nuova città e di massacrarne gli 
abitanti, se ella non acconsente a concedergli la sua mano. 

Così Didone canta: 



Io, perchè son de le lor arti ignara, 

Forte mi turbo, e garro : Ah figli indegni 
De la nobil Cartagol Adunque a gara 
Non correte a morir per questi regni ? 
Io, io che donna sono, e e' ho pur cara 
La vita, unqua non fia, che per voi sdegni 
Cangiarla in morte. Andrò fra branche e morsi 
Di rapaci lìon, di rìgidi orsi. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 67 

E se pur fia mestier, eh* anco mi spogli 
Di quella maestà, che in fra voi tegno, 
E passi in Mauritania a trar gli orgogli 
Del petto al crudo re, pronta ci vegno ; 
Quando qui giunsi, e ruppi in questi scogli, 
Ove fu di condurmi il lor disegno ? 
Disse Camerte, senator sagace 
Con favella modesta, e insieme audace : 

Gloriosa regina, hor si, che mostri 

Quanto del nostro scampo a te ne caglia: 
Poiché a liberar noi da i Mauri mostri. 
Non è se non sol tu, certo, che vaglia. 
Jarba re ti chiede in moglie, e i nostri 
Tetti andran, come al foco, arida paglia, 
Se tu '1 rifiuti. Ah non voler, per Dio, 
Rovinar col tuo niego un popol pio! 

Tu sai quanto è gran re, quant' arme, e quali 
Possa spender sdegnoso a i nostri fianchi ; 
Ed allo incontro quanto poche, e frali 
Sien le tue squadre, e lor qual duce manchi ; 
Però non consentir, che in tanti mali 
Cadan le verginelle, e i vecchi stanchi, 
E sien da crude, e inacerbite genti 
Lacerate le madri, e i figli spenti. 

Se le moli, ch'ergesti, i fior, le piante. 
Che ne' giardin son, tua mercè, disposte, 
Havesser lingua, e pie', già tutte avante 
Al gran cospetto tuo si sarian poste, 
E con lagrime tali, e preci tante 
T'havrian le lor temenze in modo esposte, 
Che a si degno imeneo lieta daresti 
Il consenso, e d' amor t' accenderesti. 



68 POESIE DI MILLE AUTORI 

Perchè, se ben de la Getulia i germi 
Son barbarici, e fieri a dismisura, 
Il re però, e' ha pensier gravi e fermi, 
É di più dulce, e placida natura: 
Si che, sacra reina, i seggi infermi 
De la cittade, e le sorgenti mura 
Puoi stabilir con sponsalizie tali, 
A salvar te con noi da tanti mali. 

Io che mi vidi da Y astute genti 

Rimaner colta : Abbraccerò quel rito. 
Dissi, eh' amate. Ma convien eh' io tenti 
Prima V ombra placar di mio marito : 
Chieggo dunque tre mesi a far lamenti 
Degni d' un tale eroe, che fu tradito. 
Cosi ingannata, a lor preparo inganni. 
Ma piango intanto i miei futuri affanni. 

Pur non così, eh' io lasci i tempi inculti, 
E i forti derelitti, anzi d* intorno 
Scorrendo, apro le curie, e rendo culti 
Gli anfiteatri, e l'accademie adorno: 
Do leggi a i magistrati, e faccio indulti 
A la milizia, e col lavor del giorno 
Le notti accoppio in rifondare i porti, 
A piantar arsenali, a munir forti. 

Fra tanto ì di eh' eran prescritti al pianto 
Giunsero al fine : ond' io sovr* alta pira 
Fingo d' alzar le meste esequie, e intanto 
Tutta la reggia a brun parar si mira: 
Io poi mi eopro di funereo manto. 
Ed armo il volto di corruccio, e d' ira, 
Indi al rogo salita, al popol tutto 
Parlo, e tengo in parlando il ciglio asciutto. 



IMTORKO A DANTE ALIGHIERI. 69 

Cartaginesi miei, la vostra Elisa, 

Che voi, per farle onor, chiamate Dido, 
É qui per aggradirvi, e farà in guisa, 
Che n' uscirà dal fatto immortai grido. 
Però se piace a voi, eh' io più divisa 
Non stia da sposo, al piacer vostro arrido : 
Eccomi pronta a unirmi a quel consorte. 
Che mi destina il fato, e la mia sorte. 

Spirto del mio Sichèo, che a gli horti Elisi 
Volasti già pien di celeste zelo, 
Vientene omai a me, troppo divisi 
Stati siam noi, colpa d' iniquo telo : 
Vieni, ben mio, che sol, che *n te mi assisi 
Spirerò T alma, e giunti andremo al Cielo : 
Senza te non ho vita, e s* io respiro, 
È perchè in me passato è il luo sospiro. 

Tu moristi, amor mio, per man di tale. 
Che t' era debitor di mille vite. 
Ma che.^ Non era il mondo angusto e frale 
Scena capace a tue vinù infinite. 
La pietà santa, e la bontà immortale, 
Che far qui teco in stretto nodo unite, 
T* han riportato al Cielo, acciò che quivi 
Godi r eterno ben con gli altri divi. 

E però meglio anzi seguir morendo 

Te, che mai compartir con altro amante 
L* unico amor, che ti donai vivendo, 
E serbai casto a le tue voglie sante. 
Anima bella, a questo colpo orrendo. 
Per cui passo a baciar V alme tue piante, 
Pon mente, e questa vittima infelice 
Ch'a te consacro, accogli in sen felice. 



70 POESIE DI MILLE AUTORI 

Nò più dissi, e '1 pugnai nel petto immerso, 
Su lo stesso cadei pallida, esangue. 
Restò il popolo allhor di ghiado asperso, 
Senza cor, senza moto, e senza sangue. 
Indi al pianto, a le strida ognun converso. 
Mugghia, qual toro fier punto da 1* angue, 
E cresce tanto in ogni parte il grido 
C!i* arsa Cartago par, sommerso il lido. 

D' Ercole in tanto i sacerdoti avvinti 

Con ghirlanda di pioppo il crine intorno, 
Cantan nenie lugubri a i membri estinti, 
E pregan requie a l'alma, e buon soggiorno; 
Poi le ceneri, scalzi, e i lombi accinti. 
Raccolte in un vasel di gemme adomo; 
Con lagrime divote, e rito pio 
Implorano per me gli huomini e Dio. 

Condotte al fin le cerimonie, avante, 
Che di là si partisse il buon Senato, 
Decretò, che mi fosse in vèr levante. 
Vicino a quel di Giuno, un tempio alzato. 
In cui si desse a me pudica amante 
Il culto, eh' a gli Indigeti vien dato ; 
E due sacerdotesse havesser cura 
Che non entrasse in quel mai Taide impura. 

Con tutto ciò tu pur, Maron, mi desti, 
Voce di poca onestà in falsi accenti: 
Ma ti perdono; perchè in grazia il festi. 
De le nemiche a noi latine genti: 
Che sai ben tu, eh' a denigrar miei gesti. 
Gli anacronismi tuoi non son possenti; 
Perchè anzi al mio natale Enea fu almeno 
Sessanta lustri, onde non l'hebbi in seno. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 7I 



Canto X. 

In questo Canto, in prima, il poeta parla di papa Celestino che 
fece r alto rifiuto. Ma egli non è del parere di Dante, e si sforza di 
dimostrare che ebbe ragione ; e come fu suggerito da uora saggio ed 
esperto : 

Poiché r occhio del senno alta lumiera, 
Cristallino fanal del corpo umano, 
M' ha con la viva sua luce sincera. 
Fatto il dubbio del sesso al tutto piano, 
Sol mi resta a saper se in questa schiera 
De' risurgenti, converrà il sovrano 
Choro de' papi : o se pur fatto esente 
Per l'altezza del grado, ei starà assente, 

Non istarà, diss' ei; che nullo al mondo 
Goderà indulto tal, sia si pur grande, 
Per mitra, per corona, o pur per pondo 
D' oro, e di gemme, che V Osir gli mande : 
Legga pur nel liceo, parli facondo. 
Viva inerte, o componga opre ammirande. 
Perchè vuol Dio, eh' ognun qui di presenza 
Oda r ultima sua giusta sentenza. 

Confidin pur ne le lor forze altere, 
E Titano, e Tirinto, e Capaneo, 
Vanti il Siracusan suo' ordigni, e sfere. 
Con cui quasi a le eterne invidia feo: 
Inganni Zeusi col pennel le fere, 
E Parrasio di lui spieghi trofeo; 
E scopra ignoto ciel Colombo illustre. 
Misuri i monti Dicearco industre. 



72 POESIE DI MILLE AUTORI 

Muova Terpandro il suon, Tamira il canto, 
Pugni forte Straton, Icharo voli, 
Vada Plano accattando in duolo, e in pianto 
E Taurea smorto dal Roman s' involi. 
Porte di piombo il cor Domizio, e vanto 
Si dia Sardanapal, eh' al vizio immoli, 
Che verran tutti, a lor malgrado, in questo 
De r esame comun campo funesto. 

Anzi omai son venuti e *1 gran consesso 
De i pontefici alloggia oltre quel ponte. 
V* è Celestin, diss* io, che il gran eccesso 
Fé' in lasciar Roma per ritrarsi al monte ? 
Perchè mi chiedi ciò? Non parlar d'esso, 
Diss* egli ; ed io : Per riportar ben conte 
Da lui tai cose, onde si variamente 
Ne ciarla ancor la più minuta gente. 

E però se non hai qualche risguardo, 
Fin là mi scorgi; ed ei: La strada è corta, 
Vanne da te, come vuoi presto, o tardo, 
Ch' al loco lor questo sentier ti porta : 
Ma pria eh' al ponte arrivi, alza sguardo, 
Che rivedrai la tua primiera scorta. 
A tanto avviso i passi corti, e lenti, 
Commutai in lunghissimi, e correnti. 

Il poeta non segue il consiglio di Dante, il quale non vuole 
sentire a parlare di papa Celestino, che, per lui, fece per viltade il 
gran rifiuto, e si avvia a quella volta. E si incontra còl suo angelo 
custode che gli dice: 

Hor potrai 
Scerner da te, senza l' altrui palpebre, 
Che sia tra i Frigi Ettor, fra i Greci Ulisse, 
Qual di progenie vii, qual di célèbre : 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 73 

Ma, com' altri morio, com' alcun visse, 
Quel eh' oprò in faccia al sole o fé' in tenebre. 
Se vorrai nota aver, d' uopo ti fia 
Ricever di ciascun la cortesia. 

E ciò detto spari, eh' io più noi vidi, 
Tornando forse, ove il cemento ei prese. 

II poeta cimmina e volge gli occhi in giro, e dice alla fine : 

Celestin quinto appresso il ponte miro. 

Stava egli in pie' dietro a un macigno acuto, 
Rapto da zelo, e in alto i rai tendea. 
Fisi cosi, eh' un simulacro muto 
D' immobil bronzo, anzi, eh' un huom parea. 
Me gli appressai pian piano, e non veduto 
Stetti quatto a mirar ciò, che facea; 
Poi quando il vidi, a risentirsi alquanto, 
Reverente gli dissi: O Padre Santo! 

Si contorse il buon vecchio : E che m' onori 
Di titolo, eh' a me non quadrò mai ? 
Noto è pur, disse, che i suo' gran splendori 
Dopo un semestre volentier lasciai: 
E per questo io mi sto disgiunto, e fuori 
Del sacro concistoro, e fuor di guai : 
Che s' io reggea più lungamente il mondo, 
Gito forse sarei nel gran profondo. 

Padre mio, replicai (tralascio il santo, 
Ch' a voi non piace), un gran bisbiglio s' ode 
Che abbiate rifiutato il papal manto. 
Che, ben portato, è di gran merto, e lode: 
E come, eh' altri in ciò ve ne dia vanto, 
Altri in contrario vi rampogna, e rode. 
Credendo, che non v' habbia a tal rifiuto 
Spinto zelo divin, ma un huomo astuto. 



74 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ed egli : Acciò, eh' ornai se n' esca fuore 
De le tenebre il ver, né più tramonte, 
Sappi, figlio, che quando al primo onore 
Mi chiamò Roma da T alpestre monte. 
Mi turbai si, eh' un reo men sente orrore, 
Quando al colpo mortai soppon la fronte, 
Perciò gridai pien di dolor, di pianto: 
Non viene a me, non fa per me tal manto. 

Troppo gli omeri miei son curvi, e frali 
Per sostener cosi importabil peso, 
Cercate spalle a tanto palio eguali. 
Perchè non resti il Vaticano offeso; 
E me lasciate in questi ermi casali, 
Dove gli anni più verdi in pace ho speso: 
Tornate a retro, figli, e '1 santo ufl5cio 
Dieno que' Padri a più sovran gìudicio. 

Ma, perchè indarno le parole io spargo, 
Supplicandomi ognun, che '1 regno piglii 
Penso al fuggir ; ma come poi m' allargo. 
Trovo a la fuga trappole, e vincigli; 
Che sta la gente occhiuta, assai più d'Argo, 
E mi tien, non che gli occhi, a i pie gli artigli. 
E cotanto m' incalza, e preme, e prega 
Per amor di Giesù, eh' al fin mi piega. 

Giunto in Aquila dunque, il capo scarno 
Soppongo a tre gravissime corone; 
Ma veggo tosto che mi struggo, e scarno 
Sotto tal soma, onde cadrò boccone : 
Vedo, che '1 buon Latin s'adopra indarno 
Per sostenermi, eh' io vo pur carpone ; 
Perchè ignaro del mondo, e de' suoi tratti. 
Non son atto a sbarbar gli altrui misfatti. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 75 

E i gran negozi, che da quello, e questo 
Regno venianmi, entro al rotar d'un giorno, 
E eh' io non intendea, stupido e muto 
Rimaner mi faceano, e pien di s.corno: 
Ma d' ogn' altro pensier vie più molesto 
Mi era T udir, come di giorno in giorno 
Si faceva a gli abusi un largo foro, 
E la sedia perdea del suo decoro. 

Meco dunque ristretto una, e più volte, 
Risolsi al fin sottrarmi a si gran salma, 
E tornar a goder sotto le volte 
Di Magella, e Moron silvestre palma : 
Dove lontan da le spinose, e folte 
Cure mondane, hebbi si lieta V alma, 
E dove il pie non mai furtivo adduce 
L' ambizion, eh' a vaneggiar ci induce. 

Ma perch' io non sapea, s' a me permesso 
Fusse dal Cielo, o da le leggi umane. 
Il depor tanta mole, i' volli espresso 
Intender ciò da dotte menti, e sane. 
Rimetto dunque il dubbio al gran consesso 
De' cardinali, il qual sciolto rimane. 
Con la parte del si, mercè del raro 
Spirito Gaetan, che '1 pose in chiaro. 

Questi quando senti eh' io m' havea in core 
Fermato di lasciar 1' alto governo, 
Non solo per salvar da sconcio errore 
La mia semplieitade, e da mal scherno, 
Ma perchè succedesse altro pastore 
Di me più esperto nel maneggio esterno. 
Mi venne a consolar con pura fede 
In questo dir, che 'n mente ancor mi siede. 



76 POESIE DI MILLE AUTORI 

Beatissimo Padre, il pensier vostro 
È pensier degno de le eterne altezze, 
Perchè V abbandonar si nobil chiostro, 
E di tal. monarchia l'ampie ricchezze, 
Non è viltà, ma di gran spirto un mostro 
Ch* eroico aspira a Y immortai grandezze ; 
E *n vero il disprezzar pompe e tesori 
Non lo san far, se non gli eccelsi cori. 

Que' magnanimi cor, che i bissi e gli ostri. 
Come lane caprine hanno in dispregio: 
E gli ori stessi per cui vien, che giostri 
Con la morte il mortai, non hanno in pregio: 
Anzi li fuggon più, che fieri mostri 
E declinan del mondo ogni alto fregio: 
Conoscendo eh' al fin manca, e svanisce 
Ciò, che '1 senso de 1' huom tenta, e invaghisce. 

Taccio, che lo spregiar ciò, ch'altri pregia. 
Di caduco, e mortai, per girne a Dio, 
È di vera virtù prova sì egregia. 
Che '1 martirio è di lui poco più pio. 
Quindi Lottarlo la sublime, e regia 
Cesarea maestà posta in oblio, 
Mutò in aspra cocolla, e 'n parca mensa 
L' abito augusto, e la regal dispensa. 

Duo re de 1' alta Scozia, e '1 buon Giovanni 
Possessor de 1' Armenia, il lor retaggio 
Lasciar negletto, e con spediti vanni 
Fecero a bassi chiostri umil passaggio: 
Cosi posti in non cale i suoi Britanni 
Ina si ascose in un burron selvaggio: 
E Giosafat, del re Avenir buon figlio, 
Prese con Barlaam romito esiglio. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 77 

Veremondo, ed Adolfo a gì' ampli tetti 
Date le spalle, entraro in strette celle, 
E di franchi guerrier gli armati affetti 
Mortificò professione imbelle. 
Trebellio, quel che con battesmi eletti 
De' Bulgari lavò le colpe felle, 
Non sdegnò di cangiar cena superba 
In severo digiun d' ignobil' erba. 

Fé' da le reggie morbide, e calcate 
De r Etiopia Eksbaan tragitto 
In cella angusta con humil pietate, 
E solo pane, e menta hebbe per vitto. 
E Bobilao le fulgide celate, 
Che adoprò re de la Polonia invitta, 
Gettate a T aria, in farsettaccio vile 
Se ne gì errando peregrino humlle. 

Dìoclezian, che s' acquistò lo scettro 

De la Donna del mondo, e *n fama crebbe 
Tanto a' suoi di, che del Meonio plettro 
Più che Pellde meritevol s' hebbe, 
Fatto d' argento il pel, che pria d' elettro 
Era, di tante brighe al fin gì* increbbe ; 
Onde a schifar si travagliosi impacci, 
Vien, che posa in Salona ei si procacci. 

Simile, eh' onorò la prefettura 
Più, eh' essa lui, e che si grande in corte 
Fu d' Adrian, sazio d' onor procura 
D' aprirsi a vita placida le pone, 
E fa morendo in su la sepoltura 
Queste note scolpir famose, e scorte: 
L' huom, che qui dorme, e fu in vigilia tanta. 
Visse duo lustri, e mori d* anni ottanta. 



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7$ POESIE DI MILLE AUTORI 

Fra i chiari esempi, che continui manda, 
Dal suo gran seminario Adria famosa, 
L' uno è Participazio il qual comanda 
Nel dogato molt' anni, e poi riposa : 
Ma fu la. posa in lui tanto ammiranda, 
E per r utile altrui si fruttuosa, 
Che di nuovo la patria il fa suo duce, 
E pur di nuovo ei cede tanta luce. 

L' altro patrizio è il buon Orseolo, amante 
De r etema beltà, verace e fido, 
Che per serbarsi in tal amor costante, 
Lasciò il gran corno, ond' havea immortai grido; 
E condottosi in Francia ignoto, errante 
Prese tra folti boschi irsuto nido. 
Posponendo a si pii, devoti esigli 
L* aver, gli amici, la consorte, i figli. 

Ma chi tacer porla V immortai gloria, 
Che te Pier Damì'an lieta circonda ? 
Poiché del tuo gran fatto alta memoria 
Ne serba 1* aria, il suol, la fiamma, e V onda ? 
Tu del capei vermiglio, ond* altri ha boria, 
Denudasti (o gran cuor) la treccia bionda. 
Che poscia incanutita in grotta alpina 
Fu coronata in Ciel d' edra divina. 

Ma qual lingua nettarea il mei stillante 
Riferir può, che sugge il cor fervente 
D* un pio contemplator da V alme piante 
De r Empireo giardin, che gel non sento ? 
Raccogliam pur in un le varie, e tante 
Delizie, che assaggiò quel sì eminente 
Re di Sion, che tutto è nulla a petto 
D* un* estasi, eh' a Dio leva V affetto. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 79 

Perchè in fatti vediam, che Y huomo, in quanto 
È cittadin del mondo, il mondo ammira ; 
E come tale ha per suo re quel santo 
Nume, che ferma il centro, e i cieli aggira : 
Ma in quanto è parte d' un angusto canto, 
Come di Paflagonia o di Quivira, 
È una gente affannosa, a cui per capo 
Sì dà sovente un rigido satrapo. 

Poi, s* è del meritar certa radice 
La carità, che in amar Dio consiste, 
E il prossimo per lui ; se è più felice 
Ne r oggetto divin figger le viste 
Che su r uman, la gran ragion si dice 
Che maggior merto il solitario acquiste. 
Nel contemplar il Ciel, che chi s* adopra. 
Perchè il povero cibi, o di vel copra. 

Affermiam dunque, eh' è più degna assai 
Maria, che Marta, e più Rachel che Lia : 
Perchè Marta si turba, e sente guai 
Mentre dietro a gli affari ognor s' invia ; 
E r altra ha cosi infermi, e lippii rai 
Che '1 deluso Giacob da lei si svia. 
Ma Rachele, e Maria son cosi belle. 
Che con lor di beltà perdon le stelle. 

E però quanto al capo il tallon cede. 
Ed a l'occliio la man pronta soggiace; 
Quanto il Ciel cristallin d' altezza eccede 
La bassa Terra, che 'n suo punto giace; 
Tanto la vita, che mantien la fede 
Sollevata a quel Ciel, eh' è Ciel di pace. 
Avanza in merto, in nobiltà, in bellezza 
L* altra, che operatrice il mondo apprezza. . 



80 POESIE DI MILLE AUTORI 

A tanti esempi, ed a ragion sì vive 

Da si dott' huom portate, allargo il petto; 
E do un sospir, qual su le piaggie estive 
Sitibondo suol dar stanco valletto; 
Perchè, mentr* ei parlava in su le rive 
Di Moron trasportai V antico affetto, 
E col rappresentarmi innanzi il loco 
Più vivo feci il mio sorgente foco. 

Fin qui parlò il romito, onde a lui dissi: 
Dunque non s' avverò, che in duro stato 
Di tenebrosa carcere moristi ? 
Morii, fu vero; ma non mal trattato. 
Né come prigioniero in Fumo vissi; 
Morii; ma vecchio ed egro, e ben curato. 
Non di velen, non di penuria estinto, 
Ch' al mio ben Bonifazio ognor fu accinto. 

E fé* da saggio a ricovrarmi in modo 
Sicuro, scevro da la plebe ardita. 
Che con perverso, ed implacabil grido 
Tentava di tramar gran scisma ordito; 
Però grato mi fu V haver si fido 
Ricetto in cui menai posata vita, 
E dove consumai quel corso estremo. 
Che rimaneami, quasi in dolce erèmo. 

Che dir non ti potrei con quanta gioia 
Nel cospetto de' Padri io mi levassi 
La tiara di capo, e la gran gioia 
Di dito, e de' sandali i pie nudassi; 
Né con qual gusto per sottrarmi a noia 
Del palio, e di tutt' altro io mi sgravassi ; 
Cosi al loco, a 1' ufficio, ed a l' onore 
•Cedendo, uscii d' ogni travaglio fuore. 



IKTORKO A DANTE ALIGHIERI. 8l 

II poeta, saputa tutta la storia di papa Celestino, è preso dalla 
fregola di conoscere qualche cosa intorno alla papessa Giovanna. 
E ne chiede a Benedetto terzo, il quale gli risponde che egli fu gra- 
valo de la romana veste dopo la niesta ecclisse di Leon quarto. £ 
soggiunge : 

Nulla di men duo stampator proscritti 
Da la Chiesa, ed in spezie Eroldo infido. 
Pose di Marì'an dentro a gli scritti 
Donna infame, e le die di papa il grido, 
Con assegnarle i tempi a noi prescritti 
Dal fatto istesso, e da un torrente fido 
Di scrittori, Giulielmo, Onorio, ed Ado, 
Lupo, Burgondo, Alberto, Ugo, e Corrado. 

Né solo questi, ma molti altri insieme 
(Che né voce, né sedia a costei danno) 
Dopo r esequie di Leon supreme. 
Solo me successor concordi fanno. 
Ed Eroldo, e' ha sparso un si mal seme 
Fra r opre de lo Scoto a bello inganno. 
Come impostore è dal Nolan ripreso, 
C* ha r esemplar da tal zizzania illeso. 

Anco Stefano Enrico hebbe ardimento 
Ne la cronica por del Gemblacense 
Lo stesso fallacissimo argomento. 
Per coprir gli occhi altrui di nebbie dense; 
Ma Alano Cosso con mirabil vento 
Le disperse, e i suoi lampi in tutto spense, 
Perchè mostrò Y autografo sincero 
Da si fatta impostura antico e vero. 

Certamente, diss' io, non mai da Scoto 
Venne ciò scritto, e men da Sigiberto ; 
Perché prodigio tale a i lor di noto 
Non fu, che V avrian fatto almeno aperto 

Del Balio. Voi. VI. 6 



82 POESIE DI MILLE AUTORI 

Reginon, Luitprando, Emonio, ed Oto, 
Zorara, Vittorin, Erman, Lamberto, 
Leone e Ghia, over Giorgio Cedreno, 
Che di cose più lievi il mondo han pieno; 

Ma taciuto r havrian tant' altri infesti 
A r Gnor de' pontefici, e tra loro 
Quel Fozio, che tenea vigili, e desti 
Gli occhi, e gli orecchi sovra il concistoro 
Per raccoglier non sol da detti, e gesti, 
Ma da cenni, mancanze al buon decoro ? 
E pur di tanta finzi'on non disse 
Parola mai, né mai sillaba scrisse. 

Pur me tragge a dubbiar Martin Polono 
(A lui diss' io) che va narrando come 
S'appellava Giovanna, e ch'ella al suono, 
Che portava d* Atene intorno il nome. 
Fé' tosto a quello studio il pensier prono; 
Onde in spoglie maschili, è in corte chiome 
Laciò la Gran Brettagna, e col suo amaute 
Vèr la dotta città drizzò le piante. 

Dove in ogni dottrina a pieno istrutta, 

In men d' un lustro, in nobil stima crebbe. 
Poscia di là partita, e in Roma addutta. 
Vie maggior gloria a la sua fama accrebbe. 
Perchè a legger in cattedra condutta. 
La corte, che V udì, gran stupor n' hebbe ; 
Onde in concorso dal comun giudicio 
Promossa venne al pastoral ufficio. 

Ma pregna alfin del suo amador latente. 
Nel venir da San Pietro al Laterano, 
Fra il gran Anfiteatro, e San Clemente, 
Gittò dal ventre il suo portato al piano: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 8j 

E soprapresa dal dolor, repente 
In tal loco forni suo corso umano: 
Per questo torce a man sinistra il piede 
Chi nel seggio di Cefa a lei succede. 

Onde in memoria di si strano evento 
La gente di Quirino erse in quel loco 
Donna di marmo, ed un bambin, che spento 
Quivi rimase, dopo lei, di poco. 
Quindi i Padri trovar savio argomento, 
Per evitar ne V avvenir tal gioco, 
Un sedile al di sotto alquanto fesso, 
Onde apparisce de gli eletti il sesso. 

E Benedetto a me: Questa perversa 
Chimera non ha più nel mondo parte; 
Che de la falsità nel pozzo immersa 
L' hanno già mille penne, e mille carte ; 
Però, eh' Atene allor giacca sommersa 
Ne le mine, senza studio ed arte. 
Quando da V Inghilterra usci col vago 
La detta Giana, e la sua fìnta immago. 

Che certo finta Y ha spirto mendace. 
Non nel suo originai Martino inserta, 
Suffrido, che quel hebbe ancor vivace 
Ne le proprie sue man, del ver n' accerta ; 
E '1 detto AUasio, che un non men verace 
Manuscritto letto ha, fa fede aperta, 
Come il testo è incorrotto, e '1 margin netto 
D' un cotal mostro favoloso, inetto. 

Né infatti par, eh' ombra di ver ci dia, 
Ch' una donna di ciel tanto straniero. 
Non mai passata per la retta via 
De i gradi sacri, onde passò già il clero. 



84 POESIE DI MILLE AUTORI 

Fin da Pietro a Formoso, e tuttavia 
Passa, e deve passar chi vuol V impero 
Di quelle chiavi, con le quali in Terra 
S' apre a innocenti il Cielo, e a rei si serra. 

Perchè non eran mica allora i Padri, 
Né il clero, o i senator si male accorti. 
Che d' una donnicciola a gli occhi ladri. 
Al mento imberbe, a i detti acuti, e scorti 
E ad altri segni, ond' egli avvien si squadri 
De r impudiche femmine le sorti. 
Non si fosser avvisti a la fin fine, 
Ch* era costei qualche novella Frine ! 

E se non altri, i camerieri eletti 
A vestirla e spogliarla, entro a sua stanza, 
Un di certo adocchiati havriano i petti 
Rilevati, e di lei la gravidanza : 
Onde poi fuor di quei riposti tetti. 
Dove rado il silenzio ha dimoranza, 
Havrebbon di tal fatto a bocca piena 
Fatto gran tromba in triviale arena. 

Ma chi dei cortigiani a i lumi aperti 
E del popol roman può star celato ? 
Son quai segugi a rintracciare esperti 
V esser de' forestieri in ogni lato : 
Stati dunque sarian prima scoverti, 
Che promossa ella fosse al gran papato. 
La patria, il sesso, e '1 drudo anco di lei 
Da tanti, e tanti scaltri occhi lincei. 

Poi, come donna di sua età nel fiore, 
E ben congiunta ad un Berton suo pari, 
Non ingravidò mai; poscia al freddore 
De gli anni partorì frutti si amari ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 85 

E se sapea d* esser vicina a V bore 
Del parto, onde il riposo avvien, eh' impari 
Ogni pregnante, deh, perch' ella fuora 
(S' era sagace) uscio di sua dimora ? 

E come andò dal Vaticano albergo 
A Lateran, se non havean tal reggia 

I papi allhor, che Costantin (da tergo 
Lasciata Roma) a lor donò per seggia ? 
Né le due statue hebber di donna il tergo, 
Nò il viso di bambin; però vaneggia, 

O *1 detto, o *1 guardo di quel falso autore, 
Ch' osò dar vita a si nefando errore. 

Perch* io le vidi, e so, eh' un sacerdote 
Ethnico figurava il maggior sasso 
E il minor un ministro, ambo di cote 
Cinti, e '1 giovin parea d' un lume casso : 
Ma qual insano, o scimunito puote 
Rampognar tal città d' error si crasso, 
Quale stato sarebbe il serbar vivo 
In vivi marmi un fatto affatto schivo ? 

Che poi dal Colisseo per via distorta 

II pontefice passi al Laterano, 
Rispondo che noi fa, perch' ivi morta 
Creda la Inglese, che ciò tien per vano ; 
Ma perchè il passo è quasi angusta porta 
A la gran calca, che il signor sovrano 
Precede, e segue, di cavalli e fanti, 

O pagati, o devoti, o supplicanti. 

E se ab antico in perforato scanno 
Sedean gli eletti, questo fu in mistero 
ly insegnare umiltate a quei, che vanno 
Quasi da basso sterco a regno altero: 



86 POESIE DI MILLE AUTORI 

E in segno, eh' essi ancor soggetti stanno 
De la Natura al debito primiero; 
Onde havesser del lino arso memoria, 
Che cosi passa ogni mondana gloria. 

Resta a veder, come si insulsa fola 
Vegna da i novator male abbracciata; 
Perchè Y errante lor stupida scola 
Fa, che V asserta già ne V Anglia nata, 
Colà in Magunzia a trar sua origin vola. 
Quasi Magunzia sia d* Anglia contrata; 
Ma come al suo natal dan vario il loco, 
Cosi il nome di lei varian non poco. 

C hor la nominan lusta, hor Isabella, 
Spesso Gilberta, e talor anco Agnese, 
E la diversità de i tempi, in eh' ella 
Posta vien, la bugia rende palese; 
Chi fa, che al tramontar di quella stella. 
Che quarta infra i Leoni al trono ascese. 
Sormontasse costei nel grado istesso. 
Che sormontammo noi, eh' è fallo espresso. 

Altri vuol, che al seguente anno ciò fosse; 
Questi al settimo, e quegli entro a 1' ottavo ; 
Guata confusìon di menti grosse, 
E di giudicio apertamente pravo : 
Ma pur le giuste altrui valide scosse 
Smoverian più, che lor, l' indico Imavo. 
Lascio, che inverisimile ha già fatto 
Il nome sol di femmina un tal fatto. 

E perchè inverisimile ? diss' io ; 

La casta Eugenia in Alessandria pure, 
Tonduto il crin. Io scapolar vestio, 
E fu creduta un uom di sante cure: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 87 

Marina ancor per isposarsi a Dio 
Sconosciuta tra Padri agre ponture 
Sofferse, e come fornicano frate 
V altrui prole nudrl con caritate. 

Pelagia, e tu per star celata, ahi quante 
Discipline provasti, e duri imperi? 
Chi conobbe giammai Popula in tante 
Cariche avute da rettor severi ? 
Ed Eufrosina con pudiche e sante 
Virtù, non visse entro a cenobi austeri 
Di monaci, e sott' abito mentito 
Non condusse alte preci a fin gradito ? 

E *1 Pastor santo a me : Gli esempi addotti 
Creder si pon; che pochi frati al lodo 
Entran de Y accettar giovani, indotti 
Da zelo buon, d' obbedienza al nodo : 
Ma dove il clero, e *1 popolo ridotti 
Stavano in queir età per trovar modo 
A tanta elezi'on, non potea 1* arte 
D' una donna gabbar si savia parte. 

Pur ciancia il volgo (io dissi), e tien, che questa 
(O sia favola anile, o storia incerta) 
Da qualche verità levi la cresta. 
Poiché tant* anni ancor non V han diserta. 
Ed egli a me : Dassi a Y instabil testa 
De r ottavo Giovanni accusa aperta 
Perchè tornò di patriarca al segno 
Fozio, gran peste, e semivivo indegno. 

In cui riporlo non mai volle il grande 
Nicola, ne Adrian costanti, baldi, 
Che di Barda sprezzar 1* empie domande, 
Di Michel r ira e i preghi altrui più caldi. 



88 POESIE DI MILLE AUTORI 

E però il vulgo allhor sparse in più bande, 
Ch' uomo in questo non fu di spirti saldi. 
Ma che mutò pensier qual femminella; 
Inde nacque per lui questa novella. 

E come bestia, di più capi audace, 

Rovesciò anche il romor d' un tal figmento 
Su '1 decimo Giovanni, a cui vivace 
Matrona die favor, sì che il suo vento 
L' alzò a quel Ciel, eh' è bel, ma non dà pace 
Se non a chi per Dio spende il talento. 
E perchè in grazia sua grazie facea. 
Monna papessa, e non papa il dicea. 

Ma perchè la bugia rimane esposta 
A mille metamorfosi, e sovente 
La colpa di Lucilio è a Lelio apposta, 
Che 'n sua instabilità fallisce, e mente; 
Sappi, eh' assai più al ver colui s' accosta. 
Che r origipe reca a 1* Oriente, 
Dove r imperadore eunuchi, e donne 
Vesti di pontificie, e sacre gonne. 

Però Leon, che fu chiamato il nomo, 
Forte ruggio contro Michel, ch* avea 
Posta con V Acridan tal razza al trono 
Episcopal, eh' abominar dovea : 
Quinci di episcopessa il nato suono 
Colà in Bisanzio, il mar scorse, e fé' rea 
Roma innocente, perchè sparso in essa 
Da mal seminator, spuntò in papessa. 

Quinci in odio e disnor de la sovrana 
Maestà pastoral, la setta infida 
Di Madelburgo, invenzìon si vana 
Divulgò, come storia antica e fida. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 89 

Che poi creduta da la turba insana 
Suscitò d' ognintorno ingiuste grida: 
Che tosto il pazzo la menzogna apprende, 
Ma tardi il ver, benché sicuro, intende, 

Sendo simile al cispo, a cut molesto 

É il sol, ma il buio a lui non rende noia : 
Ma chi non sa quanto ciascun sia presto 
A raccorre il mendacio al par di gioia ? 
Che passando da i padri a i figli, e questo 
Poscia a nepoti e pronepoti, annoia 
Chi lo tenta sbarbar; perchè s* afferra 
Per lunga età quasi in tenace terra. 

E che i portenti, che la plebe ignara 
Una volta stimò certi, e sinceri. 
Si mischino col tempo entro a la chiara 
Istorica famiglia, e sembrin veri. 
Il tempio della Pace, opra si rara. 
Che arse mentre fu Commodo agi' imperi, 
Creder fece un autore al popol tutto 
Ch' al nascer di Giesù fosse distrutto. 

Passò la fama al lucido Oriente, 
E si distese al tenebroso Occaso, 
Che sette giovinetti in grotta algente 
Duo secoli dormir : falso era il caso : 
Ma quando a la plebea ruvida gente 
Fu per vero, e per certo a pien sùaso, 
Molti anco saggi entraro in tal credenza ; 
Tant* ha il comune error forza e potenza. 

È però saggio avviso il non dar fede 
A tutto ciò; che il volgar fiato adduce : 
Ma dimmi, se il gran Dio nocchier risiede 
A la nave di Pietro, e la conduce. 



90 POESIE DI MILLE AUTORI 

Come permesso avria, che 'n essa il piede 
Ponesse donna, e di lei fosse duce, 
Se incapace è per legge, e per natura 
D' ogni sacerdotal menoma cura? 

T' affissa in quante vuoi pitture, e carte, 
Ch* habbiano anzi Martin le man vergate, 
E contemplale pur di parte in parte, 
Ch' orma non troverai di sue pedate: 
Perchè dal buon Leon me non disparte 
Un biennio, ma sol poche giornate, 
Né può fra questi papi il suo fitizio 
Biennio entrar, senza rottura o vizio. 

Se costei, dunque, io dissi, unqua non ebbe 
Vita in natura, ma dal nulla fuore 
La trassero V Erinne, e 'n seno crebbe 
De la pazza Eresia, fonte d* errore. 
Poiché nullo si può, né a lei si debbe 
Tra pontefici dar ricetto, o onore. 
Tomi ratta, onde venne, al cieco fondo, 
Cli' assai deluso ha con sua larva il mondo. 



Canto XL 

In questo Canto il poeta incomincia a contare la leggenda, al 
suo tempo, molto diffusa, intorno alla fuga di papa Alessandro III 
a Venezia per chiedere soccorso a quel Senato contro Federico Bar- 
barossa. Alessandro III narra che, per sfuggire air ira del prepotente 
teutone, che aveva fatto sedere sul trono aurato lo spergiuro Ot- 
tone, si era ricoverato sul monte Gargano, e soggiunge: Di là io 
m' era posto in mente di recarmi a Bisanzio alla corte del greco 
Emanuele. Indi continua: 

Ma ripensando meglio, esser non parmi 
Buono disegno tal, mentre le morti 
Che die' V empio co '1 gesso a gli Alamanni 
Mi reco in mente ed i pelasgi inganni. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 9I 

Risolsi adunque di mutar naviglio, 

E li condurmi, ove di mezzo a Y acque 

Regna città, che per divin consiglio. 

Serva di fé, franca d' imperio nacque, 

E nascendo die tosto a i vizi esiglio 

Onde al mondo ed al Ciel più, eh' altra piacque, 

Sendo parto de T un, parto de 1' altro, 

Queto, giusto, fedel, sicuro, e scaltro. 

Perchè mi rammentai, che quando il fiero 
Hunno (incendio fatai) Y Enotria ardea, 
L' afflitta gente al tutelare impero 
Di questa gran reina il pie* volgea, 
E perchè mai non alterò il primiero 
Tenor di vita, onde diletta, e bea, 
Ad essa lieto ogni stranier concorre, 
Com' a patria comune, e ferma torre : 

Venni dunque a Venezia, e 'n su 1* arena 
Non ben stampato il pie', da tal sembianza 
Tutto sentii rifocillarmi, e piena 
Farsi r alma di gioia, e di speranza : 
Onde rivolto a lei, come a serena 
Monarchessa de 1* acque, e vera stanza 
De r umana prudenza, i puri affetti 
Del mio cor le scopersi in questi detti : 

Salve, fior di giustizia, aitar di pace. 
Fondaco di pietà, forte sostegno 
Di quella libertà, eh' ancor vivace 
Per te serva l' Ausonia in servo regno ; 
Tu di religìon santa, e verace 
Sei metropoli eccelsa, e tempio degno 
De la munificenza e de 1* onore. 
Che 'n te regna, e 'n te sparge il suo splendore. 



92 POESIE DI MILLE AUTORI 

Salvi a te, gran repubblica, il felice 
Tuo regno in terra, e in mar Y Eterni tate; 
Poiché di semidei se' genitrice. 
Fontana di valor, Sol d* onestate : 
Te benedica il Ciel, vera nutrice 
Di gentilezza, e specchio d' amistate, 
Paragon di bontà, centro di gloria 
Ferma, eh' eccede ogni moderna istoria. 

A te scudo de' papi, arco e faretra 
De la casa di Dio, fé' già ricorso 
Leone il nono, e dalla fiera, e tetra 
Tempesta de* Normandi hebbe soccorso. 
Tu fusti vallo, e inespugnabil pietra 
A r afflitto Giovanni incontro al corso 
De' Saraceni, e benché inferma in sede. 
Mostrasti a Onorio la tua ferma fede. 

Tu con si rari esempi, e più con quello 
Di Gregorio secondo, ardir mi desti 
Di tramutarmi al tuo fidato ostello. 
Propugnacolo invitto a i casi infesti, 
Poiché contro Leon, distruttor fello 
De le immagini sacre, il proteggesti. 
Senza temer (poco robusta ancora) 
L' armi di lui tanto possenti allhora. 

Alessandro, indi, racconta di aver voluto rimaner celato in Ve- 
nezia sotto mentite spoglie. Un peregrino francese svelò il suo nome 
e le sue qualità al Senato. A questo, il doge si butta ai suoi ginocchi 
e tenta di baciargli, a viva forza, il piede. Egli a lui: Tu eccedi; e 
non osa ancora svelarsi ; ma il doge gli risponde: Tu sei Alessandro III, 
il vero nocchier de 1* alme e il pio rettor del clero. E, in tal modo, 
prosegue : 

Però non ti celar, pastor beato; 
Ma ripiglia di Cefa il palio santo; 
Non temer di perfidia, il mio Senato 
Non usa di Sirena infido canto; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 93 

Qui si vive a schiettezza, il nostro prato 
Non asconde la serpe in verun canto: 
Ciò che veneta lingua esprime fuore, • 
Lo detta pria sincerità di core. 

Fidati dunque in noi, padre sovrano, 

Ch' oflFeriamo a tuo prò Y arche de 1* oro, 
L* armi de Y Arsenal, le navi, il grano. 
La gente da milizia e da lavoro : 
Sol terrem prima ogni accidente strano 
In noi stessi, e ne* figli ogni martoro. 
Che lasciarti indifeso, e per la Chiesa 
Abbracciarem qual più rischiosa impresa. 

Alessandro, incoraggiato da queste e da altre parole, alla fine, 
restò vinto, e si aperse con quei buoni credenti. Fu coperto di gemme, 
e, tra lagrime di tenerezza, fu condotto trionfalmente in S. Marco, 
dove diede a tutti la benedizione. £, cosi, conchiude Alessandro questa 
parte del suo dire: 

Poi rimetto al Senato ogni mio affare, 
Come al sai de la terra, al sol del mare. 

Il Senato decide di mandare ambasceria a Federico Barbarossa, 
che lo induca a rimettere sulla sede pontifìcia il legittimo pastore. 
L' ambasceria si conduce dall' imperatore orgoglioso, e gli parla con 
abilità ed umilmente; pur gli rammenta che non deve abusare della 
sua forza, e lo ammonisce che i vinti incominciano a levarsi per la 
rivincita : 

Guata Milan, quel, eh* ebbe in ventre il sale 
Poco fa, come ognor sorge più fiero : 
Mira la lega, anzi tremante e frale, 
Com' alza formidabile il cimiero. 
Che più ? Quest* arte tua, che tanto vale, 
Rallenta (e *1 vedi tu) Y ardir primiero : 
Par eh' ognun t* abbandoni e son già molti 
(Il vo' pur dir) a la partenza volti. 



^4 fOE.llL 1*1 Xn.LE A'JTOil 

H jfli iimbasciatori sogz'uazono: Ciò awic-.c perchè a Dio spiace 
che Ui abbi offeio il suo ^iccgcrcnic e Tozlia nictter Tlulia neirc- 
rc*Ja anana. L'imperatore con ascolta ragioni, né larvate minacce, 
e tJtto pieno di furore, con torvi lum*, promppe: 

Pazzo è il Senato 

Che per un pretazzuol vuol muur stato. 

Ditegli (e tanto basti) che a noi piace. 
Di protegier Callisto in questo fatto; 
E però s' ama di tenersi in pace 
Con la nostra potenzia, usi altro tratto ; 
Ci mandi qui legato il pertinace 
Rolando, eccitator d' ogni misfatto ; 
Altramente ci aspetti a dar V assalto 
Con le fiamme, e col ferro al suo Rivallo. 



Canto XII. 

Il poeta descrive la battaglia tra le poche galee venete e la flotta 
alemanna, comandata dal giovinetto Ottone, figlio dell' imperatore. 
I Veneziani vincono per volere del Cielo. Ottone è Éitto prigione e 
va in Germania, a persuadere il padre a comporre il dissidio tra 
r Impero e la Chiesa. E, nuovo Regolo, promette di ritornarsene in 
carcere, se la sua pia parola non sarà ascoltata. Il fiero prence, per 
pietà del figliuolo, si piega, acconsente ad ogni patto, va a Venezia 
e solennemente abiura. 

H, qui, così, Alessandro III canta: 

Fatta r abiurazion, Teodin, Giacinto, 
Manfreddo, e gli altri cardinal con loro, 
Lo scìolser da i legami, ond' era avvinto, 
Conservando a la Chiesa il suo decoro. 
Allor dal prenze salutato, e cinto 
Di porporati, entrò nel bucentoro. 
Quinci al romor d' un incessabil viva, 
A la piazza Ducal calcato arriva. 



INTORNO A i>ANTE ALIGHIERI. 95 

E dove io stava in maestà sedendo, 
Dinanzi al tempio del divin cronista, 
Venne, e '1 ginocchio tre fiate havendo 
Piegato inverso me con umil vista, 
Al fin lo ferma in terra, e al pie', eh' estendo, 
Un bacio dà, di tutta V Adria in vista. 
Dio, credo ali* hor, per rintuzzar V altero 
Spirto di lui, spirommi un tal pensiero, 

Che sollevato il pie' (non so in che modo) 
Sovra il suo capo, al formidabil verso 
Del profeta Yesseo la lingua snodo. 
Dicendo : Io calcherò l' aspido avverso, 
E il basilisco; indi con dolce nodo 
Lo stringo al seno, e qual figliuol converso 
Dal sentiero d* Averno a quel del cielo, 
L' accolgo al bacio con paterno zelo. 

Conobbi allhor veracemente aperto 
L* alto favor, eh' a' presidenti suoi 
Degna far il gran Dio, benché sia il merto 
Spesso imperfetto, qual forse era in noi. 
Poiché mi fé* per 1' huom stranier scoperto 
Di Venezia sublime a i giusti eroi. 
Che con la lor pietà, col braccio forte 
Mi tolsero al dispregio, ed a la mone. 

E però a Signoria sì augusta, e degna 
Io rendei grazie in varii segni esterni; 
Pur questi otto stendardi, egregia insegna, 
Per denotar gli obblighi nostri etemi; 
Fu nobil cero che '1 candor disegna 
Verso di lei de' nostri affetti interni ; 
Fu per uso ducal piombo regale, 
E stocco rilucente, e trionfale. 



96 



POESIE DI MILLE AUTOItl 



E V* aggiunsi otto ancor trombe d* argento, 
Regalo a noi di popoli festanti. 
Con una ricca ombrella, alto ornamento 
A' suoi gesti magnanimi, e prestanti ; 
Né qui d' animo grato il corso allento, 
Ma le do seggia, ed orìglier, che avanti 
Portar si faccia, e qual regina inceda 
Ne i di solenni, e degnamente sieda. 

E se ben già col suo valor, del mare 
Supero, s'acquistò dominio vero; 
Pur volli anch* io con sacro anel legare 
La bella Dori al suo Leone altero. 
E queste eh* udite hai, figlio, si chiare 
Note, espresse da cor fido, e sincero. 
Sono del caso mio verace historia 
E del fatto de V Adria immortai gloria. ' 



Canto XIII. 

Il poeta incomincia invocando il nume celeste; ma, da pratico 
monsignore, subito dopo invoca un nume terrestre, Ferdinando di To- 
scana. E poveretto, ingenuo, spera che uno sguardo di costui, infon 
dendogli 1' estro, farà splendere il suo stile, a pari di quello di Dante. 

Celeste nume, eh* al mio rauco petto 
Hai prestato fin qui spirto canoro. 
Di nuovo a te ricorro, e al gran suggetto 
Che m* avanza il tuo appoggio umile imploro : 



' Q)ii finisce il Canto dodicesimo, e come 
la prima parte del poema. I primi dodici 
Canti, infatti, furono pubblicati, separau- 
mente, nel 1642, in Padova: Il GtmdUio 
tttrtmo^ poema di Toldo Cosuntini, proto- 
notano apostolico etc. ad imitaiione di 
Dante, dedicato alla serenissima repubblica 
di Venezia. In Padova, appresso Paolo 
Frambot. Con licencia (»c) dei superiori, 
1641, in-fol. L' autore ne fece una ristampa, 
nel 1648, con una specie di vocabolario 
dichiarante le parole difficili. Nel 1651 



stampò gli altri sei canti dedicandoli a Fer- 
dinando granduca di Toscana. Dd GiudUio 
tttrtmo, poema sacro del molto illustre etc. 
Toldo Costantino et composto ad imita» 
sione di Dante Alighieri, ricorretto, ab- 
bellito et accresciuto dall' istesso autore. la 
Padova, appresso Sebastiano Sardi, i6si. 
Quest' edizione completa del poema è stra- 
carica di farraginose annotazioni. Reca 
questo epigramma; 

Questo titol, che par rotzo Sileno 
Ha pian di meraviglie il seno. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 97 

Senza te mi conosco arido, e inetto 
Per trarre a degno fin tanto lavoro; 
Tu, che a gl'infanti dai lingua faconda 
Dà bere a un veglio del tuo Aonio 1* onda. 

E tu gran re d* Etruria, alma sublime, 
Che in ogni gran virtù maggior ti mostri 
De* tuoi grandi avi, onde s' intesse e imprime 
Ferrando in carte, in bronzi, in marmi, e in ostri; 
Tu, cui le più sudate e sacre rime. 
Che assestar può Calliope a i nostri inchiostri 
Con riverente inchino, e puro affetto, 
Sacro, e *n sacrarle, ho pien di gioia il petto ; 

Tu, eh' amato, e temuto in regno augusto 
Fra le risse del mondo, imperi in pace, 
E d* alta gloria, e di grand' oro onusto. 
Vinci l'invidia, che t'ammira, e tace; 
Vibra dal regio tuo ciglio venusto 
Picciol raggio vèr me, che sia gran face 
A r oscuro mio stile ; onde poi chiaro 
Splenda, e chi sa, se del dantesco al paro? 



Il poeta, intanto, si incontra in una schiera di bambini. Perche 
sono qui? si domanda. Forse essi debbono espiare i falli degli altri. 
Per sciogliersi i dubbi, si avvicina loro e li interroga. E quei fanciulli 
gli chiariscono ogni cosa ; e tra V altro gli dicono questo : 

A querelar quei trascurati padri. 
Che ci lasciar perir senza mandarci 
Ai fonti di salute, almi e leggiadri: 
E molto ancora più per lamentarci 
Di quelle inique, e scelerate madri, 
Le quai per seppellir le lor vergogne, 
Diero a noi sepoltura in lorde fogne. 

DbL Balzo. Voi. VI. 7 



98 POESIE DI MILLE AUTORI 

Mentre i fanciulli parlano, suona la tromba, arrivano altri spiriti, ar- 
rivano i diavoli in mille mostruose forme, arriva Lucifero: 

Questi in forma di drago alto e rossigno 
Crolla sette gran capi arsicci, e fieri, 
A quai sovrastati di metal ferrigno 
Sette diademi ponderosi, e neri; 
Sostiene il primo capo eccelso ordigno 
Di dieci comi affumicati, alteri, 
E da la coda smisurata appare 
Quante stelle poteo dal ciel levare. 

Le serpi, che fan crine a la cervice, 

Fanno anco a gli oreccbion stridulo metro: 
E le catene, onde la man vittrìce 
Del Messia gli legò le braccia a retro, 
Allhor, che scese a la città infelice 
E lo serrò nel carcere più tetro. 
Strascina per Io suolo, e la pastoia, 
Che tiene a i pie grifagni, alza con noia. 

S* avanza, nell* istesso tempo, un arcangelo per ordine di Dio, che 
porta innanzi a Gesù le insegne del suo martirio : le funi, la candida 
veste, la corona di spine, i chiodi, il martello, la croce. Il poeta 
segue la croce e 1* osserva per sapere di che legno sia fatta. Mentre 
quasi si sente abbagliare da quella vista, ravvisa il grande scrittore 
d* Aquino. Cosi canta : 

e tutto asperso 

Di gioia, corsi a fargli un basso inchino. 
Ei sollevommi, indi mi disse: Inverso 
A te venia, che '1 tuo Retor divino 
Mi t' accomanda; e però a ciò, che pensi 
Darò (che noto m' è) lucidi sensi. 

La sacra pianta, in cui t' affissi intento. 
Creduto han molti esser di palma, e ulivo, 
Perchè da i rami lor ne usci il concento 
Del popolar osanna a Christo vivo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 99 

Quando sedendo sopra umil giumento. 
Entrò in Salem, qual trionfante e divo: 
E perchè di tal fronde accinto in gloria 
Va chi de* tre nemici ha qui vittoria. 

Ma il S inaita hebbe pensier, che fosse 
Il patibolo santo insieme unito 
Di tre legni odorati, e a tanto il mosse 
Mistico senso ; perchè il bagno uscito 
Del sacro petto in su '1 troncon rimosse 
Il fetor, che da gli avi è in noi seguito. 
Ma Beda, a cui fu su la tomba aggiunto 
Titol di venerabile, ha soggiunto : 

Che è dì cedro fragrante il pedal ritto, 
Di pino il suppedaneo, e *1 traversante 
Di ciparisso ; e Y asse, in cui fu scritto : 
Giesù Re de* Giudei, di bussee piante ; 
Ma tal compartimento è mal descritto. 
Perchè la trave, in cui le membra sante 
Appese fur del Redentor divino. 
Fu sol d* ulivo, e* ha color quercino. 

E la breve tabella, ove s* impresse 
In tre vari idiomi il nome augusto 
Del figliuol di Maria, di bosso elesse 
Quel, eh' a morte il dannò Pilato ingiusto. 
Pur quella a me non par (diss* io), che spesse 
Volte mirai dentro a cristallo angusto, 
Ne la Gerusalem, eh' è fuor del cinto. 
Di quelle mura, ove fu Remo estinto. 

Quella, che 'n Santa Croce Elena affisse, 
E che vedesti tu, la terza parte 
Era di questa, eh' è tre palmi (ei disse), 
Che r altre due furo in reliquie sparte : 



102 POESIE DI MILLE AUTORI 

Nel manto regio d' ambo i lati a fronte 
Si leggea: Morte, e Vita, e ne Y estreme 
Parti, inteste apparian taglienti spade, 
E nel mezzo ricami in forme rade. 

Tutte l'anime pie del Ciel più grande 
Già fean corteggio in moti gravi e lenti. 
La diva Madre, il Precursor, le bande 
De' patriarchi, e de' miglior veggenti. 
Tante foglie 1' autunno al suol non spande. 
Né tante il giugno mai paglie stridenti 
Miete, quant' altre ancor squadre beate 
Seguian del gran Signor l'alme pedate. 

Giunto de 1' aria al liquido confine, 
Sovra candida nube in alto siede. 
Fanno scabello i Troni a le divine 
Sue piante, e di baciarle hanno in mercede : 
I due chori maggior quasi d' or fine 
Formato un ciel, copron la nobil sede: 
Stanno i venti sospesi, il foco e Y onda. 
Non scuote vampa, e non dibatte sponda. 

Così fermato nel gran solio, invita 
La cara Genetrice al destro fianco, 
Che lentamente due scaglion salita, 
Si pose umil ne Y assegnato banco : 
Indi locò quel, eh' additollo in vita 
Agnel di Dio, prossimo al lato manco: 
Poi quinci, e quindi fé' seder l' amato 
Apostolico suo grave Senato. 



Qui il poeta continua descrìvendo le altre schiere, che compon- 
gono la corte celeste. E, come al solito, non ha la lingua in ozio, 
cosi che r Aquinate gli dice : Odi la tromba ? è ordine che tutti fac- 
ciano silenzio. Il poeta trema, si stringe ai panni dell* Angelico dot- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. IO3 

tore. Il Salvatore, ad alta voce, rimprovera il martir de la sua croce. 
E Cristo dice, dopo aver parlato dei peccati del mondo : 

Restava un sol compenso a sfare il ghiaccio 
Di si indurati cor nel mal talento: 
Né questo si lasciò : me, che suo braccio 
Appella il Padre, espose a vii tormento. 
Eseguisco il voler, mortai mi faccio, 
Opro, insegno, risano, agghiaccio e stento, 
Son deriso, percosso, ed al fin morto, 
E pur di messe tal scarso ho conforto. 

O peccator, queste son pur le mani. 

Questi i pie', questo il lato, onde usci fuore 
Lago di sangue, per lavar gli strani, 
E rei pensier del tuo infangato core : 
Se havessi in queste piaghe i lumi insani 
Talora affissi, ogni sfrenato amore 
Frenato avresti, che a tal fin mandati 
Anco ti fur padri di zelo ornati. 

Ecco Francesco de la mandra imiile 
Fervido archimandrita, il qual si strinse 
A povertà, dentro a un pannacelo vile, 
E di magrezza, e di squalor si tinse: 
E preso d* aspra vita un nuovo stile. 
Co i piedi scalzi a mendicar si spinse. 
E perchè ciò ì se non per farsi oggetto 
Di penitenza al tuo peccante affetto ? 

Con somigliante avviso anco V Ispano 
Domenico la voce intorno spese. 
L' udi il Tedesco, il Belga, il Lusitano, 
L* Italo, il Gallo, e* il Sorìan paese : 
Invitò, lusingò, pregò con mano. 
Trasse al Ciel tal, che poscia al mal s' apprese. 
Che dunque far si potea più per scìorti 
Da i lacci del nemico, e in ciel riporti ? 



104 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma tempo è di giudizio : e però sia 
Il principio da voi angeli, ed alme. 
De' quai m' è nota la ben corsa via, 
E contra i mostri Y acquistate palme : 
V approva adunque la sentenza mia 
Per veri eletti. Allora alzar le palme, 
E genuflessi a si clemente Dio, 
Grazie, e gloria intonaro in verso pio. 

Poscia i lumi infocati a quei conversi, 
Che da lui furo in assessori eletti. 
Disse : Udite le parti, e sien dispersi 
Gli empi in Abisso e in Ciel traslati i retti. 
Signor, così farem: pena i perversi, 
Premio havran gli altri; e si toccaro i petti. 
Indi r uflìcio di citar la gente 
A sua discolpa, dispensar repente. 

E '1 dispensato unitamente al choro 
Di quei ministri, a' quai anco era dato 
Cura di custodir V uman tesoro. 
Che al gran Giudicator sangue ha costato ; 
Riferir questi, come al santo foro 
Havean più d' un pontefice chiamato : 
E che ciascun di lor sen* venia pronto 
A dar fin de i pensier minuto conto. 



Canto XIV. 

Arrivano i pontefici innanti al tribunale di Cristo. 

e *1 superbo 

Serafin contra lor richiamo appresta: 
Udianlo: ecco va innanzi: oh come acerbo 
Si mostra al ceffo, e quanto alza la cresta! 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. IO5 

Udite il suon del formidabil verbo, 

Che r orecchio stordisce, e i cuori infesta, 

Giudici millenari, o roillionari. 

Che tanti siete, quante han stille i mari. 

Questi è Liberio, huom di si scaltri affari. 
Che si seppe usurpar dei papi il choro: 
Ma poco egli curò quei focolari, 
Ch' indi fu tolto, e passò d' Ario al foro. 
Nel qual si fece amici eletti, e cari 
Valente, e Ursario, contra il buon decoro 
Del grado, eh' ei tenea, poich' essi furo 
Seguaci d'Ario, e del suo dogma impuro. 

Ma se forse tal ver sospetto avesse. 
Perchè vi vien da me (che pur mentire 
Non soglio mai), disaminar potreste 
Girolamo Schiavon, che '1 saprà dire : 
Com' anco il sa Atanagio, a cui moleste 
Fur le brame di lui fallaci, e dire. 
Ma intanto ei nosco stia : ferma, fellone 
(Gridò Michel), eh' ei vuol dir sua ragione. 

Papa Liberio incomincia a difendersi, dicendo : Non parla il vero 
costui che è padre di menzogna e fraude ; spiega certi ani suoi, ed 
esclama : 

r atto esterior perchè si vede 

Contra l'alma innocente acquista fede. 

Finita la sua difesa, sono chiamati innanzi al tribunale Ana- 
stasio e Vigilio, contro i quali Lucifero si rifa accusatore. 
Il poeta dice: 

Qual male accusator, d'asrio e d'orgoglio 
Carco (se veritate in lui vien meno). 
Fallacie ordir in non inteso imbroglio 
Per oflfuscar l'altrui giudicio appieno. 



Si, che udendo, o leggendo incauto il foglio, 
Formi decreto d' ingiustizia pieno, 
Tnl d' un vero apparente il suo dir mesce 
L'apostata primiero, e i falli accresce. 

Chi siati, dice, costor, se ben nascosto 
A voi non è, né son lor gravi errori. 
Pur dirò, che 'l tener trattato ascoso 
Senza concilio d' ottimi pastori 
Per rimetter Acacìo, huom già deposto 
Da Felice, e Gelasio, a Ì primi onori, 
E 'i voler, eh '1 batiesrai, e gli ordin dati 
Da tal ministro, sien perfetti e rati 

Pizzica troppo di non buon credente, 
E però ei, che se '1 vede, a ragion teme 
Vostra censura; e se Vigilio sente 
Non star in Christo due nature insieme. 
Chi lo potè salvar? Massimamente, 
Che mandò sparso in lettre un si mal seme 
,A Teodora, onde ne usci tal frutto 
Ch'avvelenò quasi de l'Asia il tutto. 

Ann&tasia e Vigilio si difemiono. Finita la difesa di Vigilio, 

fér altri avante 

Che uditi a lungo, ed assoluti alfine 
Da r accuse lor date, in un istante 
Sen' volaro a baciar l'orme divine: 
Tre soli, ove portassero le piante 
Non saprei dir, né qual fosse it lor fine. 
So ben che questi fur Gianni bissesco, 
Benetto nono, ed Alessandro il sesto. 

Dopo i Pastori delsacro ovil, furono chiamati gli imperatori di Roma: 
Kise allora il tiranno, e i comi alzati, 
Hor (disse) io sto a veder, giudici giusti, 
Se di questi idolatri, ancor che grandi, 
Verr.^, eh' al Ciel alcun da voi si mandi. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. IO7 

A cotai voci temerarie, audaci, 

Chiesi al mio direttor, che s* opponesse; 
Ond' ei tosto il garrì : Tu, bestia, taci, 
C è forse qui talun, che M Ciel si elesse. 
Ed io da le tue zanne aspre, e voraci 
Spero levar Traian, che nullo oppresse. 
Gnarfe, Traian, che '1 Christianesmo tutto 
Ha si mal concio, e quasi appien distrutto ? 

Guata buon difensor; ve' chi ha trovato 
Da collocare in Ciel : di' come e quando 
S' udì mai, eh' un Gentil, non battezzato, 
Havesse parte, onde noi gimmo in bando ? 
Oh, mi dirai, Gregorio in spirto alzato 
Un si raro favor gli ottenne orando : 
Pur ne* suoi scritti egli medesmo dice 
Che r orar per dannati unqua non lice. 

Perchè 1' anima rea, che parea a forza 
In peccato mortai dal proprio tetto 
Ogni scintilla di ben fare ammorza 
E sé indura ognor più nel pravo affetto; 
Che Dio più non le preste impulso e forza 
Onde lassi contrito il mio distretto 
Nel qual non è redenzìon, ma eterno 
Esilio, orror, stridor, crucciato e scherno. 

Quindi a l' uscio de 1* Èrebo ho segnate 
Queste parole di colore oscuro: 
Lasciate ogni speranza voi, eh' entrate 
In serraglio si rigido e si duro: 
Come può dunque haver Traian portate 
Le piante fuor del ben guardato muro, 
S' io r ho veduto, almen cinquecent* anni 
Patir cruccioso in dura boglia affanni? 



t POESIE 01 MILLE AUTORI 

E chi lo vide uscir ? chi di lui scrisse 
La favola gentil, eh' espor t' appresti ? 
Gregorio no, né chi al suo tempo visse 
In Roma, che pur conta altri suoi gesti. 
E qui a ie sue ragion termine ei fisse. 
A cui r oppositor rispose: A questi. 
Schiamazzi tuoi s' oppon l'alta bontate 
D'esso Traian, congiunta a gran pietate. 

Ma pur di mille eroici, e di lui degni 
Atti pietosi, un sol ridir mi giova. 
Vennero a lui fin da Ì Calladi regni 
Quattro destrier d' incomparabil prova. 
Di questi, un figlio suo, d'arditi ingegni. 
Sceglie il più svelto e a tutto corso il prova. 
Ed in correndo ad un bambino ei pesta 
(Ch' era in mezzo la via) la fragii testa. 

La madre, donna umìl, ma d'alto ardire, 
Ch' adocchia il caro pegno in terra estinto, 
Desta gli spirti, le vendette e l' ire 
E corre ad Ulpio, eh' al partire è accinto. 
Sdegnosa, che velen pare che spire, 
E con le braccia il pie' di lui ricinto. 
Grida: Tu Augusto imperi, e me componi 
Patir da fìer garzon micidiali torti ? 

A cui Cesare volto: Hor non mi fermo. 
Soddisfatta sarai, quand' io ritorni. 
Ed ella a lui : Ma se cadessi infermo 
(Che dir non oso) in Asia e più non torni ? 
Il nostro successor, rispose, al fermo 
Vendicherà per me tue ingiurie, e scorni. 
E che gÌover.-i a te, ch'altri mi faccia 
Quella giustizia, e' hor mi neghi in faccia? 



IKTORNO A DANTE ALIGHIERI. IO9 

Si replica V irata, indi soggiunge : 
Tu mi sei debitor, sotto il tuo impero 
È succeduto il mal, che 'l cor mi punge. 
Però pagami tu, se non se' fero. 
Si risentita istanza al duca giunge 
Fin nel più intemo, ond' ei giù del corsiero 
Smontato, e a seder posto, il caso intese. 
Poscia a placar la sconsolata prese. 

Donna, invece del tuo, eh' è morto, il vivo 
Mio figliuolo ti dò, forse innocente, 
Tu lo ti piglia, e tieilo in adottivo, 
Che ti farò di campi e d' or possente. 
Hor quest' atto sì uman, che toccò al vivo 
Del sovrano Pastor la santa mente, 
Lo mosse a compatir, eh' ahna si pia 
Cosi a lungo penasse in parte ria. 

E tanto lagrimò (senza usar prece) 
Del magnanimo eroe l'acerba sorte, 
Che le lagrime sue poteano invece 
Di preci disserrar l'empie tue porte; 
Cosi Mosè tacendo, intender fece 
I suoi clamori a la celeste corte : 
La qual ode i desir dei nostri cori 
Meglio, che delle labbra i gran stridori. 

E se pur egli orò, fu a darli aita. 
Acciò, che redivivo e a Roma ignoto. 
Purgar potesse la sua immonda vita 
Con r onda sacra, e gisse al Ciel divoto : 
Che non è questa insolita, o inaudita 
Grazia; Severo e Agnese il faccian noto. 
Che due gran peccator, da 1' ugna trista 
De' tuo' birri strappar, fu la tua vista. 



no POESIE Ol MILLE AUTORI 



Voi apostoli, voi trombe celesti, 
Luminari maggior del mondo cieco. 
Dite quanti idolatri havete desti 
A vita, già sepolti entro al suo speco; 
A quai, come a Traian, servir, gli arresti 
Di sospesa sentenza, ancorché ^1 bieco 
Tuo guardo (eh' è peggior d' ogni gran foco) 
Forse non evitar nel tristo loco. 

Ne mancarono penne in stil sovrano 
Che '1 fatto divulgar ne V Oriente, 
Ma del gran Damascen la sacra mano 
Basti a renderlo altrui chiaro, e lucente; 
E tu, Brigida santa, il rendi piano. 
Rivelatrice illustre, a Y Occidente, 
E se di Gordian lo tacque il figlio, 
Fu per schifar d' onor uman periglio. 

È statuto divin, che Y uscier tetro 
De la flebil città la porta chiuda, 
E non lasci, che torni anima a retro. 
Che dal mondo parti di merti ignuda; 
Pur se per qualche amico indulto io impetro 
Ch' indi esca, il portinier convien la schiuda, 
Che non è men padron del chiuso Inferno 
Il gran Dio, eh' un gran re del suo governo. 

Ch' a reo di lesa maestà convinto, 
E per legge immutabile a la morte 
Già destinato, e di catene avvinto. 
Fa grazia, e a' preghi altrui lo ammette in corte ; 
^ E non crederem noi, che talhor vinto 
Il Monarca del Ciel, dal vivo e forte 
Supplicar d' un fedel, non voglia, o possa 
Liberar un pagan da Y ignea fossa ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. Ili 

E se *1 buon Ulpio feo de i membri eletti 
Del vivente Giesù qualche macello, 
Fu perchè gli ebbe per capretti infetti 
Di pertinacia in culto erroneo e fello ; 
Ma com' hebbe sentor, eh' erano schietti, 
E puri agnelli, infranse ogni flagello, 
Lasciando, eh' essi in appartato sito 
Osservasser senz' onta il proprio rito. 

Che poscia in lui crudeli affetti o ingiusti 
Non regnasser, 1' udlo lieto il Senato, 
Quando affermò, che non torrebbe a giusti 
Non che la vita, un fior del proprio stato. 
Al qual detto queir atto avvien s* aggiusti, 
Ch* ei fé* dando al pretor brando affilato 
Con dirgli : Usai per me, se bene impero, 
Ma contra me, se male uso Y impero. 

Finalmente al tuo dir d' haverlo visto 
In dura boglia cento lustri afHitto, 
Non si dà fé', se per tal boglia il tristo 
Averno intendi, e '1 credi a quello additto : 
Però, e' havendo il pio signor previsto 
Del suo servo il desio, gli havrà prescritto 
Forse alloggio di fuor del tuo abituro 
Finché sorto si unisse al culto puro. 

Qjiiì pose fine al suo dire san Tommaso ; ma il poeta non sa dire 
in qual sentenza venisse il tribunale celeste, perchè tosto fu data 
udienza a Vespasiano. Parla di altri imperatori, come di Tito, di 
Nerva, che revocò dall' esilio i servi del buon Cristo, di Marco Au- 
relio, il gran decoro della filosofia. E, infine, così fa dire a san Pietro : 

Voi dunque a tali eroi, giudici umani. 
Fate mercè di buona stanza, e pia. 
A cui disse il gran Pier: Da i lieti piani 
Del Ciel vetusto error vi parte, e svia. 



112 POESIE DI MILLE AUTORI 

Pur decretato habbiam, che lievi e piani 
Sieno i vostri martori in corte ria. 
Tu, Lucifero, fa, eh' entro al più mite 
Vestibolo s' alloggin le lor vite. 

Tanto farò : ma s' havrà a far lo stesso 
(Soggiunse) di Neron, che Roma ardeo, 
Stuprò la madre, e con immane eccesso 
Fu di lei patririda infame, e reo : 
E tentò far sotto mentito sesso 
Sposo viril sua sposa, e ingrato feo 
Svenare il suo maestro, e morte diede, 
Simone; e Polo, a voi, mastri di fede ? 

Dove porto Caligola, quel fiero. 

Quel pazzo, eh' appellar si facea Dio ? 
E dove Bastian, che a Geta il vero 
Suo fratel di sua man V epa ferio ? 
Qual a Massenzio, a Commodo, a Severo 
Assegnato prigion nel regno mio ? 
Domiziano, Opilio, e Massimino 
In qual penoso stagno a star confino ? 

Non ho cloaca si putente e scura 
Che degna sia di Eliogabal geloso, 
Ch' empiè la reggia imperiai d* impura 
Bordaglia, onde a i Roman fu tanto esoso, 
Mostro insano, che die', contra natura, 
A la notte il negozio, al di il riposo; 
Riducendo a postribolo d' amore 
Quella città, che specchio era d' onore, 

E con quali catene il nostro braccio 
Stringerà Giulian, eh' apostatando 
Tornò idolatra ; onde a si stretto laccio 
Eternamente ei se ne stia plorando ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. II 3 

Si lascia a te (detto gli fu) Y impaccio 
Di dar loco a costor cupo, e nef^indo, 
Pur che quanti hebber già gusti, e contenti, 
Tanti provin laggiù strazi e tormenti. 

Ne la stessa caverna a me rinchiudi 
Leone Tinconomaco infedele, 
Ambo gli Arrighi, il padre e il figlio, ignudi 
D'ogni pietade, e pieni d*ogni fele: 
Licinio a canto al fier Maurizio chiudi 
E '1 quinto Costantin, scorpio crudele. 
Con quel, che die' confine a Ciro in Ponto, 
De* sacri ufBcii usurpator si pronto. 

Il fìero serpente non replicò a tai detti. Intanto, il dilettò Gio- 
vanni aprì un libraccio e disse : Ognun qui tniri e vi leggerà la sua 
sentenza. Mentre ciascun tenea fìsso lo sguardo nel gran volume, si 
udì un gran gemito. E poi queste parole furono pronunziate: 

Misero me, che vedo ? oimè, che guardo ? 
Son tanti e tanto gravi i miei demerti. 
Ed io cieco ed insano, e pochi e lievi 
Gli stimai ne* miei di si corti e brievi. 

Io, che qual saldo cardine dovea 
Sostener de la Chiesa il porton sacro, 
Poiché si bell'esempio innanzi havea 
D* altri miei pari in viver casto e macro 
E eh' a gli egri, e meschin dar li vedea 
Soccorso, e a gl'infedeli almo lavacro, 
Aspirando con opre, e con virtù te 
A maneggi di merto, e di salute, 

Mi fea beffe di loro; e de l'entrate. 
Che da ricche badie m' erano sporte, 
Nudria cani, bufFon, genti sfacciate, 
Dedite a lussi, a giochi, e a sghignar forte; 

Dei Balzo. Voi. VI. 8 



Né per agre rampogne a me gettate 
Dal sommo sir de la romana corte, 
Caogiai vezzo o pcnsier: quinci a ragione 
Scorgo l'eterna mia dannazione. 

Altri poscia, eh' ambir le mitre in testa, 
E gli scrigni stipar d' ampio tesoro ; 
Ma non hebber la man libera, e presta 
Vèr chi mendico a lor chiedea ristoro: 
Né r agne sue mondar di scabbia infesta, 
Né dier ospizio a i peregrini, il choro 
Visitaron di rado, e del celeste 
Pan r alme non cibar digiune, e meste ; 

Si vedean lagrìmar, scuoter il petto 
Con insolite pugna, e suon gagliardi. 
Propinqui a lor con miserando aspetto 
Singozzavano i parochi infingardi. 
Che ripregati ad afirettarsi al Ietto 
Del moribondo, arrivar troppo al tardi : 
Ed a frangere il pane a Ì pargoletti. 
Ch'affamati il chiedean, pur pigri e inetti. 

Nulla mai da ]' aitar voce, o dottrina 
S'udiron proferir, che virtù havesse 
Di trar quell' alme ad union benigna, 
Che tenean l'orme in tenace odio impresse; 
Questi con la moglìer la concubina 
Godeasi, e quei facean rapine espresse; 
Ed essi come can mutoli in zitto 
Stavan, senza latrare al lor delitto. 

0;U profondo gemean non pochi abbati. 
Che le rendite pie mal compartirò; 
E diversi canonici, che dati 
Al molle sonno, al mattutin non giro. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. II5 

Forse è buono il tacer di alquanti frati, 
Che né a voti, né a regole obbedirò, 

I qua* nel veder scritti i suoi tormenti 
Muggian, quasi da strai feriti armenti. 

Né ruggivano men que' padri indegni 
Che ne i chiostri d'Amor l'odio serbato, 
E quei ch'immeritevoli a i più degni 
Gradi, a prece, od a prezzo al fin spuntaro; 
Ed altri, che vedeano a i chiari segni 
Qual havean da patir supplicio amaro, 
Per aver dissipati i sacri beni 
De' lor conventi, eran d'angoscia pieni. 

Ma chi creduto havria, che i monasteri 
Di verginelle, al sommo Dio sacrate, 
Nudrissero discordie, e rancor fieri, 
E d'alti ufficii ambizìon sfrenate? 

II nome, che di fuora a i di primieri 
Fu venerabil tanto, hor le velate 

L' han, come vile, a sprezzo, e quindi ognuna 
Titolo secolar chiede importuna. 

I niozzicon de l' aurea treccia incisa 

C'è chi inanella, e di fior vaghi accresca, 
E veste gonna, trasparente in guisa. 
Che nel candor del sen l'occhio s'invesca, 
Si colora le guance, e '1 labbro a risa 
Move : si che diresti ella va in tresca : 
E s'orna i pie di cosi bei calzari. 
Che non gli ha certo arcada ninfa pari. 

O costumi corrotti, o tempi avversi 
A la prisca bontà! Non chiuse in celle 
Monache son ; ma spìriti dispersi 
Per larghi parlatorii a udir novelle: 



Il6 POESIE DI MILLE AUTORI 

Di voi non parlo, almi cenobii astersi 
Di tai diiFetti, e puri, al par di stelle, 
Ma di que* soli che nel libro ho scorti 
Dannati de TErinne a T aspre morti, 

Crescea ne' peccatori il duol veggendo, 
Che quei, che si stimar già tempo insani, 
Hor venian riveriti, alto sedendo 
A bilanciare i lor gesti inumani; 
E s' affligean, che in di cosi tremendo 
Non s'afHsaron mai con occhi sani; 
Come il pensare d'esso, un pensar fosse 
A novelle da veglia insulse e grosse. 



Canto XV. 

In questo Canto, il poeta agita un* altra volta il turibolo innanzi 
air altare di casa Medici, e non mette conto di riprodurre le sue ot- 
tave, in cui, tra le altre, così, rivolgendosi ai Cosimi, canta: 

. . . o divi eh' umor raro e fino 
Traeste da real purgato fonte, 

dimenticando che V origine regale dei Medici fu la mezzacanna dei 
pannaiuoli. Indi parla di re Salomone. E dopo di aver enumerato i 
suoi meriti, soggiunge che le donne Moabite e le Cetee e le Idumee 
gli depravarono il core. 

Perchè vinto d'Amor fabbricò altari. 
Ed a Camosso arabi incensi ei porse. 
Quinci il verace Dio, che i suoi preclari 
Beneficii vèr lui negletti scorse, 
Gli suscitò, sdegnato, aspri avversari; 
Onde contra il suo regno armato scorse 
Geroboam, Adado, e Deliada, 
Razone il figlio già ladron di strada. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. II7 

Io qui mi fermo ed avido il pensiero, 
E l'occhio indrizzo per veder ben chiaro, 
Se un tanto eroe dentro al boUor severo 
Paria de l'Acheronte incendio amaro, 
O se in virtù d'alto ramarco e vero 
Godea letizia in Ciel col Padre a paro; 
Perchè non seppi mai, ne da divine. 
Né da croniche umane ancor suo fine. 

Come né men potei da certe oscure 
Cifre del libro trar giudizio certo 
Di tal fatto, onde luce a tai figure 
Chieder volea dal mio dottore esperto ; 
Ma mi contenni, che da assai men dure 
Note compresi, che Dio vuol che inceno 
Resti a vivente il controverso stato 
Di quel che in ventre ha Bersabea portato. 

Scorto il voler divin, la ragion chiesi 
Di tanta secretezza, e *1 buon rettore 
Tal l'assegnò, dicendo, acciò ch'offesi 
Non rimangano i più del vii timore: 
Perché se fosser con certezza intesi 
Li guai, che tragge ne l'eterno orrore 
Quel, che fu già l' amabile di Dio, 
Il saputo, il zelante, il giusto, il pio, 

Perderian pusillanimi la spene 

Di poter in su '1 fin giunger sicuri 

Al desiato porto, e trar serene 

Le sue giornate entro a' celesti muri. 

Come se a gli empi fosse noto il bene. 

Che in Cielo (supponiam) gode ei che impuri 

Atti d'idolatria fece in vecchiezza, 

Farian nel male assai maggior fermezza. 



Il8 POESIE DI MILLE AUTORI 

Presupponendo, che s'havesse ancora 
A conceder a lor venia, e salute, 
Pur che solo un sospir ne Y ultim' ora 
Mandasser, benché freddo, e a labbra mute, 
Inteso ciò, senza interpor dimora. 

Parla poi di Aronne, di Mosè, di Taide, dì Maria Egiziaca, di 
Pelagia, che dalla clemenza del gran Padre sono perdonati (vera- 
mente grande clemenza). Parla, infine, di altri salvati, come di Ar- 
taserse. 

Eccoci, finalmente, alla causa di Platone e di Socrate: 

... il dotto Platon con lunga schiera 
•Di sofi al tribunal fece concorso, 
E favellò sdegnoso in tal maniera: 
Potentissimo Dio, qui per soccorso 
Vegniam, dove giustizia ha la sua spera; 
Ed incontra Asmodeo drizziam Y accusa. 
Ch'ogni asprezza crudel contra noi usa: 

Ma molto più questo tiranno antiquo 
Aspreggia me; poscia che più di venti 
Secoli m' ha con odio acerbo, e iniquo 
Tenuto oppresso sotto angoscie e stenti. 
E pur né contra Dio mai atto obliquo 
Feci, né fili d' aggravio unqua a le genti, 
Ma per varie città girando il piede. 
Sol tentai farmi d' atti arcani erede. 

E però scrissi che non nacque a sorte 
Questo globo terren, né fu ab eterno, 
Ma da la destra onnipotente e forte 
Usci del primo Architettor superno: 
E che non sendo il nostro spirto a morte 
Soggetto, ha lei con la sua falce a scherno. 
Poiché, a malgrado suo, poggia immortale 
A la sua stella o piomba in vai penale. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. II9 

Ho scritto parimente (il che mi sia 
Notato a merto) che sotterra è un loco 
In cui si purga a tempo ogni opra ria 
Che fé' ignoranza, leggerezza, o gioco: 
E che sotto di quello a punir stia 

I delitti maggior perpetuo foco : 

E de la surrezion quel tanto ho detto 
Che questa scopre nel presente aspetto. 

Si che per dogmi tali, e semideo, 
Ed Attico Mosè fili nominato, 
Né mal ; perchè, se ben più d' un credeo 
In più Dei, io d'un sol vissi appagato; 
Ed in queir un, gran sforzo il mio cor feo. 
Per scovrir tre persone in un sol stato. 
Hor, che puote un fedel d' alta virtute 
Più credere, o tener per sua salute ? 

Qui potrei mostra far d' esempi e detti 
Di mia salvezza in più di un libro addotti ; 
Ma r esposto fin hor, basta ai concetti 
Che saran contra me forse introdotti. 
Disse allhor Asmodeo : Gli esempi inetti 
Che ti vergogni di produr, prodotti 
Piano da me, perchè si noti, e veda, 
Quanto al mio ver la tua menzogna ceda. 

Fu detto già, che in un sepolcro stesse 

II corpo di costui (senti bugia) 

Sovra il cui petto un breve tal pendesse: 
Io credo in Christo, del qual motto pria 
Vaticinar profeti, e profetesse, 
Che d'una verginella ei nascerìa; 
Poscia morto per l'huomo, il terzo giorno 
Risorgeria, per fare al Ciel ritomo. 



I20 POESIE DI MILLE AUTOR 

Fu divulgato ancora, e fu creduto 
Per vero quel, che '1 Sìnai'ta, pieno 
Di gran semplicità, pose a minuto 
In un suo libro di quistion ripieno, 
Cioè eh' un huom fedel con morso acuto 
Lacerasse Platone, ond' egli in freno 
Volendo por sua lingua, in sogno a lui 
Disse: Amico, non più; non son qual fui. 

Non son pagan ; ma salvo, onde a gran torto 
Movi contra di me Tire, e l'offese. 
Perchè da poi, che fu confitto, e morto 
Giesù, r anima sua nel limbo scese 
De' Santi Padri, e di là poi risorto 
Seco gli addusse, e di noialtri prese 
Me, eh' al suo predicar fede prestai ; 
Cosi da l'unghie orcime io mi levai. 

Questi, uditori, son quei rari esempi, 

Ch* egli adducer volea, ma a un tal consesso 
Non osò farlo, che nessun de' scempi, 
O saggi relator non ha ciò espresso, 
Vo' dir che ne l' avel scoperto ai tempi 
D'Hirene, e Costantin fusse intromesso 
Il cadavere suo; ma ad un bastardo 
Conceder si può ben, che sia bugiardo. 

A r altro poi, che il Sinai'ta adduce, 
Perduta opra sarebbe il far risposta; 
Perch'è favola tal, che riso induce, 
Ed a Terror di Marcion s'accosta; 
E dov'era io, quando il superno duce 
Sen venne a visitar la ben disposta 
Famiglia di Abraam, la qual poi seco 
Menò, te rimanente, in duro speco ? 



IKTORNO A DANTE ALIGHIERI. 121 

Quest'huom, che ereditò de Tavo il nome, 
Onde Aristocle ogni vicin nomoUo, 
E che poi di Platon sorti il cognome 
Per le sue spalle quadre, e '1 grosso collo; 
Nacque di Perizione, e vo' dir come: 
Un Incubo ch'in forma usci d'Apollo 
Dal nostro Ciel con lei fu a giocar visto, 
Si, eh' è parto di questo, e non d' Aristo. 

Meraviglia non è dunque se a tanti 
De la schiuma d' eretici maggiori 
Si fé' condimentario e i dogmi santi 
Del Giudaismo impiastricciò d'errori. 
Perchè i Ginnosofisti, e i Garamanti 
Stimò di verità più degni autori : 
Ond' ora in tempo, or ab eterno ei face 
Regnar l' alme, tanto è vario e mendace. 

Perchè non crede, che Dio 1' alme crei 
Infondendo, o creando in cor le infonda. 
Ma tien, che, o l' habbian tutte in ciel gli Dei 
Create, o uscite sien di eternai onda. 
Né solamente quattro, o cinque, o sei, 
Ma in copia cosi grande, e si feconda. 
Che vadan pari a le più ferme stelle, 
E godan pari alloggiamenti in elle. 

Da le quali scendendo, e non peccando, 
Han libero il tornar donde partirò 
(Scorse però più età). Ma l' huom, eh' errando 
S' impaluda ne i vizi, e vien deliro, 
Diece mìir anni il tien Sorano in bando, 
O in placido animai trasmigra o in diro: 
Come Atlante in Atleta, in Cigno Orfeo, 
Tamiri in Filomena, Aiace in Leo. 



122 POESIE DI MILLE AUTORI 



Finito il cerchio poi (eh* appunto è quello 
Di sua resurrezion; ma non di questa, 
Che a lui non può giovar) toma al suo ostello 
Ogni risorta, e ben purgata testa : 
Ma r alma incorrìgibile, in macello, 
Senza risorger più, fra strazii resta. 
Ma che sarà di lei, se a 1' anno grande 
Vuol, che riedano tutte le sue bande ? 

Tal' è del saggio il vaneggiar che face 
De r anime create : hor se di questo 
Pretende ei merto, i' dirò con sua pace 
Che il suo senno vacilla, e non è desto : 
Come non fu in trattar de la fornace 
Purgatoria, e infemal, eh' è manifesto, 
Che in più cose, e non lievi ei va discorde 
Da la Chiesa, che sempre è in sé concorde. 

Vacilla ancora in Dio, che, com' è solo. 
Cosi il confessa; ma poi trae Nun fiaora 
Con Agatone e li fa Dei del polo ; 
Forse dirà che in Agatone adora 
Il Padre, come in Nun l'almo Figliuolo, 
E che lo Spirto santo in altri onora : 
E per sua Trinità fingere questa. 
Che la vera non mai gli capi in testa. 

Ne profitto può trar dal tener forte, 
Che sia creato, e non etemo il mondo; 
Perchè né in questo ancor sta col pie* forte 
Se ben s* attigue a gli elementi il fondo;' 
Da quai, come da prime eteme porte 
Par che lo faccia uscir bello, e rotondo : 
Parlo oscuro ; ma intende e sa, eh' io voglio 
Dir, che sovente egli mi cambia il foglio. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I23 

Deggio dir, o tacer de le sue leggi, 

Che non puniscon gli uccisor gli infanti ? 
Perinetton le menzogne, e vitto, e seggi 
Negano crudelmente a gli egri erranti? 
Ma qual empio sarà che non dileggi 
Un tal legislator, che a mille amanti 
Accomuna T amor de le consorti. 
Per cui le fere istesse han pugne, e morti? 

Ma lasciam queste, e lui di vizio infame 
Che noi ancora abbominiam, querelo; 
Anzi non io; Lanzoro avvien, che '1 chiame 
A giudicio, scrittor d'ottimo zelo; 
Ed Aristippo per provar, eh' egli ame 
(Forse anche morto, e d' ottantesmo pelo), 
Adduce con Bion, Stella, ed Alessi, 
E Fedro, il vago de i più cari amplessi. 

In cosi sporca fogna anco entrar questi : 
Manedemo, Fedon, Demetrio e Bio, 
Che seco stan; ma tu, di', che vorresti, 
Socrate, che mi fai volto sì rio? 
Forse pretendi il Ciel, perchè spendesti 
La vita in confessar, che e' è un sol Dio ? 
Ma a che t' ascondi, se giurar solei 
Per r oca, e '1 can forse per Dii li havei ? 

E perchè presso al tuo morir pregasti. 
Che s* immolasse ad Esculapio il gallo 
Che gli obbligasti in voto ? Ah dubitasti, 
Ch' ei n' accusasse a Radamanto il fallo : 
Ma di quel bel garzon, che tanto amasti. 
Che ne segui, tu *1 sai, com' anche sallo 
La Natura, eh' irata insta, che sia 
Punita a pien rigor colpa sì ria. 



124 POESIE DI MILLE AUTORI 

E fu gran ben : perchè se uscir non volse 
Dal virgineo cristal de 1* alma ebrea 
Il suo parto divin, se pria non tolse 
Del mondo che in tal lezzo alhor vivea; 
E se già tempo il Ciel tra fiamme involse, 
E tra solfo Pentapoli in ciò rea : 
Quindi prenda ciascun sano argomento 
Quanto aborrisca Dio si gran portento. 

Musa di vizio tal nemica orrenda 

Che fai ? che qui non conti il fatto illustre 
Del pudico Demodé : onde si estenda 
La di lui fama a le più estreme lustre ? 
Questi con sua beltà vien, eh' alto accenda 
Foco in Demetrio, il qual ogni arte industre 
Usa, preghi, ed amici, oro, e terrore. 
Per trarlo alfin nel suo nefando amore. 

Ma tutto indarno : per un giorno il volse 
Nudo in un bagno, e gli ricinse un fianco; 
Ma il giovinetto eroe da lui si sciolse, 
E con un tratto generoso, e franco 
In un varo bollente entro s' avvolse. 
Ove tosto (ahi pietà!) divenne manco. 
A questo etnico pio vien pari in grido 
Pelagio, di Giesù gran servo, e fido. 

Fu Pelagio un fanciul non giunto ancora 
A piena pubertà, si vago e bello, 
Che si bella, e si vaga unqua l'Aurora 
Non usci fuor del suo rosato ostello; 
Costui mentre facea santa dimora 
In un dicato a Dio nobil sacello, 
Fu da Mori rapito, e tosto al regio 
Palazzo addotto, qual tributo egregio. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 12$ 

Indi, trattolo a sé, non ben s'affisse 
In lui, che n' arse, e comandò repente, 
Che Svestissero d* or; poscia gli disse: 
Serena ornai, figliuol, la trista mente, 
Che qui lieto vivrai senz' onta, e risse, 
Infra benigna, ed amichevol gente : 
E pur, che tu il mio amor con amor pari 
Secondar vogli, havrai premi alti e rari. 

E 'n questo dir, pien di calor V abbraccia. 
Lo stringe al petto, e con aiFetto osceno 
Cerca baciar la di lui casta faccia, 
E M suo macchiare immacolato seno : 

I 

Ma il giovine da sé con man lo scaccia, 
E di zelo celeste il cor ripieno 
Si straccia i panni: Eh brutto can, che pensi 
Bruttar (gli dice) i miei non sporchi sensi ? 

Riman confuso il re, mutolo, esangue 
Non poco a tanto ardire, e poscia rende 
A la lingua la voce, al volto il sangue 
E al cor lo sdegno; onde al garzon s'apprende, 
E in terra il pesta, come fosse un angue. 
Né di ciò pago, a fiera turba il rende 
Che pria lo sferza, e poscia il corpo incide 
E le incise sue membra a i can divide. 

Sviluppato Asmodeo da la tenzone 
Di Aristocle, volea di molte cose 
Placitar Aristotele, e Zenone; 
Ma il gran divo di Tarso a ciò s' oppose, 
E gli disse: Non più, ma in quel girone 
Fa che tu lor conduca ove gli pose 
La primiera sentenza, o sia il loco 
Di tollerando, o intollerabil foco. 



120 POESIE DI MILLE AUTORI 



Canto XVI. 

Le Sibille si avanzano al tribunale di Dio e pretendono di esser 
salvate, avendo profetizzato la venuta di Cristo; ma il diavolo af- 
ferma che debbono essere sua preda, perchè furono pagane : 

Ed ancor che fra tante havesse alcuna 
Del venturo Messia gran cose dette, 
Non festosa però credea esser una 
De r anime che in Ciel chiamansi elette. 
Però che Dio si serve anco opportuna 
Mente de' mali in profetar perfette, 
Perchè la verità fuor de la bocca 
De' suoi nemici più credibil scocca. 

La sibilla Eritrea che, poi, fu chiamata Cumana, per esser an- 
data a Cuma, si difende, e conchiude: 

del mio dir mancante o inculto 

Supplir ti piaccia ogni difetto usato : 
Poi fa di me, Giesù, quel che tu vuoi. 
Che t' amerò, benché Satan m'ingoi. 

A queste parole sant'Andrea, colui che con gran diletto stette tre 
giorni in croce, cos\ disse: 

Vieni, Colomba, vieni al tuo diletto. 

De la Gentilità novella aurora: 

Venite Olda, e Debbora, e tu eh' eletto 

Con esse ha il Ciel, vien Mariamme ancora. 

Così elle si levar; 1' altre restaro 

In poter del demon con pianto amaro. 

Intanto le Vestali aspettano, tremando, a lor volta, il giudizio. £ 
Tuzia dice sospirando: 

E che sarà di noi, che i sensi frali 
Domiti habbiam, verginità seguendo ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. llj 

E Claudia, che trasse, col suo fragil cinto, il vascel che venia da 
Pessinunte, esclama: 

SU figlie, dimandiamo aita, 

Che la verginità qui vien gradita. 

Ma Satanasso le spezza la parola, gridando : 

e che pensate, 

Vergini pazze, al Ciel! se a falsi Dei, 
Qual fu Vesta, serviste e verno e state .^ 

Le Vestali non rispondono e si danno a tristi omei. Intanto si 
avanzano novelle schiere, varie di riti e di bandiere. Vengpno mo* 
nacelle del monastero di santa Chiara in Ancona, e le Milesie che, 
per non macchiar la lor natia pudicizia, eroicamente si tolsero la vita, 
come Sofronia e Eufrasia, che si trafìssero, e Pelagia che si buttò 
a fiume, come Dugna e Vanda. Il diavolo, intanto, così parla: 

Infatti son le femmine ostinate 

Sovra quanti animai sostien la terra. 

Giudici, io non credea, che si sfrontate 

Fossero in venir qua, dove non s* erra. 

Massime in giudicar T alme accusate 

Di fallo, che malizia interna serra, 

Qual è il troncarsi un membro, o il darsi mone 

Per ischifar d'onor lubrica sorte. 

Perchè del proprio corpo alcun non puote 
(Sia di gente minuta, o d'alti eroi) 
Dirsi padron, ma Dio; le ragion note 
Ti dà la legge, se veder le vuoi. 
Chi dunque sé di mal cortei percote, 
Iddio percote in un de' servi suoi, 
E fa ingiuria non lieve alla Natura, 
Che ama la vita, e di serbai la ha cura. 

É noto ancor che preferir non dessi 

Un ben minore ad un maggior: ma certo 
Ricchezze, e spesso onor restan depressi. 
De la vita al paraggio, ed al suo merto. 



128 POESIE DI MILLE AUTORI 

Vuol lo Stesso ragion, che si confessi 
Delle parti di quella, e però aperto 
S' ha nel sacro liceo, eh* offende il Cielo, 
Chi tronca membro a sé con stolto zelo. 

Forse diran, che ad evitar periglio 
Di compiacenza ne lo stupro altrui, 
E per non mutar fede in Mauro esiglio. 
Si han levate il più bel da i volti suoi. 
Ed io dirò, che prò, danno, o scompiglio 
Non dee conducer V huomo a error per cui 
Ei perda V alma : oggi parliam sii '1 vero, 
Perch' oggi appunto manca il nostro impero. 

Né di fragilità scusa a lor basta. 
Per iscolparsi, perché mal nessuno 
Facean in conservar sua mente casta. 
Benché bruttasse il corpo atto importuno: 
Anzi colei, che a suo poter contrasta, 
Nò cede volontaria a sforzo alcuno. 
Soffre quasi martirio, e quindi avviene, 
Che gemina corona in cielo ottiene. 

Dovea dunque aspettare, e non con taglio 
Vietato prevenir quel, eh' era incerto. 
Però che spesso V imminente maglio 
Non discende a colpir torello offerto. 
Nò più grano il demon versò nel vaglio, 
Perché tenea per sé il giudizio certo. 

La badessa delle monache anconitane si difende, e sostiene che 
non sempre è peccato il darsi la morte: 

Dical Sansone, il qual per far vendetta 
De' Filistei, rovinar volse il tempio. 
Benché vedesse in tal ruina eletta 
Anco la sua con memorabil scempio. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 129 

Né però habbiam che. in questo unqua disdetta 
Fosse r entrata al Ciel, come ad huom empio. 
Ci son de gli altri in simil casi incorsi» 
Che non senton de V Idre inferne i morsi. 

Tal forse è Razio» il cittadin si grave 
Fra' Marabei, huom di sua patria padre. 
Che perchè di servaggio indegno ei pavé 
(Che cinto T han di Nicanor le squadre), 
Vuol, che la spada sua del sen gli cave 
Queir alma che fu d' opre egregie madre. 
Ma perchè a colpo tal non era uscita. 
Le apri col precipizio a pien V uscita. 

Su via, semplicità, giunta a ignoranza 
Di punti teologici, e legali, 
Di verginelle, chiuse in sacra stanza, 
Per sottrarsi a le trappole mortali. 
Non ci basta a scusar.^ che né arroganza, 
Né sprezzo di decreti alti e immortali 
A ciò né indusse; ma con tal ferita 
Sperando far a Dio cosa gradita. 

Cosi è, Signor, cosi è, gridaro unite 
Le monacelle tutte; onde a i lor gridi 
Commossi i Padri : Hor su, figlie, venite. 
Dissero, ai sacri, e a voi serbati nidi, 
E vengan vosco quelle dame inclite. 
Ch'hanno meriti a i vostri eguali e fidi: 
Ma r etniche matrone habbian 1' onore 
Di star nel centro, ove e' è men d' orrore. 

E tu con esse ancor n' andrai, Spurina, i 

Che tanto amasti il bel candor del petto, i 

Che per non lo bruttar con fiera spina i 

Il tuo guastasti innamorante aspetto: \ 

\ 

Del Balzo. Voi. VI. 9 ' \ 

I 



150 POESIE DI MILLE AUTORI 

Onde esempio si bel fu disciplina 
A chi di pazzo amor tenea diletto. 
E si modesto io '1 vidi andar con quelle. 
Che con minor modestia andavan elle. 

Segue il giudizio di Leviathan, di Lutero, di Calvino, ed altri 
eresiarchi; il diavolo, accusandoli, conclude: 

Caccierò or quello Luci'an, che vago 
Di morsicchiar gli Dei, morso cadeo; 
E Plinio, che mal cauto a la vorago 
Troppo s'avvicinò del monte Etneo; 
E quel Lucrezio, il qual si mostrò pago 
D'alti secreti, e di quei pompa feo 
Cantando; e poscia al fin spinto d'amore 
Malefico, die' morte al proprio core. 

Porrò con lor Protagora, che in forse 
Porre tentò le deità superne. 
Onde rapido il pie d'Atene ei torse 
Intimidito, da minacele alterne; 
Né lascierò Di'agora che sorse 
A negarle del tutto in voci esterne; 
Onde per tai follie sciocche, e malvage 
Cagionò a Milo sua l'ultima strage. 

Con questi accoppierò quei, eh' ebber setta 
Col Machiavel, che per lo più son grandi; 
E però tanta ciurma, e cosi infetta, 
Dove, assessori, è ben, eh' ella si mandi ? 
Sotto gli eresiarchi ella si metta 
(Usci decreto) in stagni aspri, e nefandi. 
E r idoi de le mosche a tal risposta 
Con r incredula turba indi si scosta* 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. IJI 



Canto XVII. 

Il giudizio è finito. Tutti fìggono gli occhi nel general Censore, 
il quale, dopo aver penetrato col suo sguardo folgorante il chiuso 
core di tutti, si rasserena, e, rivolto agli eletti, cosi parla: 

Venite meco, o benedetti e cari 

Figli del mio gran Padre, e miei coeredi. 
Vi chiesi pane, e bere, e fra i pagliari 
Duro covile, e logorati arredi ; 
Mi vedeste ristretto in cieci e amari 
Carceri, e guasto da la chioma ai piedi, 
E visite, ed unguenti hebbi da vui, 
E tetto, e panni, e satollato fui. 

Tanto a' poveri miei pronti faceste 

In mio riguardo, al buio, ed a V aperto, 
E però possedete il mio celeste 
Regno, già destinato al vostro merto: 
Regno, in cui senza enigma, e senza veste 
Si scorge il gran Monarca a viso aperto, 
Ch' è la felicità certa^ e verace 
Che godon Y alme in sempiterna pace. 

Poscia gli benedisse, ed essi inchino 
Gli fér .devoto umilemente, e grato. 
Surse allhor con la cetra un serafino, 
Ed in lode cantò de V huom beato : 
Anime illustri, che nel mal confine 
Di tanti insidiator v' armaste il lato 
D' invitta sofferenza, e *1 cor di pietra 
Mostraste incontra ogni infernal faretra, 

Quinci de la superbia il capo ahero 
Generosi calcaste, e i pravi affetti 
Vinceste d' avarizia, e '1 mal pensiero 
Che v'adducean lussuriosi oggetti: 



132 POESIE DI MILLE AUTORI 

Superaste Y invidia, e con severo 
Dìgiun la gola maceraste, e i petti 
Spogliati d' ira havete, a sudor spenta 
L'accidia, al bene oprar noiosa, e lenta. 

Cosi d' un oste tal voi trionfanti 

Fruirete d'un ben, che mai non manca, 
Senza temer, che morte unqua vi spianti 
Da la corte del Ciel, eh' è di lei franca : 
Dove impierete già i seggi vacanti 
Ne' quali ogni sedente il cor rinfranca. 
Vivete dunque lieti, e le passate 
Fatiche, ed i martir tutti obliate. 

Questi nettarei, e dilettosi accenti, . 
Che di gioia colmar tutti i beati, 
Accrebber lutto, e fér vie più dolenti 
Rei, eh* a pene eternai fur giudicati: 
Centra a quali rivolti i lumi ardenti 
Il Giudice supremo, e i diti alzati, 
Fulminò tal sentenza, e al suon tremonne 
Di Dite il suol, del ciel 1' ake colonne : 

Itene, maledetti, al foco eterno, 
A Lucifero, e a' suoi già preparato. 
Ma per vostra empietà, per fare ischerno 
Degli ordin miei con voi participato : 
Hebbi fame, ebbi sete, e al maggior verno 
Gelai tapino, ed in prigion serrato 
Stetti, mal sano, e peregrin sovente 
Mi vedeste, e sprezzaste iniqua gente. 

E quando mai te, pio Signor, vedemmo 
Famelico, assetato, e senza spoglie; 
Quando ospite mendico, e non ti demmo 
Albergo, e modo d' appagar tue voglie ? 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. I33 

Quando te infermo, e prigìonier scorgemmo, 
E non venimmo a consolar tue doglie ? 
Quel che a' minimi miei (ripigliò) dato 
Non havete, 1* havete a me negato. 

Però da me partite alme infelici. 
Ed a gli eterni ardor voi le adducete 
Ministri del mio sdegno, e de le ultrici 
Fiamme al diro furor le assegnarete. 
Disse, e col cenno fé*, che a le pendici 
Del Ciel tornasser le falangi liete, 
E tenesser le vie dianzi calcate 
Nel modo stesso e con le insigne alzate. 

Un rumor, un stridor di man, di voci, 
Di piedi un calpestio, di fischi un suono, 
Un confuso calar di colpi atroci 
Su '1 dorso a condennati, un empio tuono 
Di maledizioni a santi, a croci, 
A padri, a figli, a confessor, che buono 
Ogni vizio a lor fèr, s' udì, partendo 
Da r umir etra l'Arbitro tremendo. 



Qui il poeta descrìve il sozzo tripudio dei demoni, che si cac- 
ciano innanzi i condannati. Poi è preso dal dubbio : perchè i sette 
savi della Grecia, che tanta £ima di lor lasciarono nel mondo, sono 
pure tra gli infelici peccatori, buttati nell' inferno I San Tommaso lo 
soccorre e gli risponde: 

È vero 
Che i sette savi de la Grecia han dato 
Di sé gran saggio, e del suo oprar sincero. 
Ma perchè il santo lume è in lor mancato 
Di fede, almeno implicita, del vero 
Medì'ator venturo, haver non ponno 
Albergo in Ciel dal sempiterno Donno. 



134 POESIE DI MILLE AUTORI 

Perchè senza tal lume ogni opra egregia. 
Ogni cara dottrina, e buon costume» 
A merito di Cielo il Ciel non pregia. 
Ma gli ha per lampi di fugace lume. 

Il buon poeta ha altri dubbi e TAngelico dottore si affretta a 
scioglierli. L' inferno è, forse, sotto il monte Etna, sotto il Mongi- 
bello, sotto il Vesuvio, come crede il volgo? E san Tommaso a lui: 

S' abbaglia il vulgo : per quei monti . . . 
Che nominati hai tu, non han trapasso 
L' anime disperate. 

Il poeta, che vuol far pompa della sua erudizione scolastica, in- 
calza : 

E perchè alcuni peccatori non soffrono nell'inferno, insieme 
con tutti gli altri peccatori, ma sono messi in luoghi speciali ? 

Dentro a l'ardor, che inconsumabil empie 
Lipari di faville, un re sommerso 
Fu da duo gran Pastor, perchè con empie 
Maniere ei volse il sangue lor disperso : 
Com' anco avvien, che in Mongibel si sciempie 
Bertolfo duca di Teringia: immerso 
Ne le sue fiamme, perchè cambiò fede, 
Ed a più morte incrudelito riede. 

A questo ei replicò. Quel Dio e* ha cura 
De r antico, e novel passato mondo, 
Porge di allume fertile pastura 
A i detti fuochi, e par la dia il profondo : • 
Gli abbonda di bitume atto a Y arsura, 
E pasce di salnitro ogni altro fondo, 
Che in Nanavata, e in Messico dilate 
Le sue faville, e i suoi cinerei fiate. 

E se talora il suo giudicio occulto 
Rilega r alma in promontori o in valli 
O in sterile maremma, o in giardin culto. 
Non vicn perchè indi al baratro s* avalli, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I5S 

Ma perchè dove altrui fér grave insulto 

commisero attoci, e spessi falli 
Vuol Dio purgarle, o tormentarle insino^ 
Ch' abbian fra '1 riso o '1 pianto il lor confino. 

Tra gli altri dubbi, il poeta muove anche questo : 

Dimmi dunque, se il foco, il qual nel chiostro 
Regna de le miserie, è di sostanza, 
Di natura e di forme uguale al nostro. 
È senza dubbio, anzi d* ardor Y avanza : 
Più ti dirò (forse parratte un mostro) 
Che benché sia corporeo, egli ha possanza 
D' afBìgere gli spini e insieme 1* alme, 
C hanno deposte le terrestri salme. 

L'avanza ancora, che quantunque egli arda 

1 corpi, incenerire ei non costuma, 

E la sua fiamma, oltre ogni ardor gagliarda, 
Le tenebre infernai non però alluma: 
Vive senza alimento e non ritarda 
Punto r ufficio suo, né si consuma. 
Son del Ciel meraviglie, onde non puote 
L* ingegno uman le sue cagion far note. 



Canto XVIII. 

Il poeta Qon è pago di tutta la dottrina che ha ingoiato, ne vuol 
deir altra. E, dopo aver saputo della natura del fuoco infernale, ò 
curioso di apprendere di quella della luce celeste. Se la luce è cosi 
viva, come si può sopportare ? perchè 

... chi mira bacin soverchio ardente 
Prova di cecità quell'aspro male 
Che fé* provar re crudo e insospettito 
A ministro fedel, già si gradito. 



136 POESIE DI MILLE AUTORI 

Chiaro esempio ci dà l'oste guerriera 
Di Senofonte, che per lunga neve 
Camminando, scemò sua vista altera 
Che le fu nel pugnar di sconcio greve: 
E '1 siculo tiranno, il qual da nera 
Carcere trasferi, per colpa lieve, 
Due giovani a prigion lucida, e bianca. 
Fé' la pupilla lor di luce manca. 

L* almo chiaror de la città de' vivi 

Non vien da corpo, quale è il sol, densato. 

Ma deriva da i lumi etemi, e divi 

(Ei replicò) del Creator beato: 

E però non diffonde i suoi giulivi 

Raggi al vicin cristal, né ad altro lato. 

Ed è si puro, che diletto apporta 

A gli abitanti, e gli occhi lor conforta. 

La città poscia è di materia tale, 
E di artificio si perfetto e raro 
Ch' ogni altro è in paragon ruvido, e frale, 
Benché di marmi, e di lavor preclaro. 
Il fondamento suo non è mortale. 
Che mani eteme, etemo anche il fermaro, 
E i muri alzar di iaspidi, e zafiri. 
Di bei smeraldi, e calcedonii miri. 

Son di sardio gli stipiti, e locati . 
Su '1 limitar di Androdamante gravi: 
Sardonici, rubin, perle, e topati 
Pendon sublimi da l' argentee travi. 
Ha fori, invece di finestre, ovati. 
Di crisoliti, e opali, alquanto cavi: 
Il tetto intarsiato è d'ametisti. 
Di giacinti, e berilli a elettri immisti. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I37 

Stan le colonne di diaspro eletto» 
Fregiate di carbonchi avanti, e dopo: 

I capitelli son di prassio netto, 
E le basi di lucido piropo : 

II pavimento d* or massiccio, schietto 
Non ha di fregio, e di musaico d' uopo : 
Il crisopraso, V onichin, Y angite 
Ornano i lati, e T iride, e *1 charnite. 

■ 

E continua le descrizione. Poi il poeta, di nuovo, si rivolge al< 
r Angelico dottore: 

Hor tu m* insegna 

Quanto ha d' altezza il cielo in fin sotterra. 

Rispose : Da la spera ornata e pregna 

Di stelle, e che più cerchi in grembo serra. 

Il compasso astronomico si assegna 

Ottanta millìon di miglia a terra. 

Onde in quattro mill' anni andrebbe a stento 

Lassù chi fesse al di stadii ottocento. 

E se un grosso macigno unqua cadesse 
Dal globo ov' hanno 1* Orse il suo convesso. 
Non verna, credi a me, che al suol giungesse 
In dieci lustri, con otto altri appresso. 
Quantunque a ciascun' bora discendesse 
Cinquanta leghe dal suo pondo oppresso : 
Hor da spazio si amil (che pur è tanto). 
Se puoi, misura da U in suso il quanto. 

Se la stanza di Dio tant' alto sale, 
(Soggiunsi), quando mai Y anime sante. 
Che de gli angeli al par non veston ale. 
Forniranno un cammin di miglia tante s*^ 
Ed ei: Chi le creò, chi tutto vale. 
Dà tanta agilitade a le lor piante. 
Che pon sovra le nubi in un baleno 
Levarsi, e porsi de Y Empireo in seno. 



1^3 POESIE DI MILLE AUTOU 

Poi, dopo altre divagazioni, sente il bis<^o di far sapere che si fa 
e che si gode in paradiso. E il buon monsignore dimentica, forse, 
la scolastica, e d dà un pò* di paradiso di Maometto. 

S' odon melliflui, e dilettosi canti. 

Che in varii suon forman le voci umane 
Con le assunte da gli angioli prestanti, 
In onor di chi vinse il mostro immane; 
S' odono sinfonie di plettri santi, 
Onde r udito appien lieto rimane, 
S' odorano profumi assai più grati. 
Che r ambra, Y aloè, gli odor moscati. 

Sente il suo gusto anche il palato, e questo 
A lui non vien da frale esca terrena; 
Ma d' umor, che da tempra ottima ingesto 
Ne la lingua trapassa, e dobsor mena ; 
E chi sa, forse il Ciel non manifesto 
Licor gì* infonde, e '1 manda in ogni vena, 
E tal che cede ogni sapor che 1* arte 
Condisce, e la Natura a V huom comparte. 

Nò riman privo di diletto il tatto; 
Poiché gode il favor d' aura soave, 
E de i corpi celesti il bel contatto. 
Che molto aggrada in si divin conclave; 
E dritto è ben, che s* egli in terra ha tratto 
Amarezza per Dio noiosa, e grave. 
Tragga lassuso dilettanza tale 
Qual non disdice a purità immortale. 

Baciano i padri de' suoi figli i volti, 
Tengon le madri in sen le figlie strette, 
Son da gli avi i nepoti in braccio accolti. 
Vere loro propagini, e dilette, 
S' abbracciano i fratelli, indi poi sciolti, 
Fanno agli amori le accoglienze accette ; 
E con essi membrando i vecchi amori 
Inteneriscon di dolcezza i cori. 



INTORBO A DANTE ALIGHIERI. 139 

O Guido de* Casoni, anzi di Clio, 
E dì Aganippe eterna gloria, e onore, 
E tu de i gran Cancelli alto, e natio 
Germoglio, e di virtù chiaro splendore, 
Camillo illustre, se avverrà che Dio 
Degni quando, che sia, cavarmi fuore 
Di questa vecchia scorza, e alzarmi al Cielo, 
Con qual ti rivedrò contento, e zelo 1 

Parla di alcuni vizi 1' Angelico dottore. E, infine, cosi conclude, ri- 
volgendosi al poeta: 

E pensa al sommo Ben, s' ami il tuo bene. 
Cosi penso di far. Tu dunque assegna 
La consistenza a me di si gran bene; 
Forse ne Y oro sta, per cui V huom regna, 
O ne la voluttà, eh* allegro il tiene ? 
Consiste forse in haver V alma pregna 
Di saver, o in far cose, ond' è lodato 
Il giusto^ il saggio, il forte, il temperato ? 

Il sommo Ben (per quanto afferma il choro 
Universal de' saggi) ha da esser tale. 
Che per sé solo si appetisca; hor 1* oro 
Per sé non appetiam; ma perché vale 
A darci agio opponun, nobil decoro. 
Vitto buon, manto bel, magion regale; 
Ma tai cose bear non posson T alma, 
Che son del corpo, o vanita te o salma. 

E r oro grave aggrava, e afflige il core 
Del possessor, che de le insidie altrui. 
Contro sé, contra quel vive in timore, 
Benché 1' haggia sepolto in centri bui : 
E con la voluttà spesso il dolore 
Si mesce, e fa strillar gli amanti sui, 
O perché troppo stan con Persia in tresca, 
O perchè empiono troppo il ventre d' esca. 



140 POESIE DI MILLE AUTORI 

L' ambizìon, che da mendica, ed ima 
Capanna in su '1 mattino a mitra estolle 
Lelio, in su '1 vespro il cor gli rode e lima, 
Perchè il rivai rosso cappel gli toUe ; 
E quel, eh* hier giunse a V elevata cima 
Del più fastoso, e riverito colle. 
Stanotte in vece di sapor soave 
Sente il picchiar di turbolenzla grave. 

Fra i gusti, che potrian render felice 

L' huomo quaggiù, nullo, cred' io, pareggi 

Quel, che dal fonte de le Muse elice 

Un avido amator de le sue leggi. 

E pur, né questo ha si fatai radice 

Che per lei sempre il suo rampol verdeggi: 

Perchè nembo talor si oscuro il tocca. 

Che inaridito al suon mesto trabocca. 

Ma senti, e nel tuo cor mio dir s* interne, 
Quella notizia, che in talun si trova. 
Per cui le cose corporali ei sceme, 
E gli accidenti loro, e insieme approva 
Le qualità sensibili, ed esterne ; 
Non è buona a capir (fanne la prova) 
Le specifiche lor vere nature. 
Che sensate non sono, e perciò oscure. 

E nel ver, chi mi dai, che '1 suon, la luce. 
Sappia che proprio sia ? Di' come e donde 
L' essenza della fiamma a noi riluce. 
Se ne' tesori suoi Dio la nasconde? 
Quindi è, che de i Pansoci ogni gran duce 
S' abbaglia in cose tal, e si confonde : 
Ed accortosi al fin, che '1 più, eh' intende, 
É '1 minor de V avanzo, a pianger prende. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I4I 

Ma qui de gli Apatisti il più facondo 
Seneca venga, il qual ne le morali 
Azioni ponea tutto il giocondo. 
Beatifico stato de' mortali; 
E mi dica, se a ber 1' assenzio immondo. 
Provò felicità, scevra da mali; 
E se Anasarco allhor, che era pestato 
Dal tiranno in un pilo, era beato. 

Dura beatità: certo infelici, 
E miserelli furo anche i beati, 
Mentre vennero qui da fier nemici 
Crocifissi, battuti, arsi, e rotati. 
Sol furo in tanto pe' i lor guai felici, 
In quanto hebber gli spirti al Ciel levati; 
Che *1 senso non può far, che *1 duol non senta. 
Se divino poter non gliel rallenta. 

Tal, che beatitudine qui in terra 

Non è chi possa haver, né men e* è cosa, 

Che gliela possa dar. Campo di guerra 

É questa mondi'al macchina annosa, 

Ch' afflizìon di spirto in sé riserra, 

Con vanità di vanità dannosa; 

Cosi cantò il buon Giobbe, e pianse il Paggio 

In tal sentenza veramente saggio. 

Consiste dunque il sommo etemo bene 
In vedere e fruir T istesso Dio, 
Ch' ogni perfezione in sé contiene, 
E non ha fuor di sé scopo, o desio; 
E però solo in lui fermi sua spene 
L' huomo, e tutt* altro gir lasci in oblio, 
Ch' ei sol render lo può sazio e contento. 
Ogni affetto terreno affatto spento. 



142 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Del Costantioi cosi parla il professore Umberto Cosmo: ' 

« I suoi erano di Cadore, ma i traffici gli avevano fatti scen- 
dere giù dalle montagne native e fermare loro stanza, ove 1* Alpi 
digradano a poco a poco in poggi ridenti, rivestiti di erbe e di fiorì 
e di frutte, si spianano in campagna ampia, sconfinata. 

« Qui resta Serrava! le, grossa terra a quel tempo ed oggi * for- 
mato con Ceneda un sol paese - cittadina elegante; frammezzo a 
questo splendore di natura ebbe i natali Toldo Costantini L' anno 
si tace, ma pensando, come sotto al suo ritratto, che sta davanti al 
poema e fu impresso nel 1648, si legge scritto: « anno aetatis 
a suae LXXII », non ci vuol proprio acutezza di critico ad arguire, 
che naque il 1576 per appunto. Giovane cominciò ad attendere agli 
studi della poesia, a vent* anni aveva già cantato con lieto epitalamio 
Io sposalizio di madonna Isabella Minucci; di lei - morta misera- 
mente in sul fiore dell* età, annegata nel Brenta * recitò sei anni 
dopo, nel tempio di Santa Giustina in Serravalle, Telogio, indulgendo 
naturalmente al tempo, che portava allo sfoggio dell'erudizione, a* 
concettini, ali* adulazione smaccata. ^ 

« Passò intanto allo Studio di Padova ad imparare giurisprudenza, 
e tra gli scolari celebri lo troviamo ricordato dal Papadopoli; 3 ma 
anche qui oltre che nelle leggi, e' dette opera ad impratichirsi ne* 
versi, che ancora studente stampò un poemetto pastorale. 

«Il titolo n* è bizzarro parecchio: La metamorfosi della Brenta 
e del Bacckiglione, ma lascia s,u per giù indovinare il contenuto del 
libro. La storia non è certo nova: Bacchiglion e, baldo e robusto 
pastore, tutto intento ali* inseguire le fiere per i boschi, disprezza 
Amore e ride di lui ; or capitato ad una festa di pastori, cui pren- 
devano parte di lontano anco Venere e Cupido, drizza arditamente 
1* arco contro di costui ; non lo coglie, e ferisce invece per isbaglio 
i cogni della dea. Ma il piccolo iddio non perdona, e, vendicativo 
com* è, infìgge una delle sue quadrella nel petto del misero giovane, 
mentre insieme ferisce, ma d*un dardo « impiombato e freddo », il 
core di Brenta, vezzosa montanina. 



' Prima del Cosmo richÌAmò l'«tteiuione 
d^li ttttdioti tul CotUatiai, in questi vA- 
timi tempi, Vittorio Imbriani, ma invero di 
sfuggita e incidentalmente, a pagg. 138- 141 
in : SulU rubrùa dantésca mi Vìllam, Bolo- 
gna, tip. Fava e Garagnani, MDCCCLXXX. 
Estratto dal periodico: Studi filologici^ 
storici é hibliograjici. Il Propuptatcre, vo- 
lume XIII. Questo studio è stato, poi, 
riprodotto a pagg. 1-17S in : Studi Danteschi 



di Vittorio Imbriani, con prefasìone di Fe- 
lice Tocco. In Firenie, G. C. Sansoni, edi- 
tore, 1891, in- 16. Il brano che concerne il 
Costantini si trova a pagg. 119-122. 

' Unito alla Metawtorfosi della Brenta e 
del Bacchiglionet Ferrara, i4{i2. 

3 Kic. Comm. Papadopoli, Historia Gym' 
msii Pataifinit Veneiia, Coleti, 1726, to. Il, 
Hb. I, pag. ij$. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I43 

Qual arida facella, a cui serpendo 
Vada foco d* intorno alto e vorace, 
Tosto s' accende, che favilla ardente 
Tratta fuor de V incendio a lei s' arresta ; 
Cotale Bacchiglion da V aurea face 
Fatto caldo, e d* amor disposto al foco, 
Subito miserel s' accese ed arse 
A le prime fiammelle, a i primi ardori, 
Che da' lucidi rai di Brenta uscirò (p. 13). 

«Non occorre proprio sforzo d* ingegno a immaginare la fine: 
Bacchìglione innamora perdutamente dì Brenu, che non ne vuol 
punto sapere ; il misero amante invoca invano gli aiuti di Grigino, 
uomo mezzo tra il negromante e l'augure, invano prega gli dei, 
eh' abbiano pietà del suo caso, Brenta non lo degna pur d' uno 
sguardo. Ed egli « la va di su, di giù cercando, s> e via per le selve 
grida il suo nome, fin che la rintoppa 

entro un fiorito 

E verde smalto, ove tessea ghirlande. 

« Ma la scortese fugge via ratta; egli T insegue, rincalza, le è 
presso, sta per raggiungerla, stende le braccia, ma queste gli tornano 
al seno e non stringe che nebbia. La fanciulla nella distretta ha 
invocata Diana casu, che V ha circonfusa d' una fìtta nuvolaglia e 
cambiata poi in limpida fonte. 

«r Figurarsi il misero amante, che sognava già paghi i suoi de- 
sideri ardenti: piange, urla, impreca agli dei. Ridottosi a casa, ac- 
corrono i pastori, la sorella Tessina e cercano con succhi, erbe, 
parole magiche di rimarginare - la metafora non è mia - la piaga 
amorosa; invano, la vita non è più per lui. 

« Ritoma a* luoghi amati e piange e prega : gli dei si muovono 
a pietà e convertono in fonte lui pure: 

ei si sente 

Venir meno, e disfarsi a poco a poco. 

Già le tenere membra, il crine e *1 mento 

Stillano a guisa d' inesausta vena : 

Già le membra s' assottiglian, le dita 

De i pie rimangon de la pelle ignude (p. 38)... 



tu 



POESIE DI MILLE AUTORI 



« Ma r amante è lieto e manda morendo le ultime parole a 
colei che amò tanto: 

Ora non isdegnar, che fatto un gorgo 
Viva teco pudico, e burnii consone (p. 39); 

Brenta e Bacchiglione sono diventati due fiumi, e confondono in- 
sieme le acque; è l'amplesso de' due amanti! 

« Tutto è qui simbolo : ì nomi degli altri pastori sono ì nomi 
degli affluenti del Brenta e del Bacchiglione, se non di terre e ca- 
stella di qualche amico illustre dell* autore, a bella posu messo dentro, 
per cogliere cosi il destro a tesserne le lodi. Se il mestier del poeta 
il Costantini lo conosceva solo di lontano, in quello dell' adulare 
era maestro da un pezzo ! Né per altro forse è il poemetto notevole 
al critico: rifrittura com' è de' soliti drammi pastorali, brutta prosa 
distesa in pessimi versi. Io non mi sono indugiato su d' esso, se non 
per poter meglio rilevare 1' azione, che sul Costantini giovane dovè 
esercitare il Tasso e che mi servirà in appresso a sciorre un nodo 
importante; azione, che si spiega bene nella scelta del soggetto e 
ne' versi non radi imitati dall' Aminta e dalla GarusaUmnu, 

« O belli o brutti i versi però questa volta fruttarono, che il 
Costantini venne presto chiamato a reggere il vicariato della diocesi 
di Treviso, e di là - essendo dovuto passare, per alcune differenze 
col foro civile - a Roma, altri vicariati ancora; ma forse era per- 
chè a' versi il poeta accortamente inframetteva orazioni e consulti 
legali. ' Ma agli strapazzi del lavoro troppo a lungo non si può du- 
rare, ed e' cadde malato a morte; rinsanichito, smesse ogni officio 
e se ne tornò qui nel Veneto in una sua splendida villa, a coltivare 
le muse, da così gran pezza abbandonate. ' Qui nella tranquillità 



' Il vicariato di Treviso sotto i vescovi 
Francesco Giustiniani e Silvestro Morosini ; 
quelli di Tuscolo, Portuense, Ostia, sotto 
i cardinali Giambattista Dati, Franceaco 
Sforza, Gian Maria di Monte (vedi Biblio- 
teca Aprosiana, passatempo autunnale di Cor- 
nelio Aspasio Antivigìlmi, Bologna, Mano- 
tessi, 1673, pag. 14). Il Costantini fu anche 
vicario generale di Velletrì e qui rinnovò 
l'Accademia col nome de' Riaccesi e le 
dette sede nel palazzo episcopale (TheuU, 
Teatro istorUo di Velletri, Velletri, 1644, 
lib. Ili, pag. 269). 

' Vedi r elogio che di lui sta nelle Glorie 
degli Incogniti^ scrìtto ancora in suo vivente 
(Venezia, 1647). La villa era quella di 
Bellostare nel contado di Tarso in quel di 



Vittorio, luogo de' più ameni che ai possa 
immaginare (vedine la descrizione nel Ter^» 
ritratto dei discorsi e delle dcacrìttioni di 
Giorgio Gnuiani, nobile cenedeac, Tivvigi, 
Reghettini, 1728, fol. 23 a). A proposito 
delle Glorie degli Incogniti non sari inutile 
riportare qui quello che sulla composiaione 
di esse scrive Apostolo Zeno in una sua 
lettera {Lettere di A. Zeno^ Venezia, 178$, 
voi. V, pagg. 49- so): «In questo libro, 
qualunque e' siasi, non è stato solo ad 
aver mano Gerolamo Brusoni, ma molti 
altri di quella stessa Accademia, ricavandosi 
ciò dalla diversità dello stile, con cui sono 
stese le vite di quegli stessi accademici; 
dal che credo essere provato che né Bru* 
soni, né il Loredano, né altri se lo sia 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



M5 



degli ozi campestri, nel secreto dei boschi rispecchiantisi nell* acque 
azzurre del Iago sottoposto, dette mano al suo poema sul Giudicio 
estnmo. Ne aveva già condotti a termine 12 canti, quando - il 
20 dicembre del 1637 - essendogli capitato tra mano il Vaglio critico 
dell* Aprosìo e piaciuto di molto, pensò di trar profìtto dell' erudi- 
zione e del buon gusto del battagliero frate, si che gli scrìsse la 
lettera che segue: « V. P. M. R. ha vagliato cosi bene il primo 
« canto del Mondo nuovo del cav. Stigliani che à eccitato in me 
« desiderio di pregarla, s\ come faccio, che si compiaccia di trasfe- 
cr rìrsi di qua questo carnovale per modo di diporto a mettere in 
a opera il suo Vaglio critico per l' espurgazione del grano d' un mio 
a amico, ecc. » ' Il grano dell' amico era l' opera propria, e V A- 
pTOsio glielo mondò bene da ogni mal' erba; che glielo rendesse 
però più poetico io vo* dubitare. La correzione durò tre anni, ma 
non sempre critico e poeta camminarono d' accordo, che qualche 
screzio ci fu; uno più grosso parve sorgere a correzione fìnita, ma 
- non so come - la cosa non andò molto avanti e i due fìnirono 
per tornare amici ' Anzi l' Aprosìo, che aveva giurato di non fìnir 
più le sue annotazioni al poema, che egli bizzarramente aveva inti- 
tolato Oli estivi, ci si messe poi a buono e le compi; fatica spre- 
cata del resto, che il Costantini morendo non gli lasciò i denari per 
la stampa, sì eh' esse se ne stettero inedite nella biblioteca che il 
frate fondò a Ventimiglia, sua patria. 3 

if Intanto moriva a Treviso Salvestro Morosini e - com' anco 
il vescovato fosse cosa ereditaria - veniva eletto a successore il fra- 
tello Mario; ma il padre, avveduto e potente senatore, non volle 
eh' accettasse, se il Costantini non gli fosse stato vicario. E il Co- 
stantini - che a' potenti in tempo di servaggio nulla si può negare - 
accettò; ma avendo in quella C. Bernardino Ferrari rinunziato al 



attribuito. Monsignor B«l<Uiure Boni&cio. 
che erm uno di loro, pare... dia lode di «ver 
composto ti suddetto libro * Gisnfìrsncesco 
Loredano, fondatore dell' Accademia » (B. 
B. Af vfarwN, Venetiii, apudT. lac. Hertium, 
1646, pag. 29$: «Scrìpsit elogia academ. 
snorum»). L'affermazione del Bonifacio, che 
era in caso di sapere, e scrisse un anno 
aranti uscissero le Glorie^ è nettamente 
determinata : non è improbabile però, che 
qualcuno degli accademici si scrivesse ad- 
iSrittura da sé il proprio elogio. Caso non 
nì^vo del resto I 

' Bìbliot. Apfs.^ loc cit. 

^ La causa del disgusto non si capisce 
proprio bene: dalla lettera al signor Gio- 
vanni Argoli, che sta davanti alla Sferra 



pctHca di Sapricio Saprici (Venezia, 1643) 
si raccoglie che il Costantini poteva fare 
al Ventimiglia, o Aprosio, o Saprici, o Aspa- 
sio Antivigilmi - eh' è tutt' uno - un favore 
e non glielo fece, adducendo a pretesto, che 
non aveva - egli, il Ventimiglia - ancor cin- 
quant'anni. Forse si tratuva di qualche 
dignitA ecclesiastica. E dire, scrìveva il 
VentimifElia, che 1' ho servito ■ non mica 
di denari t » Del resto, uno de' capitoli 
della Sferra è dedicato lo stesso al Costan- 
tini, e 1' autore cosi fece perchè restasse 
■ come continuo rimprovero della sua poca 
gratitudine. » 

' Vedi Bihliot. jiprot., pag. 165. Ora 
però - come mi scrìve il cortese bibliote- 
cario - non ci si trovano più. 



Del Balzo. Voi. VI 



IO 



146 



POESIE DI MILLE AUTORI 



rettorato del Collegio de* nobili ' in Padova, il Senato, con non poco 
dispiacere del Morosini, deputò a tale ufficio il nostro poeta. Lettore 
nel Collegio era, tra gli altri, anche il fiorentino Niccolò Pinelli, che 
r aiutò a. meglio fornire la sua biblioteca^ già bene assortita, anzi, a 
quello che allora si diceva, una delie migliori dello Stato ; egli in- 
tanto - sorretto sempre dal Ventimiglia - dava nelle ore d^ozio 
opera assidua a rivedere il poema. 

« Ma il collegio era ridotto al lumicino ; era stato fondato il '37 
e ne era stato primo rettore Baldassare Bonifacio, che del Costantini 
fu amico, e passò poi vescovo a Giustinopoli. Aveva avuto di belle 
idee : tenne la pensione, visite frequenti per parte de* magistrati della 
città. La cosa nova piacque e il numero degli scolari crebbe d*assai ; 
ma come tutte le cose umane - osserva mestamente il Facciolati - 
che crescono troppo presto, si trovò in breve ora decrepito. Del *4o 
si era ridotto ad otto alunni ; due anni dopo - per decreto del doge - 
fu chiuso. * 

« Il Costantini si ritirò allora presso il fratello Severino, avvo- 
cato di grido, ** in tranquillità attendendo a migliorare il suo poema. *' 3 
Ma ora le notizie su di lui vengono meno, sì che di questi ultimi suoi 
anni non è dato di dire una parola: nel '47 era ancora a Venezia, 
*' dove - scriveva appunto in tale anno l' estensore dell* Elogio ci- 
tato ^ - si trattiene carico d* anni, e di glorie, riverito da* virtuosi, et 
amato e favorito da* grandi ; mentre il suo nome acquistatosi l* im- 
pero sovra la tirannide del tempo, s* incammina ali* immortalità. ** 
Doveva certo vivere ancora nel *5i, quando uscì per la terza volta 
" ricorretto, abbellito, et accresciuto ** il suo Giudicio estremo ; ma il 
Laurent! - né so con quanto fondamento - scrìve nelle sue Memorie 
Serravaìlesiy eh* egli morì nel *ii 8 e fu sepolto nella chiesa di santa Giu- 
stina, là nella sua terra natale. ^ Certo più là del *52 non visse, né è 
improbabile il credere, che, sentendosi presso alla fine, ei ritornasse 
alla sua villa, tra il sorriso de' monti, de* boschi, del lago ! 

« Dell* opere sue giovanili ho già fatto cenno ; delle orazioni e 
de* consulti legali nulla so ; restano manoscritti di lui qui nella bi- 



* Era stato eletto bibliotecario dell'Ani* 
brosian* in luogo del RipAmonti. 

' Alcune - troppo tearte - notisie di 
questo collegio dA il Facciolati nei suoi D» 
Gjmnatn Patavini SyntagnuUa XIL Padova, 
Seminario, 17$ a, p*gg« 148-49. Vedi anche 
BihUot, Apros.f pagg. 118-19. 

' Bibliot. Aprot.t pag. 119. 

^ In i^ glorit degli imeognitif ecc. 

^ Il nob. Carlo Laurenti, canonico di 
Serrayalle, visse dal 1750 al iCao (?); le 



sue Memori* restano in Serravalle ms. presso 
r ing. F. Troier, ricercatore del e patrie 
antichità. Il signor Troier poi mi dice come 
« al Costantini deve aver recati non pochi 
dispiaceri e fastidi il tribunale dell' Inqui- 
siiione; » non ricorda però dove abbia lettA 
questa notixia, che cosi a occhio e croce 
pare inverosimile. Certo negli Atti, che 
dell' Inquisisione si conservano nell'Archi- 
vio di Suto di Venezia, il nome del Co- 
stantini non figura. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



M7 



blioteca del Seminarlo due discorsi letti all'Accademia degli Inco- 
gniti: parlano su alcuni versi delle Georgiche e sono a sfoggio di 
erudizione più che ad altro* ' Ma Topera sua maggiore, cui attese con 
cura amorosa per quindici anni incirca, che gli fruttò fama discreta 
allora e lo rende ancora degno di ricordo, è il Giudicio estremo. » ^ 

Questo poema dai contemporanei fu iperbolicamente applaudito 
e regalò all' autore l' illusione dolcissima di essere un gran poeta, un 
secondo Alighieri e di essere entrato trionfante nel cosi detto tempio 
della gloria e dell' immortalità. E, com' era costume di quei tempi, non 
mancarono gli elogi del frontispizio. Così in prima si legge il se- 
guente Elogio che Clemente Scoti per altro aveva scrìtto già prima 
di lui : 

PERILLUSTRI, AC REVERENDISSIMO DOMINO 

TOLDO COSTANTINO 

PROTHONOTARIO APOSTOLICO I. V. D. 

TAM EXIMIO lUSTITIAE AC AEdUITATIS CULTORI 

UT ILLIUS lUDICIUM, Q.UOD ROMAE, VENETIS, PATAVIJ AC TARVISIJ 

IN COMPLURIBUS TULIT CAUSIS, NUNQ.UAM FUERIT REVOCATUM 

Q.UI IN SUMMA SENECTUTE ILLA INGENII lUDICIJO., 

ARGUMENTA DEDIT SOPHOCLE OEDIPI SCRIPTORE FELICIOR 

UT CELEBERRIMI DANTIS INSISTENS VESTIGIIS 

INTEGRUM POEMA SCRIPSERIT AC EDIDERIT 

aUOD SATIS COMMENDANT LAUDES ILLI TRIBUTAE 

NON SEMEL AB ERUDITISSIMO LEONE ALLATIO 

ET A PRAESTANTISSIMIS POLITIORUM LITERARUM ACADEMIJS 

IN ITALIA CONSTITUTIS. 3 

E dopo le laudi accademiche unanimemente tributate e dopo la 
grave autorità di Leone Allacci che aveva detto che il poema « man- 
tiene sempre l' istesso decoro e l' istessa vivacità, qualità solo attri- 
buiu ad Omero e Sofocle, » non reca meraviglia il leggere anche in- 
nanzi al frontispizio questo epigramma di Flavio Querenghi conte di 
Pogliago, canonico di Padoa e grande ammiratore di Dante: 



> Cod. B. del seminano di Padova, 
a. 684. 

Sono «opra i irtnì a)3-)9 del lib. I ; 
il primo intero f« pubblicato per le noxze 
CosuntÌDÌ-Sonnani Moretti (Padova, 187$); 
il lecondo è frammentario. 

^ Vedi a pagg. a40-'a46 in: MtmorU 
della R. Accademia di scienze, lettere ed 
arti di Padova, anno 1891. Ease fanno 



parte di uno studio biografieo-critico inti- 
tolato : Un imitatore di Dante nel Seeento 
(Monsignor Toldo Costantini), Memoria del 
dott. Umberto Cosmo, che comprende le 
pagg. 239-268. Fu ristampata a parte dal 
Randi, Padova, 1891. 

3 Elogio estratto • ex sccundo opuscolo 
Animadversionum illustrìss. D. D. Clementis 
Scoti comitis Piacentini. » 



148 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Eccoti quei Giudicio Universale 
Che 1' Italia farà del tuo Giudicio; 
Tu acquisterai» signor, fama immortale 
Col dar premio al valor» castigo al vicio; 
E come il tuo saver tant* alto sale 
Che fai scrivendo un triplicato officio ; ' 
Cosi sperar potrai giunger al segno 
Di chi cantò quel triplicato regno. 



Così il Cosmo conchiude il suo studio: 

« Né la fama si era ristretta agli tiogi da frontispizio : Baldas- 
sarre Bonifacio nell' opera sua Dtìk Muse gli scriveva esametri afiet- 
tuosiy ricordando che un genio aveva inspirato il suo canto etereo, 
pari al canto degli antichissimi vati. E gli dedicava la Pietà fortunata^ 
giacché a chi, meglio che ad un uomo purissimo, libro siffatto poteva 
essare offerto ? ' Matteo Ferchié, pubblico lettore di teologia nella 
nostra Università, appena uscito la prima volta il poema, ne citava a 
grande autorità alcuni versi, e dell' autore diceva essere uomo di molto 
avvedimento. 3 

« E il povero canonico inorgoglito dal chiasso, che dell* opera 
avean menato gli accademici suoi amici, si era ripromessa addirit- 
tura fama immortale ; aveva sperato che lo stile suo risplendesse d^l 
dantesco al paro, aveva chiamato anch* egli sacro il suo poema ; e nel 
frontispizio aveva pomposamente fatto disegnare la figura dell* Ali- 
ghieri, cinta d* alloro, con la Commedia nella mano ; TAlighierì che 
guardava e stendeva la destra a lui, monsignor Toldo Costantini, 
vicario e protonotario apostolico. 

« Povero e buon uomo ! ei non s* era addato, come la condanna 
dell* opera sua, stava appunto in ciò : nel non aver avvertito che 
Dante discese di Paradiso portando seco le chiavi dell' altro mondo e 
le gettò neii' abisso del passato : niuno le ha più ritrovate. » ^ 

Pulvis et umbra. L'immortale Costantini che assaporò tutte le 
dolcezze della gloria é arcisepolto nell* oblio, né le nostre esuma- 
zioni varranno a renderlo noto se non a pochi eruditi. Ma lasciando 
da parte le esagerazioni, lasciando da parte il Carducci e la sua prosa 
in chiave di rettorica, che se il buon canonico avesse potuto leggere, 
forse non avrebbe scritto il poema, potete ben esclamare con Orazio: 



' Di theologo, historìco e poeu. 

' Mutarum ecc., Itb. Vili, pag. 345 e 

P*g- 347. 

3 Osstrx'ationi sopra il mGoffredo» dsì signor 



T. Tasso f composte da Matteo Fercbiè da 
Veglia. Padova, Pasqueto, 1642, pag. %t. 
4 Carducci, Diuorsi UlUrari t storisi. Bo- 
ìogan. ZanichelH, 1889, pag. 106. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 149 

babent sua fata libelli. Se grande e fugace fu la gloria del protonotario 
apostolico, grave e immeritato è il postumo giudicio. Nessuno dei nostri 
moderni storici letterari ne ricorda il nome, eppure si ricordano tanti 
altri che non valgono un mezzo Costantini. Il poema, come avete 
potuto vedere, contiene molte buone cose, il verso è facile, e spesso 
la descrizione felice; gli nuoce la prolissità, e la smania di parere 
troppo erudito di scolastica e di teologia. Non si può digerire tanta 
scienza monacale. Anche nella Divina Commedia, la parte meno 
felice e meno bella è la teologica ! Sia pace al buon canonico, che se 
avesse avuto una particella dell' anima di Tacito e un' altra di quella 
dell'Ariosto^ avrebbe fatto davvero un bel poema. Cosi com' è, l'opera 
sua non è spregevole, e merita un ricordo non solo nella storia della 
fortuna dantesca, ma anche in quella della letteratura nostra. 



I50 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCXCVII. 

Salvator Rosa. 



La satira contro i poeti. 
(1643-44). 

Nel seguente brano di questa satira è citato Dante: 

Chi cerca di piacer solo al presente 
Non creda mai d' haver a far soggiorno 
In mano a i dotti, e a la futura gente. 

Anzi havrà cuna e tomba, in un sol giorno. 
Chi stampa avverta eh' a 1* oblio non sono 
Nò barche, né cavalli di ritorno. 

Componimento v' è eh* a primo suono 
Letto da chi '1 compose fa schiamazzo. 
Che sotto gì' occhi poi non è più buono. 

Eppure il mondo è si balordo, e pazzo 
E fatti ha gli occhi cosi ignorantoni 
Che non scerne dal rosso il paonazzo. 

Àplaude a i Bavi, a i Mevi arciasinoni 
Che non avendo letto altro che Dante, 
Voglion far sopra i Tassi i Salomoni. 

E con censura sciocca, et arrogante 
Al poema immortai del gran Torquato 
Di coniraporre ardiscono il Morgante. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 151 

O! troppo ardito stuol, mal consigliato 
Ch' un ottuso cervel voglia trafiggere 
Chi men degli altri in poetare ha errato. 

Non t' incruscar tant' oltre e non t* afliggere 
De' carmi altrui, ch'il tuo latrar non muove: 
Se Infarinato sei, vatti a far friggere. 

Son degli scarafaggi usate prove, 
D' aquila i parti a invidiar rivolti. 
Il portar gli escrementi in grembo a Giove. 

Anco a la prisca età furono molti 

Che posposer 1* Eneide a i versi d' Ennio : 
Secolo non fìi mai privo di stolti.' 

Salvator Rosa nacque sulP Arenella, uno dei rioni della Na- 
poli presente, l'anno 1615, ma non se ne può precisare di quella 
nascita il mese ed il giorno. 

« Il padre dì Salvatore, » cosi il Cesareo, « fu Vito Antonio di pro- 
fessione agrimensore o tabulano; la madre, Giulia Greco, figliuola 
a un Vito e sorella a un Paolo Greco, entrambi pittori più a guazzo 
che ad altro; ben che Paolo dipingesse a olio figure di santi. 

« Ma la famiglia de* Rosa ritraeva dall* esercizio de' pennelli cos\ 
scarsi guadagni che Vito Antonio avrebbe voluto avviare il figliuolo 
per una professione meno aspra e infeconda: quella della lettera- 
tura. Infatti brigò tanto, che Salvatore fu ammesso nel collegio della 
Congregazione Somasca, dove imparò la grammatica e la rettorica, 
e si spinse fino a' rudimenti della logica. 

« Nessuna particolare notizia s* ha di quegli anni dell' infanzia di 
Salvatore; ma non par dubbio che, uscito di collegio, ei si sentisse 
chiamato alle arti liberali ; e per naturale diletto si mettesse a sonar 



' Qaeiti veni li leggono « p*gg« 201- 
2oa, voi. I, in : Potsit e UtUrt ediU ti imdiu 
di Salvator Rosa, pubblicate criticamente e 
precedute dalla vtu dell' autore, rifatta cu 
nuovi documenti per cura di G A. Cesareo, 
e a spese della Reale Accademia di archeo- 
logia, lettere e belle arti. Napoli, tip. della 
R. UniversitA, 1892, 1 volumi ÌB-4 gr. 

In questa satira contro i poeti, il Rosa, 
pigliandotela con la dotta canaglia, che ama 



i rancidumi, tira in mezzo Dante indiret- 
tamente : 

Kessuno stile è ponderoso, e greve 
Se tarlate e stantie non ha le forme; 
£ li dan vita momentanea e lieve. 

Non Uasmo io rìA chi per esempi e norme 
Prende il Lazio e la Grecia ; anch io devoto 
Le lor memorie adoro, e bacio Torme. 

Dico di quei che sol di fango, e loto 
Usan certi modacci a la dantesca 
E speran di fuggir la man di Cloto. 



152 POESIE DI MaLE AUTORI 

del liuto, a improvvisare in versi e a disegnar col carbone sui muri. 
E raccontan di lui che, avendo imbrattato di sue composizioni un 
buon tratto di muro nel chiostro degli Scalzi di Santa Teresa, ne 
ebbe in compenso una lavata di testa da' frati e una bastonatura dai 
portinai. Ma Salvatore era, già fin d* allora, cocciuto di molto ; né 
per questo si disanimò. Pieno il cuore e la fifintasia del divino pae- 
saggio napoletano, ora si recava in barca pe *1 golfo, col suo amico 
Marzio Masturzo, a delineare queir orizzonte e Capri e la famosa 
capigliatura del Vesuvio; ora s* affacciava nello studio dello zio Paolo 
Greco, a copiar qualche testa, ad abbozzar di maniera qualche 
gruppo di marinari o di briganti. Fra tanto respirava a pieni pol- 
moni la fragranza di quel mare incantevole ; s* empieva gli occhi 
della visione di quel cielo e di quella campagna, rafforzava i mu- 
scoli, e sviluppava lo spirito dell* osservazione e il gusto del colore. 

« Ma più che per la sua ingenua abilità nel disegno, egli s' era 
fatto una rinomanza nel vicinato per la bella voce e l'arte di toc- 
care il liuto; onde il padre Vito Antonio lo conduceva nelle asso- 
ciazioni segnatamente presso un ule don Angelo Pepe, intenditore 
di pittura e di musica. Sveglio e spiritoso com' era. Salvatore non 
si lasciava sfuggire occasione d' imparare e di studiare quel che gli 
andava a genio; e quando una sua sorella fu sposa a Francesco 
Fracanzano, pittore di molto ingegno, il piccolo Rosa s' affrettò a 
farsi amico il cognato per aver modo di maneggiare i pennelli e i 
colori. 

« Fra tanto Vito Antonio, padre di Salvatore, mori ; e la fami- 
glia rimase nella miseria. Ma Salvatore, fattosi animo, pensò di ri- 
volgere in qualche modo al guadagno queir arte che fin allora aveva 
esercitato per suo diletto; e cominciato a frequentare prima lo studio 
di Giuseppe Ribera, soprannominato lo Spagnoletto, poi quello di 
Aniello Falcone, gran dipintor di battaglie, si die tutto per quasi 
cinque anni a copiare i dipinti di quei due maestri o a inventarne, 
nello studio di Fracanzano, de* suoi, di marine, di paesi, di mendi- 
canti e di soldati, che poi vendeva per pochi baiocchi a* bottegai 
de* dintorni. E quando mostrava codesti suoi primi esperimenti, la 
sera, al cognato, prendeva coraggio sentendosi dire da lui: Fruscia, 
cìu va buono, ben che non potesse sperare che il suo magro soccorso 
sarebbe bastato a ùlt andare avanti la miserabile famigliuola. In fatti 
di 11 a poco la madre fu costretta a ritirarsi con le figliuole presso 
il fratello Paolo Greco; e, de* figliuoli, quale imparò il mestiere del 
sarto, quale entrò in un conservatorio d'orfanelli, ove morì, quale 
in fine seguì l'esempio di Salvatore, e si mise a dipingere. 

ce Capitò a Napoli in questo mezzo, e propriamente nel marzo 
del 1634, Giovanni Lanfranco da Parma, egregio pittore della scuola 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



153 



d* Agostino Caraccì : per invito del generale de* gesuiti egli veniva 
a dipingervi la cupola della chiesa del Gesù nuovo. Nelle ore d'ozio 
il Lanfranco girava per la città in carrozza; e a quando a quando 
si fermava presso i venditori di quadri a osservare e comprarne 
qualcuno. In via della Carità vide anche di Salvatore certi paesi, e 
una tela di quattro palmi raffigurante la storia d*Agar; e invaghito 
assai di quell'ingenua schiettezza, chiese il nome del dipintore. Gli 
fu risposto eh' eran d'un certo Saivatoriello. Né il Lanfranco acquistò 
quelli soltanto, ma quanti potè trovarne; e, racconta il Passeri, 
« quando ritornò il Lanfranco a Roma da Napoli l' ultima volta, 
ff che vi morì, condusse seco quel quadro di Agar, e me lo fece 
a vedere, e per verità era tocco con gran gusto pittoresco. » ' 

Salvatore mosse alla volta di Roma nel 163$, per invito di 
Girolamo Mercurio, suo grande amico, il quale vi era andato ad 
occupare l' ufficio di maestro di casa del card. Francesco Maria Bran- 
caccio Il pittore non fu fortunato in questa sua prima gita a Roma; 
ammalatosi di febbre, dopo sei mesi di malattia se ne ritornò in 
Napoli. Dove rimase fino ai principio del 1637. Ma come l'aria di 
Roma, se faceva male al suo corpo, al contrario faceva bene ai suo 
spirito, ritornò in Roma presso il Mercurio, e con lui e col cardi- 
nale indi si recò a Viterbo, e poi, sul cadere del 1637, rivedeva 
Napoli. Ma pare che assoluumeote 1' aria di Napoli non fosse roba 
per i suoi polmoni. ' Così tentò di fissarsi in Roma, e mandò a 
Niccolò Simonellì alcune tele, fra le quali Ti^io divorato dall' avol- 
toio. Il Simonelli espose il Ti:(}0 alla Rotonda per la festa di S. Giu- 



' Vedi « pAgg. ^s op. dt. 

11 Croce, « questo proposito, ossenrs : 
• Alcune notisie, quali l' Amicizis dei Rose 
col pittore Marzio Masturso, il suo frequen- 
tare col padre la casa di un tal don Angelo 
Pepe, intendente di pittura e di musica, e 
I* avere studiato col pittore Aniello Falcone 
e le inimicistc con Micco Spadaro e con 
altri pittori nepoletani, non dovevano essere 
accolte nel testo, perchè unica fonte di esse 
è appunto la biografia del De Dominici, che 
il Cesareo ha riconosdnto per impostura; 
ed il De Dominici, anche quando dA notizie 
creifibili, non forma autorità. » * 

' Il Cesareo dava a credere che il Rosa 
partisse da Napoli per non poter entrare 



* Vedi a pag. 3 in: Benedetto Croce, 
Salvator Rota, a proposilo di ■« libro di G, 
A» Cnarre, Torino, Loescher, 1S93. Estratto 
dal GiommU ttorito della UtUrolura iulìana^ 
1893, voi. XXI, pag. 137. 



nelle leghe ed associazioni di pittori. Il 
Croce, su questo punto, osserva: «Non 
risulta da nessun luogo che il Rosa preci- 
samente si disgustasse di Napoli perchè non 
gli riusciva di entrare nelle « leghe ed as- 
« sociaztoni di pittori, gelosi dei loro pri- 
« vilegi e dei loro diritti, che dell' arte vo- 
• levano avere il monopolio e riuscivano a 
a procurarsi titoli di nobiltà, illustri paren- 
■ tele e patrimoni vistosi;» queste corpo» 
razioni, che io sappia, non esistevano a 
Napoli; quantunque ci fosse come c'è an- 
Cora (e e' è dappertutto) quella che da noi 
si dice camorra, altrove chiesuola, o come 
altro si voglia. Né il Rosa ne parla nel 
brano della satira la Babilonia^ che il Ce- 
sareo cita, dove si accenna solo ai seggi, 
ossia alle associazioni familiari della nobiltà 
che erano la base della costituzione politica 
del Regno. » * 



* Vedi pagg. 3-4 opusc. cit. 



1)4 



POESIE DI MILLE AUTORI 



seppe, 19 marzo 1638. Il quadro levò rumore, fu stampato un elogio 
in cui il Rosa fu chiamato Demostene della pittura. La fama di 
Salvatore era fatta, poteva partire la terza volta per Roma. In Roma 
il poeta si diede agli spassi ed agii studi, e andava sonando e can- 
tando per le vie, e, nel carnevale del 1639, andò in maschera per 
le piazze rappresentando le ridicole azioni di Pasquarello, e si faceva 
chiamare Formica, * 

L' insolito rumore che faceva intomo a sé, le lodi pompose, 
e la popolarità che, in breve, aveva acquistata, gli procurarono non 
pochi nemici, che la sua indole bisbetica e la sua mala lingua non 
sfollavano di sicuro. E un colpo di lingua diede il colmo alla mi-^ 
sura. Egli aveva fatto esporre nel chiostro di S. Giovanni decollato, 
il giorno della festa del santo, 29 agosto 1639, un quadro di un 
suo amico, che faceva il chirurgo per giunta. Molti pittori lodarono 
il quadro e domandarono al Rosa chi ne fosse 1* autore. Questo per 
vostro avviso, rispose Salvatore, è un quadro fatto da un pittore che 
i signori accademici di San Luca non hanno voluto ammettere nella 
loro accademia col pretesto che è fatto da un chirungo, e hanno 
fatto male, perchè ad ammetterlo avrebbero avuto tra di essi una per- 
sona a cui saria stata cosa facile il rassettare le loro storpiature. 
Questa risposta suscitò il finimondo, e venne davvero in buon punto 
la nomina sua a pittore della corte di Toscana, e a Firenze egli si 
recava nella fine del 1640. In Firenze riprese la sua solita vita di 
gran signore e conobbe ed amò Lucrezia Paolino che le fu com- 
pagna per tutta la vita.' 

In Firenze ebbe grandi e fedeli amici, tra i quali Lorenzo Lippi 
e i fratelli Maffei di Volterra. E spesso andava a trattenersi nelle 
tenute dei MafTei a Monterufoli e Barbaiano. E qui in casa Maffei 



^ Vedi su questa epoca delU vita del Rosa 
lo studio : Salvator Rosa nel personaggio di 
Formica^ pubblicato da G. Marcucci il x6 ot- 
tobre 188; nella Nuova Antologia, a pa> 
gine 641-658, seconda serie, voi. LUI, della 
Raccolu 83 ; e i Teatri di Roma dell'Ade- 
mollo, a pagg. 36-39; e una novella del- 
l' Hoffmann. « Il Rosa, osserva il Croce, 
faceva il personaggio napoletano di Pasca* 
riello Formica, e (come sappiamo dal Lippi) 
anche V altro di Coviello Patacca ; e a 
questo proposito, occorre notare come tanto 
Pascariello quanto Coviello solesssero, or- 
dinariamente, nella commedia d' arte, avere 
altri cognomi, intitolandosi il primo Pasca- 
riello Peltola e il secondo Coviello Ciavola. »* 



* Vedi a pag. 4 opusc. cit. 



' Questa Lucrezia servi da modello al 
Rosa net primi mesi della sua dimora in 
Firenze. 

L' innamorato pittore ne fece il ritratto, 
che si conserva presso gli eredi Rosa in 
Roma. « Aveva bruno il viso e di un ovale 
perfetto; neri gli occhi e i capelli; alta 
e pensosa, sotto la mantiglia nera, la 
fronte ; vermiglia e un po' imbronciata la 
bocca bellissima. L'espressione della tests 
non è di una grande nobiltà, ma di una 
passione ardente ben che contenuta e re- 
pressa : la vaga donna è trìsie e atteggiata 
d' un muto rimbrotto. • * 



• Vedi a pag. 29 dell' op. clt. del Ce- 
sareo. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. I55 

per r appunto, la signora Lucrezia, forse nell* estate del 1641, opina 
il Cesareo, dovè sgravarsi d' un primo bambino che, tenuto a bat- 
tesimo dalla signora Giovanna, moglie di Giulio MafTei, ebbe nome 
Rosalvo. E anche quando il Rosa andava a Siena con la corte del 
prìncipe o a Pisa e a Firenze per affari suoi, non temeva d'affidar 
la sua donna ai signori Maffei che gliela trattavan, del resto, con 
ogni cura e con ogni amorevolezza. » ' E a Monterufoli egli andò 
componendo la satira sulla musica che aveva già pensata in Roma, 
e tra il 1643 ^ 44 <)uella contro i poeti, di cui fa parte il brano sopra 
ristampato, nella quale con sincera indegnazione attacca le esagera- 
zioni dei Marinisti e coraggiosamente prende le difese del Tasso, 
beffandosi dei Cruscanti che manda a far friggere, 

11 Rosa prese parte alla rivoluzione napoletana del 1646 o no? 
Su tale quistione, la cui risoluzione molto importa nella vita del 
nostro pittore, il Cesareo dedica un intero capitolo col titolo : La Ug- 
genda. E perchè il lettore possa con piena cognizione di causa giudi- 
care su questo punto, è bene leggere integralmente questo capitolo. 

« I moderni biografi di Salvator Rosa, da lady Morgan a Giosuè 
Carducci, senza dir de* minori ; i romanzieri, i commediografi, i li- 
brettisti, i coreografi, che a soggetto delle loro fatiche elesser la 
vita del pittore napoletano; tutti s^accordano nel conferirgli la me- 
taforica corona di quercia spettante a quelli che si dimostrarono in- 
signi per virtù civile. E ciò per quel molto che, a parer loro, il Rosa 
fece durante la rivoluzione, che ognun sa, il 7 luglio del 1647, 
quando un contadino di Pozzuoli rovesciò i fichi per terra e li pestò, 
anzi che pagar la gabella de' frutti: e il pescivendolo d'Amalfi, Ma- 
saniello appunto, si fece avanti gridando : Via la gabella de' frutti ! 
per dio sì eh' io aggiusterò quesa cosa. ^ 

oc A sentire codesti biografi, il Rosa, con altri pittori napoletani, 
i due Fracanzani, Micco Spadaro, il Masturzio, Paolo Porpora, Pietro 
Del Po, Giuseppe MaruUo, Giuseppe Garzillo e altri molti, seguì 
Aniello Falcone, che voleva vendicare un congiunto uccisogli dagli 
Spagnuoli ; e tutti insieme, per comando di Masaniello, formaron la 
Compagnia della Morte. 

« 11 giorno correvano per la città in caccia degli Spagnuoli; la 
notte ritraevano su la tela il capitan generale del popolo e la moglie 
di lui, al lume di torcia; fin che, morto assassinato Masaniello e 
scappato il Falcone in Francia, anche Salvator Rosa, su '1 cadere 



* Vedi pagg. 41-42 dell' opera del Ce- ! presso Amalfi indicano U casa di Masaniello, 

sjreo gii citata. I ma anche al castello di If indicano la pri- 

' «Ora è notissimo, nota il Crocea questo , gione del conte di Montecristo. • * 

pnnlo (la fede di nascita è stata più volte I 

ristampata), che Masaniello era napoleuno 1 

e d'Amalfi il suo cognome; i vero che * Vedi a pag. $ dell' opusc. citato. 



156 



POESIE DZ MILLE AUTORI 



del '47, tornò in Roma a recitarvi agli amici, secondo lady Morgan, 
le due satire della Guerra e di Babilonia, eh* egli avrebbe composte 
in mezzo a' contrasti di Napoli. ' 

« A me certo rincresce, non foss* altro per amor del soggetto, di 
dovere spogliare il Rosa d* una luce fra romanzesca ed eroica, che 
s'addirebbe tanto a un bizzarro pittore e poeta del secolo xvii; ma 
la verità storica ha pure le sue esigenze: e la leggenda è cosi in- 
verosimile, eh* io non intendo come abbia potuto finora resistere al- 
l' investigazione della critica, italiana e straniera. 

« Si comincia dal dire che né il Passeri, né il Baldinucci, né il 
Pascoli hanno una sola parola circa la parte presa da Salvatore al- 
1* insurrezione di Napoli. 

(( Lady Morgan s* é veramente affrettata a dichiararci la ragione 
del loro silenzio. Circa i due primi, ella sospetta eh* essendo 1* uno 
e r altro ligi alla Chiesa e allo Stato, e vivendo in un terrore legit- 
timo dell* Inquisizione, giudicarono senza dubbio che tacere era il 
meglio per la memoria del loro amico. Quanto al terzo, che scrisse 
le sue Vite, non venti o trent* anni, come la fantastica inglese vor- 
rebbe, ma più di sessanta dopo la morte di Salvatore, ella afferma 
che il Pascoli ricordò quel viaggio, ma copertamente, evitando qua- 
lunque allusione politica. Ora il Pascoli, scrivendo quelle parole: 
« E gli pareva già d* esser riccone, quando ruminava di ritrovarsi di 
<c bel nuovo a farsi vedere a migliore fortuna alla patria, vanità quasi 
« comune ad ognuno, che nato sia poverello, il ritornare, cangiando 
« stato, nel suo nido, a far da signore, » non fa se non parafrasare, 
com* egli usa spesso, il racconto del Baldinucci. Ma cosi il Baldi- 
nucci come il Pascoli riportano questo viaggio a prima delia par- 
tenza del Rosa per la Toscana ; che fu, come s' é visto, su lo scorcio 
del 1639.* 

« La paura poi del Baldinucci e del Passeri rispetto ali* Inquisi- 
zione s* intende a un di presso come s* intende queir altra bella con- 
gettura, del Rosa sottratto ali* Inquisizione per 1* appunto da un prin- 
cipe e cardinale di Santa Madre Chiesa cattolica Se potè raccontare 
1:1 cosa il De Dominici, napoletano, che in Napoli pubblicò 1* opera 
sua quando la dominazione spagnuola inferociva peggio di prima, 3 



' Lady Morgan, op. cit., to. I, p*gg. 292- 
293; to. II, p*gg. 1-9. 

' Devi leggere 1640, come il Cesareo 
medesimo ha corretto nell' Appendice del 
primo volume (pagg. 40X-403), sulla base 
di documenti pubblicati da Adolfo Venturi.* 

3 Veramente qui il Croce osserva che il 



* Vedi a pag. 221 in: La reale galleria 
Estense in Mocuna. Modena, Tosti, 1882. 



De Domiaici pubblicò la sua opera nel 1742. 
quando la dominaiione spagnuola era finita 
da trentacinque anni, sotto il paterno go- 
verno del buon re Carlo III. * 



• Vedi a pag. $ opusc. cit. Vedi pure, 
a proposito di quest' opera del De Domi- 
nici sull'arte napoletana, due articoli del 
medesimo Croce: Il falsario, nei numeri 8 
e 9, anno I, 1892, in: Napoli tiabilissimaf 
rivista di topografia ed arte napoletana. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I 57 

perchè non avrebbe potuto riferirla il Baldìnucci, che scriveva sotto 
il governo liberale de' Medici, e il Passeri e il Pascoli, che sape- 
vano bene come Urbano Vili avesse apprese le notizie di Napoli, 
se non con soddisfazione, almeno certo senza rincrescimento ? 

a II primo a narrare quelle gesta del Rosa fu Bernardo De Domi- 
nici, circa un secolo dopo ; e i particolari ond* egli le adorna rive- 
lano, meglio che non ricoprano, 1* inganno. Riporto intero il testo 
del De Dominici. « Conviene a noi ora raccontar V occasione per la 
« quale il Rosa fece di nuovo ritomo a Roma, giacché da niuno dei 
v mentovati scrittori vien rammentata; e pure, ella è notissima nella 
« nostra città, né v' ha persona anche delle più volgari che non abbia 
tt udito ragionare della Compagnia della Mone. Il fatto va cosi : 
oc L' ultima volta che il Rosa venne in Napoli fu nella fine dei- 
or r anno 1646, e vi lavorò molte opere, alcune per commessioni avute 
« da Roma, altre per dilettanti, che allora fiorivano nella nostra città ; 
«come ne fan testimonianza i quadri, che ora si veggono in casa 
«del marchese Biscardi e del duca di Laviano (appresso al quale 
« fra gli altri vedesi quello, ove è dipinto uh sasso bianco con ma • 
«ravigliosa arte di accordo) e del principe di Celiare, e di altri: 
ce cosi fece in quel tempo il quadro per l'aitar maggiore della chiesa di 
« S. Francesco Saverio, eretta presso il palazzo regale, rappresentando 
« in esso i popoli del Giappone, che ascoltano la predica del Santo ; 
« la quaP opera, tornato in Roma Salvatore, s* ingegnò di discredi- 
«tare appresso i PP. gesuiti con lingua maledica Cesare Fracan- 
« zano, e gli riuscì il disegno di farlo togliere da quel luogo, per ri- 
«por\'i un quadro eh' ei vi dipinse; ma non di quella bontà dell'altro 
« situato al Giesù Vecchio, come abbiam detto nella sua Vita. Della 
« qual cosa avendo avuto notizia Salvatore, ne meditò la vendetta, e 
et le riusci per mezzo dèi P. Salviati, che si trovava in Roma a pre- 
« dicare il Quaresimale. Questo padre persuaso dalle giuste doglianze 
« del Rosa (il quale era in gran credito) nel ritorno eh' ei fece a Na- 
« poli, fece riponer di nuovo il quadro, e toglier via quello del Fra- 
« canzano. Indi a molti anni essendosi ampliata la tribuna, ingran- 
« dito, ed abbellito di marmi 1* aitar maggiore, vi fece il quadro 
« bellissimo sopra ogni credere il celebre Luca Giordano, che sarà 
« scrìtto nella sua Vita, e quello di Salvatore fu situato nel corridore 
«di sopra vicino le scale; ove fu mostrato dal P. Putignano, ce- 
« lebre antiquario, a chi queste cose scrive, e dopo venduto a non 
« so chi forastiere, che lo condusse con altre opere in Inghilterra. »' 

« Che il De Dominici avesse visto il quadro del Rosa, o al Rosa 
attribuito, di San Francesco in Giappone, può darsi, ben che nessun 



* De Dominici, op. cit., p«g. 124. 



l^H POESIE DI MILLE AUTORI 

catalogo de* quadri di Salvatore né rechi notizia; che a proposito di 
quel quadro fosse nata contesa fra lui e il cognato, anche può darsi, 
benché nessuno de* tre primi biografi, nessuna lettera del pittore, v' ac- 
cenni pur da lontano,^ ma che il Rosa, andato in Napoli cadendo 
il '46, vi rimanesse nel '47, é falso; perchè la serie consecutiva e 
non interrotta delle sue lettere a* Maffei, dimostra eh* ei non si mosse 
dalla Toscana fino a tutto il settembre del 1646; e vi si trovava an- 
cora nel gennaio del 1647, quando da Pisa dava notizia del padre 
Scambati infermo, e prometteva di passar tutta 1* estate a Monteru- 
foli. ' Una sciagurata lacuna, de* tre ultimi mesi del '46, in codesto 
carteggio, può destare il sospetto che il De Dominici avesse in parte 
ragione ; vale a dire che il Rosa veramente si fosse recato a Napoli 
in quei tre ultimi mesi. Ma parmi che bastino a dissiparlo : la netta 
affermazione del Passeri, sempre cos) scrupoloso, che il Rosa non 
vide mai più la città nativa ; il difetto, nelle lettere precedenti e se- 
guenti a quella lacuna medesima, la quale prova più tosto che il 
Rosa trascorresse quel tempo presso i Maffei: da Napoli egli avrebbe 
procurato a ogni modo di dare e ricevere notizie de' suoi amici meglio 
diletti : e sarebbe un caso de* men verosimili, che giusto codeste let- 
tere fossero andate smarrite tutte. 

« Ma come il Passeri e il Baldinucci attestano la presenza di Sal- 
vatore in Toscana circa quegli anni, il De Dominici, per conciliar- 
seli, si appiglia a un rimedio de* più disperati: immagina un errore 
di stampa, a Trovossi adunque il Rosa in Napoli, allorché il 1647 
ce accadde il famoso tumulto popolare di Mase Aniello, ed era nel 
«fiore dell* età sua, cioè di circa trentun anno: onde non può stare 
«quel che scrisse il Baldinucci, che Salvatore nel 1642 ritoccasse 
«in Firenze il paese di un quadro di Lorenzo Lìppi, essendo ciò ac- 
ce caduto dopo 1' ultima partenza da Napoli, siccome scrisse il Passeri, 
« che fu suo amico; dal qual sappiamo, che il Rosa fu invitato a 
« Firenze da Fabrizio Pier Mattei, agente in Roma del granduca in 
« nome del principe Mattia de* Medici, benché il mentovato Baldi- 
<c nucci dice essere stato invitato dal principe Gio. Carlo, poi cardi- 
c( naie Ma da chiunque fosse il Rosa invitato a Firenze, egli é certo 
«che vi andò dopo Tanno 1647; laonde bisogna credere che sieno 
« errori di stampa le cifre numeriche del '42, scorgendosi chiarissima- 
« mente da ciocché scrisse il medesimo Baldinucci (come si legge qui 
« appresso), cioè che Paolo Vendramini, un di coloro che furono del- 
ie 1* Accademia del Rosa in Firenze, era stato segretario pel Pubblico 
« di Venezia in tempo della guerra del 1642, ed era tenuto da Ber- 
te tuzzo Vallerò appresso il granduca dopo tal guerra; laonde resta 

* Cfr. Lttlere dei 1646; e del 1647 U XVII. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 1 59 

« Stabilito per tante pruove essere errore di stampa, volendo dire più 
« tosto 52, perchè cosi toma in concio, ed accorda col fatto seguito 
« in Napoli. » ' 

«Il Dominici s'aggrappa a'ragnateli; ma non è né pur furbo. 
Ei vuol dare ad intendere dell'errore di stampa; e finge d'ignorare 
che, non da quel luogo soltanto, ma da ogni passo della biografìa 
di Filippo Baldinucci, si rileva che il Rosa rimase in Toscana a punto 
in quegli anni che il Dominici lo vorrebbe in Napoli. Oltre a ciò, 
r imprudente biografo napoletano si dà l'aria d'aver dalla sua anche 
il Passeri, per la notizia del ritocco alla tela del Lippi « dopo 1' ul* 
vtima partenza da Napoli; » ma il Passeri non si sugnò mai di dire 
codesto, non adoperò mai quella frase nella Vita di Salvator Rosa, 
e non ricordò alcun altro soggiorno del pittore poeta nell* ingrata 
patria, dopo la partenza del 1638.' 

« La rivoluzione di Napoli del 1647, che serpeggiava da oltre un 
anno segnatamente fra la plebe accanata e taglieggiata da' governa- 
tori spagnuoli, scoppiò il 7 di luglio. Masaniello, che arditamente si 
era messo alla testa de' ribelli, fu circondato d' insidie, e fatto mo- 
schettare a tradimento, la sera del 14, nella chiesa del Carmine. Ma 
la rivoluzione durò ancora fino a' primi del '48, e allora soltanto 
Napoli e il suo fedelissimo popolo ricaddero, per le arti e le armi 
di don Giovanni d' Austria, sotto il potere del viceré conte di Ognate. 
Quando Salvator Rosa dunque scrìveva la lettera, che s^ è riferita, 
al MafTei, il 26 di settembre, da Firenze, egli, se avesse preso parte 
alla rivoluzione, non sarebbe potuto esser tornato se non da poco 
tempo in Toscana; e avrebbe dovuto parere ancor caldo delle car- 
neficine commesse, secondo il De Dominici, nella Compagnia della 
Morte. 

« In vece quella lettera è calma, lontana da ogni idea di battaglia 
e di sangue, quale a punto poteva scriverla il linguacciuto, ma pa- 
cifico Rosa, eh' era probabilmente rimasto tutta l' estate a uccellare 
e a dipingere ora a Monterufoli, ora a Firenze. Ei non vi parla se non 
de' quadri che ha terminati e che non può consegnare, per cagione 
del tempo; dell'indoratore che non ha fatto le comici : del Ricciardi 
che, a qaanto pare, si trovava da un pezzo con lui, e desiderava 
egli pure recarsi in villa Maffei, per tender le reti; e poi nuli' altro; 
né anche un saluto alla Lucrezia e a Rosalvo, che il pittore aveva 
certo lasciati in villeggiatura, presso i suoi amici. Possibile che un 

' De Dominici, op. cit., p«gg. a24<2a$. | Giov. Btglione romano, con la Vita di 
' Cfr. oltre T edizione citata da noi, che i Salvator Rosa napoUtano^ scritta da Giov. 



la collazionata sopra un manoscritto dei 
migliori e lodata assai dal Bottari, anche 
U pia antica e diversa: Lm vite à^ pittori, 
scwllori, architetti ed imiagliatori, scrìtte da 



Battista Passeri. In Napoli, MDCCXXXIII. 
La Vita del Rota si trova a pagg* 289 -304; 
e a punto codesta fu probabilmente l'edi- 
lione veduta dal De Dominici» 



l6o POESIE DI MILLE AUTORI 

uomo cosi nervoso come Salvator Rosa avesse gittata via la memoria 
di chi sa quanti macelli compiuti qualche mese prima, non che la 
paura di persecuzioni, che la fama delle sue gesta recenti gli potea 
procurare ? 

(( S* è già veduto come nessuno de' primi biografi dei Rosa, fino 
al De Dominici, narrasse o rammemorasse alcuna impresa del pit- 
tore durante la rivoluzione di Napoli; ma né anche il Rosa ne ra- 
gionò mai, nelle lettere o nelle poesie. E sì che nella quarta satira, 
intitolata La Guerra e scritta quasi cenamente su la fine del 1647, 
il pittore poeta non temè d'esaltarne i concittadini ribelli e Masa- 
niello, co' versi : 

Senti come cangiato ha il mio Sebeto 
In sistri bellicosi, le zampegne, 
Né più si volge il mar tranquillo, e cheto! 

Mira i serpenti in bocca alle cicogne, 
E quel fumo eh' al ciel gir non s' attenta 
Olocausto è di furti, e di vergogne. 

Mira, che del morir nulla paventa 
Chi le carriere alle rapine ha ferme, 
E eh' un' Idra di mali ha doma, e spenta. 

Mira r alto ardimento ancor eh' inerme. 

Quante ingiustizie in un sol giorno opprime 
Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme ! 

Mira in basso natale alma sublime, 
Che per serbar della sua patria i fregi 
Le più superbe teste adegua a l'ime. 

Ecco ripullular gì' antichi pregi 
De' Codri, e degl' Ancuri, e de* Trasiboli 
S' oggi un vii pescator dà norma a* regi, 

« Chi legga non disattento né svogliato codesti versi intenderà 
come il Rosa non possa averli scritti se non dietro ragguagli molto 
incompiuti circa gli avvenimenti di Napoli. Il poeta in fatti vi parla 
di Masaniello come di trionfatore che poteva dar «norma ai regi:» 
e Masaniello fu ucciso otto giorni dopo il primo grido della rivolta. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



l6l 



Che tale notizia non fosse giunta in Toscana, di que* tempi, se non 
passati più e più giorni, come una voce mal certa, s'intende; ma 
se il Rosa avesse combattuto con Masaniello, o come avrebbe po- 
tuto scriver dei versi, onde traspare tanta fiducia nell* azione d' un 
uomo eh* era morto da un pezzo, e dove non è il più lontano rim- 
pianto del capitan generale così glorioso e infelice? E come avrebbe 
egli avuto, il Rosa, tornato a pena da Napoli, una nozione tanto 
imprecisa di Masaniello, della sua sorte e della rivoluzione poco 
men che fallita? 

(c Anche contrasta colla leggenda d' un Rosa rivoluzionario il 
fritto che Salvatore, per testimonianza del Bald inucci, rimase al ser- 
vizio de* Medici circa nove anni, dal 1640 al 1649. Che il Rosa, dopo 
quasi dieci anni che mancava da Napoli, si partisse da Firenze pro- 
priamente per andare a fare la rivoluzione là giù, non pare credi- 
bile ; come non pare credibile che, tornato con quella fama di man- 
giatìranni in Toscana, rimanesse al servigio de* Medici, i quali, se 
per gli Spagnuoli non avevano una particolar tenerezza, né anche 
di certo avrebber voluto vedersi da torno uno, che avea tenuto mano, 
pochi giorni avanti, a una sollevazione di popolo. 

« In fine, dall* esame particolare delle cronache contemporanee, 
siano edite o inedite, della rivoluzione di Masaniello, si rileva che 
la costituzione d* una Compagnia della Morte, composta d*artisti, è 
una favola del De Dominici ; alla cui fantasia disinvolta si deve gran 
parte degl'innumerevoli errori ond* è ingombra la storia dell* arte na- 
poleuna. Dopo lunghe^ pazienti e, oso affermare, accurate ricerche 
fatte negli archivi napoletani, segnatamente nell* archivio di Stato, 
col soccorso intelligente del dottissimo prof. Bartolomeo Capasso, 
che vi sopraintende, io ho potuto accertarmi che nessuna cronaca, 
edita o inedita, ricorda una Compagnia della Morte, la quale parte- 
cipasse agli avvenimenti politici del 1647-48. Soltanto nella cronaca, 
tuttavia inedita, d' Innocenzo Findoro, anagramma d* un avvocato 
Vincenzo D* Onofrio, è narrato a f. 255 come, durante il governo 
del conte d* Ognatte, si formasse, verso il marzo del 1650, al Mer- 
cato una Compagnia della Morte o degli Imperiali, in odio agli Spa- 
gnuoli, tornati padroni di Napoli. ' Ma il cronista dichiara espressa- 
mente che quella era Compagnia di plebei, non d'artisti, e ad ogni 
modo non potè appartenervi il Rosa, che nell* anno 1650 fu sempre 



' Vedi Suuesri ttoriei raccolti del governo 
iti conit i* Ognatit viceré di Napoli, dal 
wuse di aprite 1648 per tutto li 20 di no- 
vembre i6f)t per Innocenzo Findoro; ms. 
in-fol. di carte scritte n. 464, nelU biblio- 
teca Nazionale, X, B. 4$. A questo pro« 
posilo, il Croce (opusc. cit., pag. 6) nota 



che questa notizia decisiva, tratta dai ma- 
noscritti del Findoro, era stata già citata 
dal Faraglia * e riferita poi integralmente 
dal De Blasis.»* 



* ì^cW Archivio storico per le Provincie na- 
poletantf anno Vili (1883), pag a86. 
•• Ivi, anno IX (1884). pagg. IJ3-54. 



Del Balzo. Vol. VI. 



II 



X62 



POESIE DI MILLE AUTORI 



a Roma o in Toscana. Certo, da questa trtdiiione» elaborata nella 
ardente immaginazione del De Dominici, ebbe orìgine la leggenda 
della Compagnia della Morte, formau de* migliori artisti napoleuni, 
tra' quali anche Salvator Rosa. ' 

« È inutile aggiungere che Salvator Rosa, nelle cronache che noi 
potemmo esplorare, non è mai neppur ricordato. Son menzionati in vece 
un tal Orazio o RazzuUo de Rosa, tintore, ^ e un don Giuseppe de 
Rosa, prete; i quali non eran certo parenti di Salvatore: il secondo, 
per altro, dopo la rivoluzione, emigrò in Roma e, per intromissioae 
dell'Ambasciata di Francia, fu nominato cantore in S. Pietro. 

« Cosi che la leggenda d'un Salvator Rosa rivoluzionario nel 1647, 
non è confortata da testimonianze di biografi del pittore o di cro- 
nisti della rivoluzione napoletana ; s* accorda male con le condizioni 
materiali e morali del Rosa in queir anno ; indirettamente anche è 
distrutta nella satira delia Guerra. Nata dalla tradizione, spostau di 
alcuni anni, d'una Compagnia della Morte contro gli Spagnuoli, 
frondeggiò e fiorì nell* immaginazione del De Dominici ; 3 fu imme- 
diatamente raccolu da lady Morgan e dal Carducci, e muore final- 
mente nelle pagine dell' opera nostra. » ^ 

Il Rosa ritornava in Roma nel febbraio del 1649 e in Roma ri- 
mase ventiquattro anni, dipingendo, poetando, riempiendo la città del 
suo nome, dei suoi motti e delle sue eccentricità. Si dilettava spe- 
cialmente di declanure le sue satire agli amici, e tutti dovevano 
smascellarsi dalle rìsa o fare gli occhiacci; anche il cardinale Pal- 
lavicino volle andare ad udirle. Morì il 15 marzo 1674^ e fu sepolto 
in S. Maria degli Angeli alle Terme Diocleziane. Sul monumento 
a lui innalzato dalla pietà di suo figlio Augusto (Rosalvo era già 
morto) si legge questa iscrizione di Paolo Oliva, generale dei ge- 
suiti : 



' Cfir. C«pecelatro, Diario, Napoli, 1850, 
«. h P*gg- «67-»74; «• II, pag. 77; t. Ili, 
P«gg 19» 6s» 285, 991; Santis, Storia tUl 
Immmlto di Napoli, in : Rauolia degli srriU 
tori di tiaria mapoUiama, n. 1769, pagg. 144- 
146. 

' Cfr. Memoria dt Un rtheldes MasiatuJos, 
qm Jmeron *m Francia y vinieron sobrt la ar- 
mada Franeasea y residitron tn Roma y lot 
qut M volviérott a ut* Rtyno daspuis de in- 
dulto frenerai, m». piccolo, di fogli 1$, pos< 
•eduto dal ch.mo Bartolommeo Gipasao, 



che molto corteaemente mt ne ?olle dar 
comunicazione, 

3 Orca altre siffatte inrenzloni del De 
Dominici, fonte aaaai torbida in fiitto di 
itoria napoletana, cfr. ancbe B. Capato, 
SmìF aneddoto rigmardatite gli affreschi ir/ 
cav. Calabrese sulle porte di Napoli in Ar- 
ehhno tiorieo napoletano, anno II (1878)1 

P»8- 597- 

4 Vedi Cesareo, op. cit., pagg. 47-5^* 

^ In punto di morte sposò ia Lu- 
eresia. 



INTOtMO A DAHTB AUQBIIRI. 



»«J 



D. O. M. 

SALVATOREM ROSAM NEAPOLITANUM 

PICTORUM SUI TEMPORIS 

NULLI SECUMDUM 

POETARUM OMNIUM TEMPORUM 

PRINCIPIBUS PAREM 

AUGUSTUS FILIUS HIC MOERENS 

COMPOSUIT 

SEXAGENARIO MINOR OERT 

ANNO SAL. MOCLXXim 

ID13US MARTIL 

E il buon amico del Rosa ha ragione. Le sue satire, ' messe 
all' Indice e che scandalizzarono un poco un collega dell* Oliva (il 
buon padre Quadrio, restano sempre notevolissime nel Seicento ed 
anche oggi, checché ne dica qualche distillatore di quintessenza 
letteraria. Anche quando non c'è Tidea originale, vi è la frase à 
TemporU pUce, come di&ono i Francesi, e in fondo è sempre sincero. 
E come pittore rimane anche gigante nel tempo in cui dipìogjcyano 
in Roma da paesisti Qaudio di Lorena e Gaspare Poussin. 



' L* «duione dcUe poesie e delle lettere 
del Rose, cnrmte del Cesareo, è le più coin> 
pinu e critMMiMatt le pW| toUtrsUle, «eb» 
bene aoa posse considerersi come defini- 
tsT«. Chi Tolesse notizie bibliogreficbe mi- 
unte solk tdisiom delle opere lettersrit 
dd Rosa, pnò consultare l'opera del Ce- 
sareo a pagg. 404-407, Tol. I, e f opusc. 



più Tolte ciiato del Croce a pag. io. Qjù 
basterà il dire che l' edizione prìncipe delle 
Satin, dedicate a Settaao, di pagg. 161 
in- 1 2, In stampata in Amsterdam (su Roma), 
presso nn sedicente Severo Proto Mastix, 
non nel 1^, ma 1695, come si riler» dalla 
data di mano contemporanea sul vecchio 
esetnplare della bibKotec« Nasionaledi Roma. 



I64 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCXCVIIL 

Baldassare Bonifacio, 



Ad Dominicum Molinum. Danthes dono datus. 

(1646). 

Nel suo libro sulle Muse si leggono questi versi; 

Quantum alias inter volucres lovis eminet ales; 

Grande suo quoties spectat in orbe iubar; 
Aligeri tantum divina poemata praestans 

Omnibus, in Latio qua sonuere tubae, 
Haec tibi, qui summos excellis, summe senator, 

Munera parva damus, grata futura tamen. 
Non haec cusa typis, calamo sed scrìpto vetusto, 

Et priscis literis effigiata damus. 
Atque utinam in praesens etiam studiosa iuventus 

Dantem indefessa scriberet usque manu. 
Hunc foret utilius bis, terque, Moline, quaterque, 

Quam Demostheneos scribere Thucydiden. * . 

«Baldassare Bonifacio nacque in Crema di Bonifazio Bonifaci, 
giureconsulto, e di Paola Carniani. 

« Lesse in Rovigo le istituzioni civili, dipoi fu lettore di Uma- 
nità greca e latina in Padova. In questi tempi gli fu esibito il ve- 
scovado di Sittia e di Jerapetia, che egli ricusò. Fu poi creato archidia- 
cono di Trevigi, e fu fatto vescovo di Giustinopoli nel 1653; ™^> 



' Q^iesti versi cosi si leggono a ptg. 418 in: Baldasaaris Boni£scii Musarum, Veoedis, 
tpud I. lacob. Herzium, MDCXLVI. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERL 



léj 



nel 1664, fini di vivere in buona vecchiaia. Molte opere ancora egli 
lasciò inedite, che si conservano presso monsignor Vincenzo Boni- 
facio, arcbidiacono di Trevigi, nipote di lui. » ' 



* Vedi Storia 4 ragione di ogni poesia^ del 
QjMdrìo, eiSz. veneta del Baaeggio, t. II, 
peg. 2S7. 

AbUemo e ttampA del Bonifacio le opere 
aegatad : Castan é Pollmu, rime di Baldas- 
Mire Boni£ido e di Giovan Maria Vanti, 
cQp le dicfaiaraxioBÌ di Gaapare Bonifacio. 
In Vencsia, appreaso Prati, 1618, in-ia. 



— L'Amata, tragedia. In Venexia, per 
Antonio Pinelli, 1622, tn-4|. 

— Storia ìudriea. In Venezia, per Paolo 
Baglioni, i6$é, in-4. In fine di questa storia 
il Bonifacio dice di aver composto in rersi 
italiani, oltre V Amala sopracitata, altre sei 
tragedie: V Aristodemo, il ^aiutiiMiw, V Amati, 
U PanUa, U Grò e l' Eliade, 



x66 



fOBStt DI MILLE aUTOIU 



CCXCIX, 
Filippo Sgruttendio de Scafato. 



Il pobta cita Daktekel sonetto XXI della cord a sesta 

DELLA « Tiorba a Taccone. » 

(1646). 

Preposta de lo Sgruttendio a Io Papocchia 
Accademmeco Trinchetrunca. 

Chi t' ascota (o Papocchia) quanno cante 
No ntontaro deventa, o mammalucco, 
Toma tutto no piezzo comm' a stucco. 
Ne sa se cante o veramente ncante. 

Che me sia dato co no vottavante, 
E me scola sto naso sempre mucco. 
Si tu cantanno non daie trucco a mucco 
A Petrarca, a Marino, a Tasso, e a Dante. 

Tu, chelle cose de lo tiempo antico. 
Che r aveamo pe baja, le ffaie vere, 
(Ch* a lo canto corrie 1* aglio, e lo fico). 

Pecche si ghisse mmiezo a sse padule, 
Cchiù che non fece Arfeo correre fere, 
Corrarriano le storza, e li cetrule. ' 



' Qpetto sonetto cosi si legge a psg. 164 
in un libro col titolo: La Tiorba a Toc- 
€om de Felippo Sgruttendio de ScA&to, presso 
Giuseppe ìiAria Porcelli. Con licensa dei 
superiori. NapoU, 1783. 



La prima edizione di questo cansomert 
è del 1^146, per Camillo CaTallo» in Napoli, 
che il Toppi dice in- 12, e che è rarissima. 
Francesco Mollo la ristampò nel 1678 e la 
dedicò al dottore Pietro Emilio Guaschi, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



167 



Così Ferdinando Galiani ci parla del nostro poeta: « Se il dia- 
letto basso napoletano riconosce nel Basile il suo Boccaccio e nel 
Cortese il suo Dante, con la stessa disproporzione può riconoscere in 
Filippo Sgniltendio il suo Petrarca. Scusine! l'ombre onorate di 
questi gran lumi della poesia toscana, che colle loro produzioni fe- 
cero gloria air intelletto umano; né credano, che noi gì* insultiamo 
con cosi sconcio parallelo. Già ognun vede sotto qual aspetto noi 
gli compariamo. Filippo Sgruttendio nacque in Scafato, piccolo luogo 
sito ove si scavava il fiume Samo da chi voleva andar a Nocera. 
Intieramente è ignota ogni altra circostanza di lui, anzi egli è sicuro, 
che questo cognome Sgruttendio è finto, e capriccioso, ed ignoriamo 
il vero, eh* egli portò. Pubblicò i suoi versi nel 1646. Se fosse nelle 
sanguinose rivoluzioni del susseguente anno rimasto estinto, o avesse 
prolungata la vita fino alla distruggitrice pestilenza del 1656, ci è 
ignoto; ma il non vederlo più nominato dopo la pubblicazione del 
suo Canzoniere e* induce a credere, che abbia avuta brevissima vita. 

« Lo Sgruttendio ebbe la stessa brama di gloria del Basile, vale 
a dire di voler divenire il poeta lirico del dialetto; ma un lirico 
sommamente basso, e burlesco. 

«Scelse per eroina del suo Canzoniere intitolato La Tiorba a 
Taccone (come la Laura del Petrarca) una donna, che chiamò Cecca ; 
e non solo in rime la celebrò vivente, ma la pianse defunta. Scopresi 
però chiaramcme essere in tutto finto, e chimerico questo soggetto. 
Né lei sola, ma varie donne ancora tutte immaginarie ebbe per sog- 
getto d* altri sonetti. Molte altre rime poi cosi di sonetti, come di 
canzoni non sono di soggetto amoroso. 

« Non V* è mai stato forse poeta più disuguale di costui. Solo è 
costante, ed uniforme nel pregio della purità, ed esattezza del dia- 
letto, nella quale ha superato tutti, potendosi sicuramente prender 
per il vero testo di esso. Una gran parte delle rime sue è, non di- 
remo mediocre, ma cattiva; molte ve ne sono infette dal corrotto, 
e falso gusto del suo secolo^ che corse dietro ai giuochi di parole. 



eletto del popolo. Questa bella e corretta 
edizione, ed anche rara, non pervenne nelle 
mani del Galiani. Nei 1703, Giacinto Husi- 
tano la impresae di nuovo, dedicandola a 
D. Godo d'Aprea, e quetta è comune, ma 
scorrettissima. 

Q.uesto canzoniere è diviso in died corde. 
La prima è di sonetti, che trattano del luogo 
e del tempo in cui T autore »' innamorò 
d' una certa Cecca. La seconda e terza corda, 
che ton pure di sonetti, tratuno di amori 
con varie donne. La quaru è anche di so • 



netti indirizzati a donne di differenti me- 
stieri La quinta è di sonetti lugubd per 
la morte della sua amata Cecca, la quale 
però sembra che non sia morta, perchè dice : 
Li irivoJ* p«r la mori* ic Cecca arrasso sia. 
La .sesta è di sonetti di proposta e risposta, 
tra vari accademici e T autore del libro. 
La settima, 1' ottava e la mona corda sono 
di canzoni di vario metro, dirette a diverse 
persone, tra le quali a Cecca La decima 
ed ultima corda è di tre canzoni, nelle 
quali l'autore piange la morte di Cecca. 



l68 POESIE DI MILLE AUTORI 

ai bisticci, ai concetti bizzarramente strani, e strampalati. Moltissime 
sono deturpate da stomacose, e schifose immagini o di escrementi, 
o di malori, atte assai più a nauseare, che a far rìdere. Questo abo- 
minevole gusto introdotto dal Basile, e perpetuato in tutti gli scrìt- 
to rì posterìori, senzachè neppure uno se ne sia saputo preservare, 
ha finalmente inondata, e soggiogata in tutto in oggi la scena dei 
teatro comico nazionale. Vediamo noi rappresentarsi drammi, che 
sono in ogni scena una non interrotta serie di lepidezze di sterquilinio, 
di scherzi di cloache, e di sali escrementizi, e la nazione intera, e la 
più seria e costumata gente vi si è avvezza tanto, che non ne sente 
più la schifezza. Sicché non è rimprovero questo da farsi particolar- 
mente allo Sgruttendio: vitium est temporis, non honiinis. 

« Ma in mezzo a tanti difetti, e tante diseguaglianze s* innalza 
questo poeta improvvisamente talvolta con tale o sublimità, o grazia, 
o energia di concetti, e felicità di espressioni, che sorprende, e fa 
conoscere, che s* egli avesse avuta più continenza, e freno nel com- 
porre, avrebbe eguagliati i maggiori poeti d*ogni età, e d*ogni na- 
zione. Parrà ardita, e trasportata da cieca nostra passione questa lode, 
che noi qui diamo allo Sgruttendio; onde affinchè possa il lettore 
da per sé giudicarne, essendo 1* opera della Tiorba a Taccone divenuta 
rarìssima, e da pochissimi conosciuta, rapporteremo due sonetti di 
lui tra quegli, nei quali piangeva la morte di Cecca, ed una ode 
saffica sulla danza detta V Intrecciata, e ciascuno potrà decidere se 
le nostre lodi sono esagerate. » 



In morte di Cecca. 

Mg si, ca chella secca e spremmentata ' 
De Morte t* ave anaegrecato, o amore, 
E da lo regno tujo lo sciore sciore 
La sgrata me socciaje da la pignata. 

Aimene, aimè, ca n* ave scervecchiata • 
La grazia, la bellezza, e Io sbrennore : 
Ma faccia quanto vò, ca da sto core 
Non ne la serastarrà maje ssa cecata. 

* Spnmmentata, spremuta, dissecoita. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



169 



Sulo na cosa tu Morte pupje fare 
Pe scacà chillo nomme, e darle tossa 
Sta sfortunata vita ncerrecciare. * 

Ma che? a dispietto tujo into a la fossa 
La bella fiamma soja non ce pò stare: 
Tu comm' a cana spoUecane V ossa. 



Altro sullo stesso soggetto. 

Ah bella Cecca mia, dove si ghiuta, 
E comme senza me V aje sbignata ? 
Vi st' arma ca p' asciarete è speruta, 
E de venire a te stace allancata. 

E si a li Camp' Alise staje seduta. 
Recordate de me : n' essere sgrata. 
Ma aimè ca si pe Lete si passata, 
St' arma da la memoria t' è sfojuta. 

Vide sto chianto mio comm' è a selluzzo; 
Tieneme mente mò, si non te strubba, * 
E vide ogn' uocchio mio eh' è fatto puzzo. 

Ma tu de sse bell'arme co la trubba 
Senza penzare a me, che paro struzzo. 
Te staje a piglia spasso, e fa catubba. ^ 

a Se chi intende a fondo il dialetto, e non si lascia sedurre dalla 
prevenzione contro i suoni del nostro linguaggio, non trova in questi 
due sonetti tanta verità di pensieri, tanta tenerezza d*afTetti, tanto 
calore di passioni, quanto ne* più belli del Petrarca ; noi ci confes- 
seremo incapaci di giudicare di veruna poesia. 



' NemrrMtiarÉ^ ravvolgere, ingarbuglUre. 
Q)DÌ dinou che U morte di Cecca aveva 
reto tormeototo ed infelice lo stame della 
vita del poeu. 

' Sirmh.ba è in vece di sturba^ e cosi ap- 
pretto truhha è in vece di turba. 



3 Catuhba, specie di lieta danza moresca 
assai usiuta in quel tempo. Ad essa son 
succedute le moderne contradanxe recateci 
dagli Inglesi, ma col nome, che nella loro 
lingua dinota ballo di contadini. 



k 



ITO 



POISIB BI MILLE AUTOBI 



« Passiamo ali* ode saffica composta dallo Sgrutiendìo yer ac- 
compagnare col canto quella specie di antichissima dama pirrìca 
conservata dal nostro popolo, che la balla anche oggi colle spade 
nude in mano, ovvero in luogo di esse con alcuni bastoni inghir- 
landati di fiori sostituiti alle spade, per evitar qualche sinistro caso, 
onde ha preso il nome d* Imperticata. Comunemente però dicesi /»- 
trtx^ata^ ed usa il popolo nel carnevale mascherarsi formando qualche 
compagnia di persoiK, ed andarla a ballare sotto le finestre delle 
amanti, e più comunemente sotto quelle de* signori, che quindi get- 
tano qualche denaro per mancia ai danzatori, e ai sonatori. 

a Quest* ode ha il pregio d* essere la più antica ode saffica, che 
siasi composta nelle lingue volgari, per quanto è a noi noto. Ha 
r altro di dimostrare che il metro saffico, il quale nei toscano non 
ha quasi suono, né cadenza, ne rende nel napoletano tanto quanto 
nel latino. Ha in fine il pregio d'averci fatti avvedere che talune 
delle odi saffiche d'Orazio, quali sono queste tre: 

Faune Nympharum fugientum amator ecc. 
Montium custos nemorumque virgo ecc. 
O Venus regina Gnidi Paphique ecc. 

biasimate dai critici di questo grandissimo poeta, come soverchio 
brevi, insipide, e quasi senza soggetto, ad altro non servirono, che ad 
essere cantate come accompagnamento di quelle danze, che fecero 
una parte essenziale degli antichi sacrifizi. » ' 



A Cecca. La Ntrecciata, 

Ora su Maste veccoce allestute, 
E cci volimmo correre, e fa danze: 
Vuje mo sonanno cetole, e liute 
Fateve nnanze. 



■ L'«>J« XXX U\ Ub. I, O Ftnms ecc. 
fu fatta per accompagnarla cantandola colle 
danze in atto di aoleanìzzarsi con lieti ca- 
grifizi la dedicazione della casa nuovamente 
edificata da Glicera. 

L'ode XXII del lib. Ili, MonHum tu- 
stot «ce. è parimente fatta per le danze e 
sacrifizi celebrati domesticamente da Orazio 
aBorcfaè consagró nn pino alla sua villa, 
^e faceva ombra alla medesima, ed innal- 
zowi sotto un rustico altare. 

Finalmente l'ode XVIII dello stesso 



lib. Ili, Famm liharmm ecc., fu c er tam ente 
cantata e dancata nel soiennlszara Oraiio 
con «agre e rustiche feste II possesso preso 
della sua villa, e consagrarla ai silvestri 
numi, come tutelari. Pare die ninno sinora 
abbia veduto con precisione l'oggetto, a 
cui fixron destinate le suddette odi, delle 
quali le due prime perciò appunto sono 
brevissime, perchè rìpetevansi più volte da 
capo, continuando il ballo a guisa dei i 
pUu dei Francesi. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I7I 

O tu de ss' uocchie visciola, e popella 
Cecca mia cara, affacciate da Uoco, 
E sta Dtrecciata sbrenneta, tu bella 
Vide no poco. 

Ma vecco comme zompo, e comme sauto 
De chisto calascione ad ogni trillo. 
Che faccio zumpe miezo miglio ad auto 
Chiù de no grillo. 

Ah che gran sauté Mineco mo face; 
Ciardullo attuomo rocìola, e se svota; 
Lo moccaturo Tontaro me dace 
Pe fa la rota. 

Che schiassià de zuoccole fa Pinfa; 
Comme se move teseca lustina; 
Ma chiù se cerne, e cotola sta Ninfa, 
Dico Masina. 

Stienne sta mano; scotola sta gamma; 
Fa repolune, e votate a la mpressa. 
Nina a te dico, sienteme Madonna 
Vocca de sguessa. 

Orsù lassammo pettole, e tovaglie, 
Giuvene, e Ninfe, e nzemmora pigliate 
Co li chirchietti, scisciole, e sonaglie 
Nude le spade. 

Oh bravo affèl de tniono ca mo jammo: 
Passa tu priesto Mineco da sotta; 
Sbatte sti piede Tontaro, e nule ntrammo 
Tutt'a na botta. 

Oh bella chiorma! secota mo attuorno; 
Priesto Ciardullo votate da ccane; 
Eilà me vuoje rompere no cuomo, 
Auza ste mane. 



172 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Ora su basta, scompaze sto juoco; 
Sia tutto eh esso a gloria de Cecca, 
Cecca de ss' arma sciauola de fuoco, 
Auze na zecca 



« Sembraci, che poche poesie in qualunque lingua possano addi- 
tarsi, nelle quali il gran precetto ut pictura poesis erit veggasi adem- 
piuto al pari che in questa felicissima ode. 

« Ma basti quanto finora ne abbiam detto per aver fatto cono- 
scere un quasi ignoto nostro scrittore. Le calamità delle popolari 
rivoluzioni del 1647, ^ l'altra più terribile della pestilenza del 1656, 
imposero silenzio alle muse, e ridussero ai palpiti dell' agonia questo 
sveiìturato paese. Ma la forza della sua felice natura lo richiamò, a 
dispetto d'uno scioperato viceregnale governo, e lo sostenne in 
vita. » ' 



' Vedi a pagg. 119-117 in: Dtl diaUtlo 
mapoltlamo^ edistone seconda, corretu ed ac« 
cresciuta. Napoli, MDCCLXXXIX, prcsM> 
Giuseppe Maria Porcelli, con liccnia dei su- 
periori. 

A pag. 129 di quest'opera si legge la 
seguente nota dell' Altobelli : « Francesco 
Balzano si ascose sotto il nome di Filippo 
Sgruttendto, mentre pubblicò la Tiorìm a 
TaceoiUf e fu '1 primo a dar fuori un gra« 
sioso ditirambo, che fu l' ultima di Ini 
composlxlone, cioè la corda nona, che inco- 
mincia : 

Chi yndtrc vo lo sciore. 
Lo sbrannore ecc. 

« Qjsesta opera fii stampata, in questa ca- 
pitale, nel 1646; e su tal modello il signor 
Redi, molti anni dopo, architettò il suo 
oggi tanto rinomato Bacco m Toscana, come 
dalle proprie note ivi apposte. Tradusse 
pur 1' Oiiitta di Omero nel nostro patrio 
dialetto napoletano, e pubblicò altra opera 
intitolata V antica Erculano, Napoli, 1688, 
in-4. Vedi : Soria, Mentori* degli scritUtri 
napoUtanif Biagio Altimari, ecc. • 

Il Martorana stima che lo Altobelli sia 
stato tratto in errore, leggendo la Tita del 
Ballano, scritta dal! 'Altimari, ad attribuire 
al Balxano medesimo la Tiorba a Taccone, 
Come il Balxano è autore del Colascione, 
cosi lo Altobelli, sapendo che Colascione e 
Tiorba sono sinonimi, in buona fede credè 
che la Tiorba fosse del Balzano. Ma quella 
Vita fu pubblicata dallo stesso Balsano 



nel 1688, mentre la prima edizione della 
Tiorba, che si conosca, rìsale al 1646. 
Come dunque supporre che lo Altimari ab- 
bia dimenticato di dirci che la Tiorba aia 
stata composta dal suo autore ? Come cre- 
dere che non gli abbia renduto i debiti en- 
comi per un libro cosi bene accolto da 
tutti? 

Altri seguirono lo Altobelli. E tra questi 
specialmente Pietro Balzano in un sno ra- 
gionamento letto all'Accademia Pontaniana 
nel 1855, in cui egli dice: « £d io ram- 
mento di un latino distico, che ancor fisn- 
ciullo sentiva recitare da un Tecchissimo 
letterato della stessa Torre del Greco, pure 
mia patria, il quale nientemeno ricordavasi 
del mio trisavolo. In quel distico diceaai, 
che il nome di Filippo significasi Upposo e 
da nulla, perchè composto dalla particella 
spregiativa phi e da lippns caccoloso. E può 
credersi che però il Balsano tra i molti nomi 
quello trascelse, che avea idea di cieco : e, 
poi, Sgruttendio vuol significare uscito dalle 
grotte al chiaro di, cioè : sgrotlmto mi ìm; 
e finalmente de Scafato è compimento del 
titolo, quasi dicesse del paese scavato. 
Sicché tutta la leggenda di quell' opera mol 
dire: La mandola a rumare, o, come quivi 
è detto, La tiorba a taccone dello sprege- 
vole cieco venuto fuori dalle grotte del 
paese scavato. ■ 

E in seguito: 

«Pare che il Balsano, come spesso ad 
ad altri autori è avvenuto, si fosse vergo- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



m 



giuto di questa sua opera tutta spontanea, 
sicché il Toppi contemporaneo non seppe 
esser sua, e la attribuì al finto Filippo 
Sgmttendio. » 

Ma se il Balzano fosse stato cosi ritroso 
a Carsi conoscere per l'autore della Tior^, 
come non avrebbe impedito all' Altimari 
soo biografo dì scrivere che egli era stato 
l'autore del CaUsàoiuì 

Camillo Minieri Riccio, svolte con ogni 
accoratezza nel grande archivio di Napoli 
tutte le carte dei cosi detti Fuochi della 
terra di Scafati, non vi rinvenne fami- 
glia alcuna col cognome di Sgruttendio. 
Egli però, pure ammettendo che questo 
feeec un nome anagrammatico, non crede 
di attribuire la Tiorb» al Balzano, perchè 
costui, tuto nel 1631, non avrebbe potuto 



pubblicare nel 1646, a soli quindici anni, 
un libro che è frutto di un uomo esperto, 
conoscitore del bel mondo, e delle bettole 
e lupanari napoletani. Non sa intanto se 
dare la Tiorka al Cortese o al gesuita Ni- 
cola Stigliola. U Martorana dimostra che 
né all' uno né all' altro si possa attribuire 
il canzoniere. Cosicché prima di aver certi 
documenti il Martorana stima che lo scrit- 
tore della Tiorba sia Filippo Sgruttendio 
da Scafiti, contemporaneo del Basile e del 
Cortese. * 



• Vedi a pa^g. 380-386 in : NoHiit Ho- 
paficbg t btbitograficht degli scrittori del 
diaUtio napoletano» compilate da Pietro Mar- 
torana. Napoli, presso Chiurazzi edit., 1874, 
in-8 gr. 



«74 



POESIE Dt MILLE AUTORI 



ecc. 

Risposta al precedente sonetto dello Sgruttbndio 

m 

DA PARTE DE LO PaPOCCHIA ACCADEMMECO BESTIALE* 

(1646). 



È CITATO Dante, 

Tu si suone, o Sgruttendio, overo cante 
Faie deventare ogn' uno mammalucco, 
E chi te sente, e non deventa stucco, 
Nzegnal* è cà sarrà quacche gnorante. 

Chi non lo sa, ca quanno cante ncante, 
E resta, ca non saie s* è biento, o cucco ? 
Chi non lo sa, ca tu daie trucco a mucco 
A Petrarca, a Marino, a Tasso e a Dante ? 

Tu a piede chiuppo chillo tiempo antico 
Ne passe, e ncapo mmierete d' avere 
Na corona de lauro, e non de fico. 

Tu li poete faie toma cetri^le, 

Ca tanto è lo gran canto, e lo sapere, 
Ch' a fronte a te nce pareno cucule. * 



' Questo sonetto cosi leggìi s psg. 16$ 
In un lil>ro col titolo : Lo Tiorba a Tauom 
de Felippo Sgruttendio da Sesfsto, presso 



Giuseppe Maria Porcelli, con liccnsa de* 
superiori. Napoli, 178]. 



INTORNO A DANT£ ALIGHIERI. I7f 



CCCI. 

Antonio Abati. 



Il Viaggio. 
(1651). 

Cita Dante nella seguente satira. 



Altro piacer, che in viaggiar non provo, 
Che se Fortuna ha istabili le piante. 
Non la posso arrivar, se non mi movo. 

Sol moti ha il mondo. Il ciel sempre è vagante, 
Il vago ciel stimola i venti al moto, 
A moto d' aura il mar fassi incostante. 

Un incostante mar tragge il piloto. 
Seco il piloto trae remo e timone. 
Remo e timon muove una barca al nuoto. 

Chi vuol farsi cantar, lasci il cantone: 
Né s* intani a cantar d* Orco le fole ; 
Già che dell' alma è in noi Y occhio il balcone. 

Che giova in casa aver norma di scóle : 
Se in gener femminin nostri scolari 
Scolano il sen, per generar la prole ? 

« Trottano in sul natio solo 1 somari, 
« Provvido è sol chi le provincie ha scorte, 
« E sale ha sol, chi navigati ha i mari. » 



176 POESIE DI MILLE AUTORI 

Chi fuor non esce è debole di sorte, 
Che in sentir mentovar golfo lanciato. 
Esser dirà golfo lanciato un forte. 

Parrà colui eh' udendo nominato 

Doncherche in occasion di certa guerra. 

Disse : « Affé, che D. Cherche è un gran soldato. » 

Geografo di carta e non di terra, 
Affermerà, eh' un palmo di campagna 
Da Polonia lontana è l' Inghilterra. 

Fiume dunque varcar, scender montagna 
Risolvo, e uscir dal cittadin confino, 
« Giacché innalza i puzzor l' acqua che stagna. » 

Non è mica mestier da paladino. 

Star con la « pala » a stuzzicar carboni, 

E non é « camminar » starsi al « cammino. 

Cotai furono in Roma i miei sermoni. 
Quando umor di vagar fittomi in testa, 
M' affazzonai di campagnuol calzoni. 

Qui mi feci un vestito in feria sesta: 
Perchè il settimo di di settimana 
Tutti i mercanti miei guardan la festa. 

Pei tra seta frustata e vecchia lana 
Un fagottin di provision vestali: 
E Abram vi scrisse : « franco di dogana. » 

Poi, qual corrier de' miei finiti, mali, 
Mi stivalai, per aver sorte in sella, 
a Giacché han sorte oggidì sol gli stivali. » 

« Se lo stellato spron regge la pelle 
a D* uno stivai, non saran cose strane, 
« Che d' un stivai sian provvide le stelle. » 



INTOi^NO A DANTE ALIGHIERI. Xjy 

Veder già non pensai d'africa tane, 
Sapend* io ben, quante in Italia stanno * 
D' innesto adulterin bestie africane. 

Né per Francia e Castiglia errar qualqh*anno, 
Mentr' oggi per le vie, femine io scerno. 
Che prendendo « Castiglia » in « pr^ncia » vanno. 

Non di veder, s' un fiume esito ha inferno, 
S* altri dal paradiso ha la caduta, 
S' egizio Nil scorga di state un verpo. 

Se chi beve il clitorio, il vin .rifiuta, 
O se rosica ferri il ciprio topo, 
Se rana serifèa sepipre sta muta. 

Non di veder del terraneo Canopo 
Il suol lascivo, o in abissini siti 
Oltre Àiana ^ Quiloa Congo etiòpo. 

Non curai di veder Nubi e Nigriti, 
O là di Libia alla deserta banda 
Gli arsicci Garamanti e i Trogloditi. 

Non d' osservar la mercantile Olanda, 
O trascorso il suol anglo e lo scozzese, 
Gronnia e Finnia veder, girne all' Islanda. 

Non curai di mirar tutto il paese 
Dalla tartara piaggia all' indiana, 
Dall'Atlantico mare al mar chinese. 

Non Cattaìo veder, né Mongijana, 
Né col gran Quinzai l' Imavo e i Seri, 
Né gli Sciti iperborei o 1' onda ircana. 

Non di calcar de' Sarmatì i sentieri, 
O qual Ruggier sopra 1' aereo calle, 
Passar fra i Russi e trapassar Pomeri. 

DiL Balio. Voi. VI. I» 



lyS POESIE DI MILLE AUTORI 

Io non sono Ippogrìfo, e non ho stalle : 
Se volo in carte, in su le vie vo tardo, 
Perch* ho penne alla man, non sulle spalle. 

Al poeta il Frontin manca e '1 Baiardo, 
E se *1 carro ha Febeo, gli assi son guasti : 
Perchè la fame sua vi mangia il lardo. 

In borsa io non avea spirti si vasti. 
Che trar potessi a spinta di monete 
Una pista di poste a tanti pasti. 

Mi bastava di aver piante inquiete. 

Quanto aver suole il sol lungo cammino, 
Quando verso a Torin » marcia d'A Riete. 

Visto avrei quel paese, il qual supino 

Si slunga in mare, e l'Appennin gli forma 
Bottoniera al Gabban, l'Alpe un cuscino. 

Qui può stampar peregrinante un* orma, 
Chi aver professa italiane impronte. 
Giacché r Italia ha d' un stivai la forma. 

Quando le mie bazzecole fur pronte, 
Presi un destrier, nel cui devoto collo 
Era una corda, e una campana in fronte. 

Invoco or te cavallerizzo Apollo, 
Ch'usato sei là per Aònio vallo, 
Sopra il Pegaso mio far caracollo. 

Fatti conto che or or monti a cavallo, 
E alla partita sua sproni il ronzino. 
Narra per me di sua « partita il fallo. » 

Questo ronzin, videlicet rozzino, 
Giusto non è, ma sette volte intoppa: 
E pur nome ha di Giusto in buon latino. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I79 

Non ha di lìngua intelligenza troppa ; 
Intende sol quel che vuol dir : « Sta ti, » 
Ma non sa poi quel che vuol dir : « Galoppa. » 

Tratta di trotto tutto quanto il di. 
E s' io scuoto la briglia, e dico no, 
Mi balza il capo, e mi fa dir di si. 

Fra diverse mutanze io ben non so, 
S' egli è monaio, o fa il pistone a me, 
S' io son pistone, o pisto me rke vo. 

Un benefizio sol fammi il suo pie : 

Che, per lungo agitarmi in su e in giù, 
Ne lo stomaco mio stemma non è. 

Ma se in corpo la stemma io non ho più, 
La bile, il beli' umor sempre ricorda ; 
Né fra « Zara » peggiore il mio « cor fu. » 

Equo è in latin, ma d' equità si scorda , 
È destriero in volgar, ma non è destro ; 
Parente ha Brigliador, briglia ha di corda. 

Se '1 punzecchia talor la mosca o 1* estro, 
Non temendo la man, che lo ripiglia, 
Con coda di scolar sferza il maestro. 

Non vai prego d' amor, forza di briglia. 
Se nel diletto mio, eh' è transitorio. 
Un retrogrado granchio il pie gli piglia. 

A letargo di sen vessicatorio 
Non giova mai di sanguinario sprone; 
E collirio di frusta è frustatorio. 

Se a la rota dell' olio un Issì'one 
Ei fosse mai, Demostene lucerne 
Avria, per lucubrar, tarda l' unzione. 



X80 POESIE DI MILLE AUTORI 

Se in lui Satan da le spelonghe infenic 
Venisse, assalterei tardi ogn' infermo 
Di regie torri « di plebee taverne. 

Io, s' ho da dir quel che mi sembra, affermo, 
Ch* egli è fratel de' romanzier moderni, 
Ch*ogni quattro parole han punto fermo. 

Terni punti non ha, ma punti eterni, 
Non varca stilla in rio, che non vi stalli. 
Non s* intaverna, che non s' incaverni. 

Per mostrar, che '1 suo pie male ha di « calli, » 
Mover non osa mai passo con fretta 
E con ragion : perchè le vie son « calli. ^ 

Se piaccia, un' ora il vetturin 1' aspetta. 
Perchè a ragione di diminutivo 
Tanto è un* « orina » al fin, quanto un' « oretta. » 

Chi ha mal di pietra è in orinar tardivo, 
Però tardi sen va ; per eh' avversaria 
Passi ogni pietra al suo pedestre arrivo. 

E in ver di pietre esperienza ha varia : 

Ch' or mi dona il a di aspro o ; or far gli aggrada 
a Giacinto » in terra, e « calcédonia » in aria. 

Non move pie eh' ad intoppar non vada ; 
Né intoppa mai che sdruccioli non faccia ; 
Né fa sdruccioli mai, che non ne cada. 

Non cade mai, ch io sotto lui non giaccia : 
Non giaccio sotto lui, eh' io non m' ammacchi : 
« E più direi, ma il ver di falso ha faccia. » 

Pregoti, Apollo mio, che non ti stracchi; 
Che sebben volentier prestoti orecchi. 
Non mancherà fra noi lingua che gracchi. 



INTÓRNO A DANTE ALIGHIERI. l$I 

Non basta no che nel cantar non pecchi; 
Mentre al mondo veggiam turba d' alocchi. 
Che per. tutti i canton ficcano i becchi, 

Dlran alcun', che i tuoi pensier son sciocchi-; 
£ daratti ragion, che in sen gli ficchi 
« Materia da coturni, e non da socchi, » 

Lasciali con la forca che V impicchi , 
Che da questi cervel dramma di succhi 
Non caveresti mai co' tuoi lombicchi. 

Meglio è che in Pindo tuo tu Y abbalucchi 
E eh' a finir questo viaggio strano, 
Col saper di mia palla Apollo io trucchi. 

Mentre ora fermo, ed or col passo piano, 
Restringendo me stesso entro il mantello. 
Sul dorso io già del cavai Seiano, 

D' una pioggia sottil, come il cappello. 
Sopra il mio « capotai » vena stillava, 
Ma poi fessi « marino d anco il a ruscello. » 

Feci « sdrucciolo o tal dentro una cava. 
Che 'I a capitolo » ancor ne sta dolente, 
E guai a me, se vi facea Y « ottava, o 

Mentre cade il cavallo, ed io repente 
I soccorsi del del chiamo anelante, 
Bestemmia il vetturin, che non ha niente. 

Rompicolli al ronsin prega forfante, 
Né considera poi la conseguenza: 
Che, se muore il « cavallo, n io resto « fante. » 

Cosi, mentre vegg' io la mia pazienza 
Da confusione ad ìnfusion coadotta, 
Nella mollizie altrui fo penitenza. 



l82 POESIE DI MILLE AUTORI 

Si Spezzar due corregge in una botta, 

Su'l valigin, ma, quando un e ... è franto, 
Stupor non è, se la correggia è rotta. 

Pur gridando, ed oprando io feci tanto, 
Ch' alle miserie mie trovai soccorso ; 
Mentre i molli calzon stillavan pianto. 

Al fin tomai del mio cavallo al dorso, 
Non di passo chinea, ma di ginocchio ; 
Barbaro di costumi e non di corso. 

E quando il sol dentro il suo rancio cocchio 
Si ritirava in camere da basso. 
Perchè sentia certo descenzo all' occhio. 

Bisogno ebb* io, tanto era infermo e lasso, 
Trovar « Guarino » e « Dante » altrui moneta, 
Da « Boccaccio » magnar, dormir da « Tasso. » 

Pur come piacque al ciel giunsi alla meta ; 
E con filosofia, povera e nuda. 
Trovò gli istori'ografi il poeta. 

Non avea tal piacer V orca d' Ebuda, 
Quando al confin della marina grotta 
Un macello vedea di carne cruda, 

Quanto n* ebb' io nell' arrivare a un' otta. 
Nella qual mi sentia pronto a pagare. 
Per far pago un desio di carne cotta. 

Mi fé' gran cortesia nello smontare 
L* oste, contro V usanza del . . . 
Ove sul corte sia fassi . . . 

E perchè un oste entro 1* ostile ostello 
Suole r obbligo suo far « camerario, » 
Tosto in « cameni » mia stese il mantello. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 183 

Questa si fé', quando era Siila e Mario; 
Tanto in vista era antica : e sul cantone. 
Se '1 « superfluo » non fu, fu il « necessario. » 

Era una cella in ver da devozione, 
Che fin dal tetto una ventosa voce 
Mi mandava del ciel V ispirazione. 

L' avria fuggita il diavolo che coce : 
Perchè nuda di tela ogni impannata 
Sui legni dei telar scopria la croce. 

Farmi intanto io voleva un' asciugata ; 
Onde r ostier mi ricondusse in sala, 
Che la Crusca diria la a camminata. » 

Quivi un putto vid' io su per la scala, 
Ch' avea di secchi allori una gran massa, 
E un acceso carbon dentro una pala. 

A tal vista io gridai (mentre s'abbassa 

L' oste, e gli allori miei d' arder presume) : 
a La penna dei poeti ai lauri passa. 

« Su, su, lauro immortai cangia costume ; 
« E già che vuol cosi secol vizioso, 
« Se già r ombra mi desti, or dammi il lume. » 

S' apria da basso un campidoglio untoso, 
Ove suole trionfar sera e mattina 
Delle flemme digeste un uom famoso. 

Per assalto di luccio o di vaccina 
Quei trionfa un campione, e opime spoglie 
Son del rotto digiun V osso e la spina. 

Qui la fame campestre un oste toglie. 
Mentre di Samo e di Temese in olle 
Per le viscere altrui, viscere accoglie. 



1S4 POESIE DI MILLE AUTORI 

Qui fra cibi di ijiar, d' aria e di colle, 
In più fogge, in più bande, e in un sol patito 
Sacrifici di gola un foco bolle. 

Stava intorno alle fiamme un uom bisunto, 
Ch' arso indarno sarebbe o imbalsamato, 
Cotanto in vista era infocato ed unto. 

Quest' unto Piracmon, Bronte abbruciato 
Su r « incude » d' un banco avea le dita ; 
Perch* avesse il << martel » qualche aflfaniato. 

Questi or facea col sai Y acqua scaltrita. 
Or di spezie condia carnè di morti, 
Per balsamar de* magnator la vita. 

Or del boUor visti i carboni assorti, 
Facea reflusso a tùmida marina. 
Ove 1* « occaso » avean V erbe degli òrti. 

Or, se udia del cenar V óra vicina, 
Tirar facea di sposo gallo il collo, 
A cucinar ponea madire gallina: 

Questi talor move un Bel ballò al bollò. 
Ed or lascia Y alesso e 1* osso gitta. 
Raschia pelle, fa palle, arrosta pollo. 

Or fatta ha fetta, e allo schidon Y ha fitta, 
Or tien pala, augel pela, e in pila il caccia, 
Or di pesci una frotta in fretta ha fritta. 

Sotto il camin, s' altri all' insù s' affaccia. 
Vede invenzion da raggirar schidone, 
Senza un aiuto minimo di braccia. 

Mentre alla sua paterna regione 
Il fumo sale, altro vapor cocente 
Fa una lastra, che incontra, andar giróne. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 1^5 

Muove questa di par ferro pendente, 
E '1 ferro al piede lo schidon eretto, 
Volyé in rota dentata esca di dente. 

O deir uman saper parto negletto, 
Per cuocer V esca ai forestier budelli, 
Del fumoso vapor fassi un valetto. 

« Oggi effetto e cagion sembran fratelli, 
a Né fìa stupor, eh* alfin esca si volti, 
« Sé fumo d' esca ancor volta i cervelli. » 

L* oste intanto traeva cibi non molti 
Su mensa angusta : e d' ogni intorno avea 
Su dura panca i passaggier raccolti. 

Di nasturcio, di malva e dragontea 
Comparve un* insalata purgativa, 
Buona da entrar donde scappar dovéa. 

Questa un cert* olio torbido condiva, 
Che, s* era « oliva » o no, stetti dubbióso ; 
Ma poi sentii, che veramente « oliva. » 

Comparve poi certo cibreo brodoso, 
Dove il sai, dove il fumo ivan del paro, 
« PcrcH* ogni uomo, eh' ha sai, sempre è fumoso. » 

Tutti i segni del grasso in fumo andaro ; 
E 'l brodo suo potea servir di specchio : 
Che, scbben fumo avea, tutto era chiaro. 

Poscia un a pollo » adornò V alto apparecchiò ; 
Ma ben a tosto 9 conobbi ali* imbroccare, 
Ch* era morto di nuòvo, » ed era a vecchio. » 

« Era più duro assai dell' aspettare ; » 
E volendol « tener » per vittovaglia, 
Mai noi potei teneramQntQ amare. 



l86 POESIE DI MILLE AUTORI 

Quindi imparai quanto esser tristo vaglia. 
Per non cader della giustizia in mano : 
S' a un tristo anch' io non potei far la taglia. 

Certo arrostetto in stil da cortigiano 

Comparve poi, ma mentre io fea da « boia, o 
Trovai nell' « inforcar » sangue troiano. 

Onde gli occhi mi empiè di cruda noia 
Crudo boccon, perchè parea gran cosa, 
Che non fosse « abbruciato, » e fosse « Troia. » 

Basta però, che in arrabbiata prosa, 

Pria d' accostar legge « inanilia )> a gozzo. 
Far volsi in « Verre » un' orazion « famosa. • 

Su « principio » di mensa in « mezzo » sozzo 
Venne un « putente » vin, più che « potente » 
Air armonia d' un strozzator singhiozzo. 

Questi orina parea delle giumente; 
Ma, benché fosse alquanto torbidetto, 
Mi fini di chiarire intieramente. 

L' oste r avea per generoso eletto. 

Ma in nuova frase era gagliardo il vino; 
Perchè il « gagliardo » ancor « forte » vien detto. 

In conclusion, per mio crudel destino. 
In carne e in vin sull' affamata guerra 
Non fei a trinciera » e non toccai « fortino. » 

La notte omai de' neri passi ond' erra 
Fatti avea quattro, e di papaver cinta 
Traeva Morfeo della cimeria terra. 

Quando aperto il giubbon, la calza scinta, 
L' infame ardir della mia cena trista 
A dormitorio rio diemmi una spinta. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



187 



Volea r oste portar lesta la lista, 
Ma, quando un uom vuol gli occhi suoi serrare, 
a Conto » non vai, per contentar la vista. 

« E chi per tempo assai si vuol levare, 
« Svegliator della borsa è il creditore, 
«SvegUator della testa è aver da dare.» 

Onde i conti lassai, contai quattr' ore. 
Quando le membra mie furon condotte 
In « nero » letto a ritrovar Y « albore. » 

Dissi allor fra me stesso : « Oh quante dotte 
« Persone son, che tutto *1 giorno han letto, 
« E non han letto poi di mezza notte. » 

D* una dura cervice era il mio letto, 
Avea di pel caprin scorza lanosa, 
Paglia avanzata all' asinin banchetto. 

Qui tra fiori di spigo e fior di rosa 
Fu de' lenzuol la biancheria condutta, 
Ma più tosto sapean d' erba « scabbiosa. 

La tela loro era si stretta e strutta. 
Che di « bucato » uscir tosto io pensai. 
Perchè la tela era « bucata » tutta. 

Pur soffrii, chiusi V uscio, al letto andai, 
Mi scalzai, mi sbracai, soffiai nel lume, 
Mi tuffai, rannicchiai, serrai miei rai, 

« Ch' a stanco seno anco i matton son piume. » ' 

« Antonio Abati fiori con fama di poeta distinto nella metà del 
secolo XVII. Nacque a Gubbio; fu agli stipendi dell'arciduca Leo- 
poldo d'Austria dal 1640 al 1644; viaggiò nei Paesi Bassi e nella 



' Qjaesu Mirti eost fi legge « pa- 
gine 236-346, voi. Ili, in : Raccolte di poeti 
satìrid iialitiHi, premessoTi un discorso in- 



torno alla sstira ed all' ufficio morale di essa 
di Giulio Carcano. Torino, 1853. Dalla So- 
cìeti editr. della Bibl. d*i Comuni italiani. 



190 POESXB DI IkflLLE AUTORI 

JORNADA I. 
SaUn por una parta Dante, y por otra Aurelio 

AuR. i Dónde queda el rey? 

Dant. Detras 

Desos ribazos le dejo, 
En el alcance empenado 
De un jabalì, cuyo rìesgo 
Veloz Aminta su hermana 
Sigue tambien. 

AuR. Segun eso 

Ocasion sera de que 
Concluyamos nuestro duelo. 
Con la novedad, que està 
Citado. 

Dant. Para ese efecto 

Esperando estaba i vista 
Deste edificio soberbio. 

AuR. Pues Uegad; solos estamos. 

Dant. j Ha del soberano centro, 
Donde aprisionada vive 
Toda la region del fuego ! 

AuR. j Ha de la divina esfera 

Del sol mas hermoso y bello, 
Que, à pesar de opuestas nubes, 
Abrasa con sus reflejosl 

Dant. ; Ha del alcdzar de amor I 

AuR. i Ha del abìsmo de zelos ! 

Dant. \ Patria de la ingratitud ! 

AuR. I Monarquia del desprecio! 

Las DOS. j Ha de la torre! 

En lo alto saUn Nise y Flora. 

Las DOS. • ^Quién Uama?... 

Nise Tan sin temor,... 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I9I 

Flor. ^ Tan sin miedo... 

A estos umbrales? 
Dant. Decid 

A vuestro divino dueno,... 
AuR. Decid i la soberana 

Deidad dese hutnano tempio,... 
Dant. Que à ese mirador se ponga. 
AuR. Que salga à esa almena. 

SaU en lo alto Irene. 

Iren. I Cielos ! 

l Quién para tanta osadia 

Ha tenido atrevimiento ? 

l Quién aqui da voces ? 
Los DOS. Yo. 

Iren. Ya con dos causas, no menos 

Que antes, extrané el oiros, 

Habré de extranar el veros ; 

No tanto, porque del Rey 

Atropelleis los decretos. 

No tanto, porque de mi 

Aventureis el respeto, 

Rompiendo el coto à la linea 

De mi espiritu soberbio. 

Guanto porque acrisoleis 

La ingratitud de mi pecho, 

Que i par de los Dioses juzga 

Lograr mdrmoles etemos. 

Si de por si cada uno, 

Aun en callados afectos 

Que apenas d estos umbrales 

Llegaron, cuando volvieron 

Castigados y no oidos, 

Examinó mis desprecios, 

^ Qué hard, unido de los dos, 

Ahora el atrevimiento? 



192 POESIE DI MILLE AUTORI 

l Qué pretendeis ? ^ Que intentais ? 
^ Y con qué efecto, en efecto, 
Llegais aqui? ^ Para qué 
Me dais yoces ? 
Los DOS. Para esto. 

(Sacan las espadas). 

AuR. Que si de ambos ofendida 

Estàs, ambos pretendemos. 
Con librarte de una ofensa, 
Ganar un merecimìento. 

Dant. Y porque de su valor 

Quede el otro satisfecho, 
Queremos, que seas testigo 
Tu mistna de nuestro esfuerzo. 

AuR. Ya partido el sol està, 

Pues el sol nos està viendo. 

Dant. Yo, porque no esté partido, 
Lidiaré, por verle entero. 

Irbn. Tened, tened las espadas; 

Templad los rayos de acero; 
Mirad, que aun el vencedor 
La esgrìtne contra si mesmo, 
Pues no es menor el peligro 
De vivir, que quedar muerto. 

AuR. I Qué valor! 

Dant. j Que bizarrìa ! 

Irbn. Llamad quien de tanto empeno 

El riesgo excuse. 

NiSE. j Ha del monte 1 

Flor. I Cazadores y monteros 
Del Rey! 

Voz (dent.y De la torre Uaman. 

Acudid, acudid presto. 

AuR. iQue no acabe con tu vida! 

Dant. \ Que dures tanto! 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I93 

Saìen el Rey jy gente, 

Rey. ^ Qué es esto ? 

Los DOS. Nada, senor. {Envaìnatì), 

Iren. Las almenas {aparte) 

Dejaré. Y pues al Rey tengo 
Tan cerca de mi, han de hablarle 
Claros hoy mis sentimientos. 

Rey. i Qué es esto ? digo etra vez ; 

Y no ya porque pretendo, 
Que afectado el disimulo 
Desvelar quiera el intendo, 
Sino porque ya empenado 
Estoy en que he de saberlo. 
^ Que es esto. Dante ? 

Dant. Senor, 

Non lo sé. 
Rey. i Qué es esto, Aurelio ? 

AuR. Tampoco sabre decido. 

Rey. i O qué recato tan necio, 

Y tan fuera de que Uegue 
A conseguirse! Y supuesto 
Que lo he de saber, mirad, 
Que cosi toca el silencio 
En especie de traìcion. 

Dant. A esa fuerza,... 

AuR. A ese precepto,... 

Dant. La causa, senor,... 

AuR. La causa... 

Rey. Decid. 

Dant. Es amor. 

AuR. Son zelos. 

Rey. Aunque zelos y amor sea 

Respuesta bastante, puesto 
Que ellos son de acciones tales 

Dsi. Balzo. Voi. VI. I3 



1 



194 POESIE DI MILLE AUTORI 

Culpa disculpada, quiero 
Mas por extenso informarme 
De la causa; porque siendo, 
Como soisy en paz y en guerra 
Los dos polos de mi imperio. 
Con quien igual he partido 
La gravedad de su peso, 
Valeroso tii en las armas, (i Dante). 
Politico tu al goviemo, {à Aurelio). 
No es justo, habiendo llegado 
Yo, dejar pendiente el duelo 
Para otra ocasion; y asi 
He de informarme, primero 
Que le ajuste, de la causa 
Que teneis. 

Dant. Yo fio de Aurelio 

Tanto, seiìor, porque al fin, 
Sobre ser quien es, le tengo 
Por competidor, y mal. 
Sin ser noble, podia serio ; 
Que lo que él diga sera 
La verdad; y asi te ruego 
La oyas del, pues cuando no 
Estuviera satisfecho 
De su valor y su sangre. 
Por no decida yo, pienso, 
Que me dejara vencer, 
Aun en Io dudoso, à precio 
De que mi voz no rompiera 
Las càrceles del silencio. 

AuR. Cuando no me diera Dante 

Licencia de hablar primero. 
La pidiera yo; porque 
Tan obediente al precepto 
De tiì gustas de saberlo, 
Aunque es mi afecto tan noble 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I95 

Como el suyo, hiciera menos 
En Gallarlo, que en decirlo. 

Y es ficil el argumento; 
Pues en materias de amor 
Siempre calla un caballero, 

Y no siempre un Rey pregunta. 
Dant. Dices bien, y yo me alegro 

Que en callar y hablar los dos 
Tan de un parecer estemos, 
Que, hablando tii, y yo Gallando, 
Quedemos los dos bien puestos. 
AuR. Un dia, Senor,... 

SaUn Amik TA y Damas. 

Amin. Hermano, 

l Qué es la causa, que te ha hecho 

Dejar la caza, y venir 

Otta novedad siguiendo? 
Rey. De Aurelio, Aminta, lo oiris, 

Pues que llegas i buen tiempo. 
Dant. No llega sino d bien malo. 
Rey. Prosigue pues. 

AuR. Oye atento. 

Un dia, Senor, que à caza 

Saliste d este sitio ameno, 

Y yo Gontigo, llamado 
De la ladra de sabuesos 

Y ventores, que lidiaban 
Con un jabali en lo espreso 
Del monte, dì de los pies 

A un veloz caballo, à tiempo 
Que impacientes dos lebreles, 
Por Uegar à socorrerlos, 
Antes que de la trailla 
Les diese suelta el monterò. 



196 POESIE DI MILLE AUTORI 

Le arrastraban por las brenas. 
De suerte libre y presos, 
Que, con cadena y sin tino, 
Han atados y sueltos. 
Pasaron por donde estaba, 

Y enreddndose ligeros 
Entre los pies del caballo, 
Desatentado y soberbio 
Con ellos lidio, basta que. 
Mal desenlazado dcUos, 
El eslabon d un coUar 
Rompió, y la obediencia al freno^ 
Tal, que de una en otra pena, 
Sin darse à partido al tiento 

De la rienda, disparò, 

Hasta que cochando ciego 

Con lo espeso de unas jaras. 

Perdio, con el contratiempo, 

Tierra tan dichosamente, 

Que él embazado, y yo atento^ 

Desamparamos iguales, 

Yo la siila, y él el dueno. 

Aqui, al cobrarle la rienda. 

Se enarboló en dos pies puesto, 

Y Uevàndome tras si, 
Partimos los elementos, 
Pues el mar de mi sudor, 
Dejdndome con la tierra, 
Le vieron ir con el viento. 
Solo y d pie en la espesura. 
Ni bien vivo, ni bien muerto. 
Sin saber donde, quedé. 
Preguntdrasme d qué efecto, 
Hablandome ti!i en mi amor, 

^ Te respondo yo en my riesgo ? 
Pues escucha; que no acaso 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I97 

Te he contado todo esto; 
Porque, hallindome, seguo 
Dirà despues el suceso. 
Dentro del vedado coto, 
Que tienes, gran senor, puesto 
A la libertad de Irene 
Fué justo decir primero 
La disculpa, con que yo 
Romperle pude, supuesto 
Que fué por culpa de un bruto; 
Que no pudieran con menos 
Violento acaso qifebrar 
Mis lealtades tus preceptos. 
Solo 7 i pie, corno he dicho, 
Sin norte, sin guia, sin tiento 
Me halle en la inculta maleza, 
Las vagas huellas siguiendo 
De las fieras, que perdidas 
Tal vez, tal cobradas, dieron 
Conmigo en la verde mdrgen 
De un cristalino arroyuelo, 
Que del monte despenado 
Descansaba en un pequeiio 
Remanso, y para correr 
Paraba a tornar esfuerzo. 
I O comò sin eleccion 
Del humano entendimiento 
Sabe mostrarse el peligro, 
Sabe sucederse el riesgo! 
Digaio yo, pues llevado 
De mi sin mi, discurriendo 
Al arbitrio del destino, 
Que homicida de si mesmo, 
Sin saber donde guia, sabe 
Donde està el peligro, haciendo 
De las senas del escollo 



198 POESIE DI MILLE AUTORI 

Seguridades del puerto, 
Me VI, cuando juzgué à vista 
De Ics descansos, oyendo 
De no sé qué humana voz 
Los mal distintos acentos^ 
Y tan lejos del alivio, 
Que dspid enganoso el eco, 
En las lisonjas del aire 
Escondia su veneno. 
Estaba en la verde esfera 
Del mas intricado seno, 
Tejido coro de ninfas, 
Como, guardandola el sueiìo 
A una deidad, recostada 
En el apacible lecho, 
Que de flores, yerba y rosa 
Estaba el aura mullendo. 
No te quiero encarecer 
Su perfecion; solo quiero, 
Para disculpa, que sepas, 
Que vi y amé tan à un riempo, 
Que entre dos cosas no pude 
Distinguir cual fué primero; 
Pues juzgo, que volvi amando, 
Aun antes de Uegar viendo. 
Apenas entre las ramas 
El templado ruido oyeron 
De las hojas, que movia 
La inquietud de mi silencio, 
Cuando todas asustadas 
Por las malezas huyeron 
Del monte. Quise seguirlas. 
Ma no pude; qua resuelto 
Delante un guarda me puso 
El arcabuz en el pecho, 
Diciéndome, que me diese 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. I99 

A prìsion, por haber hecho 

Contra las órdenes tuyas 

Tan notable atrevimiento 

Como haber roto la liii^a 

De aquese vjdado cerco. 

Dije quieti era, y la causa, 

A cuya disculpa atento, 

Disimulando conmigo, 

Guió mis pasos, diciendo 

Lo que yo le dije à Dante 

Despues, de cuyo secreto 

Vino d originarse en ambos 

La ocasion de nuestro duelo, 

Que fue, que aquel bello asombro, 

Aquel hermoso portento, 

Era Irene. 
Rey. Calla, Calla, 

No prosigas; que no quiero 

Saber, que traidor tu engano 

Adora lo que aborrezco. 

Muger, enemiga mia, 

Sangre aleve de quien... i Pero 

A mi puede destemplarme 

Tanto ningun sentimiento? — 

jEs ella. Dante, tambien 

La que ti adoras? 
Dant. Supuesto 

Que yo el secreto no he dicho, 

Poco importa del secreto 

Que diga la circunstancia. 

Si, senor; pero advirtiendo,... 

Perdone Aminta, (aparte). 
Amik. jAy de mi! (aparté). 

^ Qué escucho ? 
Dant. Qué fue primero... 

Amin. |Ha ingrato amante! (aparte). 



200 POESIE DI MILLE AUTORI 



Dant. Mi amor... 

Rey. i Que ? 

Dant. Que tu aborrccimiento. 

Rey. ^Primero tu amor? Prosigue. 

l De qué suerte ? 
Dant. Escucha atento; 

Lo que por mayor supistc, 

Sabràs por menor; que temo. 

Por obligar Io que adoro, 

Enojar lo que aborrezco. 
Amin. ; O quiera amor, que yo pueda (aparte), 

Reprimir mis sentimientos 1 
Dant. Lidogenes, Rey de Egnido, 

Tributario del imperio 

De Chipre, que largos anos 

Te deje gozar el cielo, 

En campana contra ti 

Puso sus armas, diciendo, 

Que no habia de pagarte 

Àquel heredado feudo, 

Que d tu corona tributan 

Los avasallados reinos, 

Que el Archipiélago bana, 

Porque el de Egnido era esento, 

A causa de no sé qué 

Mal honestados pretextos, 

Que no me toca argùirlos, 

Aunque me tocó vencerlos. 

Tii indignado preveniste 

Tus armadas huestes, siendo 

Yo su General, à quien 

Honraron con estc puesto 

Siempre, senor, tus favores 

Mas, que mis merecimientos. 

Con ellas pues sali en busca 

De tu enemigo; y supuesto 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 201 

Que sabes, que le venci, 

Solo en està parte quieto, 

Por lo que al suceso toca, 

Eslabonar el suceso. 

Y asi dire solamente, 

Que aquel dia, en que vi puesto 

De la fortuna al arbitrio 

Todo el poder de tu imperio. 

Fausto para mi é infausto 

Fué, pues me vi à un mismo tiempo 

Ser vencedor y vencido, 

Cuando en fuga el campo puesto 

De Lidogenes, que ìba 

Desbaratado y deshecho, 

Entre el bélico aparato 

De tanto marciai estruendo, 

Tanto militar asombro, 

Reconoci un caballero, 

Que d todos sobresalia, 

Por ser su ames un espejo, 

En quien se miraba el sol, 

Que, blandiendo herrado al fresno. 

La sobrevista calada, 

En un bruto tan ligero, 

Que pareció que volaba 

Con las plumas de su dueno. 

De las desmandadas tropas, 

Que iban por el campo huyendo, 

El desórden reducia, 

Valiente, animoso y diestro. 

Soli citando rehacerlas. 

Para empenarlas de nuevo. 

Por ver si asi mejoraba 

De fortuna en el reencuentro. 

Puse en él los ojos, y él, 

Adivinando mi intento. 



202 POESIE DI MILLE AUTORI 



Que à veces el corazon 

Habla de parte de adentro, 

Sali'éndome al paso, hizo 

EleccioQ de mejor puesto, 

Ocupando de un ribazo 

La loma, cuyo terreno, 

Algo pendiente, le bacia 

Ventajoso, donde habiendo 

Proporcionado à su juicio 

La distancia del encuentro, 

Paso de la cuja al ristre 

La lanza con tal denuedo, 

Que becho d la mano el caballo. 

Sin esperar el acuerdo 

De la espuela, para mi 

Partió tan galan, tan dieserò, 

Que diera miedo à cualquiera 

Que hubiera de tener miedo. 

Yo, que sobre al mismo aviso 

Estaba, habiendo primero 

Reparado ci mi caballo. 

Por ganarle algun aliento. 

Al vede partir, parti 

Tan igual con él, que entìendo 

Que à haber medio entre los dos, 

El choque dijera el medio. 

Entre baberol y gola 

El asta me rompió, d tiempo 

Que yo de la gola arriba 

La mia rompi, subiendo 

En dtamos, no en astillas, 

Tan altos entrambos fresnos, 

Que de la region del aire 

Pasdndose d la del fuego, 

Por encenderse, tardaron 

En caer, ó no cayeron. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 203 

Mal afirmando en la siila 
Quedó un rato, porque haciendo 
En las grabazones presa 
EI trozo ùltimo del cuento, 
Se llevó con el penacho, 
Falseando el tomillo al yelmo. 
La sobrevista tras si: 
De manera, que, volviendo 
A recobrarse en el tomo, 
Empunado el bianco acero, 
A buscarme y à buscarle 
Le vi el rostro descubierto, 
En cuya rara hermosura, 
En cuyo sembiante bello, 
Suspendido y admirado, 
Juzgué, que, Adónis con zelos 
De Marte, pretendia dar 
Satisfaciones à. Venus 
De que lo hermoso no solo 
Es en las cortes soberbio. 
Embistióme pues segunda 
Vez, en cuyo trance creo, 
Que quedara victorioso, 
Segun yo estaba suspenso, 
Si, tropezando el caballo, 
(Quizà fué en mi pensamiento, 
Pues yo se le eché delante) 
Con él no dicra en el suelo; 
De cuyo acàso gozando, 
Me halle vencedor en duelo 
Tan dudoso, que quedamos 
Uno de otro prisionero, 
Él de mi esfuerzo, mas yo 
De su hermosura y su esfuerzo. 
Retirdronle d mi tienda, 
Y fui el alcance siguiendo, 



204 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Hasta que, ya coronado 
De despojos y trofeos, 
Canté la Victoria, y mas, 
Guanto i mis reaies volviendo 
Supe al entrar en mi tienda, 
Que el hermoso prisionero, 
Que en ella estaba, era . . . 



Nacque il Calderon il 17 gennaio 1600 in Madrid, da don Diego 
Calderon de la Barca y Barreda e da donna Anna Maria de Henao 
y Biano. Apparteneva suo padre ad una nobile famiglia di antichi 
idalghi della valle di Carriedo nelle montagne di Burgos, della me- 
desima valle della quale era oriundo Lope de Vega ; era discendente 
sua madre di uno di quei cavalieri fiamminghi che si stabilirono in 
Castiglia. 

Studiò le prime lettere nel gran collegio della Compagnia dei 
gesuiti di Madrid. E, poi, giovanissimo, si recò alla università di Sa- 
lamanca, dove, con molto ardore, segui i suoi studi, dandosi con 
preferenza alle matematiche, alla filosofìa e al diritto civile e cano- 
nico. Il suo talento poetico dovè manifestarsi molto presto, posto 
che quando aveva poco più di tredici anni scrisse la sua prima com- 
media, intitolata: El carro del Ciclo, ' assicurando il Vera Tassis che 
prima di compiere i diciannove anni aveva fatto epoca con le sue 
commedie nel teatro spagnuolo. Negli anni 1620 e 1622 prese parte 
nella solennità poetica, celebrata per la beatificazione e canonizza- 
zione di sant* Isidoro. 

A diciannove anni abbandonò V università e si recò a Madrid, 
ove ebbe i favori di insigni personaggi. Al suo venticinquesimo anno, 
spontaneamente si decise di farsi soldato, e stette a Milano e poi 
nelle Fiandre. È probabile che in quel tempo scrivesse la comme- 
dia: El sitio de Breda, che si rappresentò nei teatri di Madrid poco 
dopo la resa di quella piazza, il 2 giugno del 162^* Non si sa quanto 
tempo servisse nell'esercito. È certo però che Filippo IV lo chiamò 
dagli accampamenti a corte, dandogli le mansioni di direttore delle 



' OjacfU fii U fUA prima comraedi*, 
•crìtu d* solo, perchè vi è U tcrxo Atto 
dell* commedi* El mtjor amigo ti muerto, 
•eiitto tre «ani priin«, cioè quando Calderon 
non contava nemmeno undici anni com- 
piuti. El mujor amigo el mmrlo era già 
•critta il 15 noTembre 1610, secondo i cai* 



coli dell' Hartzenbttsch. * Il primo atto fu 
•crìtto da Luis da Belmonte e il secondo da 
don Francisco de Rojas.. 



• Vedi pag. 661, Tol IV delle Comoiù 
del Calderon. Madrid, RiTadeneyra, 1872- 
1874. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 



205 



feste drammatiche che si celebravano con gran lusso nel palaczo del 
Buen Retiro. 

La sua fama poetica era già tanto grande l'anno 1630, che Lope 
de Vega, stimandolo suo degno successore, dice di IXii nel Laurei 
de Apolo: 

En estilo poètico y dulzura, 

Sube del monte à la suprema altura. 

In premio dei suoi servigi fu nominato, il 1637, cavaliere di San- 
tiago. E quando tre anni dopo si mobilizzarono i cavalieri di que- 
st' ordine, il re dispensoUo dai suoi obblighi guerreschi, incarican- 
dolo di scrìvere il dramma: Certamen de amor y celos; ma il poeta 
volle compiere ambo i suoi doveri, terminò il dramma in breve 
tempo, e dopo raggiunse le truppe in Catalonia, dove servì, in com- 
pagnia del duca di Olivares, fino a campagna conclusa. Ritornò indi 
alla corte, e allora come prima si diede tutto a scrivere per il teatro. 
E, nell'anno 1649, ebbe la commissione di disegnare e descrivere 
r arco di trionfo eretto per il ricevimento di donna Mariana d* Au* 
stria. Due anni dopo entrò nel sacerdozio, senza rinunziare per questo 
alla sua antica occupazione di poeta drammatico; il re gli concesse 
un posto di cappellano in Toledo, del quale prese possesso il 19 lu- 
glio del 1653. Poi, nel 1663, per tenere il poeta più presso la sua 
persona, gli concesse un altro posto nella cappella reale, e gli donò 
anche le rendite di un benefìcio in Sicilia. 

Cosi potè il Calderon darsi tutto quanto tranquillo alla compo- 
sizione delle sue opere poetiche. Per lo spazio di trentasette anni 
scrìsse gli autosacramentali per la festa del Corpus Domini in Ma- 
drid, e ancora per le città di Toledo, Siviglia e Granata, finché, 
come dice il Vera Tassis, cessarono quelle solennità. Sebbene questo 
genere poetico convenisse particolarmente al suo profondo senti- 
mento religioso ed era in armonia col suo stato ecclesiastico, pur 
non abbandonò per questo, fino ai suoi tardi anni, la composizione 
di drammi mondani e di altre poesie. ' 

Le sue commedie si stamparono in principio separatamente, però 
si raccolsero, la prima volta, nel 1635^ e poi nel 1637* in Madrid, 
per il maestro Josef de Valdivieso. 



* Il Vera Tassis assicura che 11 numero 
dei suoi autos ascese a più di cento, e 
quello delle comraedie a più di centoventi ; 
enumera a più di duecento i suoi preludi 
o prologhi sopra soggetti mondani e reli- 
giosi ; cento sonetti e infinite eanxoni e 
romanze e altre poesie intorno a diversi 
temi : menziona, in ultimo, una descriiione 



dell' entrata della regina madre, un poema 
sopra i Caatro novittmo$t un tratuto sulla 
nobiltà della pittura e un altro in difesa 
della commedia. 

' Queste edizioni sono molto rare, la 
seconda quasi introvabile. Tutte e due si 
ristamparono nell' edizione intitolata : Co» 
meiias d* D, Ptiro Caldtrón de U Barca, 



206 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Il Calderon passò gli ultimi anni di sua vita tranquillamente 
nella hermandad di S. Pietro. E questa congregazione fece per testa- 
mento sua erede universale. Morì il 25 maggio 1681. I fì'atelli di 
S. Pietro a lui grati, nella cappella del Salvatore, gli posero l'epi- 
grafe seguente: 



ruogUat por D. José Caldgròm y hgrmamos. 
Parte x* y a". Madrid, 1640. I tomi terso e 
quarto comparvero rispettivamente nel 16^4 
e 1672. La prima edizione, incompleta, dei 
•ttol a«/o, porta la data di Madrid 1637. 
Nondimeno la maggior parte delle opere 
di Calderon era inacceisibile alla generatiti 
dei lettori, e ciò che si stampava in fretta, 
per soddisfare le esigenze dei librai, era 
lamentevolmente monco. E molti librai, a 
scopo di lucro, diedero per sue molte com- 
medie e drammi mediocri di sconosciuti. Il 
giusto desiderio di possedere un' edizione 
completa dei suoi scritti mosse il duca di 
Veragua, mecenate e amico del poeta, a 
dirigergli una lettera in cui gli chiese Ìl 
catalogo esatto delle sue opere. Ad essa, 
dopo i soliti complimenti di uso, cosi ri- 
spose Calderon: 

« Yo, Senor, estoy tan ofendido de los 
muchos agrsvios que me han hecho libreros 
y impresores (pues no contentos con sacar 
sin voluntad mia 4 luz mis mal limados 
yerros, me achacan los ajenos, comò si 
para yerros no bsstasen.los mios; y aun 
esos mal trasladados, mal corregidos, de- 
fectuosos y no cabsles), tanto que pueJo 
asegurar 4 V. E que aunque por sus titulos 
conozco mis comediss, por su contexto las 
desconozco; pues algunas que acaso han 
llegado à mi poticia, concediendo el que 
fuèron mias. niego el que Io sean, segun 
las desemejadas que le han puesto los hur- 
tados traslados de algunos ladroncillos que 
viven de venderlas, porque hay otros que 
viven de comprarlas; sin que sea posible 
restaurar este datio, por el poco aprccio 
que hacen de este gènero de hurto los que, 
informadoB de su justicia, juzgan que la 
poesia mas es defecto del que la ejercita, 
que delito del que la des'uce. Està desesti- 
macion y poco caso que los senores jueces 
prìvativos de imprentas y librerias tal vez 
han hecho de mi queja, me han puesto en 
tal aborrecimiento, que no hallo mas re- 
medio que ponerme de me parte, haciendo 
yo tambien desprecio de mi mismo. En este 



sentir pende manera, que con su patrocinio 
proseguire la impression de los autos, que 
son lo que solo lie procurado recoger, por- 
que no corran la deshecha fortuna de las 
comedias, temeroso de ser materia tan sa- 
grada, que un yerro ó de piuma ó de la 
imprenta, puede poner un sentido à riesgo 
de censura: y asi remito a V. E. la me- 
moria de los que tengo en mi poder, con 
la de las comedias, que asi esparcidas en 
varios libros, comò no ofendidas hastahaora, 
se conservan ignoradas, para que V. E. dis- 
ponga de uno y otro, en cuyo nombre pro> 
seguire la impresion de los autos, loego 
que me halle convalecido, de que dare parte 
4 V E., reservando la liberalidad que me 
ofrece para cuando necesite valerme de ella. 
Cuya Vida Nuestrc Senor guarda con las 
felicidades y puestos que merece, y este 
humilde capellan suyo le desea. Madrid y 
julio 34 de x6fto. - Excellentisimo senor. - 
B. L. M. de V. E. su humilde capellan, Don 
Pedro Calderon de la Barca. » 

Nel X6S2, un anno e più dopo la morte 
del poeta, il Vera Tassis pubblicò la quinta 
parte delle opere di lui, e, nell'anno me- 
desimo, la sesta, settima, ottava e nona 
parte. 

L' edizione più completa delle opere 
drammatiche del Calderon è quella recente 
in quattro volumi : Cotiudìas de don Pedro 
Caldtron d* la Barta, colecdon mas com- 
pleta que todss las anteriores, hecha è ilus- 
trada por don Juan Eugenio Hartzenbusch. 
Madrid, M. Rìvadencyra, editor, 1872-1874 
(sulla copertina vi è la dats del 1880 a tutti 
i quattro volumi). Questa collezione forma 
i tomi VII. IX. XII, XIV della Biblioteca 
de autores etpanoles. Vedi nel voi. I a pa- 
gine xxiii-xxviii la descrizione delle prime 
edizioni delle commedie del Calderon ; a 
pagg 6S4-660, voi. IV. tutte le opere con- 
sultate per compilarne la raccolu com- 
pleta; a pagg. 6éi-686, voi. IV, il catalogo 
cronologico delle commedie del Calderon e 
a pagg. 687-719 le note e illustrazioni alle 
▼arie commedie. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



207 



D. O. M. 

D. PETRUS CALDERONIUS DE LA BARCA 

MANTUAE UR9E NATUS, MUNDI ORBE NOTUS, 
RUBRO D. lACOBI STEMMATE AURATUS EaUES, 

CATHOLICORUM REGUM TOLETI, 
PHILIPI IV ET CAROLI II MATRITI AD HONOREM 

FLAMEN , 

CAMOENIS OLIM DELICIARUM. 

I giudizi intorno all'opera del Calderon rappresentano tutta la 
gamma dei toni, dal ditirambo scendono alla bile invidiosa, dalle 
esagerazioni apologetiche di don Juan de Vera Tassis alle pedanterie 
di don Nicolas Femandez de Moratin. Il Vera Tassis cosi incomincia 
la vita del poeta: 

«Mal se estrechard en la esfera breve de mi labio quien gene- 
rosamente ocupa todas las lenguas de la fama, y mal cenirè à un 
epilogo tan corto al que no cabe en los dilatados espacios de los 
siglos: porque quien pone mdrgenes al resplandor, mas que lisonjea 
agravia su daridad. » ' 

E di questo tono seguita il buon biografo per un pezzo. Il poeta 
era morto il 25 maggio 168 1 e non reca maraviglia che ancor si 
prolungasse il dì della lode. Intuonato il cantico, vi fanno eco don 
Gaspar Agustin de Lara e il reverendissimo padre maestro frate Ma- 
nuel de Guerra y Ribera; il primo esclama che il Calderon seppe 
unire allo splendore del sangue che il cielo gli die' <c las resplan-i 
decientes luces de sus virtudes, los astros luminosos de su sabiduria 
y el luminar fiamante de su ingenio ; » * e il secondo che nacque 
il poeta maestro e non discepolo, che nessuno imitò, che di lui può 
dirsi ciò che V eruditissimo Macedo disse del Tasso, che « solo pecò 
en non pecar; » che sopra tutti volò. 3 

Nella critica, come in tutte le cose di questo mondo, vi sono i 
periodi di reazione. Don.Ignacio de Luzan incominciò a leggere il 
Calderon con minore entusiasmo. Non seppe dissimulare le esage- 
razioni e le immoralità e la poca varietà nei soggetti e nei carat- 
teri delle sue commedie, e il poco rispetto per le regole degli an- 



' Veifi : FamMf vida y tscriios ie Caldtron 
(pubUaido en U venUdera quinu parte de 
Comudms del Calderon, en Madrid, ano 1682). 

^ Vedi : Próhgo à U obra. tUuìada : m Obt- 
lisfo fmmthrg, ■ piramide fmntsio à la immortai 
memoria de don Fedro Calderon de la Barca, 
Ano de 1684 en Madrid. 



) Vedi : Aprohaeion del qmnio tomo de 
eomedias de Calderon, prìmero que publicó 
Don Juan de Vera Tasis y ViUarroel, fir- 
mada por el padre Guerra, en el convento 
de la Trinidad de Madrid, à 14 de abril 
de téSa. 



2o8 



POESIE DI MILLE AUTORI 



tichi; ma soggiunge che, a dispetto di queste regole, ^li in alcune 
delle sue opere ha 1* arte prima di tutte, che è quella di interessare 
gli spettatori o lettori, di trascinarli di scena in scena con ansia di 
vedere la fine, arte essenzialissima delia quale non possono gloriarsi 
molti poeti di altre nazioni, grandi osservatori delle benedette regole ; 
che gli altri suoi difetti possono perdonarsi alle qualità superiori di 
lui e all'incanto del suo stile; che egli conserva il suo applauso 
primiero; che servì e serve di modello; che le sue commedie sono 
il più fruttifero capitale dei teatri spagnuoli. ' 

Non ostante V equanimità del Luzan, alcuni crìtici che vennero 
dopo, rincararono la dose, perchè molte volte i critici non scrivono 
per dire il vero sugli autori, ma per fare sfoggio del loro talento. 
Cosi don Blas Nasarre montò in cattedra e ne disse di tutti i co- 
lori contro il povero Calderon: non caratteri naturali, non morale, 
non verosimiglianza, non dizione bella e propria, non scopo di 
istruire dilettando, di purgare i vizi colla grazia del sorrìso, non vit- 
toria della venta e del giusto. Questo è in sintesi il giudizio del 
Nasarre sul Calderon, al quale pur concede il mento di imbattersi 
alcune volte in cose inimitabili, accompagnate però con altre si poco 
nobili, da potersi dubitare se la bassezza di esse ne ingrandisca il 
sublime, o se il sublime renda meno tollerabile la sua bassezza. ' 

Come il Nasarre rincarò la dose del Luzan, cosi don Femandez 
de Muratin rincarò la dose del Nasarre, dimostrando così che spesso 
i signori critici sono come i pappagalli. Afferma addirittura che il 
Calderon sia il secondo corruttore del teatro spagnuolo, il quale per 
capriccio e per novità, seguendo il malo esempio del Lope de Vega, 
^bandonò V arte vera, e poi si dà anche al diletto di notare alcuni 
errori di geografìa o di storia nei quali incorse il grande comme- 
diografo, come se si trattasse di uno scolaro di quinta ginnasiale che 
si presenti a sostenere il suo esame di storia e geografìa. 3 

Questi attacchi esagerati dovevano a loro volta provocare una 
reazione, e così don Vicente Garcia * prese a dimostrare che il Cal- 
deron non fosse così digiuno di geografìa come si era dato a cre- 



' Vedi in : La poètica y rtglas tU la poesia^ 
obr» impresa por primera vez en Zaragoca, 
ano de 17571 y reimpreaa en Madrid, cor- 
regida y aumentada por el autor, en la 
ofidna de Don Antonio de Sancha, ano 
de 1789. Capitulo I del libro III. 

* Vedi in : Distrtaeion. sohre las comtdias 
it EtpanAf que sirve de pròlogo k la reim- 
preiion de las comedias y entremeses de 
Miguel de Cervantes Saavedra, hecha en 
Madrid por el mismo Nasarre, ano de I749t 
en la imprenu de Antonio Marin. 



'Vedi in: Distrtaeion qtte preetdt à la 
Fttimetra, comedia nueva, esenta con todo 
el rigor del arte por el roismo Don Nicolas 
Femandes de Moratin, entre lor Arcades de 
Rona Flumosbo Tbermodonciaco (Madrid, 
en la oficina de la Vinda de Juan Mafk», 
ano da 1763). - Dts§n.famo al Uatro upanol 
(piccolo opuscolo sema data). * Damgana 
ugundo al teatro ttpamol, 

^ A psg. 41, tom. I, Opir$ del Calderon, 
edix. cit. del Rivadeneyra« 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



209 



dere ; e don Leandro de Moratin, ' e V Estala, ' la presero col Na- 
sarre, facendo notare che per dare V accusa al poeta di essere stato 
corruttore del teatro insieme col Lope de Vega, dovevasi fare la 
dimostrazione impossibile che prima di loro il teatro spagnuolo fosse 
perfetto. Ad essi si aggiunsero il Munarriz,3 il Martinez, ^ lojavier 
de Burgos, ^ i quali con giudiziosi argomenti dimostrarono come fosse 
ingiusto il concedere a chi possedeva in sommo grado l'intrigo e 
r interesse drammatico solo il merito di qualche buona scena. E la 
critica ormai affinandosi incominciava a presentare il poeta nella sua 
giusta luce, facendo accettare e perfezionando ciò che aveva detto 
il Luzan. Il Fermin Gonzalo^ diceva chiaramente che se era vero 
che non dovevasi ricercare la pittura fedele dei caratteri umani nel 
Calderon, per cui il pittore di Amleto sovrastava al drammaturgo 
spagnuolo, ciò non voleva dire che quest'ultimo non fosse un gran 
poeta del teatro nazionale. E il Ramon Mesonero "^ aggiungeva che 
il Calderon aveva creata la vera commedia spagnuola sbarazzandosi 
delle mostruosità che ingombrano le produzioni del Lope de Vega. 
E Antonio Gii de Zarate * Analmente esaminando ciò che Schlegel 
e il Sismondi avevano detto del poeta, faceva notare che partendo i 
due critici da due opposte maniere di vedere, ciò che per l'uno co- 
stituiva un pregio, si mutava per l'altro in difetto. Per il Sismondi, 
secondo riassume il nostro critico, Calderon « es el hombre de la 
miserable època de Felipe IV: falso en las costumbres que repre- 
senta, falso en su lenguaje, exagerado en todo, excede d todos Cas- 
tellanos, y aun d los mas ridiculos conceptìstas de Italia^ en ama- 
neramiento y en el modo de alambicar las ideas; es incapaz de 
expresar las pasiones y de pintar los grandes dolores, mezclando una 
poesia importuna en las situaciones mas despedazadoras ; y aunque 
suele tener situaciones de un efecto admirable, jamas se encuentra 
en èl una expresion patètica ó sublime por su verdad y sencillez. 
Critica en extremo su falta de colorido locai y de verdad histórica, 
atribuyèndola d ignorancia; y por ùltimo dice que es el poeta de 



' Nota 65 al Diseurso historicc sohre los 
wrigmes del Uatro tspanol (tomo I de las 
obraa de Montili. Madrid, por Aguado, 1830). 

* A pag. 411, to. I, 0^« del Calderon, 
cdjz. cit. del RÌTadane)Ta. 

3 Leuiomes tohrt la retMea y las Mlat 
letirms por Hugo Blair, traduddas del in- 
glè» con adiciones acerca de la literatura 
castellana. Madrid, en la oficina de Garcta 
j companJa, 1801, to. IV, leccion 4$, co- 
medìa espanola. 

^ Apeniict sobri la comedia es paiola. Las 
obr«s literarias, to. II, Martinet. Paris, 1827. 



S Don Fedro Calderon de la Barca, arti- 
colo contenuto nei nn. 98 e 99 (xae 19 no- 
vembre 1840) del Panorama, periodico let- 
terario di Madrid. 

^ Ensayo hisioruo-jilosòjieo sohre el antigmo 
teatro espanol. Reinsta de Espana y del extra- 
njerot to. VII. Madrid, 1843. 

7 Rapida ojtada sohre la his torta del teatro 
espanol. Seminario pintortseo, segunda serie, 
to. IV, 1842. 

^ Manaal de literatura. Madrid, imprenta 
de Boix, 1844, segunda parte, to. II. 



Dbl Balzo. Voi. VI. 



14 



210 POESIE DI MILLE AUTORI 

la Inquisicion, no inspirando mas que horror por la religion que 
profesa, à la cual solo atribuise pasiones feroces y una moral cor- 
rompida. » 

Q.UÌ il Gii così giustamente dice: « La enorme diferencia que 
existe entre estos dos juicios nace de que sus autores juzgan i Cai- 
derón con arreglo à distintos sistemas. Schlegel le considera desde 
las almras de la mas elevada poesia, y le coloca en el punto cul- 
minante del romanticismo ; y Sismondi le mira al traves de la pro- 
sàica manera de los dramàticos franceses, y ademas, en la parte 
religiosa, con todas las prevenciones de un protestante contra la 
comunion católica. Bajo estos dos distintos aspectos, el elogio y 
la alabanza son ciertos ; mas diremos : si se considera el arte en el 
punto en que hoy dia se encuentra, tan distante de las ezageraciones 
romànticas comò del rigorismo cldsico ; si se atiende à las ideas de 
la època presente, el juicio verdadero de Calderón puede resultar 
de la mezcla de ambos juicios: en el prìmero se hallan brillante- 
mente ensalzadas sus verdaderas bellezas; en el segundo vemos pre- 
sentados sus verdaderos defectos; mas estos no destruyen el mèrito 
de aquellas, y son tanto ménos atendibles, cuanto mas consideramos 
à Calderón, no con respecto à nuestro siglo, sino relativamente à 
la època en que ha vivido ; y cuanto mas nos acercamos à las re- 
giones de la alta poesia, dej andò el mundo real, que es el patrimo- 
nio de la comedia tal cual hoy la entendemos, para intemamos en 
el ideal, que era donde se colocaban nuestros dramdticos antiguos. » 

Qjiesta è la verità sul Calderón, e molti ancora da allora in qua 
molto hanno detto su di lui, ma sotto le frasi nuove e l' ammoder- 
natura non vi è nulla di più e nulla di nuovo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



cecili. 

Titta Valentino. 



Cita Dante nel seguente brano del o Parmo quarto s 

DEL suo poema u La MezACANNA ». 



Non fa puro assale cchiù de Io ppotere 
No Zancarrone, che se fa ppentare 
O vivo, o muorto pe se fa vedere, 
Gomme fosse quarch'ommo sengolare; 
Gente degne de fruste, e dde galere. 
Gente, che non se sanno mesorare, 
Nfi a gente de mestiere, e dd'arte vile, 
Pigliai' hanno st* ausanza, e cchisto stile. 

Chesto convene a n' ommo de valore, 
Qual' è stato a le guerre, e ha fano prova. 
Che co ir arme acquestato s' ha lo nnore, 
Azzò, che la memmorìa se renova; 
Facciase retraire no dottore. 
Che co na penna none, e ghtuomo cova; 
Nzomma chi pe bertù, ma vertù rrare. 
Se de ntavola, o ntela ammortalare. 

Lassa che se depegna no Platone, 
No Vergilio, no Tasso, no Marino, 
No Dante, no Petrarca, Cecerone, 
N'Ariosta ch'avea de lo ddcvino; 



2X2 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Non convene perrò a no coppolone, 
A no sciacqua-lattuche, o malantrino 
Farse pegnere ntela, eh' è ssoperchio, 
Ma se vo, che se pegna a no copierchio. ' 

Giambattista Valentino nacque in Napoli. Suo padre Andrea era 
dottore e legista. Apparteneva Valentino, come scrivano, a quel ceto 
di persone che dicevansi Cappentrc e che comprendeva gli scrivani, 
i mastri d'atti, i notari e i procuratori. Dopo la pestilenza, che af- 
flisse Napoli nel 1656, gli animi ripresero lena, e si vide per la città 
tanto inaspettato lusso e ricchezza, che molti ne meravigliavano. Ne 
fu scosso il talento mediocre di Giambattista, che scrisse su questo 
soggetto morale un breve poemetto che intitolò La mei^acanna co lo 
vascUllo deWArbascia,^ ed indi altri poemetti, come Napoìe scontraf' 
fattoi e La cerala napoletana.^ 



' Queste ottave coti ti leggono a pag. t88 
in un libro col titolo : La Mei^acanma ut lo 
vascUllo de V Arbatcia - La ucala napoli* 
tana t Nnapeilt scontravano de Titta Valen- 
tino, tip. Giuseppe Maria Porcelli, Napoli, 
1785. 

' Questo poema è diviso in quattro canti 
dall' autore chiamati palmi, che sono una 
fraxione della me^^acanna, la quale è l' an- 
tica misura napoletana. Tutto il poema è 
in dialogo tra Titta e Masillo. Il primo 
canto parla dall'onestà, il secondo dell'o- 
nore, il terzo della vera nobiltà, il quarto 
di coloro i quali sfoggiano e spendono più 
delie loro forze La Mi^iacanna è preceduta 
da un altro poemetto. Lo vatcùllo dtll'Af' 
bofcia, che serve di proemio. L' autore finge 
che un vascello giunga nel porto di Napoli 
con 1' Onestai la quale scenda per vedere 
che cosa ci sia di buono, e lo trovi capi- 
tanato da tutti i vizi, recando oggetti di 
lusso e di profumerìa. 

^ La prima edizione di questo poemetto 
è di Napoli, 1665, in-8, e venne dedicata 
a don Diego de Sona, marchese di Crìspano 
e reggente della Vicarìa ; venne rìprodotta, 
tal quale, col titolo: Seconda rtaU impres' 
tiont di « Napoli seontrafaUo » per Francesco 
Pace, nel 1674, in-8. In quesu edizione si 
leggono cinque sonetti e sette quartine dei 
Valentino medesimo, in occasione della 
morte di Filippo IV, della carestia del 1672, 
e di altri soggetti. Vi sono due altre edizioni 
in-t2. Una per Cristofaro Migliaccio, 1759; 
e l' altra, per Gennaro Migliaccio, 177$. 



^ Questo poema in ottava rima, di« 
viso in canti, e portante ad ogni canto i 
seguenti titoli : La difesa de la Meixaeamma, 
Lo tomanno d'Apollo e La gallarla segreta 
d'Apollo, futttmpato per Lucantonio Fusco, 
nel Z674, in-8, con quattro sonetti e quattro 
madrigali in onore del poeta ; fu ristampato 
da Carlo Troise, nel 1697, in-ia; da Gial- 
luise e Pietrobuono, 1697, in-8; e in ul- 
timo da Domenico Rai Hard, 1722, in- 12. 

Il Porcelli ristampò questi poemi e anche 
quello della Me^^l^cannat il 1787, nel vo- 
lume XIX della sua Raccolta; ma come 
non ebbe sott' occhio le prime edizioni, 
mancano alcune poesie del Valentino e i 
componimenti di altri scrittori in lode del- 
l' autore. In fine la stamperìa Filomatica, 
nel i8)S« Mampò tutte le opere del Va- 
lentino in due volumetti. 

La prima edizione di quest' opera é del- 
l' anno 1668, in-8, per Lucantonio Fusco, 
ed è preceduta da sei sonetti anche in dia- 
letto di diversi autori. 

La seconda e terza sono del 1669, per 
gli stessi tipi, dedicate a don Gabriele 
D'Acugna tenente generale d' artiglieria, e 
sono anche precedute dai sei sonetti ; la 
quaru è del 1688, per gli eredi del Fusco 
ad istanza di Domenico Antonio Parrino; 
la quinta è del 1695, per Francesco Mas- 
saro; la sesta anche di questo anno, ma 
senza nome di sumpatore; la settima è 
del 1701, presso il Damnzio; l'otuva è 
del 1753, presso il Valiero; la nona, per l'e- 
rede Perago, porta la data del 1773 . 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



213 



CCCIV. 

Vincenzo da Filicaia, 



Dante. 
(1667). 

Sonetto. 

Ma che dirò del si profondo e grave 
Cantor profeta, che airetrusche corde 
Sposa Tarpa divina, e più concorde 
Par che ne tragga il suono, e più soave ? 

Pianga pur egli, e col suo pianto lave 
Le man di sangue, e di lascivia lorde. 
Splenda come balen, tuoni ed assorde 
Le genti a Dio rubelle, al senso schiave. 

Nell'arcano s'interni, e la futura 

Serie mostri degli anni, e '1 tempo, e '1 loco, 
In cui si fece il gran Fattor fattura. 

Chiami T ombra, e la luce, e '1 gielo, e '1 foco, 
E le stelle a dar lode a Chi n' ha cura, 
Ch' ei sempre è grande, e non mai stanco, o roco.' 



' Qpesto sonetto cosi si legge a pag. 171 
ta: Poutr toMcam di N^ncenio da Filicaia, 
senatore fiorentino e accademico della Cru* 
sca. In Fireue, ICDCCVII. Appresso Piero 
Martini, stampatore arcivescoTale, con li> 
ccnza dei saperiorì, in-4. Qpesta edizione 
fa curata dal figliuolo del Filicaia e dedi- 



cata a Cosimo III granduca di Toscana, 
con una lettera che cosi comincia: 

«Serenissima Altezza Reale, 

« Q^ndo il senatore Vincenzio da Fili- 
caia, mio padre, avera già dato principio a 
fare stampare le sue poesie toscane, per 



214 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Il nostro Filicaia nacque in Firenze il 30 dicembre 1642 da Vin- 
cenzo da Filicaia e da Caterina Spini. Ebbe la grande sventura di 
perdere sua madre avendo appena due anni. Suo padre però non 
gli fece troppo sentire quel vuoto immenso, prodigandogli tutte le 
sue cure e il suo tempo. Compiuti i primi studi, andò il nostro poeta 
nell'università di Pisa per addottorarsi in legge E colà, pur dando 
opera assidua alle lezioni di Bartolomeo Chesi, famoso giureconsulto 
di quei tempi, si esercitava diurnamente nelle lettere latine ed ita- 
liane, ed anche della musica si dilettava e sonava e cantava leggia- 
dramente e componeva anche con lode degli amatori, come riferi il 
cavalier Lorenzo Pucci, in Pisa, camerata del Filicaia, a Tommaso 
Bonaventuri. ' 

Senza un amore sfortunato, il Filicaia sarebbe stato uno dei tanti 
svenevoli e piagnucolosi petrarchisti. Amò con tutta l'anima una 
bellissima fanciulla e non potè farla sua. A lui povero, i parenti di 
lei preferirono l'opulenza di un altro. E, forse, per questo, ella se 
ne morì nel fiore degli anni. Il giovine poeta la pianse in questi ele- 
ganti versi latini : 

Se, adhuc puerum, semel amore captum, 
Et deinde nunquam. 

Et me saevus Amor tunc puerum, et nihil 
Tale unquam veritum, vulnera nec prius 
Expertum, feriit. Roscido acerbior 
Pomo, et pulchra nimis virgo nigerrimis 
Heu me perdite amans coepit ocellulis: 
Gaudebamque capi, vinclaque erant mihi 



testimoni«re nella dtdlcazioae che egli già 
aveva determinato di fSarae a V. A. R. le 
più riverenti MfrtMlotd del nio profondo 
rispetto, eiaendo «ufo prevenuto dalla morte, 
non ha potuto aflectnare un cosi giusto suo 
desiderio. Da questo accidente mi è risul- 
uto un forte motivo di grandissimo con- 
forto, anche in meno alla afflizione, che 
mi ha recato un caso per me unto fonestt), 
poiché mi son veduto in tal guisa i^Msrta 
la strada di procurarmi l'avvantaggio, nel- 
l' adempimento delle paterne deliheraaioni, 
di rendere a V. A. R. questo primo tributo 
del mio umilissimo ossequio ■ ecc. 
E basta. Kon si può essere più stupida- 



mente e stomachevolmente cortigianL Per 
il signor Scipione da Piltcaia la morte di 
suo padre è un accidente, che gli di oa 
grandissimo conforto. Hanno ragione i mo- 
derni psichiatri di afierraare die se l'ere- 
diti dei difetti è quasi certa, è assai rara 
quella del talento. 

Il sonetto, su stampato, fu composto 
nel 1667, nella solennità che Cosimo de' 
Medici, figliuolo dì Ferdinando II, accettò 
di proteggere l'Accademia della Crusca. 

^ Vedi a pag. vi (Bio^^/U del FUkaU 
scrìtta dal Bonaventuri) int PotsU tettam 
di V. da Filicaia, ecc., in Firense,iCDCCXX, 
nella stamperia di Michele Nestenus. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 21$ 

Liberiate magis dulcia. Sic ego, 

Sic illa aeque avidis luminibus diu 

Arsuram penitis viscerìbus facem 

Potabamus. Erant contiguae domus; 

Hinc nullo unanimes obice identidem 

Nativis animae sedibus exules ** 

Errabant: dubiumque alter, an altera 

Arderet gravius. luge silentium, 

Cautique intuitus, flammaque pectore, 

Plusquam aetas caperet, clausa. Quid amplius? 

Egerunt oculi causam, et utrinque amor 

Insignem retulit victor adoream. 

Semiannus parili nos face tomiit; 

Mox non sponte abii. Mentior heul mei 

Pars extema abiit, restitit intima. 

Nam quae balsama vel temporis, aut loci 

Sanent chara animae vulnera sauciae? 

Nulla est arte lues haec medicabilis: 

Non sanatur amor. Tertius arserat 

lam coelo Procyon, cum viro idoneam 

Illustri egregius iunxit Hymen thoro. 

Arsi una, et rìgui: nec scio, cur ego 

Non totus perii. Sed miseram mei 

Non sane immemorem plaga animi, et gravis 

Cura, expersque dolor manibus intulit, 

Extremique comes taeda fuit rogi. 

Quem Divùm, atque hominum mentis inops miser 

Non culpavi ego tunc? Quas lachrymas dedil 

Quas voces! Tumulum tunc ego ad illius 

Omnes delicias, et genium, et iocos, 

Spemque omnem posui: bellaque amoribus 

Indixi: rigido stat mihi perp^tim 

Exin corde silex, corque adamantinum. 

In me tota ruat, nec si etiam Venus, 

Nec pomum trìplices rursus ob aureum 

Si certare velint, indice me, Deae; 



2l6 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Bruma unquam tepeat pectoris algidi. 
Occisi ad tumulum Pyrrhus Achillei 
Maccavit sobolem quid Priameiam ? 
Poena iniusta, et atrox. At si ego perdidi 
AfFectu miseram; nonne ineos modo 
AfFectus iugulem? Nulla nocentior, 
Nulla unquam cecidit purior hostia. 

Ma, piagato inesorabilmente nel cuore, non volle più cantare 
d' amore, dannò al fuoco tutti i suoi dolci versi e chiese nei sog- 
getti religiosi un sollievo al suo profondo dolore. ' Nondimeno a 
trent* uno anno, per compiacere suo padre, prese moglie ; ma man- 
tenne la promessa di non cantar più d* amore. Cantò invece le 
eroiche gesta della liberazione di Vienna e i mali d' Italia. Le sei 
canzoni che egli scrisse per celebrare quella vittoria sulle armi ot- 
tomane, avvenuta, come si sa, il 1685, per il senno e l'opra di Gio- 
vanni Sobieski re di Polonia e Carlo V duca di Lorena, si leggono 
ancora ; e quella specialmente diretta al Sobieski fu giudicata da tutti 
poesia perfetta. ' I sonetti, in cui pianse le miserie nostre, sono belli, 
perchè semplici, chiari e sentiti. E tra essi uno bellissimo, che fu 
^ poi imitato dal Byron nel Pellegrinaggio dei giovine Aroldo» 

È questo il sonetto : 

Italia, Italia, o tu, cui feo la sorte* 
Dono infelice di bellezza, onde hai 
Funesta dote d' infiniti guai, 
Che in fronte scritti per gran doglia porte. 

Deh fossi tu men bella, o almen più forte, 
Onde assai più ti paventasse, o assai 
T'amasse men chi del tuo bello ai rai 
Par, che si strugga, e pur ti sfida a morte! 



' Vedi a pag. ix, Vlia scritta dal Bona- 
venturi neli'ediàone dt. delle poesie dei 
Filicaia. 

' Cosi il Muratori intorno a questa can- 
zone! 

• Chi legge e rilegge quesu canzone 
sentirà dentro sé un grande movimento di 
meravigUa e diletto e si rallegrerà colla 
fortuna dei nostri tempi i quali ban pro- 



dotto poeti si ragguardevoli . . . non potrà 
non sentire l' altezza, l' energia e la novità 
dello stile condita dalla vaghezza e purità 
della lingua» ecc. 

E il Salvini, commentando questo luogo : 
« è una canzone veramente regia (tic) fatta 
dal re della lira toscana, lume della nostra 
Italia e omamentodellaporporafiorentina.a 
PerftitB poesìa ecc., to. II, lib. IV. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 21 7 ' 



I 



Che or giù dall'Alpi non vedrei torrenti 
Scender d'armati, né di sangue tinta 
Bever Tonda del Po gallici arnaenti; 

Né te vedrei del non tuo ferro cinta 
Pugnar col braccio di straniere genti 
Per servir sempre o vincitrice, o vinta. 

Ecco i versi del Byron : 

Itaba! oh Italia! thou who hast 

The fatai gift of beauty, which became 

A funeral dower of present woes and past, 

On thy sweet brow is sorrow plough'd by shame. 

And annais graved in characters of flame. 

Oh, God! that thou wert in thy nakedness 

Less lovely or more powerful, and couldst claim 

Thy right, and awe the robbers back, who press 

To shed thy blood, and drink the tears of thy distress; 

Then might'st thou more appai; or, less desired, 

Be homely and he peaceful, undeplored 

For thy destructive charms; then, stili untired, 

Would not be seen the armed torrents pour*d 

Down the deep AIps; nor would the hostile horde 

Of many nation'd spoilers from the Po 

QuaflF blood and water; nor the stranger's sword 

Be thy sad weapon of defence, and so, 

Viaor or vanquish'd, thou the slave of friend or foe. ' 

Anche il Lazzarini si ricordò di questo sonetto del Filicaia quando 
cantò: 

Nostra misera Italia 

che quanta in sorte 

E ricchezza e beltà, tanta ebbe ancora 
Per si trista cagion dote di guai. ' 

' Vediftpag. 148, Tol. II, ta: Tb* workt | ad edh. Leipzig, Bernhard Tauchniu, tZ66, 
»f L»rd ByroHf complett in five volames. I ' ColHva^ione iti riso, lib. II. 



2X8 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma gli applausi non davano pane al buon Filicaia, che pure con- 
tava circa quarantadue anni ed era marito e padre da died anni. 
Nel nostro bel paese, come altrove, allora, se i principi o i potenti 
non pensavano ai letterati ed ai poeti, per essi non e' era da scia- 
lare. Tutti conoscevano le poesie del panegirista del re polacco; 
ma chi voleva sapere delle sue strettezze, della lotta quotidiana con 
ogni maniera di bisogni tra le quattro pareti di casa ? Spetta ad una 
donna il merito di aver pensato al nostro Filicaia, a Maria Cristìoa 
di Svezia, che se ne viveva in Roma, festosamente corteggiata da 
scrittori e poeti. Ella lesse le sue poesie e ne fu sedotta e scrìsse 
all'autore: «che le sembrava in lui risuscitato l'incomparabile Pe- 
trarca, ma risuscitato in un corpo glorioso senza difetti. » ' Ma a questa 
lettera, simile a tante altre di prìncipi, che il buon Filicaia aveva 
ricevuto, fece seguire qualche cosa che dimostrò come il suo enm- 
siasmo non fosse a freddo, e che la sua lettera, simile a quella degli 
altri nella forma, contenesse una sostanza sconosciuta agU altri am- 
miratori. Lo nominò suo pensionato, sebbene non fosse in Roma e 
non decorasse con la sua presenza i suoi salotti romani. Il poeta 
gliene fu grato e le inviò tra le altre una canzone sulla poesia, in 
cui è fatta allusione a Dante, e che leggeremo per ordine di data. 
Pervenuto in tanta fama il nostro solitario poeta, fu nominato se- 
natore dal gran duca e mandato col titolo di commissario al reg- 
gimento della città di Volterra. E tanto plauso egli ebbe, disim- 
pegnando queir ufficio, che, terminato il governo di Volterra, fii 
inviato a quello di Pisa, dove, dopo due anni, fu assalito da grave 
malore che lo tenne in fin di vita. Guaritone, ritornò in Firenze; e, 
per incarico del gran duca, fu chiamato ad eserciure l'uffido di 
segretario delle Tratte, e poi fu preposto alla magistratura della 
Giustizia. Carico di anni e dalle cure pubbliche sebbene oppresso, 
dava pure non interrotta opera agli studi letterari. E pensò di rac- 
cogliere e pubblicare le sue poesie, e nella sua gran modestia prima 
che ponesse mano alla pubblicazione, le limò con cura severa, e 
mutò e corresse, e diffidando del proprio giudizio, scelse quattro 
uomini di sperimentata dottrina dando loro pieni poteri di correg- 
gere e mutare daccapo. Intanto fu colto dalla morte. Solenni esequie 
gli furono decretate dall'accademia degli Apatisti. Errico Newton, 
inviato straordinario delia Gran Bretagna al gran duca di Toscana, 
fu assai tocco dalla fiera novella della morte del suo amico e scrìsse 
sul sepolcro di lui questo bellissimo distico: 



' Vedi qYÌeita lettera nelle Fila del poete scritta de Tommeto BoiUTentarì, inserite ndk 
postume edtsione delle poesie. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 2I9 

Emulus hic veterum, et victor Filicaia quiescit 
Carmina nec minor is, et pietate prior. 

E il nostro grande Eustachio Manfredi ne pianse la morte con 
quella sua canzone in cui conchiuse che con la eccellenza del canto 
e dei costumi 

Ei di nova ricchezza il ciel riempie. 



220 POESIE DI MILLE AUTORI 



cccv. . 

Titta Valentino, 



Difesa della « Mezacanna. » 

(1674). 

In questo poemetto comparisce Dante che parla ad Apollo. 

Mentr' a lo mmeglio stea d' arreposare 
Sta notte a la mprovvisa mm' è comparsa 
Na sdamma de bellezza sengolare, 
Che la capo de rose tenea sparza; 
E pparea che ddecesse a buce chiare: 
Aie tu donca la mente tanto scansa 
De pensiere? ora via, nocchia ddormire, 
Ca lo suonno è pparente a lo mmorire. 

Si ommo tu de stare mpotronuto, 
Accossl sonnacchiusOy e spenzarato ? 
Si ommo tu de stare accossi mmuto. 
Gomme s* avisse perzo quarche Stato ? 
Via scetate, no stare cchiù storduto, 
Aiutate, pecche t' hanno accosato 
Cierte, li quale a ffiratemo hanno ditto : 
Ch* è ttutta faozetate quant' aie scritto. 

A cquant* aie scritto co la Me^acanna 
E co Nnapole puro scontra/atto, 
Fuorze pecche co cheli* aie dato *ncanna 
A chi de veretà nnemico è affatto; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 221 



Viene, non te fa fare la cannanna, 
Ca non te mancarrà d' ave lo sfratto. 
Viene co mmico, e boia co le ppenne, 
Pecche ne' è chi t' aiuta, e te defenne. 

Priesto chiarisce V azziune toie, 
Pocca scarzo non si de lengua, e boce, 
Vi ca te mport' assaie, benaggia d' oie, 
Ca chello e* hanno ditto pogne, e ccoce ; 
Lia dica ogn* uno le rraggiune soie. 
Donca sinché solliceto, e beloce, 
Ca r avocate addove non so* pparte, 
A ggusto Uoro agghiustano le ccarte. 

Io puro vengo, non te dobetare, 
Ca non si contomace, o forasciuto, 
A tte sta se te vuole ammortalare, 
Ch' io puro te faoresco, e ddongo aiuto ; 
Mo se vede s' aie voglia de campare. 
Ma fore de sto munno mmastarduto, 
Viene, dove Vertute e Beretate 
So' ttenute 'nconcietto, e so' stemate. 

Ca dormo, ca non dormo, sonno o veglio, 
Stea penzanno ntra me tutto dobbiuso; 
Quant' eccote de botta mme resbeglio 
D' angoscia tutto chino e ppauruso; 
Ma stenecchio, apro 1' nocchie, e nce veo meglio, 
Perrò puro ntra me cossi penzuso, 
E chelle, che mme parzero chimmere 
Vidde eh' erano cose chiare e bere. 

Io *nvedere bellizze tanto rare. 
Accompagnate puro da sbrannore, 
Piglio armo e 1' accommenzo a nterrogare, 
Si be* parlava, e mme sbattea lo core ; 



222 POESIE DI MILLE AUTORI 

Chi site ? e che benuta site a (&re ? 
Fussevo fuorze vuie la dea d' Ammore ? 
E chella mme respose : Chesc' è scusa. 
Non me conusce buono ? so' la Musa. 

Sia Musa mia, co sso parlamiento 
(Le respose) tu mm' aie già stonato, 
E m' abbutte de chiacchiere, e dde viento 
Che so' cquase pallone deventato; 
No mme vuò fare ave n' ora d' abbiento 
E pe te di lo vero, mm' aie frusciato, 
Ca te nne si benuta chìano chiano, 
Aie quarch' auto locigno pe le mmano ? 

Non serve a llebrecare cchiù pparola. 
Respose, perchè Apollo lo ccommanna, 
E ment* aggio accordata la viola. 
No aie da venire co na funa ncanna*, 
Priesto, già che de te la famma vola, 
Fa donca che lo nomme tuoio se spanna; 
E ssacce eh' a ddespietto de la suorte 
Camparraie, se be' muore, dapò morte. 

Obbedisce, te dico, sotto pena 
De perdere lo nomme de mmortale, 
O mutata pe te vede la scena 
Da saccente che si, esse anemale. 
Zzo sentenno agghiaiale, perze la lena, 
E restaie comme statoa de sale: 
Obbedesco (io respose), iammoncenne, 
Provistome da 'nchiostra, carta e penne. 

Chella priesto mme piglia pe la mano. 
Che n' era fatto buono iuorno ancora, 
E co na chiacchiarella chiano chiano 
Mme fece cammenà vintequatt' ora ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 223 

E ppecchè mme credea de i' lontano, 
D' arrevà mme parea mill' anne ogn' ora> 
E £Fatte na iomata de cammino. 
Co la Musa arrevaie dint' Avellino. 

O che bella cerate, veramente 

Degna de no patrone tanto granne; 
Quale da lo levante a lo ponente 
Raggie de maestà pe ttutto spanne: 
O quanto mme sternale ricco e ccontente, 
O quant* alliegro e fFore d' ogn' afianne, 
Penzanno ca dovev' essere digno 
No segnore vede cossi benigno! 

Ferrò no miglio nnante d' arrevare, 
Pe dderettura ne' è na bella strata. 
Che 'nvederla se sente consolare 
N' arma quanto se voglia sconzolata; 
Attiso da doie banne contemprare 
De Fetonte se po' la derropata, 
Ca Uà d' isso le ssore poverelle 
Deventate so' chiuppe tanto belle. 

Nfirutto Uà stev'AppoUo aUegramente, 
Ma co le Mmuse ncommertazione, 
Dove ne' era gran nummero de gente 
D' ogne palese, e d' ogne nnazì'one ; 
Quale r erano tutte obbediente, 
Servennolo co grann' attenzione. 
Ed io vedenno chesto ncannaruto 
Steva de lo servi porzl speruto. 

Ora comme se scopre la boscla 
De chiUe, che pparlà soleno a ccaso, 
E bonno contrasta, ch'ApoUo stia 
'Nn'Alecona a lo monte de Parnaso; 



224 POESIE DI MILLE AUTORI 

Vaga dove se voglia chi se sia, 
E cammina da U' uorto 'nfi a V occaso, 
Maie se porrà vanta chillo ne cchisto 
D' averlo comm' a mme parlato e bisto. 

Fattole da la Musa la mmasciata, 
Ch' io era ad obbedirelo venuto, 
Àppe tanno pe ttanno la chiammata, 
Che fosse nnanz' ad isso comparuto ; 
Vago, e ttrovo V audienzia apparecchiata. 
Le Mmuse attuorno, e mmieza stea seduto 
Apollo, e a mmano ritta avea na stella. 
Che maie vedd' io la cchiù lluccnte e bella. 

Ma che ? quann' io mme vedde nnanz' a isso. 
Restale de preta, e d' ogne ssienzo ciesso, 
Comme quanno no stateco sta ammisso. 
Che non sa comme e che le sia socciesso. 
Né ssapea che ppenzare tra me stisso, 
Ca manco de parla mm' era conciesso, 
Nfina fatta restale quase confuso 
Nnant' a chillo segnore maiestuso. 

Ma chillo, eh' è la stessa gentelezza, 
E sa buono, che nnanz' a lo lione 
Ogn' anemale perde la fortezza, 
Ca nullo le po' stare a pparagone ; 
Compatenno de me la debolezza, 
Mme decette: Fa trippa e ccorazzone, 
Titta, che d' aie ? st* allìegro, sta securo, 
Ca si be' Febbo songo, ommo so' ppuro. 

O cortesia de vero cavaliere! 

O bontà de magnanemo segnore! 
Che mme fece pe ccierto stravedere, 
E mme facette fa tanto de core; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 225 

Ca pe fforza mme voze fa sedere 
Nnanz' ad isso, vecino, a ccore a ccore. 
Co ttant' ammore e ttanta confedenza. 
Che chi mme sente, non me dà credenza. 

E mme fece porzl strasecolare, 
Ca chillo gran Segnore auto e ssoprano, 
Si be' d' ogne lenguaggio sa parlare, 
E Ilatìno, e spagnuolo, e italiano; 
Sapenno eh' assaie erano cchiù cchiare 
Le pparole, e pparlà napoletano, 
M' accorze eh' ogne bota, che pparlava, 
A lo nnapoletano assaie ncrenava. 

Fatto selenzio, Apollo mme com.manna 
Che nnanz' ad isso U' opere leggesse, 
Napolt mprimmo, e pò la Mexacanna^ 
Azzò da tutte quante se ntennesse; 
Pecche paricchie stevano de banna 
De chille che ne' avevano nteresse, 
E sott' uocchie, vedeva, e mm' addonava 
De quarche Zanne, che mme smorfiava« 

Liette lì duie poemme nnanz' ad isso, 
Cierto non me passaino pe gnorante, 
Ca leggenno leggenno vedea spisso 
A ir atte ca piaceano a ttutte quante ; 
Anz' Apollo mmedesimo isso stisso 
Stea co na vocca a rriso assaie festante; 
Da dove io pigliaie armo, e lo pregaie, 
Azzò mme liberasse da sti guaie. 

Venga lo mastro-d' atte. Apollo disse, 
E si formi I' audienzia, perch' io voglio. 
Che quivi non succede qualch' ecclisse. 
Che mi darebbe certo gran cordoglio ; 

Del Balco. Voi. VI. 15 



226 POESIE DI MILLE AUTORI 

E de propia mano accossl scrìsse 
Co gran velocità ncoppa no fiioglio: 
lam video, quod absque raHone 
Afficiaris cavillatione. 

Venne, e fu fatto mastro-d' atte apunto 
De sto mbruoglio, Traiano Boccalino, 
Ommo assale letterato, e de gran cunto, 
Storiografo cieno muto fino, 
Franco de penna, e cchiù de lengua prunto, 
E mme parze e* havea de lo ddevino ; 
Vasta, chist* era de la sfera primma, 
E cheli' Autezza nne facea gran stimma. 

Pe ir una e T auta parte V avocate 
Vennero pe ddefendere ste Ulte, 
Ch' erano li prociesse compelate, 
E r atte ordenatorie comprite ; 
E le pparte contrarie già arrevate, 
Nnanze de me, venettero attrevite, 
E mme teneano mente co na cera, 
Gomme po' fare a n' ommo na pantera. 

Contra de me nce venne no Toscano, 
E no cierto Pedante Cosentino, 
Nziemme co no poeta provenzano, 
E n' autro era franzese pisciavino; 
Cchiù d' uno nce nne fu nnapoletano, 
E ntra T aute no cierto marranchino. 
Che co ttuba e co lleva fatto nnante. 
Se credea fa paura a ttutte quante. 

Nfaore mio comparze lo Cortese, 
Lo Dante, Giovenale e lo Marino, 
E no cierto bravazzo messenese, 
Ch*era poeta assaie massiccio e fEno; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 227 

Lope de Vega puro mme defese. 
Quale mme stea de tutte cchiù becìno, 
E ssempe mme deceva: Ermano caglia, 
Ch' io chiero sbarattar està canaglia. 

OU, dicette Apollo, via chiammate 
Tutte sti frabuttune mperteniente, 
Vengano tutte mo' li nteressate, 
E bia levammo tanta frusciamiente; 
Ed eccote ca vennero arraggiate 
Cchiù de cinquantamilia pezzi'ente, 
Ch' erano co la peste arrepolute, 
E a fFa quarera erano mo' venute. 

che rremmore, o che confosìone, 
O che gride, o che strille, o grann' acciesso, 
Che pparlare confuso a battaglione 
De pperzune dell' uno e U' autro siesso, 
Che bennero pe fa lo paragone 
Senza che U' autre che beneano appriesso, 
Quale co ffacce storte, e brutta cera, 
Commenzaieno a parla de sta manera. 

Segnore, a boce-puopolo gridanno, 
Deceano, chisto ccà ne' ha sbergognate, 
Napole sconirafatto probecanno. 
Ed ha pproposte mille fauzetate; 
Arremmedia, segnore, a ttanto danno; 
Perchè simmo tutt' uommene nnorate, 
E perchè a lo sproposeto ha parlato, 
Facimmo stanzia, che ssia asiliato. 

Gente indiscreta, schiuma di tinaccio, 
(con licenza d'Apollo) lo Marino 
Respose, e ddisse, già, v' ha dato impaccio 
La verità, che scrìsse il Valentino. 



228 POESIE DI MltLE AUTORI 

Volea già dà de mano a lo mostaccio 
De no capo masardo malandrino, 
Ma perchè ne' era Apollo Uà presente 
Fu pe fForza descreto e ppazìente. 

Apollo che stea ntiso d* ogne ccosa, 
Se me fece no riso a schiattariello 
Mprimmo, e ppo co na cera grannezzosa 
Disse a cchiUe: Ora via, gite in bordiello; 
Ma pria, che se li faccin le ventose 
A sangue, dal ministro Ciannitiello ; 
Ma otra de sta pena, avette aviso. 
Che chi jette 'n galera, e echi fu mpiso. 

Vengano appriesso, disse Boccalino, 
Li nteressate de la Me:^acanna^ 
Via priesto abbreviammo lo cammino, 
E bedimmo chi è ddigno de connanna; 
Da lo proemmio accommenzanno, nfino 
Lo quarto parmo, e mmettase da banna 
Ogn' uno, azzò se ntenna la ragione, 
E non nasca tra vuie confusione. 

Vennero leste, e ccorzero a cciammiello 

Gente de cchiù lenguagge, e de cchiù sciorte, 
Decenno : Chist' ha finto no vasciello 
Guarnuto a buonne cchiù, e mmuto forte; 
Cca se nce deve stare ncellevriello, 
Perzò facimmo mo stanzia de morte; 
De cchiù songoce luoche pe lo munno? 
E a Nnapole sulo fa dà funno. 

Lia fa dà funno, e Uà se fa sbarcare, 
E non ne fa lassar ad autra banna; 
Se chest' è ccosa de se sopportare. 
Decitelo, s' è ddigno de connanna ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 229 

Veda TAutezza Vostra, che le pare, 
Faccia che le piace, e che ccommanna ; 
Ma se nuie 'n chisto punto la sgarrammo, 
Mo cercammo lecienzia, e tice ne ìammo. 

A cchesto disse Apollo: Titta, aie ttuorto, 
Ca sto vasciello a Nnapole no schitto, 
Ne sbarca attiso da l'occaso, a U'uorto, 

. Nce nne so cchiù de chelle, ch'aie tu ditto; 
Io non pozzo senti, frate, lo stuorto, 
Ca pe le pposte a mme mm' è stato scritto, 
Ca cetate non e' è, non e' è ppaiese. 
Che pprovisto no stia de chist' arnese. 

E ddisse co llecienzia, e pò respose 
A cchille: E comme chesto va dà ncanna? 
Donca nfra tanta, e ttanta brutte cose, 
Chest* una cchiù de tutte assaie v' affanna ? 
O quanta nce nne so' cchiù schefenzose 
A cchille Parme de la Me^xf^anna^ 
De quale non essennove curate, 
Perzò sti belle frutte nne so nnate. 

Ma quanno Vost'Autezza se compiace 
Sta Mez^Xf^anna mia farla zeccara. 
Votato a Efebo io disse, si ve piace. 
Si chist' è arrore. Io voglio ammennare; 
Apollo tanno a chella turba. Tace, 
Disse, né ciò vi debbia conturbare; 
Perchè nella seconda impressione; 
Certo che avrete sodisfazi'one. 

Dissero appriesso: Chisto à ditto male 
De la patria soia, e 1' ha nfamata. 
Che maie non s' è ssentuta cosa tale 
Da che Nnapole è stata addefecata ; 



2)0 POESIE DI MILLE AUTORI 

Pe cchesto è ncurzo npena capetale, 
Perch' è mmaledecenzia sfacciata : 
Decite donca attuomo, che ve pare, 
Chist' è dellittOy che se pò scusare ? 

Per farsi strada, e sol per farsi onore, 
Responnette de brocca io Marino, 
Deve ogni uno mostrar il suo valore, 
O sia uomo di lettre o spadaccino. 
Tutto fu zelo di un amante core 
Quanto scrìsse alla fin il Valentino, 
Ch'alia sua patria volse cosi dire 
Per il suo ben, ma non per T avvertire. 

Di più, questo eh' a voi vi par che dica 
Per la patria sua, per un sol luoco, 
Non è cosi, perchè con ciò v* intrica 
Il mondo tutto, e dà per tutto fuoco; 
Perchè dunque pigliarvi tal fatica 
Quando dovreste prendervelo a giuoco? 
Deh via, non tant' impicci, e tant' impacci. 
Uomini senza senno, ignorantacci. 

Ma perchè sto negozio mme mportava, 
E cchiù de tutte U' autre mme premeva. 
Se bè chesta resposta fosse brava, 
N' auta meglio de chesta io nne ssapeva ; 
E bedenno ch'Apollo mme zennava. 
Che bolea, che pparlasse mme pareva; 
Lo mise a zinno, e ccossl pprunto, e pprìesto 
De chisto muodo secotaie lo riesto. 

E ddato, e cconceduto a echi se sia 
P'appelare le bocche de le gente, 
Ca dico male de la patria mia, 
Ch'a cchella voglio fare avertemiente ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 23 1 

Dico la verecày no la boscla. 
Né le pparole meie songo fente. 
Ma Apollo disse: Via passate avanti» 
Che queste sono accuse d' ignoranti. 

Li querelante de lo parmo prìmmo 
Fuino femmene in magna quantetate; 
E ddissero: Segnore, nuie facimmo 
Quarera a cchisto, perchè ne' ha nfamate ; 
Perzò facimmo stanzia, e bolimmo 
Le Mme^^ecanne soie sian abbrosciate, 
E ppo de cchiù nce vole proibire 
Lo mmostare le spalle, e lo bestire. 

Non sapimmo, che ccosa vo' da nuie 
Sto sacco de cravune, sto breusso, 
Nce facimmo la scusa mo co buje, 
Appriesso U' ammaccammo chillo musso: 
Ca cercanno sape chi si, chi fuie, 
Se piglia li pensiere de lo russo, 
E nce va sprobbecanno co la penna; 
Ora, che par a buie de sta facenna? 

Venner appriesso a ccheste li marite, 
Ch' a le mmogliere danno libertate, 
Facitela, segnore, da chi site, 
Dicenno, perchè simmo tormentate; 
Le tFemmene pare vonno polite, 
Accossl s'usa a la present' etate; 
E se he* proibì nce lo bolimmo, 
Ogn'una dice: Crepa, io non te stimmo. 

Pape Satan, Pape Satan Aleppe; 
Tanno pe «anno responnette Addante, 
La vergogna vi par che sia giuleppe, 
Che vi venga la rabbia a trutte quante; 



232 POESIE DI MILLE AUTORI 

Dovea costui dir più, ma più non seppe, 

O sesso bestiale ed ignorante. 

Apollo zzò sentenno, disse chesto: 

(c Non viva, chi non vuol vivere onesto. » 

Appriesso a Ddante, lo Cecelìano, 
Lo quale fu Ttommase de Messina, 
Che co la penna e eco la spat.i 'n mano. 
Era pe fa streverie e gran roina, 
Decette : Chistu n' ha pparlatu nvano, 
Ed è r opera so perfetta e ffina, 
E si ccà nei vinissi Attorri e Mmartì, 
Sungu ccà in pe' pe ne pighià li partì. 

Comu st* usu sciaurata e bistiali 
Pi forza s'avi, e divisi sufFriri, 
Pocch' è cuntra la liggi naturali, 
Comu air improntu vi farò bidiri ? 
Sciocchi genti, diciti, 1' animali 
Mustranu carni? fannusi cupriri? 
E bui eh' aviti 1' usu di ragiuni, 
Campati privi di diserizziuni. 

Po votatose nfaccie a li mariti. 
Disse: Taciti, o asini nvardati, 
Mentri che registrari non sapiti 
Na fìmminuzza, e vi n'appaurati; 
A echistu munnu dunea a che sserviti .«^ 
Dicitimi, a chi fini siti nati.^ 
E Ffebbo tanno co na torva cera 
Disse: Questi son degni di galera. 

A lo secunno panno, o che terrore! 

Che ggreciellol che rriepeto! ch'aggrisso! 

Che sollevazione! che remmore, 

Ca nne restaie lo stisso Apollo ammisso: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 23) 

Ma chelloy che mmc deze cchìù stupore, 
Fu, che ccierte mercate co lo ghisso 
Ncommenzaieno a pparlà circa le nuore: 
E la quarera fu de sto tenore. 

Chist' ha ditto, segnore, azzò sacciate. 
Fra r autre na fauzissima buscia. 
Che non vole resposta, ma petrate, 
Ed è pe ccierto na vregognaria, 
Ca non se trovano uommene nnorate; 
Che ve nne pare? chi lo ccredarria? 
Deh provedite ccà, potta de nnico, 
Ca sto poeta è ddigno de castìco. 

A chesto non me puotte contenere, 
Ca pe li late mme sentea crepare, 
Ed avarria voluto tanno avere 
Lesto no chiappo pe le strangolare; 
Ma perchè mme cadette lo vrachiere, 
Lo Cortese mme disse: Non parlare. 
Ed a cchesta fauzissema proposta, 
Deze sta soUennissima resposta. 

Chiir è lo surdo, che non vo' sentire, 
O che ssente, e ho' fa dello storduto, 
Ca de sto muodo penza con tradire, 
E ppassare chi ha scritto da paputo; 
E nnò ve vregognate aver ardire 
D' abballare a sto suono de leiuto ? 
Ed Apollo respose: Via passate, 
E de sto nnore cchiù no nne parlate. 

Ncoppa lo terzo de la nobertate, 
Lloco te voglio, Curcio, a sta sagliuta, 
Ca venettero prunte e ppreparate 
Nfrotta gente de pietto e rresoluta; 



234 POESIE DI MILLE AUTORI 

Deh, segDore, decenne, castecate 
Chisto che nnega nobertà nnasciuta, 
E ddice, ca s' acquista co Io sdento, 
E pparla accossl senza fonnamiento. 

Addonca, potentissimo segnore. 

Credette s' ha da dare a chisto schitto, 

Ch' è no gnorante, e nzemprece screttore. 

Lo quale a lo spreposét* ave scritto ? 

Addonca s' è scurato Io sbrannore 

De ir antenate, e chist* è gran dellitto; 

Facitence no po' refressìone, 

E bedite chi ha ttuorto, e chi ha rraggione. 

Venga qui Marco Tullio Cicerone, 
Disse la Maestà d'Apollo tanno. 
Quale venuto, e ppuosto ngenocchione, 
Decette: Eccomi, sire, al tuo comanno. 
Or fate un poco voi distinzione, 
Febbo le replicale, del come e cquanno. 
Dì questa nobiltà tanto pregiata. 
Quale la vera sia, la più stimata. 

Chiamatevi signore Tiraquello, 
Le responnette Tullio nvolgare, 
Autor di gravità, se ben novello. 
Quale meglio di me ne può parlare: 
Nobile non però stimai ben quello, 
Che da sé si saprà nobilitare, 
E '1 nascer nobil sotto de la luna 
É beneficio sol della fortuna. 

Tiraquello respose mmantenente : 
Signore, qui vi è Buono de Curtile, 
Il quale scritto n' ha distintamente. 
In un trattato de jure civile; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 235 

Questo appianare vi potrà la mente, 
Perch'ave ingegno più di me sottile; 
E Buono, quale steva Uà becino. 
Respose a Ffebbo, e le parlaie latino. 

Nobilitatis species est triplex^ 
Prima siirpis, et sanguinis vocatur^ 
Et nobiliias haec dicitur siplex (prò simplex) 
Nec maxitni momenti existimatur; 
Secundaque virtutis, et est diplex (prò duplex), 
Atqìu melior prima reputatur ; 
Tertia mixta animiy et virtutisy 
Et est optima^ caeteris solutis. 

Apollo ntesa la destcnzi'one 
De st' autore massiccio, e eh' avea ditto 
Cose troppo squesite e troppo bone, 
Respose, e disse: Singhe beneditto. 
Mi piace questa vostra opinione 
Assai più d' ognun altro che n' ha scritto ; 
Ma della terza specie mi pare 
Siano le nobiltadi o poche o rare. 

Dicettero cien'autre con ardenza: 
Chisto a lo stisso parmo de se stisso 
Ha fatta na sfammata descennenza, 
Che chi la legge nne remmane ammisso; 
Tiratene vuie mo' la consequenza, 
Ora considerate vuie chi è cchisso; 
Donca chi d' isso non ha ditto bene, 
Quale castito mmereta, e che ppene? 

Circa hoc homo iste non vanescity 
A cchesto responnette Giovenale, 
Nec ex hoc ejus gloria decrescity 
Ca sa che ddice, e nò le manca sale; 



236 POESIE DI MILLE AUTORI 

Laus in ore proprio exordesciU 

E chi da sé se lauda è n' anemale. 

Ferrò chi sa che ddice, e lo ccomprenne. 

Senza che troppo parla, be' lo n tenne. 

Ncoppa lo quarto parmo, uh che besbiglio! 
Uh che cconfosione! uh che rroina! 
Uh che strille! uh che allucche! uh che greciglio! 
Gomme fosse sbottata na latrina. 
Io 'npenzarence sub nne squaquiglio. 
Perchè nfi a le baisse de cocina, 
Ed ogne portarrobba, ogne bastaso 
Vennero pe mme dà muorze a lo naso. 

Cappe-negre, mercante ed attesciane, 
E ppotecare, e ggente de mestiere, 
Segnure, gente vile e ppopolane, 
Cetatine native e forastiere; 
Che stevan arraggiate coinm'a ccane, 
Pe mme sbranare, e creo ca volentiere, 
Si la guardia todesca Uà non e' era, 
Nce soccedea remmore o quarche ffera. 

E nfra Tautre, si n'era no Todisco, 
Che de guardia Steve Uà presente. 
Che mm' aiutaie, cierto ca stea frisco, 
Ca 'n vocca n' averria manco no dente ; 
Ma chillo r atterrette co no sisco, 
E le ffece acquietare mmantenente, 
E dapo' la libbarda arvoleianno, 
Chille atterrette, e mme levale d'affanno. 

Acquietate che ffuieno tanta mmorre 
De gente, e che sselenzio fu ffatto, 
Boccalino, che Uà facea d'Attore, 
Che destinto parlassero, fec' atto ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 237 

Dica ogn' uno, isso disse, che l'occorre, 
E discorre da savio, e non da matto. 
Ma chi, che zzo' già stevano aspettare, 
Noignaino de sto muodo a spaporare: 

Segnore, avimmo fatta na gran vozza 
Contra de sto poeta regnoluso, 
Che bo' che non tenimmo la carrozza. 
Né la gaiessa, o caso desastruso! 
Castecate sto capo de cocozza, 
Chisto maledecente nvediiiso, 
Chisto, che ssempe pogne, rode, e ttarla, 
E fFacite decreto, che non paria. 

Satisfacite prius creditoribus. 
Respose Giovenale arditamente. 
Quia currus non licei debitoribus, 
Ma sulo a echi de debete sta assente; 
Neqiu illis, qui vivunt de laboribus, 
Che n' hanno, comm' a dire, pedamente, 
Ca sta baggianaria non serve a nniente 
Si pò li figlie restano pezziente. 

Nec invidus alterius macrescit 
Rebus opitnis, comme disse Arazio, 
Nam omnis pompa facile puttescit, 
S' avesse trecient' anne, e cchiù de spazio, 
Moritur omne totum, et senescit 
Ogne baggianaria, ca Titta è ssazio. 
Chiù de chillo, che tene la carrozza. 
Che sarrà no gnorante, no scatozza. 

Venette pò no cierto gnorantone, 
E ddecette: Segnore, chist' ha fatto 
Nfra l'autre no grossissemo marrone, 
Che chi lo legge, resta stopafatto; 



238 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ditto non T averrìa manco Sanzone, 
Avenno scritte sott' a lo retràtto 
No mutto, che nzermone latenisco. 
Pare che ddica: a tutte v* atterrisco. 

Lo Cortese sautato 'n vezzama. 

Respose, e ddisse : Va, ca cheli' è brenna, 
Retratto, lo malan che Di' te dia. 
Che rretratto ? la funa, che te mpenna : 
Va, ca si no gnorante, e non faie crìa, 
E chi lo ddice, è signo, che no ntenna, 
Né lo retratto nò, ca stale 'n arrore, 
Lo scrìtto è chillo, che te dà tterrore. 

Dapo' chesto comparve a ste ccontese 
No cierto spata e cappa de leone, 
Azzoè, comm' a ddìcere, franzese. 
Contrario de la nostra nazione; 
Lo quale 'n una cosa se defese, 
Ch' io ditto male avea de lo vracone, 
Zzoè de lo bestire spampanato. 
Quale a la Me^acanna aggio tacciato. 

Nchesto lo nnoratissemo Spagnuolo 
Priesto mme defennette a spata tratta, 
E ffattose cade lo ferraiuolo. 
Mese mano a na spata corta, e cchiatta 
Decenno: Caglia piccar verganzuolo, 
Io non so quien me tien, que non te matta. 
Este hombre ha dicho bien, ha bien hablado; 
Quien dize lo contrario, es sbergonzado. 

Lo povero Franzese guatto guatto 
Senza pepetà cchiù se la sbegnaie. 
Ed Apollo de cchiù le die' lo sfratto, 
Ca vole a lo rrè nnuostro bene assale; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 239 

E po fece no hanno co no patto 
Ch' a la presenzia soia nnatemo ni aie 
Nullo se vesta d' autra forma, e ssola 
Che se vesta polito a la spagnola. 

uanno io vidde, ch'Apollo defenneva 
La parte spagnolesca, pigliale armo, 
E ntra la. mente mia cossi ddeceva : 
Mo si ca pozzo fa quarch' antro panno; 
E sott* nocchie m' addono, che scriveva 
Co no scarpiello ncoppa de no marmo 
Troiano Boccalino, e rregestrava 
Quanto Apollo deceva, e commannava. 

• 

ppriesso po comparze no Toscano 
Pe ttutta quanta T oneverzetate 
De la Crusca, decenno: Per certano 
Costui meriterebhe gran sassate; 
Che volendo parlare italiano 
Con barbare parole ha già fiutate 
or idiomi cruscheschi, e peritare 
Non ha curato, e pensa berlingare. 

er questo supplichiamo Vostr* Altezza, 
Comandar, sotto pena di pugnazzi, 
Che poeta, o persona non avvezza 
A voci sute in uso, e' imbarazzi ; 
Costui con usitar la sua goffezza. 
Vuol i Toschi arbitrar da quattro a mazzi; 
Fate, signore in questo concistorio, 
E ssoccorrete, e ddateci aiutorio. 

-Apollo quanno ntese sto pparlare, 
Crediteme ca s' appe a scevolire, 
Ca de riso pe ccierto appe a ccrepare, 
E le Mmuse n'avettero a mmorire; 



240 POESIE DI MILLE AUTORI 

Po Febbo disse a DJante: Che vi pare? 
Intendete costui quel che vuoi dire ? 
Dichiaratelo voi, perchè a voi tocca, 
Ch' io per me non n' intendo na spagliocca. 

Dante disse : Segnore, e duce eterno, 
Non si voglia per questo conturbare, 
Perchè costui non sa Y uso moderno, 
E la forma del nuovo poetare; 
Però, per quel eh' al mio parer discemo, 
Atteso non si sa bene esplicare. 
Vuol dir, che questo tal Napolitano, 
Dovea cantando scrivere in toscano. 

Perchè con quelle voci, par che voglia 
Spreggiar lor idioma si polito, 
E trattar i Toscan da Zucandoglia, 
Com' ei fusse di quelli più perito ; 
Per questo il Tosco parmi che si doglia, 
E ne senta dolor quasi infinito. 
Che con questo parlar cosi la Crusca 
Vogli vituperar come Y Etrusca. 

E ba ca staie mbriaco, lo Cortese, 
Co llicienzia d'Apollo, le respose, 
E se pe cchiste vuole piglia la mprese, 
Da mo può i' a ppescare a le bavose 
Parlammo a U' uso nuie de lo palese 
Nuosto, e ddecimo assale cchiù meglio cose. 
Che fuorze n' hanno ditto tale e quale. 
Che non so ddigne de cauzà stivale. 

Lo Grieco parla grieco e lo Latino 
Parla comme se deve latinisco. 
Chi è de Sciorenza parla sciorennno, 
E li Todische parlano todisco; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 24 1 

Pe cchesto ha fatto buono Valentino, 
Che pozza sempe sta choU' arma nfrisco ; 
E dapò chi Io sforza, e echi lo mpigna 
Fare quanno n' è llizeto la scigna ? 

Bravo, respose Apollo, hai detto bene. 
Ed hai certo risposto con prudenza. 
Perchè le mie scanzie son tutte piene 
Di poesia toscana, e di Provenza; 
Però de' pari suoi, par che le vene 
Abbia adatto perduto la semenza. 
Atteso ogn' ora qui compare un Tosco, 
E de' Partenopei pochi conosco. 

Segnore, cierte sdamme a la nterlice 
Dissero, chisto vo* che li creiate 
No nne tenimmo tanta, e ssempe dice. 
Le spese sonco assaie, e ppoco ntrate; 
Ca no balimmo manco pe n' alice, 
Simmo senza iodizeio, e stralunate ; 
Besogna fa accossì, ca sa sparagna. 
Poco se spenne, e mmuto se guadagna. 

Chessa è cconsurta proprio de no frate. 
Respose Apollo, e se crepale de riso : 
Lo bene nchesta forma nquantetate 
Potite ave' sentenno chisto aviso : 
Orsù no cchiù pparole, sparagnate, 
E cquanto avite ditto avimmo ntiso; 
Fate cosi al fin, e m' intendete, 
E non vi querelate di poete. 

Apollo pò non potte cchiù soffrire 
Tanta doglie de «capo, e ttanta ntriche, 
Perch* era notte, e bolea i' a ddormire, 
Ca le stelle parevano formiche; • 

Del Balzo. Voi, VI. I6 



242 POESIE DI MILLE AUTORI 

No cchiù chiacchiare» via, diamo a finire, 
Decette; e diamo fine a tante briche; 
Si chiamino via presto i consiglieri. 
Acciò dicano in questo i lor pareri. 

Li conzegliere fumo Vorpiano, 
Accurzio, Nerazio, e Mmarziano, 
Caio, Marciello, Cierzo, e Giuliano, 
Sorpizio, Varo, ed Ermogeniano; 
E eco chiste porzl Papiniano, 
Scevoia, Calestrato, ed Afrecano, 
Legeslature de V antica etate, 
E pe ttutto lo munno nnommenate. 

Paolo de Castro, Bartolo, Aretino, 
Baldo, Cravetta, Rifra, ed Ancarano, 
lasone, Oltrado, Zasio, e Ssoccino, 
Tiraquello, Panormita, e Ccomano, 
Dezio, Cassaneo, Boerio, e Ddino, 
Capece, Bella-Perteca, e Rromano, 
E tant' autre dotture, e ddottorìcchie, 
Che se be' non contaie, fumo paricchie. 

Fuino chiammate, e bennero volanno, 
Ch'Apollo, quanno vo, se fa stemare. 
Ed arrevate: Pronti al tuo comanno. 
Dissero, eccoci qui, eh' abbiam da fare ? 
Apollo replicaie tanno pe ttanno: 
Io so ben eh' assai pochi appareggiare 
Vi possono nel mondo, ed ho raguaglio, 
Che discernete la fico dall' aglio. 

Voi dunque tutti, che squadrate i testi, 
E fate chiaro con il vostro ingegno, 
E con glose, paragrafi, e digesti. 
Già di Minerva governate il regno: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 243 

Or fate la sentenza pronti, e presti 
In favor di chi più ne sarà degno. 
Li quale reteratese nn' assenza 
Fecero de sta forma la settenza: 

Fisis vidtndis, atque perquisitis 
Omnibus actis, una cum scripiuris ; 
Et partibus adversis quoque auditis, 
Valenìinum invenimus in puris; 
Eundem ideoque ab impertitis 
Liberamus, absolvimus, ut iuris; 
Proinde adversae partes repellantur, 
Et nullo modo prorsus audiantur. 

Avuta la settenzia nfavore, 

Rengrazio Apollo, e cchille conzegliere, 
De la iostizia nzieme, e de lo nuore 
Fatto a no zemprecone, a no sommiere; 
Po mme votaie a cchillo gran segnore, 
Che ddespenza le ggrazie volentiere, 
Decenno : Vost' Autezza sì commanna, 
Faciteme zecca la Me^acanna. 

Venga, decette Apollo, il Caporale, 
Uomo nelle misure esperto, e saggio. 
Che r ho stimato, e stimerò per tale 
Per fin che dura il mio potente raggio; 
Io con Titta voglio esser liberale, 
E per questo vo* farli un beveraggio, 
E vo* che veda 1* opra, e che la zecchi, 
A dispetto del mondo, e de' suoi becchi. 

Cesare Caporale la leggette 
N' autra vota da capo, e ddisse : O bravo, 
Chesta n' è Mmezacanna, so Ppannette, 
Si Ddio mme guarde IF arma de mìo vavo; 



344 POESIE DI MILLE AUTORI 

Cierto ca penne i' pe le ggazzette. 
E basanneme disse : Te se schiavo, 
Ca parie chiare, chiatte, franco, e ttunne, 
E si be' pigile grancie, pische a flFunno. 

Che perrò te la zecco de buon' arme, 
Ce lo sigillo de 1* eternitate, 
Primme, secunne, tierze, e quarte parmo, 
Comme d'ero massiccio, e pe nnaurate; 
A ttavela d* aurunzo, e non de marmo, 
Azzò siane nnaterne cenzarvate, 
E pe ffede, ca già t' aggio revisto 
Sto poemma, a le G te lo registe. 

En frutto pe zeccata eh' appe chella, 
Tirateme da banna, disse: Siente, 
Ca pe la fa parere assale cchiù bella, 
Te dengo scritte cierte documiente. 
Cossi mme consegnale na cartoscella. 
Dove erano paricchie avertemiente, 
Azzò meglio sprecannome, potesse 
Agghiognere, e mmancà zzo che io volesse. 

Vez' io tanno paga la zeccatura. 
Ma chille Uà mme fece ne vernacchie, 
E pe mme reprecaie ce na sbravura: 
Te cride tu, ch'io sia quarche Bozzacchie? 
Nparnaso, quann' è ghiusta la mesura. 
Non se paga né ppenna, né pennacchio, 
Perchè a sti lueche non regna malizia, 
Né se venne, e s'attacca la lostizia. 

Vennero tanno a fa preiezza, e ffesta 
L'ammice a rallegrarese co mmico, 
Comme chi scappat' é da na tempesta, 
O che sciut' é da quarche gruesse ntrice ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 

O comme chi scappato è dda la pesta. 
Ed allegrezza nn' ha cchiù de n' ammico ; 
O comme quanno chi s* è addottorato. 
Che da chisto, e da chillo eje abbracciato. 

Uà otra lo Cortese, e C cicco Giusto, 
Vediette puro Titta Breazzano, 
Che ddevano ad Apollo spasso, e ggusto 
Co lo bello parla napoletano; 
Li quale nne che beddero sto fusto, 
Mme vennero a ppigliare pe la mano, 
E ddissero: Palesano benvenuto. 
De te vedere, ogn' uno stea speruto. 

Ora si fusse granne l'amarezza 

De li male contiente, e de nnemmice. 
Ora si fosse granne la preiezza 
Non solamente mia, ma de V ammice, 
L'abbesogna passa co ssegretezza, 
Perchè non è ccreduto chi lo ddice; 
Nzomma restale contento de manera, 
Comm' a chillo eh* è scinto da galera. ' 



245 



' Onesto canto cosi ti legge a pagg. 203- 
S18 in un libro intitolato : La Mt^atann» e 
k imuielh i* VArhateia - La cenala napoli' 
toma » NmpoU uentrafailo de Titu Valentino, 



tip. Giuseppe Maria Porcelli. Napoli, 1787. 
Per le notizie biografiche e bibliografiche 
del Valentino, vedi a pag. aia di questo 
VI volume della Raccolta. 



246 POESIE DI MItLE AUTORI 



CCCVI. 

Titta Valentino, 



Cita Dante nel « Commanno d' Apollo. » 

(1674). 



M' addenoccbio d'Apollo a la presenzia: 
Segno', io ccà no ne' aggio antro che ffare, 
Si Vostr* Autezza mme vo' da licenzia. 
Disse 'ntoscano, mme nne voglio andare; 
La copia vorria de la settenzia, 
Ca la voglio a lo munno probecare; 
Ma mprimmo la materia commessa, 
Azzò eh' io pozza far troppo con essa. 

Ecco son pronto qui per sodisfare 
A quanto t' ho promesso, isso mme disse ; 
Ti puoi a tuo bell'agio preparare. 
Che le parole mìe son stelle fisse ; 
Qual di queste ti piace di cantare. 
Del valoroso Ettorre, o pur d'Ulisse? 
Vuoi tu cantar d' Orlando forsennato, 
O pure di Rinaldo innamorato? 

Vuoi tu cantar di sdegno, o gelosia, 

O pur d'armi, e d'amor l'aspre contese, 
O de* gran cavalier la bizzarria, 
E di costoro l' onorate imprese ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 247 

Vuoi tu forsi cantar di geometria, 
Ch' in questa molte cose son comprese ? 
O vuoi forsi cantar sopra i duelli. 
Che son pur cose rare, e fatti belli ? 

Vuoi tu cantar delle celesti sfere, 
O del Zodiaco le lucenti stelle ? 
O pur vuoi dell' uccelli, e de le fiere 
La natura o virtù cantar di quelle ? 
Or dimmi : qual è dunque il tuo pensiere, 
Perchè son tutte peregine e belle ? 
Eleggi qual di queste più ti piace, 
E di qual ti conosci più capace. 

Fermati, vuoi cantar dell' elementi. 

Cioè d' acqua, di terra, d' aria, e fuoco, 

E dell' effetti loro, e de* ponenti 

Di Natura, eh' in questo avrai gran luoco ? 

Vuoi tu dunque cantar forsi dei venti, 

Che non son cose da pigliarsi a giuoco ? 

Vuoi tu cantar della creazione 

Del mondo, che son tutte cose buone? 

Vuoi cantar de i segreti di Natura, 

O de i mostri che son dentro del mare ? 

O pur ti piace dell' agricoltura. 

Con distinto, e beli* ordine cantare ? 

Risolviti, deh via, presto spapura, 

Di queste qual ti piace ragionare? 

Non mi tener, se il Ciel ti guardi, a bada. 

Canta che vuoi, eh' io ti farò la strada. 

Vuoi tu cantar di prodigalità, 

O pure cantar vuoi d'ingratitudine? 
Vuoi tu forsi cantar di fedeltà, 
O pur de la beata solitudine ? 



248 POESIE DI MILLE AUTORI 

Desideri cantar di crudeltà. 
Che dei crudeli ve n'è moltitudine? 
Vuoi tu cantar di furti, e latrocini, 
Che ciò cantano certo gl'indovini? 

Vuoi tu cantar del fato, o del destino 
O, come dir si suol, de la Fortuna ? 
Che mostreresti ingegno peregrino, 
E tal fatto gran cose in sé raduna. 
E s' acquistar vuoi nome di divino. 
Parla un po' degli effetti della luna. 
Che parlando fondato, e con ragione, 
Sarai stimato un nuovo Endimìone. 

Io quanno ntese chesto m' agghiaiaie, 
E mme venette subbeto la freve, 
E ccomme ntesecuto Uà restale, 
Cchiù ghielato, e cchiù friddo de la neve; 
Puro co ttutto chesto reprecaie, 
Ma co cchella creianza, che se deve, 
E Batta na solenne reverenzia, 
Fu la resposta nchesta contenenzia : 

Segnore, Vostr* Autezza vo' borlare, 
E ssaccio ca da vero non decite; 
Ma facite accossl pe ve spassare, 
Perch'a la fine site vuie chi site; 
Mme perdona s'ardisco reprecare 
A ccheste afferte, quale so* nfenite, 
E mme perdona, se ve piglio a ppatto, 
Perchè a ccantà ste ccose non song* atto. 

Saccio ca Vostr* Autezza è ppontoale, 
E la farrà da vero cavaliere, 
Perchè v' è sta vertù connatorale, 
Ca nne facite mostra volentiere; 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 249 

Donca, ve preo^ siate leberale 
Co mmico, e ssia cchiù frisco lo panciere, 
Ca de quanto m' avite offierto, e ditto, 
Gomme sapite, mille n' hanno scritto. 

Ma perchè m'accorgette nchillo stante, 
Ch'Apollo volea fa de lo storduto. 
Si be' sapeva chi parlato nnante * 
N'aveva, e che da isso eppero aiuto; 
Mme disse : Or dimmi un poco quali, e quante 
Persone a cantar queste hai conosciuto ? 
Dimmi chi furo, che cantaro, e come, 
Ch' io allor ti sgraverò di queste some. 

Creo ca lo ffece pe mme scanagliare, 
E bedè s'avea lietto 'n vita mia; 
Ma io che be* lo seppe penetrare. 
No lo pigliaie securo nburlaria. 
Perchè tutte 1* auture a mmente chiare 
L'aveva, e non decette la boscla, 
E de sto muodo a cquanto m'avea ditto 
Repiglio le mmaterie, e chi n' ha scritto : 

Vergilio cantaie d'Attorre, e Olisse, 

Ma primmo nne cantaie lo grann' Omero; 
E pò tanta e ttant' autre appriesso a cchisse. 
Che so' cchiù de no nove co no zero; 
De Renando, e d'Orlanno no nne scrisse 
(Fuorze potta de me ca n' è lo vero) 
Cchiù de no Sagliemmanco, e no Cecato, 
E cchiù de no Guidone n' ha cantato ? 

De sdigno, e ggelosia n' hanno cantato 
L' Anguellara, Gerardo, e Ttrapolino 
E co cchiste porzl n' hanno parlato 
Bentivoglio, Campeggio, e Balzamino; 



POESIE DI MILLE AUTORI 

Otra de chiste ccà, ti' hanno stampato 
Arrico, Ronncnìello, e Ttoranuino, 
Lo Dolce, Peccolommene, e Io Tasso, 
Che ntuomo a cchesto fanno gran fracasso. 

D' amore, e arme scritto n' ha Guarino, 
Lo Tasso, lo Petrarca, e Bevìano, 
E Bemmo, e l'Ariosto, e lo Marino, 
Lione, Ungaro, Croto, e Aquelano, 
Sannazaro, Campeggio, e Contarino, 
Lo Boccaccio, Alciato e Campesano, 
Alemanno, Gerardo, e Cremonino, 
Gratannolo, Ngegniero, e BraccioUno. 

L'Ariosto porzl de vezzarria. 
Co lo Tasso mmedesimo, n' ha scritto, 
E dde ste cose de cavallaria 
Beneggia chi poeu nne sta zitto; 
Pe cquanto a li doielle è guittaria, 
E quann' io nne parlasse, sarria guitto. 
Nò non sapite vuìe, ca de doiello 
N' ave scritto, e ppariato Macchiaviello ? 

De lo Zodiaco, de le stelle, e sfere 
N' ave scritto, e ppariato Zoroasto, 
Anassemandro, Archita, e de le fiere 
N'ave scritto Arestotele da masto; 
Io chesto non desidero sapere, 
Ca n' è pe rame, segnore mìo, sto pasto, 
E si puro v' è ggusto, e ssi ve pare, 
Facitelo a quarch' autro recantare. 

Pe cquanto a li segrete naturale, 
Co Pprinio, Arestotele nne tratta; 
E de r agrecoitura, con gran sale. 
Lo Mantoaao a ttutte dà la tratta; 



IKTORNO A DANTE ALIGHIERI. 25 1 

Pozzome metter io co cchiste tale ? 
Mo cierto Vostr' Autezza rame maltratta, 
Cheste non fanno pe la penna mia. 
Perchè maie stodiaie felosofia. 

De prodecaletà, so' ccose ntese, 

Ca n' ha scritto Ariosto, e Campesano, 
A ccfaillo riempo quann'era cortese 
Ogn'ommo dotto, e llargo era de mano; 
Ma mò, eh' a nnullo scappa no tornese, 
Ca oie munno è ppezzehte, e baggiano. 
Non serve ste mmaterie cchiù ccantare, 
Ca chi ha monete se le bo' stepare. 

Si de la ngratetudene parlare* 
Volesse, Serenissemo Segnore, 
Vorria pe nchiostro l'acqua de lo mare, 
E pe ccarta la terra de tutt' ore ; 
Né de la soletudene cantare, 
Perchè mme venarria manco lo core. 
E dde la federtà, eh' è ccosa nova? 
Manco pozzo canta, ca non se trova. 

Che flpato ? che ddestino ? che ffortuna ? 
Chi conoscette maie sto Nnemlone ? 
Io che nne voglio fare de la luna, 
Ca non so* ccose pe mme gnorantone? 
Si volite, che cante, datem' una 
De le boste segrete cose bone, 
E stipatele cheste a li Toscane, 
Perchè pe mme so' ttutte cose vane. 

Ca de fortuna, fato, e de destino 
N'ave scritto Tassone, e lo Boccaccio, 
E Lludovico Dolce, e Ttoramino, 
Lo Sciamma, l'AIcìato, e che nne saccio; 



252 POESIE DI MILLE AUTORI 

E lo Petrarca puro, e lo Trassino, 

Che perzò, che mme serve chisto mpaccio? 

Perchè besognarria sofestecare, 

E cchest' è cchello, che non pozzo fare. 

De l'alemente,' e lo munno creiato 

Lo Murtola n' ha scritto a botta fascio, 
Mmpezzo nnante de chisto no Cecato 
Nne cantale, ma co stile assaie cchiù bascio; 
Vostr' Autezza nne sta buono 'nformato, 
Perzò s' io ne cantasse sarria nascio; 
Né mmanco canti pozzo de le viente, 
Perchè non so' bescuotte pe sti diente. 

De mareiuole certo cantarria, 

Quanno mme fosse liceto cantare, 
Ed affé no gran sienzo nc'avarria; 
Penò na cosa mme fa dobetare, 
Ca si quarcuno de la patria mia 
Ad autro sienzo chesto vo' pigliare, 
Credenno fuorze, che io parlo pe isso, 
E che nce soccedesse quarche aggrisso. 

Di che temi ? (isso disse). Hai tu paura 
Quando tei comand' io, che canti questo? 
Quinci certo mi pare una freddura; 
Cantane pur, che non sarai molesto. 
Io sentennome fare sta bravura. 
Voto casacca, e le responno lesto: 
Io no nne canto, e n' averria cantato. 
Ma dubeto non ghirece mbrogliato. 

Ah furbo, furbo, io t' ho gii ben inteso. 
Respose Apollo co la vocca a rriso. 
Ah gran Napolitano, io t' ho compreso. 
Oh come hai detto ben, che fossi ucciso: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 253 

Come, dimmi, tu ancor ti senti leso ? 
Porsi rubbasti tu *1 Monton di Friso ? 
No, no, fermati qui, non vo' passare 
Più avanti, eh' io ti voglio esaminare. 

Quante persone, e quai facesti prive 
De le lor facultadi, a chi estorquesti ? 
Che cosa furo vino, oglio, od olive. 
Sotto quali colori, e quai pretesti? 
E eco nterrogatorie soggestive 
Mme jea decenno, e quinci, e quindi, e questi. 
De na manera, e de na forma tale, 
Comme fosse screvano cremmenale. 

Sio Apollo mio, volimmola scompire? 
Diss' io ; chesto n' è muodo de cantare, 
Ca so* benuto ccà pe v'obbedire. 
Non so benuto pe mme nzammenare; 
Damme lecienzia, ca mme nne vogl'ire, 
Ca Vost'Autezza cierto vo' borlare. 
Né vao de cheste gente co la chiorma. 
E ssequetaie decenno de sta forma: 

Io n* arrobbaie né f&iso, né zegrino. 
Manco no parmo, non che no montone, 
Mane' uoglio, manco aulive, e manco vino, 
Io responnette co ppresonzìone, 
Io non son ommo no', meni l'aucino. 
Né aggio avuto maie sta ntenzi'one : 
Quaccuno eh' é frabutto, e mmalenato 
Securo fa ste ecose, ed ha arrobbato. 

Parlanno co lo debeto respietto 
De perzone da bene, e seropolose. 
Quale fuorze non hanno sto defletto, 
Perché ha varranno le mmano pelose. 



254 POESIE DI MILLE AUTORI 

ApoUoy tanno pe mme fa despietto: 
Or io non vo* saper più tante cose, 
Disse, cantane un'altra, e lasciam questa. 
La qual non credo ti sarà molesta. 

E disse: Vuoi cantar dell'amicizia 
Non finta, no, ma vera, e cordiale. 
Semplice, voglio dir, senza malizia, 
Che pur ella è materia principale ? 
O forse cantar vuoi dell'avarizia. 
Che faresti un poema generale? 
Io per me certo non so più che dini. 
Né più che darti so, né che più offirirti. 

De ste faccenne n' hanno scrìtto chiaro, 
Respos' io, Vinceguerra, e l'Alcìato, 
Lo Bemmo, lo Boccaccio, e Ssannazaro, 
E Ddante, e lo Petrarca n' ha cantato ; 
Gratarulo, Ariosto, e Anibal-Caro, 
Ferrò ve preo ve sia recommannato ; 
E pò r ammice de Io iuomo d' oie 
So' cchiù peo de li sbirre, e de lo boie. 

Ca io so' no gnorante, no cestone. 
Che ssaccio a mmala pena competare, 
E so* comme vedite no marrone. 
Nato sulo pe bevere, e mmagnare; 

. Po' chesta penna stare a pparaone 
A chi non songo digno de scauzare 
Le scarpe? e pò de cchiù mme lo commanna 
Chella eh' aggio fatt' io, la McTiacanna. 

Chella Ila mme commanna spressamente, 
Che no mme parta da la sfera mia, 
E che mme stia coieto, e stia contente, 
Ca non vo', che mme metta nvezzarrìa; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 255 

Attiso ca starria nvocca a le ggente, 
Va nnevina lo munno che dderria; 
Ferrò de ste mmaterie no mme curo, 
Ch* aggio la Mexacanna^ e mme mesuro. 

Ca subbeto lo munno deciarria 
Ca r opera mm' è stata nfrocecata, 
E ca chesta fatica n* è la mia, 
Ca n'avea mente tanto sollevata: 
Attiso pe stampi na gofferia 
Pur aggio avuto chesta nnommenata, 
Che perzò Vost'Autezza non me mpigna 
De fare a sti grann' uommene la scigna. 

E pò sarria na gran sconvenì'enzia 
Ch' essenn' io già venuto de perzona 
A la vostra Uostrìssema presenzia. 
N'avesse da canta na cosa bona; 
Parlo accossl ca ne* aggio confedenzìa. 
Che perzò Vost'Autezza mme perdona, 
Ca s' io cantasse cose recantate, 
Sarria no smacco a bosta maiestate. 

Ed isso replicale: Nihil sub sole 
Novum ritroverassi, e diasi pace 
Ciascun, che sempre al mondo fùr le Cole, 
E dichi pur ogn'un ciò che li piace; 
Che s* incontrino ì detti, e le parole, 
E i pensieri talor, non mi dispiace; 
Ma quello che m' accora, e che m' attrista, 
È che molti far vogliono il copista. 

L' imitar, il tradur da prosa in rima 
Una sentenza, un fatto peregrino. 
Perchè col verso si poliza, e lima. 
Ed in versi il parlar ha del divino; 



356 POESIE DI MILLE AUTORI 

Da me questo, e dal mondo assaie si stima, 
Come al fuoco purgato Toro fino; 
Però non ti turbar, e' ho già pensato 
Un pensier da nessuno unqua cantato. 

Questo però non potrà farsi senza 
Che non assisti meco ptrsonalittr, 
Perchè poi vi si reca T assistenza, 
Acciò possi deponere oculariter; 
Però trovati meco ad ogn' udienza. 
Che scriverai per certo punctualUer ; 
E scritto chiaverai con stil giocondo. 
Fallo palese e fallo noto al mondo. 

Ed io respose : Addonca so' spione, 
E pp'araggio porta T arcabosceno, 
E lo pognale, o quarche cortellone 
Fatto a fFronna d'auliva, o lo stelletto; 
Mo si ca pozzo stare a pparaone, 
O bene mio, ca mme nne vao nvrodetto. 
Perchè quanno so' a Nnapole arrevato, 
Fuorze, chi sa, sarraggio cchiù stemmato. 

E isso: Stiamo in Roma? eh che t'inganni; 
Io non so quel che dici, non l' intendi, 
Non vi sono in Parnaso quest' inganni ; 
Né dimorano qiJi mostri si orrendi; 
Non è per te vestir di questi panni. 
Con parlare, per dirtela, m'oflPendi, 
E nella patria tua si di leggiero 
Non si deve introdur mostro si fiero. 

Io tanno a cchesto volea reprecare, 
E bolea dire n' autra parolella ; 
Ma Febbo, quale seppe penetrare 
Quanto mme ieva pe le ccellevrella. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 2^y 

Mme disse : Se tu ardisci più parlare. 
Ti nascerà mo proprio la zella; 

10 saccio quanto dicere vorrisse. 

E pe mme conzolare accossl disse: 

Ecco eh* io ti spedisco una patente, 
La miglior che si può 'n forma probanti. 
Come uno veritiero mio assistente, 
A dispetto degli uomin' ignoranti ; 
E ti giuro pel raggio mio potente, 
Farti portar Toniglia, con li guanti. 
Ed a dispetto della vii gentaglia, 

11 cappello portar fatto di paglia. 

Segnore, ve rengrazio, le respose, 
Ca non so' ddigno de cauzà stevale, 
Ca r auniglia, li guanti, e st' autre ccose 
Oie le pportano gente dozenale: 
Mme contento pescare a le bavose, 
Ca non aggio sti sienze bestiale; 
Ferrò cheste mettimmole da banna, 
Ferchè trasgredarria la Me:^acanna. 

Tanno Apollo se fece na resata, 
Ca gusto pazze ave da sta resposta, 
E fattame a la capo n' allesciata, 
Disse : No no, eh io non T ho detto a posta ; 
Non ti turbar, che quest* è una passata. 
Che il ragionar con te molto mi gosta; 
Or vanne dunque a diportarti, e quando 
Sarai chiamato, allor corri volando. ' 



' Oleati Tersi coti si ledono a psgg. S46- 
3(7 in un libro col titolo: La àit^acatuut 
99 lo vauitUo dt FArkauia, ecc., opere già 



citate. Per le notizie biografiche e biblio- 
grafiche del Valentino, vedi a pag. ats di 
questo VI Tolume della Raccolta. 



Del Balzo. Vol, VI. 



17 



258 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCVII. 
Lorenzo Lippi. 



Il Malmantile Racquistato. 

(1676). 

Il poeta, in principio del sesto cantare, accenna al viaggio di 
Dante all' inferno. 

Miser chi mal' oprando si confida 
Farfalla peggio, e ch'ella ben gli vada; 
Perchè chi piglia il vizio per sua guida, 
Va contrappelo alla diritta strada: 
E benché qualche tempo ei sguazzi e rida 
Col vento in poppa in quel che più gli aggrada; 
E* vien poi l'ora, eh' ei n' ha a render conto, 
E far del tutto, dóndola, eh' io sconto. 

Di chi credi, lettor, tu qui eh' io tratti ? 
Tratto di Martinazza, iniqua strega, 
Ch' ha più peccati, che non è de' fatti, 
E pel demonio ogni ben far rinnega: 
Di darsi a lui già seco ha fatto i patti. 
Acciò ne' suoi bagordi la protega; 
Ma state pur, perchè tardi o per tempo 
Lo sconterà: da ultimo è buon tempo. 

Non si pensi d'averne a uscir netta: 
S' intrighi pur col diavol, eh' io le dico. 
Se forse aver da lui gran cose aspetta. 
Che nulla dar le può, eh' egli è mendico: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. . 259 

E quand'ei possa, non se lo prometta; 
Perch' ei, che sempre fu nostro nimico, 
Né può di ben verun vederci ricchi, 
Una fune daralle, che la 'mpicchi. 

Orsù tiriamo innanzi, eh' io ho finito, 
Perch' a questi discorsi le persone 
Non mi dicesser: Questo scimunito 
Vuol farci qualche predica o sermone. 
Attenti dunque. Già v' avete udito 
L' incanto, eh' ella fece a petizione 
Di quei del luogo, ch'ebbero concetto 
Scacciarne il duca; ma svanì l'eiFetto. 

Ella, eh* in tanto avuto avea sentore, 
Che quei due spirti sciocchi ed inesperti 
Avean dinanzi a lui fatto l'errore, 
Sicché da esso furono scoperti; 
Se la digruma, che ne va il suo onore. 
Mentre gli accordi fatti ed i concerti 
Riusciti alla fin tutte panzane. 
Con un palmo di naso ne rimane. 

Ma non si sbigottisce già per questo, 
Che vuol causar quell'armi dalle mura: 
A i diavoli, da' quali ebbe il suo resto, 
E che gliel' hanno fatta di figura. 
Vuol, dopa il far, che rompano un capresto. 
Squartare, e poi ridurre in limatura; 
Perché non fu mai can, che la mordesse, 
Che del suo pelo un tratto non volesse. 

Basta, eh' ella se 1' è legata al dito, 

E r ha presa co' denti, e se n' affanna; 
Tal ch'andarsene in Dite ha stabilito. 
Perché ne vuol veder quanto la canna. 



200 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Ed oprar, che Baldon resti chiarito 
Ch'ambisse in Malmantil sedere a scranna: 
Or mentre a questa volta s' indirizzi. 
Potrà fare un viaggio e due servizzi. 

Giù da Mammone andar vuole in persona; 
Che più non è dover, eh* ella pretenda, 
Che sua bravicornissima corona 
Salga a suo conto a ogni poco e scenda. 
Chieder grazie, e dar brighe non consuona; 
E chi ha bisogno, si suol dir, s'arrenda; 
Per questo a lei tocca a pigliar la strada, 
Perch'alia fin convien, che chi vuol vada. 

Perciò s' acconcia, e va tutta pulita. 

Col drappo in capo, e col ventaglio in mano, 

Al cercar chi la 'nformi della gita: 

Né meglio fa, che Giulio Padovano, 

Che r ha fin per la punta delle dita, 

E più di Dante, e più del Mantovano; 

Perch' eglino vi furon di passaggio 

E questi ogni tre di vi fa un viaggio. 

Onde a trovarlo andata via di vela. 
Domanda (perchè in Dite andar presume) 
Che luoghi v' è, che gente, e che loquela ; 
Ed ei di tutto le dà conto e lume: 
E poi, per abbondare in cautela. 
Volendola servire insino al fiume, 
Le porge un fardelltn piccolo e poco 
Di robe, che laggiù le faran giuoco. ' 



' (ìaette ottave cosi si leggono e pa- 
gine 419-42$ in: // ìialmanHU^Racqtiùtato 
di Perlone Zipoli colle note di Puccio Le* 
nioni e d'altri. Al cbUr. padre D. Giam- 



pietro Bergantint cherico regolare. Vene» 
Eia, MDCCXLVIII. Sumperia di Stefano 
Orlandini. Con licenza de* superiori e eoa 
privilegio per dieci anni. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 201 

Il Baldinucci, intimo amico del Lippi, così ci parla di lui: 
a Nacque Lorenzo Lippi, pittore e cittadino fiorentino, Tanno 1606. 
Il padre suo fu Giovanni Lippi, e la madre Maria Bartolini. Attese 
ne' primi anni della fanciullezza alle lettere umane ; ma poi, stimo- 
lato da una molto fervente inclinazione che egli aveva avuto dalla 
natura alle cose del disegno, deliberò, senza lasciar del tutto le 
lettere, di darsi a quello studio; e per ciò fare, si accomodò ap- 
presso a Matteo Rosselli, pittore non solo di buon nome, ma altret- 
tanto pratico nel suo mestiere, e caritativo nel comunicare a* giovani 
la propria virtù, ed insieme con essa ogni buon costume civile e 
cristiano. Era in questo tempo il giovanetto Lorenzo di spirito s\ 
vivace e focoso, che con esser egli applicato a vari divertimenti, 
tutti però virtuosi e propri di queir età, cioè di scherma, saltare a 
cavallo e ballare, ed anche alla frequenza dell'accademia di lettere; 
seppe con tutto ciò dare tanto di tempo al principale intento suo, 
che fu il disegno e la pittura, che in breve lasciatisi indietro tutti 
gli altri suoi condiscepoli, arrivò a disegnar sì bene al naturale, che 
ì disegni usciti di sua mano in quella età, stanno al paragone di 
molti de' principali maestri di quel tempo. Insomma disegnava egli 
tanto bene, che se e' non fosse stato in lui un amor fìsso, che egli 
ebbe sempre intorno alla semplice imitazione del naturale, poco o 
nulla cercando quel più che anche senza scostarsi dal vero può 1* in- 
gegnoso artefice aggiugner di bello all' opera sua, imitando solamente 
il più perfetto, con vaghezza di abbigliamenti, varietà e bizzarria 
d* invenzione, avrebbe egli senza fallo avuta la gloria del primo ar- 
tefice che avesse avuto ne' suoi tempi questa patria, siccome fu 
stimato il migliore nel disegnare dal naturale. A cagione dunque di 
tal suo genio alla pura imitazione del vero, non volle mai fare studio 
sopra le opere di molti gran maestri, stati avanti di lui, che aves- 
sero tenuta maniera diversa, ma un solo ne elesse, in tutto e per 
tutto conforme al suo cuore : e questo fu Santi di Tito, celebre pittor 
fiorentino, disegnatore maraviglioso, e bravo inventore; ma per or- 
dinario tutto fermo ancora esso nella sola imitazione del vero. Delle 
opere e disegni di costui fu il Lippi così innamorato, che fino nel- 
r ultima sua età si metteva a copiarne quanti ne poteva avere de' 
più belli: ed io lo so, che più volte gli prestai per tale effetto certi 
bellissimi putti, alcuno de' quali (così buon maestro come egli era) 
non ebbe difficoltà di porre in opera quasi interamente, senza punto 
mutarli. Ammirava il Rosselli suo maestro questo suo gran disegno, 
accompagnato anche da un piacevole colorito : e frequentemente gli 
diceva alla presenza di altri : « Lorenzo, tu disegni meglio di me. » 
Gli faceva, con sua invenzione, disegnare, cominciare, e talvolta 
finire affatto di colorire alcuna delle molte opere, che gli erano tut- 



202 POESIE DI MILLE AUTORI 

tavìa ordinate : e fra quelle che uscirono fuori per fatte dal Rosselli, 
che furono quasi interamente di mano di lui con sola invenzione del 
maestro, si annoverano i due quadri, che sono nella parte più alta 
di quella cappella de* Bonsi di San Michele degli Antinorì, per la 
quale aveva fatto il Rosselli la bellissima uvola della Natività del 
Signore: e rappresentano, uno il misterìo della Visitazione di santa 
Lbabetta, e l'altro l' Annunzia zione di Maria. Ma perchè una pittura 
ottimamente disegnata, e più che ragionevolmente colorita, tuttoché 
manchevole di alcuna deir altre belle qualità, fu sempremai in istima 
appresso agl'intendenti; acquistò il Lìppi tanto credito, che gli fu- 
rono date a fare molte opere, che si veggono per le case di diversi 
gentiluomini e cittadini. Fra le altre una gran tavola di una Dalila 
e Sansone per Agnolo Galli : pel cavaliere Dragomanni, a concor- 
renza di Giovanni Bilivert, di Ottavio Vannini, e di Fabrizio Boschi, 
tutti celebri pittori, e allora maestri vecchi, fece un bel quadro da 
sala: uno pei marchese Vitelli: e pel marchese Riccardi, nel suo 
casino di Gualfonda, colori uno spazio di una volta d' una camera, 
di sotto in su: e pel Porcellini speziale dipinse la favola di Adone, 
ucciso dal porco cignale: e fece anche altri quadri di storie, e di 
mezze figure, che lunga cosa sarebbe il descrivere. Partitosi poi dal 
maestro, crebbe sempre più il buon concetto di lui, onde non mai 
gli mancò da operare. Per uno, che faceva arte di lana, fece una 
Erodiade alla tavola di Erode, che fu stimata opera singolare: e 
l'anno 1639 per la cappella degli Eschini colorì la bella tavola del 
sant'Andrea in San Friano; e altri molti quadri e anche ritratti al 
naturale. 

ff Era egli già pervenuto all' età di quaranta anni in circa, quando 
si risolvè di accasarsi colla molto onesta e civile fanciulla Elisabetta, 
figliuola di Giovan Francesco Susini, valente scultore e gettatore di 
metalli discepolo del Susini vecchio, e di Lucrezia Marmi, cugina 
di Alfonso di Giulio Parigi, architetto e ingegnere del serenissimo 
granduca Ferdinando IL Non era ancor passato un anno dopo il 
suo sposalizio, che al nominato Alfonso Parigi, suo nuovo parente, 
fu inviata commissione d' Ispruck dalla gloriosa memoria della se- 
renissima arciduchessa Claudia, di mandar colà al servizio di quel- 
l'Altezza un buon pittore; onde il Parigi, conoscendo il valore di 
Lorenzo, diede a lui tale occasione. Si pose egli in viaggio : e per- 
venutovi finalmente, e ricevuto con benigne dimostrazioni di quella 
amorevole principessa, si mise ad operare in tutto ciò che gli fu 
ordinato: e fecevi molti ritratti di principi, dame e cavalieri di quella 
corte, e altre pitture. E perchè Lorenzo non solamente per una certa 
sua acutezza nei motti, e per alcune parole piacevoli, che senza né 
punto né poco dar segno di riso, con quel suo volto, per altro in 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 20} 

apparenza serio e malinconico, profferiva bene spesso ali* occasioni, 
rendeva amenissima e desiderabile la conversazione sua; e anche 
perchè egli aveva già dato principio alla composizione della bizzarra 
leggenda, di cui appresso parleremo, intitolandola Le novelle due re- 
gima che poi ridusse ad intero poema, col leggerla eh* ei faceva 
neir ore del divertimento a queir Altezza, e con certo piacevole e 
insieme rispettoso modo suo proprio nel conversare co' grandi, seppe 
guadagnarsi a gran segno la grazia di quella principessa, alla quale, 
cosi volendo ella medesima, la dedicò, colla lettera eh* ei pose a 
principio di essa, che comincia : « Ati figliuolo di Creso. » Dimorò 
il Lippi in quelle parti circa sei mesi, e non diciotto, come altri 
scrìsse; ma essendo in quei medesimi tempi seguita la morte della 
principessa, egli ben favorito e ricompensato se ne tornò alla patria : 
dove non lasciando mai di fare opere bellissime in pittura, seppe 
dare il suo luogo e *1 suo tempo alla continuazione del suo poema. 
La prima cagione di questo assunto suo fu quella che io sono per 
dire, per notizia avuta da lui medesimo. 

ce Aveva il Lippi, fino dalla fanciullezza, avuto in dono dalla na- 
tura un' allegra, ma però onesta vivacità e bizzarria, con una singo- 
lare agilità di corpo, derivata in lui non solo dal non essere sover- 
chiamente carnoso, ma dall' essersi indefessamente esercitato per 
molti anni nel ballare, schermire, nelle azioni comiche, ed in ogni 
altra operazione, propria di uno spirito tutto fuoco, come era il suo; 
ma non lasciava per questo di quando in quando di esercitare il suo 
ingegno nella composizione di alcun bel sonetto e canzone in istile 
piacevole. Coli* avanzarsi in lui 1* età, e accrescersi le fatiche del 
pennello, insieme col pensiero della casa, si andarono anche dimi- 
nuendo molto il tempo e 1* abilità agli esercizi corporali; ma col 
cessar di questi si andava sempre più augumentando in lui la cu- 
riosità de' pensieri, tutti intenti al ritrovamento di un nuovo e bello 
stile di vaga poesia. Aveva egli, come si è accennato, non solamente 
qualche parentela, ma ancora grande amicizia e pratica col nomi- 
nato Alfonso Parigi, che possedeva una villa, in sul poggio di 
Santo Romolo, sette miglia lontano da Firenze sopra la strada pi- 
sana, in luogo detto la Mazzetta, posseduta oggi da Bernardino degli 
Albizzi, gentiluomo dotato di ottimi talenti e di graziosi costumi : 
la qual villa è non più di un miglio lontana da quel castello di 
Malmantile, che oggi per essere in tutto e per tutto vóto di abita- 
tori e di abitazioni, benché conservi intatte le antiche mura, non ha 
però di castello altro che il nome. Andava bene spesso il Lippi in 
villa del Parigi : e nei passare un giorno^ andando a spasso, da quel 
castello, vennegli capriccio, com' egli era solito a dirmi, di comporre 
una piccola leggenda in istile burlesco, la quale dovesse essere, come 



204 POESIE DI MILLE AUTORI 

sogliamo dir noi, tutto il rovescio della medaglia della GerusaUmnu 
Liberata, bellissimo poema del Tasso, e dove il Tasso elettosi un 
alto e nobilissimo soggetto per lo suo poema, cercò di abbellirlo 
co* più sollevati concetti e nobili parole, che gli potè suggerire 
r eruditissima mente sua ; il Lippi deliberò di mettere in rima certe 
novelle, di quelle che le semplici donnicciuole hanno per uso di 
raccontare a' ragazzi: ed avendo fatta raccolta delie più basse si- 
militudini e de* più volgari proverbi e idiotismi fiorentini, di essi 
tessè tutta l'opera sua, fuggendo al possibile quelle voci, le quali 
altri, a guisa di quel rettorìco atticista ripreso da Luciano ne* suoi 
piacevolissimi Diàloghi affettando ad ogni proposito 1* autorità della 
toscana favella, va ne' suoi ragionamenti senza scelta inserendo. Fu 
sua particolare intenzione il far conoscere la facilità del parlar no- 
stro: e che ancora ad uno, che non aveva (come esso) altra elo- 
quenza che quella che gli dettò la natura, non era impossibile il 
parlar bene. Ora, perchè spesso accade, che anche le grandissime 
cose da basso e talvolta minutissimo cominciamento traggono i loro 
principi, egli, che da prima non avendo altro fine, che dare alquanto 
di sfogo al suo poetico capriccio, e passar con gusto le ore della 
veglia, aveva avuto intenzione di imbrattar pochi fogli, de' quali 
anche già si era condotto quasi al destinato segno, fu necessitato 
partire per Germania, al servizio, come abbiamo detto, della sere- 
nissima arciduchessa: e con tale sua gita venne ad incontrare con- 
giuntura più adeguata, per dilatare alquanto l' opera sua ; perchè, 
essendo egli colà forestiero e senza 1' uso di quella lingua, e perciò 
non avendo con chi conversare, talvolta, o stanco dal dipingere, o 
attediato della lunghezza de' giorni o delle v^lìe, si serrava nella 
sua stanza, e si applicava alla leggenda, finché la condusse a quel 
segno che gli pareva abbisognare per dedicarla alla serenissima sua 
signora, siccome fece colla citata lettera. Tornatosene poi alla patria, 
ed avendo fatto assaporare agli amici il suo bel concetto, gli furono 
tutti addosso con veementi e vive persuasioni, acciocché egli dovesse 
darle fine, non di una breve leggenda, come egli si era proposto, 
ma di uno intero e ben ordinato poema. 

«Uno di coloro, che a ciò fare forte lo strinsero, fu il molto 
virtuoso Francesco Rovai; a persuasione del quale vi aggiunse la 
mostra dell* armata di Baldone. Agli ufizi efficacissimi del Rovai si 
aggiunsero quelli di altri amici, e particolarmente di Antonio Ma- 
latesti, autore della Sfinge, e de* bei sonetti, che poi dopo la sua 
morte sono stati dati alle stampe, intitolati: Brindisi de' Ciclopi, Gran- 
dissimi furono ancora gli stimoli, che egli ebbe a ciò fare da Salvator 
Rosa non meno rinomato pittore, che ingegnoso poeta. Da questo 
ebbe il Lippi il libro, intitolato: Lo canto de li cunte, ovvero Tratte- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 20$ 

nimento de li piccerille, composto al modo di parlare napolitano, dal 
quale trasse alcune bellissime novelle: e, messele in rima, ne adornò 
vagamente il suo poema. Chi queste cose scrisse, il quale ebbe con 
lui intrinseca domestichezza, e in casa del quale il Lippi lesse più 
volte in conversazione d* amici quanto aveva finito, a gran segno 
r imponunò dello stesso, ed ebbe con lui sopra le materie che e* 
destinava di aggiungervi, molti e lunghissimi ragionamenti ; tantoché 
egli finalmente si risolvè di applicarvisi per davvero. Ciò faceva la 
sera a veglia con suo grandissimo diletto, solito a dire al nominato 
scrittore, che in tale occasione bene spesso toccava a lui a fare la 
parte di chi compone e quella di chi legge; perchè nel sovvenirli i 
concetti e nell* adattare al vero i proverbi, non poteva tener le rìsa* 
E veramente è degno il Lippi di molta lode, in questo particolar- 
mente, di aver saputo, per dir cosi, annestare a' suoi versi i pro- 
verbi e gli idiotismi più scuri: e quelli adattare a' fatti si propri, 
che può chicchessia, ancorché non pratici della proprietà della nostra 
lingua, dal fatto medesimo e dal modo, e dalla occasione, in che 
sono portati, intender chiaramente il vero significato di molti di loro. 
E ciò sia detto, oltr' a quanto si potrebbe dire in sua lode, e de* suoi 
componimenti. Per un giocondissimo divertimento, e ricreazione, nel- 
l'ordinazione di cui non ischifò i concetti pure di chi tali cose scrive: 
aggiunsero molti episodi, col canto dell'Inferno: e finalmente in 
dodici cantari terminò il bel poema del MaìmantiU Racquistato, al 
quale volle fare gli argomenti per ogni cantare il già nominato 
Antonio Mal atesti. 

« L' allegoria del suo poema fu, che Malmantile vuol significare, 
in nostra lingua toscana, una cattiva tovaglia da tavola; e che, chi 
la sua vita mena fra V allegrìa de* conviti, per Io più si riduce a 
morire fra gli stenti. Né è vero ciò, che da altri fu detto, che egli 
per beffa anagrammaticamente vi nominasse molti gentiluomini, 
ed altrì suoi confidenti ; perchè ciò fece egli per mera piacevolezza, 
con non ordinario gusto di tutti loro, i quali con non poca avidità 
ascoltando dall'organo di lui le proprie rime, oltremodo goderono 
di sentirsi leggiadramente percuotere dai graziosi colpi dell'inge- 
gno suo. Chi vorrà sapere altri accidenti, occorsi nel tempo che il 
Lippi conduceva quest' opera, legga quanto ha scritto il dottor Paolo 
Mlnucci nelle sue eruditissime note fatte allo stesso poema, per 
le quali viene egli, quanti altrì immaginar si possa, illustrato ed ab- 
bellito. 

ff Non voglio però lasciar di dire in questo luogo, come un solo 
originale di quest' opera uscì dalla penna del Lippi, messo al pulito, 
che dopo sua morte restò appresso de* suoi eredi: ed una accura- 
tissima copia del medesimo, riscontrata con ogni esattezza da esso 



266 POESIE DI MILLE AUTORI 

originale, fu appresso del cavaliere Alessandro Valori, gentiluomo 
di quelle grandi qualità e doti, di che altrove si è fatu menzione. 
Questo cavaliere era solito alcune volte fra V anno di starsene per 
più giorni in alcune delle sue ville d* Empoli vecchio, della Lastra, 
o altra, in compagnia di altri nobilissimi gentiluomini e del virtuoso 
cavaliere Baccio suo fratello, dove soleva anche frequentemente 
comparire Lionardo Ginaldi proposto d' Empoli, che ali* integrità 
de' costumi e affabilità nel conversare .ebbe fino da' primi anni 
congiunto un vivacissimo spirito di poesia piacevole, in istile ber- 
nesco, come mostrano le molte e bellissime sue composizioni: ed 
a costoro fece sempre provare il Valori, oltre il godimento di sua 
gioconda conversazione, effetti di non ordinaria liberalità, con un 
molto nobile trattamento di ogni cosa, con cui possa, e voglia un 
animo nobile e generoso, onorare chicchessia nella propria casa. 
Con questi era bene spesso chiamato il Lippi, e non poche volte an- 
cora lo scrittore delle presenti notizie, che in tale occasione volle 
sempre essere suo camerata. Veniva Lorenzo ben provvisto colla 
bizzarria del suo ingegno e col suo poema; con quella condiva il 
gusto del camminare a diporto, il giuoco, e V allegria della tavola, 
mediante i suoi acutissimi motti : e con questo faceva passare il tempo 
della vegghia con tanto gusto che molti, che sono stati soliti di 
godere di tale conversazione, ed io non meno di essi, non dubito di 
non aver giammai per alcun tempo veduto giorni più belli. 

« Ma tornando al poema, ne son poi a lungo andare uscite fuori 
altre moltissime copie di questa bell'opera, tutte piene di errori; 
laonde il già nominato dottor Paolo Minucci volterrano, soggetto di 
quella erudizione che è nota, e che ci ha dato saggio di essere uno 
de' più leggiadri ingegni dei nostro tempo, avendo trovato modo di 
averla tale quale uscì dalla penna dell* autore, ha poi fatto, che noi 
r abbiamo finalmente veduta data alla luce, e dedicata al serenissimo 
cardinale Francesco Maria di Toscana, coli' aggiunta delle eruditis- 
sime note, che egli vi ha fatte per commissione della gloriosa me- 
moria del serenissimo cardinale Leopoldo, acciocché meglio s' inten- 
dano fuori di Toscana alcune parole, detti, frasi, proverbi, che si 
trovano in essa, poco intesi altrove che in Firenze. 

« Non voglio per ultimo lasciar di notare, quanto fu solito rac- 
contare l'abate canonico Lorenzo Pandatichi cavaliere di quella eru- 
dizione che a tutti è nota ; e fu, che con occasione di aver con altri 
cavalieri viaggiato a Parigi, fu ad inchinarsi alla maestà del re, il 
quale lo ricevè con queste formali parole : « Signor abate, io stavo 
(eleggendo il vostro grazioso Malmantileiìi e raccontava pure l'abate 
stesso, che la maestà del re d' Inghilterra fu un giorno trovato con 
una mano posta sopra una copia di questo libro, che era sopra una 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



267 



tavola; e tutto ciò segui molti anni prìma, ch*ei fosse dal Minucci 
dato alle stampe. ' 

« Tornando ora a parlare di pitture, molte furono le opere, che 
fece il Lippi; il quale finalmente pervenuto all'età di cinquantotto 
anni, per V indefesso camminare eh' ei fece un giorno, come era 
suo ordinario costume, anche nell' ore più calde e sotto la più ri- 
gorosa sferza del sole, parendogli una tal cosa bisognevole alla sua 
sanità, avendo anche quella mattina preso un certo medicamento, 
assalito da pleuritide con veemente febbre, con straordinario dolore 
degli amici, e con segni di ottimo cristiano, com* egli era stato in 
vita, fin) il corso de* giorni suoi: e fu il suo corpo sepolto nella 
chiesa di S. Maria Novella nella sepoltura di sua famìglia. Lasciò 
due figliuoli maschi, e tre femmine: il primo de* maschi si chiamò 
Giovan Francesco, che vesti 1* abito della religione Vallombrosana, 
e Antonio, che vive al presente in giovanile età. Delle femmine, 
la prima ha professato nel convento di S. Clemente di Firenze; la 
seconda vesti 1* abito religioso nel Monte a San Savino : e 1* altra 
fu maritata a Gio. Giacinto Paoli, cittadino fiorentino, che premori 
al marito senza figliuoli. 

e Fu il Lippi persona di ottimi costumi, amorevole e caritativo ; 
perlochè meritò di essere descritto nella venerabile compagnia della 
misericordia, detta vulgarmente de* Neri, che ha per istituto il con- 
solare e aiutare i condannati alla morte : ed in essa fu molto fer- 



* La prima eiezione di questo MalmaHiiU 
Tenne fbori eoo questo titolo : U MalmantiU 
RmcfmisUUo, poema di Perlone Zipoli. Finaro 
(Fnense), Gio.Tommaso Rossi, 1676, in-ia. 
Quest'edizione è rarissima. Dopo il fron- 
tispixio sta una lettera all'arciduchessa Clau- 
dia d' Insprach, indi la rita dell' autore, 
nn sonetto di Antonio Malatesti, un ay* 
viso al lettore di Gio. Cinelli, e dopo tre 
ottaTe corrette, incomincia il poema in do- 
dici cantari. Di quest' edizione originale, 
rara, sono assai ricercate le copie che con- 
tengono nn discorso del Cinelli, tendente a 
demolire aldini letterati toscAni allora yì» 
▼enti. Il Quelli fii costretto a sopprimerlo, e 
tutte le copie, oltre la trentesima giA tirata, 
Tennero fuori senza di esso. Né è vero che 
il Cinelli lo sostituisse con altro, che non 
devesi credere l' avviso : elù Ugge del me- 
dcsÌDo Quelli che segue il sonetto del 
Malatesti, sostituzione del discorso sop- 
presso. Esso sarebbe andato insieme col 
discorso che incominciava: «Gio. Cinelli 



al cortese lettore » . Dal quasi simile prin* 
cipio è nata l' ipotesi della sostituzione. 

A titolo di curiositA ecco la chiave della 
prefazione dell'edizione 1676 : « il vii mulo 
di un carbonaio », il padre Coccapani; « un 
tale analfiibeta geometra » , il Viviani ; « un 
viso rancido », il Redi ; « un occhio torbido 
e bieco », il dottor Maggi ; « il rozzo ed 
intemperante etiope », il Minucci ; e « il 
panciuto », il Segni. 

La seconda edizione venne fuori, in Fi- 
renze, alla Condotta, il 1688, in-4, con 
note di Puccio Lamoni (Paolo Minucci), 
il quale fìi aiutato da parecchi amici e spe- 
cialmente da Filippo Baldinucci. Pare che 
il Minucci non abbia conosciuta l'edizione 
originale, non avendo inserita nella sua la 
vita dell'autore che in quella si legge, in 
risposu all'allusione fatu contro di lui nella 
prefazione. 

Altre edizioni furono fatte in Firenze e 
Milano (vedi StrU iti UsU di lingua del 
Gamba, edizione del Gondoliere, a pag. 18$). 



268 POESIE DI MILLE AUTORI 

voroso. Non fu avido dì roba, o interessato; ma se ne visse alla 
giornata col frutto delle sue fatiche, e di quel poco che gli era re- 
stato di patrimonio. Ma perchè tale è 1* umana miseria, che a gran 
pena si trova alcuno, peraltro virtuoso, che alla propria virtù non 
congiunga qualche difetto, possiamo dire che il Lippi, più per una 
certa sua naturai veemenza d* inclinazione che per altro, in questo 
solo mancasse, e faceva anche danno a sé stesso, in essere troppo 
tenace del proprio parere in ciò che spetta air arte, cioè d* averne 
collocata la perfezione nella pura e semplice imitazione del vero, 
senza punto cercar quelle cose, che senza togliere alla pittura il buono 
e *1 vero, accrescono loro vaghezza, e nobiltà: la qual cosa molto 
gli tolse di quel gran nome, e delle ricchezze, che egli avrebbe po- 
tuto acquistare, se egli si fosse renduto in questa parte alquanto più 
pieghevole ali* altrui opinioni. In prova di che, oltre a quanto io ne 
so per certa scienza, per altri casi occorsi, raccontommi un gentil- 
uomo di mia patria, che avendo avuto una volta di oltre i monti 
commissione di far fare quattro tavole da altare a quattro de* più 
rinomati pittori d' Italia ; egli una ne allogò, se bene ho a mente, 
al Passignano, una al Quercino da Cento, ed una ad altro celebre 
pittore di Lombardia, che bene non mi si ricorda, e una finalmente 
al Lippi; ed a questo la diede con patto, ch'egli si dovesse conten- 
tare di dipignerla secondo quella invenzione che egli gli avrebbe 
fatto fare da altro valoroso artefice, sì quanto al numero che all'at- 
titudine delle figure, quanto al componimento, abbigliamento, ar- 
chitetture, e simili ; e dissemi di più il gentiluomo, che fatta che fu 
r invenzione in piccolo disegno, il Lippi si pose a operare, e a quella 
in tutto e per tutto si conformò con gli studi delle figure: e final- 
mente condusse un* opera, che riuscì, a parere di ognuno, la più 
bella di tutte le altre. Potè tanto in Lorenzo quest* apprensione di 
voler poco abbigliare le sue invenzioni, che non diede mai orecchio 
ad alcuno che fosse stato di diverso parere: e al dottore Giambat- 
tista Signi, celebre medico, che avendogli fatto fare una Juditta colla 
testa di Oloferne si doleva eh* e* 1* avesse vestita poveramente e poco 
l'avesse abbigliata, rispose doversi lui contentare ogni qualvolta egli 
per fare quella figura più ricca, le aveva messo in mezzo al petto 
un gioiello di sì grossi diamanti, che sarebbero potuti valere tren- 
tamila scudi: ed esser quell* altro adornamento solo di pochi cenci 
e di quattro svolazzi. Dirò più, che questo suo gusto tanto fermo 
nella pura imitazione fece sì che poco gli piacquero le pitture di 
ogni altro maestro, che avesse diversamente operato, fussesi pure 
stato quanto si volesse eccellente : e si racconta di lui cosa che pare 
assolutamente incredibile, ma però altrettanto vera, e fu: che egli 
passando di Parma al suo ritorno d*Ispruck, né meno si curò di 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



269 



punto fermarsi per vedere la maravìgliosa cupola e le altre diver- 
sissime pitture che sono in quella città, di mano del Corregi^io. E 
sia ciò detto, per mostrar quanto sia vero che a quel professore di 
queste belle arti, che intende di giugnere a maggiori segni della 
virtù, della stima e dell' avere, fa di mestieri talvolta, ricredendo il 
proprio parere, agli esempi di coloro accostarsi, che a giudizio uni- 
versale de' più periti già hanno ottenuto il possesso di eccellenza 
sopra di ogni altro artefice. » * 



' Vedi ft p«^- aéi-27S, ¥ol. V, in Nù- 
ti^ié d*i professori iti dittgno da Cimtiiu* 
in qma, per le quali si dimostra come e per 
cbi le belle arti di pittura, scultura e ar- 
chitettura, lasciata la rosMzxa delle ma- 
atere greca e gotica, ti sieao in questi se- 



coli ridotte all'antica loro perfezione. Opera 
di Filippo Baldinucd, fiorentino, distinta in 
secoli e decennali, con nuove annotazioni 
e supplementi per cura di F. Ranalli. Fi* 
renze, per V. Batelli e Compagni, cinque 
volumi in-8 gr., 1845-47. 



POESIE DI NnXE ACTOU 



CCCVUI. 
Andrea PERRUcao. 



La malattia d' Apollo. 

(1678). 



n poeu, in questa saporìu sadra, chiama Dante Ih p^tirt «btU 
della poesia. 



Che ttrivole, sciabacche, e cche streverìe 
Nce so ncoppa Parnaso I 
Non cantano cchiù ccigDc, 
Ma allucche e eco baje 
Strillano li' ascie co le ccoccovaje : 
So' li potete co ttanto strelUre 
Fané lupemenare ; 
Scorre pe pparte d'acqua, 
La fonta d'Alecona sulo chiamo : 
C lo monte de Pinno già seccato, 
É lo lauro sfronnato : 
De Lebetro, e de Cirra 
So* li palazze tutte 
Apparate de lutte. 

Lo Pegaseo non vo' cchiù norgio o paglia. 
Anze pe parte de cantare, arraglia. 
Creo pe sto schìuoppo, che 11' è ssocceduto. 
Scassato ha lo leiuto : 
Calliope cchiù all' arpa 
No vo' gratta la rogna : 
Ed Euterpe ha crepata la zampogna : 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 27 1 

Ave cacciata Talia regnolosa 

La cchiù nnegra traggedia, e ssanguenosa. 

Ogne mmusa, e ppoeta ave scassato 

Cetola, lira, teorbia, e cchetarra, 

Naccara, calascione, e ttammoriello : 

Pinno casa fatt' è de farfariello. 

E ssapite da che nnasce sto trivolo ? 

Sapite perch' ogn' uno sta marfuso ? 

Ch'Apollo s* è scopietto guallaruso. 

E cch' è lo ppeo, è mmescata la guallara, 
Pe le da cchiù ttromìento. 
De sanguigna, d' aquateca, e dde viento 1 
Ippocrato, Escolapio e Ggaleno 
Si sciccano la faccia : 
Li livre ogn' uno straccia; 
Ca non hanno remmedio, azzò s' ammoscia^^ 
Tanto grossa, abbottata è la paposcia. 

O scerocco mmarditto. 
Sempre nnemmico si' de li poiete ; 
Pocca quanno tu scinscie, 
Faie ammolli le ccorde, 
Faie ammoscia li nierve : 
Ma mo scortese viento 
Far crepare ad Apollo lo stromiento. 
Gomme pretienne de fare annegare 
Ntra li tromiente Apollo ? 
Devarria ghire summo, 
Pocca vuoie che lo ddica. 
Mentre porta abbottata la vessica. 

Febo scuro, pe ccausa de li vìente, 
Gii da poeta astroloco deviente; 
Mentre co scura sciorte 
Mmiezo le gamme U' astrolabio puorte. 



272 POESIE DI MILLE AUTORI 

O maraviglia, che Io Dio che bede 

Co ir uocchie lustre suoie tutto lo munno, 

Aggia da studia le mappamunno ? 

De remmedie amoruse 

Ha Nasone lo livro stodìato. 

Né remmedio a la guallera ha trovato. 

Mo sì ca potè dicere da vero : 

a Eheu mihi, quod nullis 

a Guallara est medicabilis herbis. » 

Orazio, Abate, Ariosto, e Giovenale 

No vrachiero de satere hanno fatto. 

Né sservuto ha no zero, 

Sta guallara tene co sso vrachiero. 

Sbotta, si, Apollo mio, 

Ca la guallara spisso co sbottare 

S' é ssoluta sanare : 

Ch' é sta materia, che co beolenza 

T' ave abbottate ss' arme de Sciorenza ? 

Songo deverze ommure. Apollo dice, 

Che d' acqua rossa, e gialla 

M* hanno fatto ngrossà ss* arme de Palla. 

Come pozzo zofFrire, 

Che ss' abbotta, e non crepa ; 

Se beo la Poesia, 

La cara figlia mia, co scura sciorte 

Cercare la lemmosena a la corte ? 

E ttutta vrenzolosa, 

Comm' a fEco ammatura ha lo vestito. 

Le llagreme ave a U* uocchie, 

Porta stuorto lo cuoUo : 

Chesto abbotta la guallara ad Apollo. 

Arrobba chiave, e ccacapozonetto 

Non songo zanniate a cchillo muodo, 

Ch' é straziata la figliola mia. 

Chi le sciaffa na scoppola. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 275 

Co ddirele : È Apatica senza frutto ; 

Chi le dà vessecate 

Decennole eh' è ppazza. 

Chi le tira cetrangole, 

Comm' a ppierde jornata; 

Chi le tegne la facce, 

Chiamannola bosciarda, e schefenzosa; 

Chi la chiamma mbreaca. 

Ma chello, che me fface cchiù ccrepare, 
È ca le pprete de le mmale lengue 
Puro mm' hanno sciaccata 
Sta poverella figlia e nngrecata. 
Comm' a ppalla de' fazio mme la vatteno : 
Comm' a 11' anciello mmano de nennillo. 
La negra da li principe è ttrattata : 
Comm' a la carne mmano a ppastecciere. 
La scura tretoleiano: 
Comme lo rafaniello 

Mmano de lo spagnuolo se gì' agliotteno : 
E nzomma è ffatta necessario prubeco» 
Addove (chesto oimmè mme fa crepare) 
Nce vanno le ddesgrazie a bacoare. 
£ cchiù maletrattata 
Da guitte, portarrobbe, e ppeccerille 
(Dimmene ca de rraggia stongo chino), 
De ir urso, che chiammavano Chiappino. 
Chesto é lo primmo omore, 
Pocca è lo zango de la figlia mia, 
Che mme dà co la guallara tracuollo. 
Chesto malato face stare Apollo. 

Eie lo secunno omore 
Na materia peccante 
De cierte poetastre 
Che hanno co li vierze ncimma a li* arvole, 

DiL Baiio. Voi. VI. l8 



274 POESIE DI MILLE AUTORI 

E brociolanno pò zufFere a bascio. 

Fanno cierte pallone 

Che benno da Sant' Ermo. 

E ppoie, a barva de poiete viecchie, 

Da pallune deventano vessecchie. 

Cierte pparole, che U' hanno trovate 
A ir ente de raggione chemmerìzio : 
Cierte pallune, che so mmottonate, 
Comme so cchille, che se fa pessillo, 
O de fieno, e de paglia: 
Cierte pallune gruosse, e bestiale. 
Che l'ha abbottate no servizìale, 
Comme a rruospe 1* abbottano, 
Ma pe r abbotta troppo spisso crepano : 

Pallune, comme fanno li nnennille 

Co ssapone e Uescia de poco gniegnio. 
Che ppareno crestalle stralociente ; 
Ma s'afferra le buoie, le ttruove niente; 
Li conciette accossi de li qualisse, 
Credenno nce trova cosa che baglia. 
Sparesce, affuffa, sparafonna, e squaglia. 
Siente di' : a carmentar, arcigolante, 
« Tremebondo livor, gran sinopeo, 
« Argonautico arcier, cannon dirceo, 
« Clavigerante, Argolico, Ecatombo, 
« Mitimneo, arcifanfaro, rimbombo. » 
Che ve pare de chesso ? 
No ve pareno truone, e cannonate, 
E pò che nce trovate ? 

Cheste fanno no bu, che te stordesce : 
Ma de ste botte pò no viento nn' esce ; 
Sto viento, se volite, che lo ddica, 
M* ave fatto ntorzare la vessica. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 275 

E lo viento de chille foreiuso, 

Pe pparte d' abbottare pe fFa suono, 

O streverio, o vregogna! 

M'àve guastato affatto la zampogna. 

LI* auta materia è ppo n' acqua fetente. 
Acqua de le ppalude nfracetata, 
Acqua d'Agnano torbeta, mmolesta, 
Ch* auza cierte vapure, che t* appesta. 

So ccierte poietelle. 
Che non avenno scala pe ssaglire, 
Vennegnano da terra; e cch* è lo ppeo, 
Ch essenno V animale, 
Che lo patre Noè cacciale dall' arca, 
S'avantano scolare a lo Petrarca. 
O cche ppoiete asciutte 1 
Sequetano lo Petrarca li sciaurate, 
Ed hanno cchiù a besuogno de pretate. 
Diceno : « oibò la Musa 
« Amar non può T altezza, 
« Pecche nemmica eli' è con la dolcezza. » 
Chi lo sopporta ? addonca ca Vergilio 
Parlaie tant* auto, n* è poeta buono: 
Nasone addonca è Antuono. 

« 

Non vonno dire st' acque de pantano, 
Buone pe nfracetà sulo le ccarte, 
Ca non sanno a lo canto dà la porpa, 
E a lo Petrarca pò danno la corpa. 
Se bonno sequetà V antechetaté. 
Perchè non so' scolare de lo Dante } 
Chillo è lo patre abbate, 
E ppure le pparole antiche soie 
So' state refbtate. 
Addonca come lo Petrarca stisso 
Ha r antico parlare annobeluto. 

Puro lo stilo suio s' è arrepoluto. \ 

1 



276 POESIE DI MILLE AUTORI 

Vecco r asempio mprìmmo lo mmagnare 
Se facea nzapetito; e mmo li cuoche 
Co nnove cose avennolo connito. 
Lo fanno cchiù galante, e ssaporito. 

Erano li palazze de mantune 

Nprimmo ; e mo vecco li fravecature 

Le ffanno co cchiù arte, e cchiù Uavure, 

Pocca le (Fanno aterne 

Co pporfete, co mmarmore, e ppepierne. 

Accossl porzi è la poesia: 

Quanto lo nciegno s' apre essa cchiù esce. 

Quanto lo munno avanza essa cchiù ccresce. 

So tanta bestiale, 

Chillo mmereta lauda, co lo llauro. 

Che tro vanno na bella, e bona voce. 

Sa mmescare V autezza co lo doce. 

Chisto addonca è 1' omore, che mme stracqua, 

Chiena V otra portanno de chest' acqua. 

Oimmè, quale remmedio ne' è a sto mmale ? 
Li poiete cchiù buone 
Pare ogn* uno de lloro lo straccione. 
Quanno lo beo estateco remango : 
Onde a chest' ernia mia cresce cchiù ssango. 

Se beo li poetastre pe 1' autezza 
Ire air isola d' Eolo a trova viente. 
Perchè cchiù biento aglietto, 
Cchiù de viento la guallara m' abbotto. 

Se beo li poieticchie, acque stagnate 
Figlia certe ranocchie de soniette, 
Ch' auto non sanno fa che te stordire : 
Nn' aggio tanto dolore, 
Ch' a la guallara mia cresce 11* omorj. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



277 



Tanto eh* ogge lo munno 
Me fa porrà tre mmunne; 
Pocca non sa trova la via de miezo : 
Ogne poeta a 11' astremo s* afferra, 
O va tant* auto, o sta de culo nterra. 

Non saccio da che nnasceno sti grille ! 
O so' nterra lacerte, o so' rreille, 
Le Uacerte, che hanno terra, terra, 
E li reille, che bolano sulo 
Co le scelle de 11* aute nzl a lo cielo. 
Che ssia Parnaso nfine io mo nne tremo, 
Perch* ogne poesia corre a U' astremo. 

Musa tu staie mbreaca se pretienne 
La guallara sanare a mmessè Febo; 
Sso male è ncancrenuto. 
Se tanta poietune 
So rrommase cestune; 
Che pò fare ssa lengua, 
N' essere capo tosta : 
Ssa lengua po' servire pe ssepposta. ' 

Andrea Ferrucci accoppiò alla poesìa lo studio del diritto. Scrisse 
in lingua italiana e nella spagnuola e nei dialetti napoletano, cala- 
brese e siciliano. Egli nacque, il primo giugno 165 1, in Palermo, da 
Francesco, ufficiale delle squadre marittime, e da Anna Fardella, 
d* illustre famiglia trapanese. Fu condotto in Napoli fanciullo, e studiò 
grammatica sotto la disciplina dei gesuiti, e filosofìa appo i padri 
predicatori. Diede opera poi alle leggi canoniche e civili, e ne fu 
laureato nel collegio de* dottori napoletani. Ritornò a Palermo per 
ricuperare le sostanze degli avi suoi, ma invano. E per non essere 
più offeso dalle ingratitudini del luogo nativo, fece ritorno in Napoli, 
dove rimase sino alla sua morte. 



' Qpesto idillio cosi si legge • pagg 148- 
1$$ in un libro col titolo : L'Agmano T^tffon- 
mi», poemma «roico, e La tnalattU d'Apollo^ 



idillio d'Andrea Ferruccio. Tip. Giuseppe 
MaHa Porcelli. Napoli, 1787. 



278 POESIE DI MILLE AUTORI 

A queste peripezie della sua vita egli allude nel seguente suo 
sonetto : 

•Nacqui in riva d' Oreto, e solo al piaato 
Aprii le luci, e m' allevai tra pene. 
Passai nel bel Sebeto» e le Sirene 
Mi diero il latte, e m' addestrato al canto. 

Tomo alla patria, e tra le amiche arene 
Entro il porto il mio legno io scorgo infranto; 
Ripasso il mare, ed il mio dorso ottiene 
Tra laureati eroi d' Astrea T ammanto. 

Indi al patrizio stuol del fatto acquisto 
Chiedo r onor ; darmi no '1 vuol ; ma quale 
Patria ama Y uom, se fu nemica a Christo ? 

Sì patria ingrata; Y angel tuo regale 
M' ha contro te di fulmini provisto; 
Né mi dà per fuggirti altro, che Y ale. * 

Fu lavoratore instancabile. Pare che la prima open che gli desse 
fama fosse la Sullidanxa vendicata^ ^ melodramma posto in musica 
da Francesco Provenzale, maestro di cappella della città di Napoli, 
e cantato nella sala dei viceré, dove incominciarono gli spettacoli 
in musica napoletani prima che si costruisse il teatro di S. Bar- 
tolomeo. 

Nel medesimo anno pubblicò VAgnofio e La malattia £ Apollo 3 



* Questo sonetto leggeri « pag. 7$ in : 
lèi* dellt MuUf per il Perrucci, stampate 
in Napoli nel 169$. 

' Fu stampata in Napoli dal Ponile nel 
1678 e non nel 1674 come vuole il Galiani.* 
Fu ristampata dallo stesso Porsile nel 1679 
e 1685. 

3 L'Agnano \effonnaiOt poemma aroico 
d'Andrea Perruccio, deddecato a D. Pietro 
Polommere e Velasco vedetore de le galere 
de Napole. Co La malattia i^ Apollo de lo 
medesimo. Per Gio. Francesco Paci, 1678. 



• Vedi dò che del Ferrucci dice il Galiani 
a pag. 165 e segg. in: DiaUtlo napoUtamo^ 
editìone del Porcelli. Napoli, 1789. 



Ad istanza di Francesco Massari. Esso i 
in» la, di pagine i}6, di sei canti, preceduto 
da un discorso Al Uttort anche in dialetto, 
e da otto sonetti in lode dell* autore. 

Il Galiani giustamente dice : « Questo 
grazioso poema è d' annoverarsi tra i più 
distinti e pregevoli del nostro dialetto, o 
se riguardi la ricchezza delia fantasia, o la 
felice invenzione.* 

Il soggetto è fondato sopra un'antichis- 
sima tradizione del nostro volgo, la quale 
dice che dove è il lago di Agaano prima 
vi fòsse stata una cittA, che fu ingoiata da 
una subitanea eruzione. 

Nel IV canto l' autore finge di essere 
capiuto nell' Isola delle Virtù, dove vede 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



279 



Ebbe plauso per queste poesie spontanee, ricche di fantasia e 
felicemente inventive. Ma i suoi studi furono spesso interrotti dalle 
condizioni malferme di sua salute, dai viaggi, dagli strepiti del foro 
e dalle opposizioni di suo padre che più d* una volta gli ricordava : 
Studium quid inutile tentas? 

Egli avrebbe dovuto darsi tutto al foro, a scopo di lucro, e suo 
padre non aveva torto per questo; nondimeno 1* animo suo non seppe 
fare mai divorzio dalla poesia. Fu segretario nell' Accademia dei 
Roi^i dì Napoli ed in quella dei Raccesi^ ed accademico pellegrino di 
Roma. 

Fu eletto poeta del teatro degli Armonici di S. Bartolomeo in 
Napoli. E forse frutto di questo suo ufficio fu il suo libro sull'arte 
rappresentativa. ' 

Non molto traeva dai suoi drammi e dalle sue cause, per modo 
che accettò anche la carica di censor promotoriale della Società degli 
Spensierati di Rossano. Mori in Napoli il 6 maggio 1704. 

Egli ci lascia qualche opera teatrale popolare che ancora si rap- 
presenta. * 



le ombre de' virtuosi defunti, e, dopo di 
xrcT nominati gli illustri poeti itAliani, co- 
mtacui a parUre de' nepoleUni, e cita an- 
cor» alcune opere totalmente ignote. 

Nella MaUttia d'Apollo^ come i lettori 
han veduto, il poeta bellamente finge Apollo 
dÌTcnuto ineomodaio per effetto della gran 
turba degli spoetanti poeti. II padre Carlo 
Casalìcchio gesuita, che fia uno dei revisori , 
ne diede il seguente giudizio : « Imo sicut 
ìllum. qua eruditione refiertum, qua patriae 
linguae porìtate cultura, qua argumenti 
commentatione ingeni osum multa laude, ita 
praelo dlgnnm tudico. * 

Il Porcelli, come abbiamo veduto, ristampò 
VAgnMMo e U iéaìattiu d'Apollo nel XVI vo- 
lunac della stia G>llc: ione. E non si sa vedere 
percbè nella sua ristampa omise due sonetti 
sugli otto, che sono in lode dell'autore. 

' Dell'arte rappresentativa premeditata ed 
all' improvviso. Divisa in due parti, stampate 
da Michele Luigi Mutio, in Napoli, 1699. 
Nella seco n da parte vi si trovano prose e 
verM in dialetto napoletano. 

' Per esempio : // vero lume tra le ombre ^ 
ovvero La spelonca arricchita per la nascita 
del Verbo incarnato. Qacst' opera pastorale 



sacfa, stampata in Napoli dal Paci, il 1698, 
col pseudonimo di Casimiro Ruggiero 
Ogone, si rappresenta ancora nel Naule. 

I popolani la concertano tra loro, poi 
ne danno rappresentazioni In case partico- 
lari, dandole il titolo di Cantata de li pastore,* 

Sono anche degne di nota: Il figlio del 
serafico san Pietro d'Alcantara, opera tragi- 
sacra. Venezia, Zino, 1684, in-ia, ristam- 
pata in Napoli, Pace, 1692; ivi, Troise, 
1695; ivi, Parrino, 1699; ivi. Pace, 17SO. 
In quest' opera il personaggio a nome .^t- 
cbio parla in dialetto napoletano. 

// Calloandro ovvero L' infedele fedele^ 
stampato nel 1698 e 1716. Anche in questo 
vi sono personaggi che parlano il dialetto 
napoletano. 

Chi volesse leggere il catalogo completo 
delle opere stampate ed inedite del Permcci 
può consultare f^i Elogi della Soeietd degli 
Spensierati di Rossano del Gimma, pubbli- 
cati nel 1703. 



* Vedi a pag. 326 in: Notizie biografi* 
che, ecc. del Martorana. Opera citata a pa- 
gina 173 di questo VI volume. 



2So PO£SI£ DI MILLE AUTORI 



CCCIX. 
John Dryden. 



Epistle to the earl of Roscommon, 

ON HIS EXCELLENT ESSAY ON TRANSLATED VERSE. 

(1680). 

In questa epistola il poeta parla dì Dante, ma cortigiano com'egli 
era, non vede giusto il posto di lui nella storia del pensiero poetico 
e della civiltà in Italia. 

Whether the fruitful hKle, or Tyrian shore 
The feeds of arts aiìd infant science bore, 
Tis fure the noble plant, translated first, 
Advanc'd its head in Grecians gardens nurst. 
The Grecians added verse: Their tuneful tongue 
Made nature first, and nature's God, their song. 
Nor stopt translation here: for conquering Rome, 
With Grecian spoils, brought Grecian numbers home; 
Enrich'd by thofe Athenian Muses more 
Than ali the vanquish'd world coub yield besore. 
Till barbarous natìons, and more barbarous times, 
Debas'd the majesty of verse to rhymes ; 
Those rude at first: A kind of hobbling prose, 
That limp'd along, and tinkled in the dose. 
But Italy, reviving from the trance 
Of Vandal, Goth, and Monkish ignorance, 
With pauses, cadence, and wel-vowell'd words, 
And ali the graces a good ear afFords, 
Made rhyme an art, and Dante's polish'd page 
Restor*d a silver, not a golden age. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 28 1 

Then Petrarch foUow'd, and in him we see, 

What rhyme improv'd in ali its height can be : 

At best a pleasing sound, and fair barbarity. 

The French pursued their steps; and Britain, last, 

Inmanly sweetness ali the rest surpass'd. 

The wit of Greece, the gravity of Rom, 

Appear exalted in the British loom : 

The Muses' empire is restor'd again, 

In Charles's reign, and by Roscommon's pen. 

Yet modestly he does his work survey, 

And calls a finish'd Poem an Essay, 

For ali the needful rules are scatter'd here; 

Truth smoothly told, and pleasantly severe, 

So well is art disguis'd, for nature to appear. 

Nor need those rules to give translation light: 

His own example is a flame to bright : 

That he who but arrives to copy well, 

Unguided will advance, unknowing will excel. 

Searce his own Borace could such rules ordain, 

Or his own Vìrgil sing a nobler strain. 

How much in him may rìsing Ireland boast, 

How much in gaining him has Britain lost! 

Their island in revenge has ours reclaim'd ; 

The more instructed we, the more we stili are sham'd, 

'Tis well for us his generous blood did stow 

Deriv'd from British channels long ago, 

That here his conquering ancestars were nurst; 

And Ireland but translated England first: 

By this reprisal we regain our right, 

Else must the two contendi ng nations sight; 

A nobler quarrel for his native earth, 

Than what divided Greece for Homerus birth. 

To what perfection will our tongue arrive, 

How will invention and translation thrive, 

When authors nobly born will bear their part. 

And not disdain th' inglorious praise of arti 



282 POESIE DI MILLE AUTORI 

Great generals thus, descending frotn cominandy 
With their owq toil provoke the soldiew band. 
How will sweet Ovid's ghost he pleas'd to hear 
His fame augmented by an English peer ; 
How he embellishes his Helen's loves, 
Outdoes his softnesSy and his sense improves! 
When these translate, and teach translators too. 
Nor firstling kid, nor any vulgar vow, 
Shauid at Apollo's grateful aitar stand: 
Roscammmon writes; to that auspicious band. 
Muse, seed the bull that spurns the yellow sand. 
Roscommon, whom both court ad camps commendy 
True to bis prince, and faithful to his friend; 
Roscommon first in fields of honour known, 
First in the peaceful triumphs of the gown; 
Who both Minervas justly makes his own. 
Now let the few belov'd by Jove, and they 
Whom infus'd Titan form'd of better elay, 
On equal terms with ancient wit engagé, 
Nor mighty Homer fear, nor sacred Virgil's page: 
Our English palace opens wide in state; 
And without stooping they may pass the gate. ' 



Giovanni Dryden fu scrittore e poeta fecondo quanto il suo 
quasi contemporaneo Giovanni Milton ; anch* egli scrisse quasi sempre 
le sue opere per avvenimenti di circostanza ; ma è il rovescio della 
medaglia paragonato al gran Milton. Milton alla moglie, la prima, 
la Powel, che lo incitava a rinnegare la sua coscienza, le sue con- 
vinzioni e la dignità letteraria per diventar ricco, rispondeva : « Vedo 
ff che sei come tutte le altre donne : tu vorresti una carrozza, e io 
(c voglio morire onest* uomo come son vissuto. » Io non so se la 
moglie di Dryden fosse simile alla Powel, ma è certo che costui 
rinnegò la sua coscienza, le sue convinzioni, e la dignità letteraria per 
essere ricco Figlio di un baronetto di Canons Ashby nella contea di 
Northampton fu educato a Westmìnster e poi a Cambridge. Si fece 
conoscere nel 1658 pubblicando Heroic stan:^as on the late lord Pro- 

' Vedi * pagg 137-139, voi. II, in: Drydtm't potms. London, Bftldwìn, 1790. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 283 

Uctor, in cui si mostrava ardente presbiteriano ed ammiratore di 
Cromwell. E questo saggio di sua poesia fu notevole» e se si para- 
gona con i versi di circostanza composti per la morte del Protettore 
dallo Sprat e dal Walter, si vede che doveva aumentare la grande 
aspettazione del nascente poeta. 

Ma gli entusiasmi del nascente poeta erano fuochi di paglia. 
Qjjando il re fu restaurato, il Dryden approvò i panegiristi della 
usurpazione del potere popolare, cambiò le sue opinioni e la sua 
professione di fede e pubblicò: Astrta redux, apoem on the happy resto- 
raiion and return of bis most Sacred Majesty King Charles the Second. 

Con questa pubblicazione il giovane poeta entrava nell'orbita 
del nuovo sole, ma prostituiva la sua musa. In questo suo primo 
poema in lode del nuovo re si lessero i due seguenti versi: 

An horrid stillness first invades the ear. 
And in that silence we a tempest fear. 

Il primo di questi versi suscitò una vera rivoluzione tra i critici. 
Come mai il silenzio, che è una vera privazione, qualche cosa di ne- 
gativo, può invadere l'orecchio? E su questa grande quistione si 
affilarono le penne. Ma i motteggiatori e gli antichi compagni del 
transfuga furono dalla parte dei critici e lo perseguitarono per lunga 
pezza col ridicolo. Il neofita però non si perdette d' animo e subito 
mise fuori un secondo poema laudativo del nuovo re. 

A proposito del primo poema e dell'accusa di voltafaccia mossa 
contro il Dryden, un suo biografo tenta di difenderlo cosi : 

cr The reproach of inconstancy was, on this òccasion, shared with 
ce such numbers, that it produced neither hatred nor disgrace ! is the 
« changed, he changed with the nation. It was, hoverer, not totally 
et forgotten when his reputation raised him enemies ». ' 

Queste parole mentre non fanno assolvere il poeta, fanno torto 
a chi le ha scritte. È troppo facile il dire che se egli cambiò, cambiò 
con la nazione, e che la sua incostanza non produsse né odio né 
disgrazia. Troppa indulgenza per questi volteggiatori del pensiero e 
con simile difesa si possono coprire tutte le apostasie e tutti i tr.i- 
dimenti. Ma lo stesso biografo ha sentito la debolezza della sua di- 
fesa, dicendo che ciò nonostante la incostanza del poeta non fu del 
tutto dimenticata anche quando saliva la sua rinomanza. 

Il Dryden assetato di oro e di fama prese a scrivere di tutto, 
indirizzando ogni nuova produzione sua a qualche potente personaggio 

' Vedi * {Mg. 124, voi. II, in: Works phicAl And crìtic*!, by Samuel Johnson. 
of th€ nigUsh poels. With prefaces, biogr*- London, 1790. 



284 POESIE DI MILLE AUTORI 

del giorno. Cosi nel 1664, pubblicando il Rivai Ladies^ lo dedicò al 
conte Orrery, uomo di alta riputazione come scrittore e come sta- 
tista. E nella dedica prese a parlare della produzione drammatica 
rimata. E veramente egli s* indirizzava ad un convertito, perchè il 
conte di Orrery era egli stesso uno scrittore di tragedie in rima. 
L' uso di comporre tragedie in rima era stato introdotto dopo la re- 
staurazione, a quel che sembra dal conte di Orrery, per compiacere 
r opinione del nuovo re Carlo II, il quale aveva formato il suo gusto 
sul teatro francese. Come si vede e il poeta e il crìtico cercava, 
carezzando il conte, di entrare sempre più nelle grazie reali. 

Nel 1667 pubblicava V Annus tnìrabilis (The jear of wonderi)^ 
eh* egli indirizzò a sir Robert Howard, con una delle sue solite let- 
tere in cui voleva farla da critico. E la sua condotta, anche come 
al solito, non sembra spiegabile, se sotto la vernice del poeta e del 
letterato non si cerca la pelle del cortigiano. Il Dryden, come 
abbiamo veduto, nella sua dedica al conte di Orrery, aveva difeso 
il dramma rimato, e sir Howard, nella prefazione alla collezione di 
commedie, censurò le sue opinioni. Dryden ribattè nel suo dialogo 
On dramatick poetiy ; a sua volta V Howard, nella prefazione al suo 
Duke of Lerma, cercò di confutare le nuove e le vecchie ragioni. 
E il Dryden daccapo ; nella prefazione al Indiati Imperar replicò con 
grande asprezza e grandissime contumelie. E questo era scrìtto nel- 
Tanno stesso in cui veniva pubblicato VAnno mirabile. 

Intanto con la morte di Guglielmo Davenant, il Dryden ot- 
teneva finalmente il premio che aveva agognato con tutte le rive- 
renze della sua flessibile schiena ; era nominato poeta di corte, col 
salario fìssalo da Carlo I in favore di Jonson, cioè cento sterline ed 
un barile di vino, rendita che, in quei tempi, non era inadeguata ai 
bisogni delia vita. Nel medesimo anno pubblicò i suoi saggi sulla 
poesia drammatica, un elegante ed istruttivo dialogo. E questa sua 
opera pare che fosse poi presa a modello dalTAddison nei suoi Dia* 
logìn sulle medaglie. 

Intanto la sua fama saliva a furia di rumore, eh* egli sapeva 
fare intomo al suo nome, e per mezzo delle sue dediche, delle sue 
lettere e dei suoi discorsi, che facevano impressione, sebbene egli 
non si addentrasse nello spirito umano, tenendosi alle quistioni di 
lingue e di pensierì minutamente e capricciosamente, perchè erano 
scritti in quella forma piacevole e spiritosa, alla moda francese che 
egli per il primo introduceva nella letteratura inglese. E cosi era 
insofferente, fra i suoi trionfì, che altri sorgesse suli' orizzonte. E, circa 
il 1673, pare che fu molto turbato dal successo di Empress of Marocco^ 
tragedia rimqta scritta da Elkah Settle. I grandi applausi prodigati 
alla nuova opera gli fecero sembrare di mettere in grande perìcolo 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 285 

la sua gloria e la sua supremazia. E il Settle, sebbene non fosse in 
grande stato, pur confidando nel successo, pubblicò la sua produzione 
con belle incisioni ed una prefazione di sfida. Una gran contesa si 
infiammò, e il malaccorto Dryden, con i suoi scritti, diede al Settle 
quella fama che questi non aveva. L' Imperatrice del Marocco sarebbe 
stata detronizzata senza le furie del poeta cesareo. 

Sarebbe qui ozioso, e, certamente, fuor di luogo, il seguire il 
volubile e furioso nostro poeta nella storia cronologica di tutte le 
sue commedie e tragedie, che, prese insieme, son ben ventisette, e 
non rappresentano nemmeno la parte migliore del suo talento. 

Per fermarci su qualche cosa davvero importante, e nella sua 
produzione inlellettuale e nella storia letteraria inglese, dobbiamo 
correre fino al 1681, in cui egli compose, ad istigazione di lord 
Shaftesbury, la memorabile satira intitolata Absalon and Achitophel^ 
in cui prese a pettinare i IVhigs, In questa sua poesia si leggono i 
suoi distici migliori, ed egli, che era padrone delia lingua, fa sfoggio 
in essa di parole precise, di costruzioni semplici e limpide e tutta 
la spontaneità e la snellezza del componimento ha maggior sapore 
dallo spirito che vi è dato con mano sapiente. £ così questa sua 
satira fece ricordare il suo Anno mirabile^ forse la sua miglior cosa, 
e fece perdonare all' uomo, in grazia del poeta, non pochi peccati. 

Divenuto cattolico per piacere agli Stuardi, non è meraviglia 
che nel suo zelo interessato di neofita pubblicasse intomo al 1687 
una favola allegorica dal titolo Hind and Panther (La cerva e ìa pan- 
Ura\ nella quale fa diventare la cerva una calorosa e cavillosa so- 
stenitrice della tradizione apostolica cattolica romana. Q,uest* allegoria 
fece nascere la parodia The City Mouse e Country Mouse scritte da 
Montagne, che fu poi conte di Halifax, ed altri scritti di occasione. 
Aveva voluto esser critico, poeta drammatico, satirico, narratore, 
didattico, lirico, volle essere anche traduttore e diede la versione, 
nel 1693, di Giovenale e di Persio, cui mise un' ampia prefazione, 
in forma di dedica a lord Dorset. E V anno dopo incominciò la più 
laboriosa e difiicile di tutte le sue opere, la traduzione di Virgilio. 
Vi stette intorno tre anni e la pubblicava nel 1697, avendo l'età di 
sessantasei anni. E questa volta, forse, perchè edotto dall' ingratitu- 
dine della reggia e dei potenti del giorno, che lo lasciavano nel- 
1* oblio, non con opportunità di profitto, ma con atto molto lodevole, 
dedicò le Pastorali a lord Clifford, le Georgiche al conte Chesterfield 
e r Eneide al conte di Mulgrave. Nonostante il lungo studio e il 
grande amore, questa traduzione virgiliana fu giudicata debole ed 
ammanierata, fu censurata dal Milbourne e dal Pope, il principe dei 
crìtici d' allora, il più giusto dei critici : « The fairest of criticks. » 

La sua ultima opera furono le favole. In questo volume com- 



286 



POESIE DI MILLE AUTORI 



prese la sua ode per santa Cecilia, assai decantata, e, forse, oltre 
il suo merito, per ricchezza di lingua e vivezza di antitesi. 

Mori il i^ maggio 1701, e fu sepolto nella badia di Westminster, 
dove Giovanni, duca di Buckingham, gli eresse un monumento. Egli 
rimase lunga pezza dimenticato finché non ebbe la fortuna di fissare 
r attenzione di Walter Scott, il quale ne raccolse tutte le opere in 
diciotto volumi' e ne rifece la biografia con giusti criteri. Ed ora, 
nonostante i suoi non pochi difetti, è tenuto come uno dei principali 
poeti inglesi. E certamente egli seppe assai spesso avere espressione 
spontanea, adattata al suo tema e lo stile facile di una semplicità 
quasi biblica. Non ha genio drammatico, né profondo sentimento; 
ma, senza dubbio, possiede V arte di piacere quasi a tutti. Imitò i 
francesi e con la lingua loro arricchì la propria, senza alterarla, con- 
servando r originalità delle costruzioni e la forza delle ellissi, e delle 
metafore. Nocque al poeta V uomo ; epperò pur tenuto nel pregio, 
che merita, fra poeti e letterati, non ha quella popolarità, che, in 
fondo, è la gloria vera. 



' Prima della raccolta completa dello 
Scott sono da notarsi le seguenti edizioni : 

— Tb* dramaliek wcrkt of John Dryden. 
London, 1761, voli. 6 in- 12. 

— ThtfahUSf «'ilh (IX) engravings from 
the pencil of lady Diana Beanderc. London, 
T. Bensley, 1797, fol. picc. 

— Th* criticai and miscéllaneous frou 
vjorks, with notes and illustrations by Edm. 
Malone. London, 1800, voli. 4 in-8. 



Walter Scott pubblicò, la prima volu, 
la sua raccolta in Londra, il 1&08, con 
questo titolo di : The eomplek vwrhs ofjohm 
Dryd*n, with notes and life. Qyiesu rac- 
colta fu ristampata nel 18x8, E finalmente^ 
in Edimburgo, il i8ai, ebbe una terza edi» 
zione con questo titolo : Dryden Jokn's 
Works, with notes, hystorìcal, criticai and 
ezpUnatory, and a life of the author by 
sir Walter Scott. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 287 



cccx. 

Ludovico Adimari. 



Satire. 

Nella sua satira terza fa allusione all' esilio di Dante ed 
alla sua morte in ravenna. e nuovamente a lui fa allu- 
sione nella satira quinta. 

(1680). 

Nella satira terza contro il vizio della bugia e suoi seguaci, Me- 
nippo dialoga con Verità. 

Eccone il principio in cui si fa allusione a Dante. 

Menippo. 

Dell' Etrusco terren son questi i lidi 
Dove stanca t' aggiri : or posa, e meco. 
Donna infelice, in grembo a* fior t* assidi. 

Senti, che dolce è il sospirar dell' eco ; 
Che la frese' aura e 1' augellin d' intorno 
D* alte armonie fan risuonar lo speco. 

Mira, che il suol di tante pompe adorno 
Per gli sparsi palagi, e 1' aer lieto 
Bei raggi accresce al bel seren del giorno. 

Qui sul mattin solea nel più segreto 
Orror del bosco prevenir 1' aurora, 
Gran terror delle belve, il forte Ameto. 

Là sul meriggio ei favellò talora 
Fra vaghe ninfe, udendo i dotti accenti 
V alto Toscan eh' or si Y Italia onora. 



288 POESIE DI MILLE AUTORI 

Tacquer più volte ad ascoltarlo i venti, 
E il fiume stesso limpidetto e puro 
Sospese i passi ai fuggitivi argenti. 

Sorgea Fiesole a destra, e Y ampio muro 
Fea di se stesso alto diadema al monte. 
Già chiaro e grande, or piccol nome oscuro. 

Quella, che al ciel fastosa alza la fronte, 
D' Etruria bella è la città reina, 
Che l'Arno ha prigionier tra ponte e ponte. 

Mira del maggior tempio al ciel vicina 
La testudine alzarsi, e gir tant* alto. 
Che il confin delle nubi a lei s' inchina. 

L* eccelsa torre di marmoreo smalto 
Vedi, che seco al par s' estolle e vuole 
Air empirea magion far nuovo assalto. 



Verità. 

O dell' antica Roma inclita prole, 
Città d' ogni altra più felice e bella 
Fra quante illustra col suo raggio il sole : 

Fama, che dell' Europa il fior t' appella. 
Grida, che tua mercè gran pregio ottiene 
Ogn' arte illustre e la gentil favella : 

Che di saggio valor tal gloria viene 
In te dai figli tuoi, che a Italia sei 
Famosa imago dell' argiva Atene ; 

Tu sol fra tante insuperbir ti dèi, 

Ch' essi con opre grandi in senno e in armi, 
Nacquer mortali e s* uguagliaro a' Dei. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 289 

Del favellar sublime in prosa e in carmi 
Desti gli esempi, ed insegnasti a noi 
Come i bronzi avvivar, le tele e i manni. 

Fortunati per sempre i lidi tuoi, 

D' onde in copia maggior sovente uscirò, 
Che dal troian cavai, duci ed eroi. 

Ben io contenta del tuo ciel, respiro 
L'aura gentil, che placida e soave 
Nel cuor mi tempra ogni crudel martiro. 

Ma se il mio dimandar non ti fia grave. 
Dimmi : a' gran moti tuoi qual fin prescrisse 
Del tempo il corso, e qual riposo or ave ? 



Menippo. 

Mentre Firenze in libertà sen visse. 
Ben sai qual di sue genti il rio furore 
Mortai teatro in se medesma aprisse. 

Fra il gemito, fra il sangue e fra V orrore 
Cadde al terren, poi dal terren risorse 
A nuovo affanno e del primier maggiore. 

Si d'uno in altro mal ratta trascorse. 
Che se talor passò breve quiete. 
Per pena il ciel, non per pietà gliel porse. 

Non giunser le sue leggi oltre le mete 
D' un giorno appena, e fur de' suoi molt' anni 
L* ore più corte, le felici e liete. 

• 

Albergo di dolor, nido d'affanni 

Più d'un secol mostrossi, e al popol fiero 
Die' r armi in man per ingrandir tiranni. 

Du Balio. Voi. VI. 19 



290 POESIE DI MILLE AUTORI 

Arse di civil fiamma il corso intero 
Di lunga età, ne' vari nomi involta 
Di guelfo e ghibellin, di bianco e nero. 

Fur le discordie a lei cagion talvolta. 
Che cinta dall' insidie e dai perigli. 
Benché fosse prudente, apparve stolta; 

Poiché seguendo i pessimi consigli, 
Per arricchire il forestier terreno, 
Scacciò dal petto, ingrata madre, i figli. 

Ravenna il sa, Padoa il può dir non meno, 
E r una e T altra gloriar si debbe 
Che il cener sacro han de' suoi cigni in seno. 

Pur quindi appar, se disunita accrebbe 
Tant' oltre il regno, a qual confin lontano 
Con r intema union giunta sarebbe. 

Ecco il brano della satira quinta : 

Febo. 

Prendiamo a ragionar dell' irascibile. 

Che in donna é molto; e questo vizio dove 
Trova men resistenza, è più terribile. 

Potria fortezza ritardar sue prove. 

Ma la fortezza in donna alberga poco, 
E con r altre virtù s' asconde altrove. 

Era meglio che fosse o miito, o roco 
Colui, che disse col mirabil canto : 
Chi può dir com' egli arde é in piccol fuoco. 

La femmina il mentisce, e si dà vanto 
D' aver senza misura ascose iti grembo 
Le fiamme d'ira, e non celarle alquanto. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 29 1 

Non mai si fiero e strepitoso il nembo 
Il suo fragor con gli aquiloni accorda. 
La densa nube apre alle pioggie il lembo ; 

Né il gran rimbombo è tal, che il mondo assorda 
Là dove il Nilo tra scoscesa balza 
Piomba, e la gente diventar fa sorda ; 

Quale il rumor di donna al ciel s' innalza, 
Se mai talvolta con ragione o torto 
U ira mal nata a strepitar Y incalza. 

Ella, che sente il suo poter si corto. 
Vuol neir ira scoprir, che il cuore ardisce 
Tutto nel mal, se al bene oprare è morto ; 

E tanto il caldo affetto in essa unisce 
Forza a voler, che men tremendo appare 
Serpe, che in Libia incontro al sol si lisce. 

D' insolito velen bevande amare 

Compor non teme, e porsi in man queir armi 
Che or or tremante non ardia guardare. 

Sai pur, che il tracio Orfeo le belve, i marmi. 
Le piante, e V ombre del frondoso bosco 
Trasse al bel suon d' armoniosi carmi : 

Ch' egli non morto ancor per T aer fosco 
Giunse di Stige alle tremende porte, 
Sentier poi noto a quel di Manto e al Tosco. 

Quivi del fato ad onta della morte 
Rotta ogni legge, ottenne a suo piacere 
La perduta del mondo alma consorte. ' 

* 1 Tersi sopra stsmpsti cosi si leggono morale di ess« di Giulio Carctno. Torino, 

a psgg. 163-165 e aS4'35$> ^* ^'1 ^° * ^^Si* àtlì». Società editrice dell* Biblioteca 

RaerolU dei po»H satirici italiani, premessovi d^ Comuni italiani, 4 volumi in-is. 
m ^Korso intomo alla satira ed airufficio 



292 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Ludovico Adimari nacque in Napoli il 3 settembre 1644 e morì 
in Firenze il 22 giugno 1708. Fu successore di Francesco Redi nella 
lettura di lingua toscana nello Studio fiorentino. Fu versatissimo nelle 
discipline storiche e nelle naturali, epperò le sue poesie, sebbene si 
fosse un tal poco poeta cortigiano, oltre al pregio della lingua e dello 
stile, hanno pur quello di essere ricche di varie ed utili nozioni. L' im- 
peratore Leopoldo lo ebbe assai in pregio. Fu accademico della Cru- 
sca. Le sue satire, composte verso il 1680, che sono il meglio del 
suo talento, e tra le migliori del Parnaso italiano, stampate dopo la 
sua morte, ebbero parecchie edizioni, e si leggono ancora con pia- 
cere. ' 



' Si conoscono di lui le teguenti opere 
* itimpa ; 

— Ia gare dtU'awtort « dtlV amUiiia, com- 
medÌA reciuu dai Givalieri della conrer* 
saiionc di borgo Tegolaia, ecc. Firenze, 
alla Condotta, 1679, in-ia. Questo dramma 
fu dedicato a Francesco Maria di Toscana, 
e dÌTÌso in tre atti in prosa, ed è l'opera 
più rara dell' Adimari, non essendo stata co* 
nosdttta né dall' Allacci, né dal suo conti- 
nuatore, e nemmeno dal conte Maasacchelli. 

<— // tarctrùr* di $i ««ifitmo, dramma 
per musica, rappresentato nell'Accademia 
degli Infuocati. Firenze, per Vincenzo Van- 
gelisti, 1681, in- 12. Nella dedicatoria del- 
l'autore al principe Francesco Maria di To- 
scana dice esser questo il secondo dramma 
indirizzatogli. Infatti, egli ne compose degli 
altri, che furono recitati in Firenze da al- 
cuni cavalieri, come abbiamo visto, con ap- 
plauso universale. 

— PotsU alla maestà del gloriosissimo 
e cristianissimo re Lodovico XIV il Grande. 
Firenze, 1693, in'4. 



— Potsi* saeri e morali. Firenze, nella 
stamperia di S. A. S. per Giovan Filippo 
Cecchi, 1696, in-folio, in tre parti. 

— iVoic f ocre contenenti . il compendio 
della vita di santa Maria Maddalena dei 
Pazzi e la relazione delle feste fatte in Fi- 
renze per la sua canonizzazione ; con un 
discorso della Passione del Redentore Fi- 
renze, nella stamperia di S. A. R. per Anton 
Maria Albizzinl, 1706, in-4 II discorso tu 
riprodotto nel quinto volume delle PfM$ 
JÌoremtin€ col titolo di Ora^iomi mi VenerA 
Santo, 

— SaAr», Amsterdam, per Stefano Roger, 
17 16, ia-8. Quest'edizione, eseguita in Ita- 
lia, è scorrettissima, e non meno scorretta 
ne fu la ristampa, che si fece in Livorno 

* colla finta data di Amsterdam nel 1764, 
ln-« gr. 

Il Poggisi! oe diede, colla data di Lon- 
dra (ma Livorno, per Tommaso Masi e 
compagno), nel 1788, in-ia, un'edizione 
corrctu, preceduta da un breve elogio del- 
l'autore, da lui compilato. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 293 



CCCXI. 

Vincenzo da Filicaia. 

La Poesia. 

Alla sacra real maestà di Cristina regina di Svezia. 

Canzone. 

(1685). 

Il poeta mette in bocca alla Poesia, che gli appare in sogno, 
un'allusione a Dante, al Petrarca ed al Tasso. 

Nel più alto silenzio, allor che amico 
Sonno, col dolce ventilar dell' ale. 
Gli occhi del mondo affaticato serra, 
Grave in vista, e di stirpe alta immortale 
Donna m' apparve di sembiante antico, 
Ma di valor non conosciuto in terra, 
E disse a me : Dall' implacabil guerra, 
Ch' io già sostenni, e dal crudele strazio. 
Che di me fero i secoli tiranni. 
Respiro ; e de' miei danni 
O impietosito, o stanco forse, o sazio 
É il destin. Ben sai tu, quai serti, e quante 
Al crin ghirlande in varie guise avvolsi. 
Quando uscita di Grecia, in Campidoglio 
Tenni d'Augusto il soglio, 
E quante poi strane sciagure accolsi 
In quell'età, che tutte a poco a poco 
Tacquer le cetre, e roco 
Si fé' ogni cigno e del Castalio Impero ' 
Le pompe, e '1 fasto al mio cader cadero. 

' Dell'impero delle Muse. Cesulio, fonte tul monte Parnuo. 



294 POESIE DI MILLE AUTORI 

Caddi, e d' oscura fama in me si scorse ' 
Qualche incerto baglior, finché '1 malvagio 
Ruinoso barbarico torrente 
Inondò Roma, e nel fatai naufragio 
Le bell'Arti perirò. Oh qual mi corse 
Gel per Y ossa in mirar naufraghe, e spente 
Le mie glorie, il mio nome! Egra, e dolente 
Porsi a vii ferro il piede, e in ceppi stretta 
Piansi, e tra genti barbare e feroci 
Barbari accenti e voci 
Fui dal destino a proferir costretta. 
Ma com' aspro incivil tronco selvaggio. 
Se avvien, che ramo a lui gentil si unisca, 
Ringentilisce, e si marita poi 
A frutti, e fior non suoi; 
SI l'ausonia gentil favella prisca' 
S* innestò su '1 barbarico linguaggio, 
Nacque il dolce idioma, onde T egregia 
Tua patria illustre a gran ragion si pregia. 

Cosi poi, che l'imperio alto di Roma 
Cadde di seggio, e del regal aspetto, 
E del parlar la maestà perdeo, 
Itale rime io d' intrecciar diletto 
Presi, e d' un Tosco allor fregiai la chioma ; 
D' un tosco alloro, che del lauro acheo 
E del romano a par crebbe, e si feo 
Illustre serto all' onorate fronti. 
Il san quei due, che all' Amo in riva il chiaro 
Lor canto all' etra alzaro ' 
E '1 sa chi tutti d' Ippocrene i fonti 
Bevve, e cantò del pio Buglion l' imprese, ^ 
E quegli altri, il cui stil sembra, che muova 
Lite all' antico, e gli s* agguagli in parte. 



' L* liagu* Utiiu. I 3 Torquato Tuao. 

' Dante AUgbieri e Petrarca. 1 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 295 

Ma quai veggiam le sparte 

Semenze in rio terren far trista prova; 

Tai le mie rime in secolo scortese 

Poco allignarOy e intese 

Con laude fur, ma strìnse il vento, e visse 

Di magri applausi sol quei che le scrisse. 

Cosi di rose ogni donzella il seno, 
E '1 crin s' adorna, e sconosciuto intanto 
Stassi '1 povero stelo infra le spine. 
Quindi le carte con livor poi tanto 
Sparsi ognor di satirico veleno; 
E quindi (oh tempi!) qual novella Frine, ' 
D* edera vile, e di vii mirto il crine 
Cinsi e mille cantai lascivi amori. 
Ah foss* io stata (è forza pur, eh' io il dica) 
Men bella, o più pudica! 
Fiamma piova dal Ciel, eh' arda, e divori 
Gli empi volumi, e '1 cenere profano 
Spargasi al vento. Io, che sull'arpa ebrea 
L' opre grandi, e '1 mirabile governo 
Cantai del Re Superno, 
Io di tal fallo, io di tal fallo rea? 
Tutte r acque dell' Indico oceano. 
Non laverian l' insano 
Sozzo ardimento, avvegnaché pur sia 
Colpa questa de' tempi e non già mia. 

Tal* io fui ; ma le tante, e si diverse 
Gravi sciagure al trapassar degli anni 
Punto alfin terminò d' alta ventura; 
AUor, che scesa dai superni scanni 
Gli occhi tutti del mondo in sé converse 
(Nuovo eccelso miracol di natura) 



PtmoM donna ateniese di mal costume. 



296 POESIE DI MILLE AUTORI 

La gran Cristina, che le glorie oscura 

Dei più famosi, e dal cui cenno pende, 

E per cui vive, e si sostien la Fama. 

Lei, che suo regno chiama 

Quanto pensa^ e quant' opra e quanto intende, 

Vidi un di dal gran fondo, in eh' io mi giacqui, 

Trarmi a riva. Il suo spirto indi mi parse, 

E spera, disse, il tuo Destin son io. 

Qual chiuso fior, s* aprio 

Al dolce caldo di quei detti, e corse 

L' alma dei labbri al varco ; ond' io non tacqui 

E dissi: Oh da ch'io nacqui 

Sfortunata felice, in cui di paro 

Tutte lor forze ambo le sorti usaro! 



Da indi in qua del poco men, che spento 
Ingegno mio le moribonde faci, 
Coir ingegno di lei desto, e ravvivo; 
E di pensier felicemente audaci 
A lei dall' arco del mio plettro avvento 
Dardi ben mille, e di lei canto, e scrìvo. 
Che come al forte scintillar di vivo 
Raggio vestite di color le cose. 
Air erbe il verde torna, e tornar suole 
Il bruno alle viole. 

Ai ligustri '1 candor, 1' ostro alle rose ; 
Cosi del regio sguardo in me l'acume 
SI vivo e forte balenò, che quanti 
Color vari adunai d' eccelse doti 
Nel secoli remoti, 

A me tornaro. Onde gli antichi vanti 
A far più illustri, con più altere piume 
M' alzo di lume in lume, 
E la grand' alma in vagheggiar, novella 
Virtude acquisto: e fommi ognor più bella. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 297 

Né di Giunon la messaggiera ' in tante 
Guise si vana, di quant* io diversi 
Lumi d' alte dottrine ognor mi fregio, 
E or r una, òr l'altra infondo entro i miei versi 
Sotto splendido velo, e in un sembiante. 
Che asconde, e mostra del suo bello il pregio. 
Né questa già più di queir altra io pregio ; • 
Che qual mai sempre indifferente, ed atta 
La materia or di quelle, ed or di queste 
Forme si adorna, e veste. 
Ed a ciascuna in modo egual si adatta; 
Tal di lattea facondia ora m' aspergo, 
Or vibro al falso acuti strali, ed ora 
Il ver fuggente afferro, or delle cose 
L' alte cagioni ascose 
Spiego; e se un raggio di lassù talora 
M' appar, si alto mi sollevo, ed ergo, 
Che tutta in Dio m' immergo. 
Si m* insegna costei, costei, eh' é vera 
Di sé reina, e senza regno impera. 

Ma oh come impera, e quanto! han da lei sola 
Spirto gli studi, e sol da lei s' infonde 
Vita, e luce agi* ingegni, e polso, e lena. 
Ond' ella in me tanto del suo trasfonde. 
Che vive, e spira, e sol risuona, e vola 
Per lei '1 mio nome. Oh qual per lei serena 
Pioggia di carmi con faconda piena 
V Aonie sponde * allaga ! oh quali, e quanti 
Da lei trascelti a saettar 1' obblio 
L* arco scoccar vegg* io 
Sacri di Pindo arcier mai non erranti ! 
Si avvien, che ad onta dell'età rinnove 
Col suo spirto se stessa, e all'etra poggi. 



' Iride, figUuoIft di Taumante e d' Elei- 
tra, fu la measaggiera di Giunone : era 
rappresentata dall' arcobaleno. 



' Aonia, la parte montuosa della Beozia, 
ove sorgevano i monti sacri alle Muse. 



29S POESIE DI MILLE AUTORI 

Né più vive Cristina, ov* ella spira, 

Che dove all' alme inspira 

Valor, che a farsi etemi in lei s' appoggi. 

Dove più fervon le beli' opre, e dove 

Fia, che vinù si trove, 

Dove in pregio è '1 saper, dove s' affina 

Ognor r arte coli' arte, ivi è Cristina. 

Ella del grave suo dolce costume 
Vestemi, e vuol, che maestate io spiri, 
E negli atti e nel volto aria le renda; 
Né vuol, che tra i poetici deliri. 
Fiato m' infetti di lascivia, e fumé 
Vapor, che saglia, e in folgore tremenda 
Converso, i cuor men casti arda, ed incenda. 
Il sai tu figlio, più degli occhi miei 
Figlio diletto, alla cui sete i tersi 
Fonti di Pindo apersi. 
Tu, che torbido umore unqua non bei. 
Né stilla impura di profano inchiostro 
Versasti mai : tu, nel cui stil rimbomba 
Il valor vero, e che con vere laudi 

. Alle grand' alme applaudi : 
Tu lascia il plettro, e in suon più che di tronlba 
Costei prendi a cantar del secolo nostro 
Grande ammirabil mostro. 
Pregi ella in te quel, che da lei deriva, 
E '1 tuo difetto alla sue glorie ascriva. 

Solcasti, é ver, con fortunate antenne, 
L' acque di sue gran laudi, e suU' arena 
Sciogliesti il voto, e ne gioir le rive, 
E appena i venti lo crederò, e appena 
Il credè 1' onda. Ma chi fia, che imp'enne 
L' ali a varcar tant' altri mari, e arrive 
Dell' acque al termin d' ogni termin prive ? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 299 

Quanto, oh quanto più ampio, ed ampie ignote 

Glorie ignoto Oceano in quella, e in questa 

Parte a solcar ti resta! 

Se potrà la mia stella (e che non puote?) 

Quel mar, che mai non vide arbori, e sarte 

Scoprirti; oh come attonite le sponde 

Gir vedran le tue vele al graq cimento, 

E al nobile ardimento 

Strade insolite aprir le vergini onde! 

Sciogli dunque dal lito; a parte a parte 

Quanto hai d' ingegno, ed arte 

Qui mostra, impiega qui, qui tutto adopra; 

Fia r opra istessa il guiderdon dell' opra. 

Si disse; e un verde alle mie chiome intorno 
Giovane lauro avvolse. AUor disparve 
Con essa il sonno, e apparve 
Di maggior luce adomo. 
Sulle pendici d' Oriente il giorno. ' 



' Qpesta caiuooe co«l si legge, « pa- 
giae iix>ii8, in: Poesie di Vioceuo da 
Filicak, edidooc secooda, tip. e libreria 



Salesiana. Torino, 1884. Per le notizie bio* 
grafiche e bibliografiche del Filicaia vedi a 
pag. 214 di questo VI volume della Raccolta. 



500 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXII. 

Incerto autore. 



Contro alcuni mali poeti moderni. 

Satira 

AL CAVALIER FRA TOMMASO StIGLIANL 

(1686). 

L'autore, nel seguente brano di questa satira, burlandosi dei 
fabbricanti di frasi e similitudini strampalate, afferma che ciò non si 
vedrebbe se rimanesse ancora la sementa di Dante. 

Voglio, dico, parlar brusco, ed amaro ; 
Rispondetemi, o voi dotti Lombardi, 
Che fate idili ognor senza riparo. 

In voi medesmi ornai fissate i guardi, 
E ne' traslati, che fuor d' ogni legge 
Usate senza i debiti riguardi. 

Perchè Y alta Cagion, eh* il Ciel corregge, 
E tempra con lo ciglio gli elementi. 
Pedante il dite di stellato gregge ? 

Perchè del gran Banchier zecchini ardenti. 
Vi compiacete nominar le stelle, 
Stupor destando in rintuzzate menti ? 

Ed è fra voi chi le medesme appelle : 
Buchi lucenti di celeste cribro, 
Lucciole eteme, e luminose agnelle. 



IKTORKO A DANTE ALIGHIERI. 3OI 

Che maraviglia dunque, mentre vibro 
Di Licambeo veleno i versi molli. 
Se stolide pazzie condanno, e libro ? 

Già lessi d' un, che nacque a pie de' colli. 
Che bagna il Reno, vorria dir Bologna, 
Questi bei, che tacer versi non volli : 

a Vero dirò, forse, e parrà menzogna, 
« D' orrida idropisia gonfiato il mare, 
« Coperto il sol di bianca, e fredda rogna: 

« Con pie di squamma d' or Proteo danzare, 
« Etiche r erbe, e '1 bosco paralitico », 
Con simil ciance che non anno pare. 

Ditemi, poi eh* io son d* ingegno critico, 
Novel Quintilio, e novell' Aristarco, 
D' un uomo malinconico più stitico. 

Ne lo scriver vorrei certo esser parco. 
Ed a chi leggerà non recar tedio. 
Ma di giunger al fin non trovo il varco. 

Forse che '1 mio cantar darà rimedio 
A cotai spirti di poeti pazzi. 
Però ritomo al cominciato assedio. 

Né fia che qui di te non mi sollazzi, 
Bench' i* ti taccia, che chiamare osasti 
Le bianche nubi, aerei materazzi, 

E più sotto, le lucciole cantasti 
Lanternini animati, e vivi moccoli, 
Incarnate candele, e questo basti. 

Credete, o indegni di coturni, e zoccoli. 
Che più in tal guisa ai mondo si scrìvesse 
Da gente tonda al pari di bricoccoli ? 



302 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Se la semenza in noi più rimanesse, 

O di colui eh' amò tanto Gebenna 

O ver di quegli, che sicuro impresse 

• 
L* orme pe *1 dubbio suol, se il vero accenna, 

Quando nel morto mondo gli fu duca 

Del gran Virgilio la famosa penna. 

Non fora ogni vostr* opera caduca. 
Onde forte pavento, che fra voi 
De r antico valor raggio non luca. * 



' Qjiesti versi di incerto autore coti ti 
ledono in : Scelia di potsU italiant, non mei 
per l'eddietro stampate, del più nobili autori 



del nostro secolo. Veneàa» MDCLXXXVI. 
presso Paolo Baglioni, con licenza dei su- 
periori. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 3O3 



CCCXIII. 

GiovAN Battista Fagiuoli. 



Al signor Benedetto Borghigiani, oggi dignissimo pio- 
vano DI S. Stefano in Pavé, che, nell' accademia 
DEGLI «Apatisti», disse l'orazione sopra il beato 
Giovanni di Dio, l' anno 1 687. 

(1687). 

In questo capìtolo V autore, umorìsticamente, dà del Dante al 
signor piovano. 

O signor Benedetto Borghigiani, 
Se vo* sapeste il caso, che mi avvenne; 
Gli è un caso, che può star tra' casi strani. 

Aveva temperato almen sei penne, 
Empiuto il calamar d' inchiostro nero. 
Fatto di carta provvision solenne : 

E per dar luogo al giusto e insieme al vero. 
Per far in vostra lode una canzone 
Cercai di sollevar tutto il pensiero. 

Chiamai le Muse più pietose e buone, 
Che mi temprasser, volea dir la cetera, 
Ma la rima fa dirmi il colascione. 

Aveva cominciato a dir : AH' etera, 
Alata Dea, con gli oricalchi tuoi, 
Manda di Benedetto ì pregi, et cetera. 



304 POESIE DI MILLE AUTORI 

E con parole scelte avea di poi 
Detto le belle cose; i' v' avea messo 
Il faretrato Orante e i lidi Eoi. 

Io vi chiamava onor del bel Permesso : 
E quando cantavate in rima etrusca, 
Dicea, eh' Apollo uscia fuor di se stesso. 

Che faria l'Accademia della Crusca, 

Se non vi pon tra gli autor suoi diversi. 
Una minchioneria la più babbusca. 

Perchè il nostro parlar con modi tersi 
Voi r arricchite, e rassembrate appunto 
Nella prosa il Boccaccio, e Dante in versi. 

Che quando a far un* orazione in punto 
Voi vi mettete di qualch* uom pregiato, 
Provate veramente il vostro assunto: 

Come oggi per esempio del beato 
Giovan di Dio, che non diceste mai, 
Che non restasse in realtà provato ? 

Gran sodezza d' ingegno io n' ammirai : 
E con me v' ammirò bensì ciascuno, 
Che di quel, eh' intend' io, più intende assai. 

Era entrato di poi nell' un vi* uno, 
Quando versi latini componete. 
Che stupir fate, ed ammutire ognuno, 

E diceva, in comporgli, che v' avete 
Un modo si gentil, eh' io ve n' invidio; 
Perchè voi fate quel, che voi volete. 

* Se in elegie, non la cedete a Ovidio : 
Marzial negli epigrammi vi mostrate: 
Virgilio ne' poemi ; oh gran mitidio ! 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 30$ 

E soggiugneva poi, che voi studiate 
E di e notte senza alcun riposo: 
E rettorìca sempre masticate. 

Che alla filosofia tutt* ossequioso 
Voi V* eri dato : e di teologia 
Non eri i sensi a penetrar ritroso. 

Che chi vi guarda alla fisonomia. 
Egli è costretto dire: In quella testa, 
Che cervello bisogna, che vi sia ! 

Seguiva a dir, che di san Pier la vesta 
Gode d'esservi addosso: e per dir tutto, 
Ch' eri figliuol di vostro padre : e festa. 

D'illustre pianta non men degno frutto; 
Che non nascon dall' aquila pulcini, 
Né da ingegno, eh' è bel, concetto brutto. 

Vi mescolava mille concettini 

Ch' ora non mi ricordo, e non so dire, 
Se gli eran viandanti o pellegrini ; 

Quando mi veggo avanti comparire 
Apollo, con un ceffo d' ira rosso, 
Che m' ebbe quasi quasi a far svenire. 

Ch' ei fusse lui, non v' è spina né osso ; 
Poiché non gli mancava un contrassegno: 
Fra gli altri, non avea vestito indosso. 

Or questi, com' io dico, pien di sdegno 
Gridò : Modo, che nuove, il mio Fagiuolo ? 
Ch' avete fatto, messer beli' ingegno ì 

Mostra qui questo foglio : oh gua' nel ruolo 
Chi vuole ir de* poeti, e far le lodi 
Di chi è già noto all' uno e ali* altro polo ! 

Dtt BAtio. Voi. VI. ao 



»' • r 



506 POESIE DI MILLE AUTORI 

Io Stesso ancor non ho trovati i modi 
Degniy a innalzar spirto cosi gentile : 
E tu gli accenti temerario snodi? 

Porta la fama già da Battro a Tile 
Di Benedetto V ammirabil geste : 
E tu oscurar le vuoi, cornacchia vile? 

Si stracci questa carta e si calpeste: 
E la spropositata filastrocca, 
Resti acconcia pel giorno delle feste. 

E a te se il grillo mai mai più ti tocca, 
Di metter in tal guisa il becco in molle, 
Ti vo' batter la cetra nella bocca. 

La canzone cosi stracciare ei volle: 
E tosto mi lasciò pien di dispetto,' 
Borbottando qual pentola, che bolle. 

Dunque, il mio caro signor Benedetto, 
So, che voi resterete persuaso, 
Perch' oggi in vostra lode nulla ho detto : 

Già voi sentiste, com' è andato il caso. ' 



Così il Baccini dice del Fagiuoli : ' 

« La famiglia del poeta Giovati Battista Fagiuoli, per chi non 
Io sapesse, venne in Firenze e vi si stabili circa il principio del se- 
colo XVII, abbandonando la quiete di quel deliziosisimo soggiorno, 
che è la Biata a Signa. Già un' altra famiglia Fagiuoli, antichissima 
e illustre, ben nota ai cultori delle patrie memorie, fu nella nostra 
Firenze, e si spense con Pierozzo di Pietro Fagiuoli il i° gennaio 1597. 
Egli è però probabile che le due famiglie discendessero ab antiqtw 



^ Questi versi così si leggono a pa- 
gine 319-321 in: Rime piacivoli ài Gio. Bat. 
Fagiuoli, fiorentino. Parte terza. In Firense, 
MDCCXXXII, per Francesco MoQche. Con 
licenza de* superiori e privilegio di S. A R. 



' Vedi a pag. 5 e segg. in: Giev, Bat- 
tista. Fagiiioìi, poeta faceto fiorentino^ no- 
tizie e aneddoti raccolti su documenti da 
Giuseppe Baccini. Firenze, Adriano Salani 
editore. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



307 



dal medésimo stipite: induzione che è confortata dal 1* aver avuto 
tutte e due una medesima arme gentilizia consistente in 

Tre piante di fagiuoli 

in campo giallo e 1* affermazione stessa del nostro, il quale, nel Ca- 
pitolo alla consorte: Sopra il contegno eh* ella dee tenere, esclama: 

Potrei mostrar qualche muflFato foglio, 
E qualche rosicata pergamena, 
E provar eh* io non son di vii germoglio. 

Potrei anch' io far comparire in scena 
Ventitré de' Prior, in cui Balla 
Godea la patria libertà serena. 

«Nacque questo bell'umore fiorentino Tanno 1660 e propria- 
mente, com' egli scrisse : 

Quel di, festa maggior de' Fiorentini, 
Che san Giovanni va per le ciambelle: 
Che son tirate a forza di girelle 
Barga, Montopol, Forcoli e Catini.' 

a Suo padre fu Anton Maria Fagiuoli, che il Cantini afferma 
esercitasse la mercatura, e fosse caro al cardinale Gio. Carlo 
de' Medici, da cui godeva stima e fiducia, e che era tenuto per un 
fìor di galantuomo dai principali negozianti di Firenze e di fuori. 
Fece alcuni viaggetti in Francia e in Inghilterra in compagnia del 
baronetto cav. Francesco Pardenio, e mori in Firenze il 12 gen- 
naio 1672, lasciando in un mar di miserie la moglie e V unico suo 
rampollo Gio. Battista. 

a Costei si chiamava Maria Maddalena, e discendeva da quel Fran- 
cesco Libanori che tenne a battesimo fra Girolamo Savonarola. 



^ Iscrizioni che ti trovano negli Atti del- 
VAetai*mia Colcmharia di Firen^t^ pubbli* 
caie dal dottor Lorenzo Cantini. Firenze, 
Aibtzzini, 1800, voi. H, pag. 234. Più re- 
centemente il dottor Mariano Bencini, net 



suo libro': // twro Gio. Battista Fagiuoli 
(Firenze, tip. del Vocabolario, 1884), ci- 
tando il Cantini, sbaglia i Sagf^i critici di 
antichità toscane del medesimo autore con 
r opera qui sopra citata. 



308 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Francesco era cittadino ferrarese e fìi cancelliere del duca Borso 
d' Este, come ci narra il nostro in un suo ricordo. ' 

« La nascita del poeta accadde appunto nell' anno in cui un so- 
lennissimo impostore d* astrologo prediceva che « le donne, per lo 
« stato della Luna e Venere, saranno sottoposte a* mali più che gli 
« uomini, perchè congiunti l' una e 1* altra con Marte in sesto, con 
«e congiungimenti illeciti, quali si conformano nella stagione calda, 
« inclinando molto le donne ad essi. » ' 

Poi il Baccini così continua: 

« Come Gio. Battista Fagiuoli trascorresse gli anni suoi infantili, 
e la sua prima giovinezza, ce lo narra egli stesso e nelle Memorie 
e nelle sue Rime piacevoli : cioè eh' e* frequentò la scuola de' gesuiti 
in S. Giovannino fino ali* età di quattordici anni, studiando umanità 
sotto la direzione del P. Baldigianì, e di altri frati, fra* quali merita 
d* esser rammentato il P. Giara da Tivoli, valente maestro di retto- 
rica e assai stimato dai suoi contemporanei. Chi poi volesse saperne 
deir altro, legga il capitolo intitolato : GV incomodi della vecchiaia che 
egli a settant' anni scrisse a Benedetto Bresciani, buon letterato, bi- 
bliotecario della libreria Palatina, e suo antico compagno di studi. »3 

Nel 1674 il Fagiuoli dovè per forza abbandonar la scuola e pro- 
prio nel momento in cui stava per passare a rettori ca. 

Cosi il Baccini continua: 

fl( Però r estrema necessità di porgere un pezzo di pane alla sua 
povera mamma, alla quale non era rimasto altro conforto che que- 
st* unico figliuolo, lo costrinse a cercarsi assai per tempo un mezzo 
di guadagno e si allogò in qualità di copista nello studio del dottor 
ser Francesco Maria Poggiali. 

« Di li a poco cambiò padrone, e andò a stare nello studio del- 
l' auditore ser Flavio Guglielmi oriundo di Siena. Magri erano t 
guadagni che egli ritraeva dall' umile impiego, ma, poco curante 
degli agi e pieno di coraggio contro alle amarezze e alle avversità 
della vita, giammai nel Diario lasciò segni di lamenti disperati in- 
tomo al misero suo stato, come pur troppo l' occasione non gliene 
dovette sovente mancare. Egli, per cacciar via i tristi pensieri, e 
anche spintovi dalla naturale sua inclinazione, cominciò a bazzicare 



' « 11 detto Savonarola fu tenuto a batte- 
•imo da Ferdinando Libanori, cancelliere del 
duca Borso d' Este, uno degli antenati di 
Maria Maddalena Libanori madre di me Gio. 
Battista Fagiuoli, che di Ferrara traeva sua 
'origine, benché nata in Firenze, come dalle 
scritture di Giuseppe Libanori, mio zio » 
(cod. Riccard. 3476). 



' Vedi la ìiisetlìama sumpau al n. 63 
della Riecardiana e precisamente l' opuscolo 
intitolato ! Gli arcani dtlie sttlh per l'ammo 
htmHk 1600 a don Antamio CanuvaU M 
M\avt9Ham 

3 Vedi : Rimt^ parte VII, postuma, ca- 
pitolo XXXIII. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 309 

il teatro, unico divertimento di que' tempi in Firenze. Infatti, nel 1675, 
narra egli stesso che, essendosi nuovamente eretta V Accademia degli 
Im/>€rfeUi nel Corso dei Tintori, recitò la prima volta nella com- 
media : La cortesia fra rivali di Pier Susini, altro capo ameno si- 
mile a lui, sostenendo la parte del paggio Rusteno, con grandissima 
soddisfazione degli spettatori. Incoraggiato in tal guisa nel primo 
esperimento, continuò a recitare in vari teatri pubblici e privati, 
sempre con crescente acclamazione e popolarità, prediligendo le 
parti ridìcole ch*ei rappresentava a meraviglia e con molta comi- 
cità e spigliatezza. 

«e Nel febbraio dell'anno citato il Guglielmi se ne mori, ed egli 
rimase senza impiego; ma dopo poco gli riusci d'entrare sostituto 
nella cancellerìa del Monte di Pietà, in grazia delle raccomandazioni 
fatte a suo favore dal dott. Poggiali, amico del dott. Camaioni, can- 
celliere del Monte suddetto. Di qui nel 1678 passò sostituto nell'ar- 
civescovado al banco dell* attuario Matteo Pieri ; dal quale ufficio ei 
fu rimosso nel 1680 per quattordici giorni insieme col suo collega 
Giuseppe Matucci per via d' una questione avuta tra di loro, e dopo 
altri quattro mesi fu nuovamente remosso per avere scaraventato un 
topo morto sulla faccia del sostituto Cappugi. 

ff Questo continuo cambiar di padrone e le ripetute e ardite mo- 
neilate commesse dal giovane Fagiuoli spiegano abbastanza V indole 
sua, e ci dimostrano che egli privo della guida patema, lasciato in 
balia di se stesso, e in lotta colla miseria, le sue facoltà intellettuali 
non potevano svilupparsi precocemente senza 1' aiuto potentissimo 
della natura; onde costui potè essere un poeta e commediografo di 
buona fama, senza avere una profonda conoscenza dei classici, in- 
dispensabile a chiunque voglia alzare il volo nelle splendide regioni 
di Parnaso. 

ce A vent' anni cominciò nell' animo del Fagiuoli la verzicola di 
amore; la quale fu in lui talmente forte che usci dal seminato an- 
teponendo le carezze di una meretrice, chiamata Guglielmina Ma- 
gnanini, all' affetto di colei a cui era debitore della vita. Innamora- 
tosi alla follia di quella sgualdrina, egli giunse perfino a dichiararsi 
suo mallevadore e pagatore presso 1' Uffizio dell' onestà per levarla 
di carcere, sprecando cosi salute, tempo e quattrini che sotto altre 
forme, ben inteso, avrebbe dovuto spendere per i bisogni della mi- 
sera famiglinola. La madre, certamente, come di ciò ebbe notizia, 
fece quello che ogni madre prima faceva (dico prima perchè oggi 
poi gli è un altro affare l); cioè severamente lo rimproverò, richia- 
mandolo a più savi ed onesti propositi. Ma si ! Oramai il male aveva 
messo profonde radici e 1* inesperto giovane, impaniato nell' amoroso 
gioco, e ammaliato dalle moine e dagli amplessi della sua sirena, 



3 IO POESIE DI MILLE AUTORI 

non die ascolto alle preghiere, ai consigli, e a* richiami della madre» 
e tanto meno a* saggi avvertimenti dei parenti e degli amici, che 
giustamente gli rinfacciarono di essere egli cagione del dolore e 
delle lacrime della povera Maria Maddalena. Però 1* ingrato e ca- 
parbio figliuolo ebbe degno premio al suo cattivo procedere : poiché 
la Guglielmina in ricompensa dell* amore e delle premure che aveva 
per lei l' amante fagiuolOy gli appioppò una solennissima e vergo- 
gnosa malattia, che lo fece tribolare non poco costringendolo a varie 
operazioni chirurgiche cui vanno incontro i frequentatori della Su- 
burra. Allora egli, umiliato e così malconcio, cercò rimedio in un 
partito assai peggiore del male, perocché il 12 ottobre 1680, fatto 
fagotto, insalutato hospiti parti per Livorno lasciando solamente una 
letterina d'addio alla madre, colla quale la pregava di benedirlo e 
di raccomandarlo a Dio. 

« Ma a Livorno non stette lunga pezza, per obbedire alla sua 
indole randagia. Ritornò in Firenze il 31 marzo 1681, entrò nella 
curia arcivescovile col titolo di sostituto. E in quel!' ufficio, dovè 
rimanere fino al 1690, guadagnando appena tanto da sfamarsi In 
queir anno giunse a Firenze monsignore Andrea Santacroce, vi si 
fermò alcuni giorni per trasferirsi a Varsavia, dove il papa lo man- 
dava suo nunzio apostolico. Brigò ed ottenne di esser nominato se- 
gretario del Santacroce e partì così per Varsavia. Ma in quella città 
il nostro volubile poeta ben tosto se V ebbe a noia, non piacendogli 
quei cibi, non sapendosi acconciare a quei costumi e all' aspro suono 
del tedesco. E sentì il bisogno di rivedere sua madre e la sua Fi- 
renze. E così se ne tornava in patria nel luglio del 1691. 

a Ritornato il Fagiuoli in Firenze gli fu da mons. Morigia ricon- 
fermato il posto di sostituto, senza però alcun vantaggio economico 
maggiore. La rendita meschina di un poderetto in quel di Rignano, 
e quel poco che ritraeva dall' impiego dovevano dar pane in tutto 
r anno a lui e alla sua vecchia madre. Il viaggio in Polonia gli 
giovò per accrescere la sua fama di poeta con quei capitoli piace- 
volissimi che scrisse da Varsavia al Magliabechi e al Redi suoi amici 
e astri luminosi della reggia medicea. 

a II Fagiuoli seguì per un po' la sua naturale inclinazione, scroc- 
cando qua e là desinaretti e villeggiature da' suoi ammiratori, ma, 
impaziente di procurarsi un impiego migliore, mise in moto il Ma- 
gliabechi, il Redi, il medico Giuseppe del Papa ed altre persone 
stimabilissime affinché gli procurassero un posto nel ruolo dei cor- 
tigiani stipendiati de' serenissimi reali padroni. Ma al Magliabechi 
principalmente, col quale era, come si dice, tutto pane e cacio, con- 
fidava ogni suo desiderio, ogni sua speranza. Un giorno gli salta in 
testa di andarsene a Pisa, ove villeggiava il cardinale Francesco 



IKTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



3" 



Maria de* Medici, ' per vedere se la sua presenza poteva decidere 
r eminentissìmo principe a esaudire i suoi voti. Ma povero illuso I 
Ebbe sì da costui promesse a bizzeffe... Quanto poi a mantenerle 
fu un altro paio di maniche. » 

Poi il Baccini così continua : 

<r Abbandonato di poi il soggiorno piacevole di Capannoli, ritornò 
il Fagiuoli amareggiato in Firenze per rimettersi a telonio nell'arido 
e noioso ufficio della curia, che era il suo porto di salvazione. In 
quel tempo il divertimento a lui più caro era, come ho già detto, 
il recitare in teatro da cui ritraeva lusinghiere attestazioni di simpatia 
e applausi Fra i suoi ammiratori non mancavano certamente le 
donne le quali, sebbene egli non fosse stato giammai un occhio di 
sole, pure vedendolo recitare acconciato bizzarramente in varie fogge, 
vispo, disinvolto e tutto pepe e sale ne' suoi argutissimi motti, gli 
facevano V occhiolino pio, e alcune anzi s' innamorarono d' un fa- 



' « Il cardinale Francesco Maria de' Me* 
dici nacque in Firenze il la novembre 1660 
da Ferdinando II granduca di Toscana e 
da Vittoria della Rovere della casa d' Ur* 
bino. Innocenzo XI nel 1686 lo crpó car- 
dinale provvedendolo di pingui rendite, e nel 
1689 fi) nominato protettore della Spagna, 
dell' Impero e di tutti gli Stati ereditari di 
Leopoldo imperatore. Circa il 1706 rinunziò 
il protettorato dell' Impero per quello di 
Francia e -nel 1709 si scardinalo per spo- 
sare U principessa Eleonora figlia di Vin- 
cenzo Gonzaga duca di Guastalla, nata il 
13 novembre 1685^ dalla quale non ebbe 
mai figli. 

• Il cardinale Francesco Maria fu di cuore 
generosissimo, anzi prodigo al mag^or 
segno. Teneva splendida corte e benché 
avesse più di 120 000 scudi d' entrala, pure, 
in ultimo, si ridusse al verde e mori fai* 
lito. Gli piacevano molto i dolci e i prò* 
forni per i qnali spendeva un occhio, man* 
tenendo a tue spese la famosa fonderia di 
palazzo. Quivi gli teneva compagnia una 
turba di cortigiani e di sfaccendati della 
città coi quali egli te la spassava allegra- 
mente, scherzando in modo che avevano 
preso sopravvento sopra di lui e lo deru- 
bavano non solo di argenterie e di gioie, 
ma giungevano fino a strapazzarlo con pa- 
role ingiuriose o anche con pugni e staf- 
filate, in celia si, ma le percosse erano 
vere e sensibili. 

• Da una certa Get, donna semipub- 
blica, ebbe un figliuolo naturale chiamato 



Antonio, cui fu dato il cognome di Corti. 
La maggior parte del tempo il cardinale 
la passava alla sua villa di Lapeggi o Lap- 
peggi, per la quale spese tesori, costruen- 
dovi giardini, viali, pescherie, regnale, ecc., 
come vivacemente ci descrive il nostro Fa- 
giuoli nelle sue Rimt piacevoli. A Lappeggi 
si facevano cose dell'altro mondo ; quivi fan- 
ciulle vestite da uomo e giovanetti vestiti 
da donna servivano alla tsvola, al ballo, 
al letto, e da mattina a sera era cuccagna 
per i cortigiani e altra gente della più bassa 
lega. Il cardinale Francesco Maria spesso 
si divertiva a vedere i suoi lacchè, gli staf- 
fieri e i villani abbarufiarsi e fare ai pugni 
per raccogliere le manciate de' quattrini 
che loro gettava. Karra un cronista con- 
temporaneo che il cardinale gettò dal bal- 
cone in un sol giorno duecento cartocci 
contenenti ciascuno dieci lire di crazie ! È 
facile immaginarsi che una simile prodiga- 
lità, spinta alla pazzia, lo ridusse sulle sec- 
che di Barberìa e mori pìen di chiodi e 
senza un soldo. 

• Aveva nel giardino di Lappeggi una 
quantità di pregevoli piante di limoni, al- 
cune delle quali belle e di straordinaria 
grossezza, che gli erano costate più del 
Serehio ai Lucchesi. Fra queste poi eravene 
una che sorpassava in bellezza e grossezza 
tutte le altre, di modo che chi andava a 
visitarla prodigava a lei ogni lode, trascu- 
rando le altre. Stizzito il cardinale di questa 
preferenza, che ti fa egli? Chiama una 
mattina Bùia suo giardiniere, e con minac- 



3X2 



POESIE DI MILLE AUTORI 



gìuolo si dolce e saporito, come si rileva da più lettere scritte 
nel 1692 da una donnetta la quale poi da lui tradita, mise sull* indi- 
rizzo dell' ultima elegia amorosa : « Vattene o carta a colui che mi 
« tradì •» sottoscrivendosi : « Di V. S. tradita chi ella sa. » Anche 
nel 1694 un' altra donna, anch' essa probabilmente corbellata, inviò 
i seguenti stranissimi versi: 

Nelle mani del prìncipe don Peppo, 
Cugin carnale del bascii d'Aleppo, 

Barbalacchio gentil di buca e rocca. 
Vorrei lasciassi star chi non ti tocca. 

Che licenza, e che ville ! io non t' intendo, 
E circa alla misura del carbone 
Sarà roba per te bizzarro Adone. 



eia di fargli tagliar la testa se non l'obbe- 
diva, gì' impose di segare al piede la sn* 
perba pianta perchè nessuno più la lodasse, 
e cosi fu fatto. 

« Una volta fu veduto da un cortigiano 
mariolo riporre entro uno stipo due canoe* 
cetti di mille luigi d' oro ciascuno. Qjaando 
di li a poco tornò a riprenderli trovò che 
i luigi d' oro si erano convertiti in testoni 
d'argento * «To,» diss'egU rìdendo, «i 
« luigi hanno fatto la trasmigrazione asse- 
« rita da Pitagora I Ora si che sono an- 
« eh' lo della sua opinione : ■ non fece 
altro lamento, né mai più parlò di questo 
ladronesco giuoco di bussolotti. 

« In tempo di pasqua mandava tutti i suoi 
servitori a confessarsi dicendo loro: « An- 
« date pure, bricconaccì, eh' io vi perdono 
« di tutto quello che mi avete rubato nel> 
ti 1' anno. » 

«Una sera al chiudersi delle porte del 
suo quartiere consegnò al portiere due casse 
di finissima cioccolata perchè la mattina le 
consegnaste al dispenaiero per spedirle a 
Uoma. Le casse furono nella notte da mano 
ignota aperte e alleggerite quasi della metà, 
e il povero portiere alla vista di quello 
sperpero cominciò a piangere e disperarsi 
come un dannato, temendo l'ira e il rim< 
provero del padrone. Accorso il cardinale, 
e intesa la ragione di tutto, disse scherze- 



* Tetl'Hu, vecchia moneta toscana del va- 
lore di lire 1.68. 



voiraente all' impaurito portiere : « È per 
m questo che piangi ? O pigliati tu il resto, 
m il me' coglione, e quietati. • 

« Molto si dilettò della caccia e dellm 
pesca, dei poeti estemporanei, ma più de' 
faceti e satirici, che mai glie ne mancò. Il 
Fagiuoli era del bel numero dei cortigiani 
favoriti. Per farsi un' idea della forìbonda 
ingordigia dei servitori del cardinale a Lam- 
peggi si legga il Capitolo nel quale il Fa> 
giuoli descrive la cuccagna del tinello * 
e le solenni scorpacciate che vi si facevano 
in barba del beatissimo... reverendo pa- 
drone. 

« Il cardinale Francesco Maria de' Medici 
fu gran mangiatore e bevitore e spesse volte 
si procurava il vomito per tornare ancora 
a mangiare. Ciò fu causa della malattia 
che lo trasse a immatura fine. Egli però, 
nonostante i suoi difetti, era molto stimato 
dai principi d' Europa e nei conclavi veniva 
eletto papa quegli ch'ei voleva. Fn di persona 
bellissimo, alto, un po' pingue, di carna- 
gione olivastra, occhi grandi e vivaci, naso 
aquilino, labbro austriaco e faccia severa, 
temperata da dolce sorriso. Chi desiderasse 
più estese notizie legga il codice More- 
niano 553 di Loca Ombrosi, dal quale ho 
estratto questi brevi cenni biografia. II 
cardinale Francesco Maria mori in Firenze 
il 3 febbraio 1710 di anni cinquanta circa. • 



* TinellOf statiza ove i servitori man- 
giavano in comune. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 313 

Non son quella del pozzo, ove con tanta 

Espressìon di sospiri e di lamenti, 

T-'jttavi goccioloni dell'ottanta. 

Gli occhi belli e vezzosi 

Con ragion son nascosi, 

Da te bel cece amante non amato, 

Che, più volte sdraiato 

Su r orlo di quel pozzo 

T' ho visto batter giù da disperato. 

Non vo* tornar, no no, 

E di morte guanuUa e spantacosa. 

Che tu voglia crepar nulla m'importa. 

Io qui sto bene, e tu va nel profondo, 

Ch' un fagiuol manco o più, non guasta il mondo. 

Addio Barbalacchion, la Cecchinaccia 

Quanto ti scrive manterrà tri in faccia. 
Scusa se ho scritto mal, io me n' avveggìo : 

Quest' altra volta scriverò un po' peggio. 
Serva tua spillancolissima 

La Ceccha o la Bitina dilettissima. 

Recitando il Fagiuoli la sera del di 8 gennaio 1692 nel teatro 
de* Cadenti nella commedia intitolata : L'Amor nelV odio, vi sostenne 
egregiamente il carattere di don Peppo principe melenso; epperò 
nella direzione dei versi dietro fu detto « principe don Peppo ». Fra 
le spettatrici era anche una camerista di palazzo a* Pitti, la quale 
sì gli piacque il porgere del Fagiuoli, che giunta a casa, li per lì, 
presa la penna, spifferò questo sonetto: 

Tu Stolido e melenso ? E chi lo dice ? 
Mentre di Rodomira amante e cotto 
Sai far lo stolto a tempo ed il merlotto, 
E cosi, quanto vuoi, tanto ti lice. 

£ la tua balordaggin si felice 

CIt'ogni parola è un sentenzioso motto, 

E nel tuo criticar sei cosi dotto 

Che Momo appresso a te resta infelice. 



314 POESIE DI MILLE AUTORI 

Io neir udirti il genio satisfeci. 
Lodi ti diedi, e stimai più te solo. 
Che quanti furon gii Romani e Greci. 

Disciogiiy o Fama, per il mondo il volo, 
E fa noto, che molti fan da Ceci 
E non vaglion poi l'ombra di un Fagiuolo. 

« L' autrice non si firmò, ma a pie del foglio il Fagiuoli scrisse : 
(c della signora Angela Cerrìni-Guerrini. » 

« La relazione amichevole di Gio. Battista Fagiuoli colla sua fu- 
tura suocera, cominciò probabilmente dopo 1* invio di tal sonetto: 
relazione che fu poi coltivata dal poeta per giungere con un mezzo 
immediato a farsi iscrìvere nel ruolo de* cortigiani a paga fìssa dei 
serenissimi padroni. La Cerrini, astuta e abbastanza colta, afferrato 
il Fagiuoli, più non lo lasciò, e tanto fece e brigò che dopo vari 
anni di tir* e molla gli appioppò in moglie la sua fìgliuola, come fra 
poco dirò. Ma chi era la sora Angela? 

« La sora Angela si maritò da prima con certo Gio. Battbta 
Bagnoli, dal quale ebbe Maria Maddalena che poi fu moglie del 
Fagiuoli. Morto il Bagnoli, passò in seconde nozze con Francesco 
Ugolino Cerrini di Marradi. I principi della famiglia Medicea, e an- 
che i serenissimi, vedevano di buon occhio la Guerrina^ usandole 
quella famigliarità che i padroni, in generale, sogliono avere con 
la servitù affezionata e fedele. La povera donna, per la fregola di 
riprendere un secondo marito, ebbe la disgrazia d' inciampare in un 
coso un buon poco sofìstico e cretino. 

« Nondimeno la Cerrìni, a furia di arrabbattarsi per due anni, 
procacciò a questo suo malanno di marito V impiego di aiutante di 
camera del cardinale Francesco Maria de* Medici. ' 

«iDal 1692 al 1695 il nostro poeta stette in una viva ed intima 
corrispondenza epistolare con la Cerrini, la quale gli scriveva con 
tanto dolciume e attucci e moine da far sospettare che il buon poeta 
prima di torre in moglie la fìgliuola fosse passato per la madre. 
Intanto la fama del Fagiuoli saliva e in Firenze e fuori. Le sue rìme 
che si succedevano incessantemente erano accolte nelle liete brigate 
a scoppi di risa. Tutti levavano a cielo 1* autore che era conteso 
perchè recitasse nelle ville degli amici, e al Lappeggi, a Pratolino, 
a Poggio a Calano, chiamatovi dai principi e specialmente dal car* 
dinaie Francesco Maria. E per mezzo di costui ottenne che I* arci- 
vescovo Io nominasse a coprire il banco lasciato dall* attuano Gio. 
Battista Della Torre defunto. E la Cerrini che lo aveva messo nelle 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 315 

buone grazie del cardinale, gli strìngeva sempre i panni addosso, 
acciò si fosse deciso una buona volta a sposare la sua figliuola 
Maddalena. Il poeta si schermiva come poteva; ma a furia di pic- 
chiare dovè sentire da quell' orecchio e sposare la signorina Maria 
Maddalena e il matrimonio avvenne il 19 dicembre 1698 nella basi- 
lica di S. Lorenzo. 

« Correndo il 1700 mori papa Innocenzo XII e il cardinale Fran- 
cesco Maria de* Medici, nel recarsi a Roma per il conclave, volle 
con sé anche il suo poeta favorito. Il Fagiuoli non capi nei panni 
per la gioia di veder Roma senza spendere un quattrino. E in Roma 
egli vi si piacque e tanto che nonostante le affettuose lettere che 
egli aveva inviato alla moglie, partendo da Roma scrive nelle sue 
Memorie: « (15 gennaio 1700) venne l'ordine di partire per Firenze, 
« con qualche mio dispiacere, perchè mi ero accomodato volentieri 
« a stare in Roma,^ nonostante la patria, la moglie e i figli. » 

et Nel 17 IO fece il nostro un altro viaggio a Milano e a Venezia, 
ove ricevè grandissime accoglienze dalle principali famiglie di quelle 
città. Vi andò in compagnia del signor Pietro Ughi, patrizio fioren- 
tino, cui toccò pagar le spese di viaggio. A Venezia si ritrovò il 
Fagiuoli alla splendida funzione che in passato i dogi costumavano 
fare ogni anno nel mese di maggio e propriamente nella ricorrenza 
dell'Ascensione; cioè quando il serenissimo doge con gran pompa, 
montato sul bucintoro, sposava il mare col gettar nel suo seno un 
anello nuziale. Questa storica e bizzarra consuetudine fu di poi stu- 
pendamente descritta dal nostro Gio. Battista in un Capitolo ch'egli 
inviò a Firenze all' amico suo Giovanni Taddei. 

« Al nostro più che le gioie familiari e la pace casalinga, pare 
che piacesse lo andar viaggiando, il divertirsi ; tanto è vero che anche 
quando era in Firenze piantava la famiglia e or se ne andava' dal 
Taddei alla costui villa di Arcetri, ora col Gìnori a Doccia o col 
marchese Corsi a Sesto. Molti altri signori lo invitavano chi a Fie- 
sole, chi a Montici, chi a Pistoia, a Pisa, Capannoli, Livorno, Siena 
e Arezzo, e lui non dicea di no, ma subito subito se ne andava in 
loro compagnia a godersi la vita allegramente. Al suo gusto di an- 
dare girando tornavano opportune le gite forzatole, quelle dico che 
r ufficio suo di cancelliere arcivescovile gli imponeva di fare ogni 
tanto, quando cioè V arcivescovo andava in giro per la visita pa- 
storale a riveder le bucce a' parrochi della sua vastissima diocesi. 

a II luogo poi de' maggiori divertimenti era Lapeggi, ove il car- ' 
dinaie Francesco Maria de' Medici passava quasi tutto l'anno. Le 
feste, le ribotte, le burle, ogni cosa insomma, sono dal nostro lepi- 
damente narrate in alcuni capitoli vivacissimi che dettero materia 
all'erudito cav. Giuseppe Palagi per uno di quei lavoretti che con 



ji6 



POESIE DI MILLE AUTORI 



tanta grazia e con tanto sapere di quando in quando metteva fuori.' 
Imperocché 11 a Lapeggi non facevasi festa, o banchetto, o com- 
media senza che il Fagiuoli, che era V anima della conversazione, 
non fosse invitato. Spesse volte il serenissimo padrone mandava a 
prendere col proprio legno il suo poeta favorito; e lì sul tamburo 
esigeva che in poche ore egli ideasse un soggetto comico, lo svi- 
luppasse in tante scene per quindi in quattr'e quattr*otto provarlo 
e recitarlo nel teatrino della villa medesima. Egli per altro con 
prontezza e rassegnazione agli ordini perentori del reverendissimo, 
seppe trarsi sempre d' impaccio ricevendo in compenso elogi e strette 
di mano d agi* intervenuti di quella piccola reggia e ogni tanto un 
cartoccino di quattrini dal padrone. » 

Il Fagiuoli, venuto in fama, fece parte di vane di quelle ac- 
cademie che ancora ai suoi tempi infestavano il nostro paese. Nel- 
TArcadia ebbe il nome di Sargonte Nedeatide. Ma V accademia, dice 
il Baccini, cui più che ad altri il Fagiuoli teneva e frequentava, era 
quella degli Apatisti di Firenze, alla quale appartennero i principali 
letterati italiani dei secoli xvii e xviii. Il Redi, il Filicaia, il Maga- 
lotti, Anton Maria Salvini, tra tanti altri, vi lessero i loro compo- 
nimenti. 

Il matrimonio con la Maria Maddalena fu fecondissimo. Ne ebbe 
ben dieci figliuoli, quattro femmine e sei maschi, i quali morirono 
prima del padre. Le femmine si consacrarono a Dio, cosi il Baccini, 
tre nel convento di S. Donato in Polverosa, e una nel monastero 
della Concezione detto delle Montalve. Le vestizioni monacali co- 



* Lappeggi i una delle più «mene con- 
trade fra quante fanno corona v Firenze: 
eisa ai distende in quella pittoreica valle- 
cola dell' Ema, che una volta visitata, non 
si dimentica mai; e tanto meno da chi ha 
letto la festevole avventura del prete di 
S. Felice, del papero e della Mea nella no- 
vclU VI della Prima cfna del Lasca. * 

Anticamente la villa di Lappeggi appar- 
teneva ai Ricasoli t quali la venderono a 
Francesco de* Medici figlio di Cosimo l, 
poi granduca di Toscana. Morto questi, 
paasó in eredità a suo fratello e successore 
al trono Ferdinando de' Medici, che la ce- 
dette a don Antonio supposto figlio di Fran- 



• La villa di Labpeggi e il poeta Gio. 
Battista Faviitoli. Passatempi autunnali di 
G. Palasi Firenze, Successori Le Mounier, 
1876. Questo pregevole lavoro fu scono- 
sciuto dal prof. Bencini. 



Cesco de' Medici e della Bianca Cappello. 
Ma poco dopo la villa ritornò in possesso 
del granduca Ferdinando. La villa di Lap- 
peggi fu in seguito dal mededmo Ferdi- 
nando data agli Orsini di Pitiglìano assieme 
ad altri beni in permuta di Monte S. Sa- 
vino, Pitiglìano, ecc. Nel 1640 ritornò per 
la terza volta proprietà del granduca ; da 
qucfto passò nel principe don Mattia, indi 
di Cosimo III, del cardinale Francesco Msria, 
e finalmente di Violante di Baviera, vedova 
del gran principe Ferdinando. Spenta la di- 
nastia de' Medici, Lappeggi fu tncofporeu 
nel patrimonio ecclesiastico e nel 1S06 ven- 
duta all' incanto ad Antonio Capacci. L'anno 
dopo il Capacci la rivendè al capitano Gio- 
vacchino Cambiagi e dopo la sua morte 
l'acquistò il conte Guido della Gherardetcm. 
Adesso è proprietà della famiglia Duprè, 
avendola comprata nel 1875 il compianto 
statuario prof. Giovanni Duprè. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 317 

starono al Fagìuoll un buon poco, e sempre più smunsero la sua 
smunta borsa, e lo costrinsero in ciascuna vestizione a mettere in 
moto la sua musa burlesca, scrìvendo Capitoli agli amici, al gran- 
duca, alla Elettrice palatina, a chiunque poteva tirare una stoc- 
cau per chieder loro soccorso coi suoi soliti piagnistei, perocché 
per ognuna gli ci volevano almeno almeno un trecento scudi. 
£ con tutto ciò egli s' indebitò fino agli occhi, e bisognò eh* e' 
desse in pegno varie cose preziose all' abate Nardi vallombrosano 
suo amico, e valentissimo paleografo, residente in S. Pancrazio di 
Firenze. 

« Dei maschi, come ho già detto, nessuno sopravvisse al padre. 
Ultimo ad andarsene al mondo di là fu Giuseppe che, ammogliatosi 
colla Barbera Maria di Silvestro del Poggio, ebbe da essa due bam- 
bini, i quali moriron anch* essi poco dopo il loro genitore : sicché 
nella persona del poeta si estinse la famiglia Fagiuoli. 

ce Né si creda che tranquilla passò la vita il nostro Bista, tra le 
cure domestiche e quelle dell* ufficio, e lo scriver Capitoli e com- 
medie; perocché non gli mancarono noie e sopraccapi non pochi da 
parte de' figliuoli, e specialmente di Giuseppe, che molto aveva ri- 
tratto dell' indole del babbo. Costui, infatti, fino a una certa età fu, 
come si dice, uno scavezzacollo, senz* arte né parte. Una volta fuggi 
per debiti a Bologna, ma ritornato al tetto natio, il babbo lo cacciò 
per alcuni giorni a far gli eserci:(i spirituali nella pia congrega di 
Monte alle Croci. Vane speranze! Uscito dal carcere ascetico si 
messe a fare all' amore con una giovanettina del Ghetto, con grave 
scandalo del pubblico e del vicinato. Figurarsi I hr all' amore con 
un* ebrea allora, e' era tutto il pericolo di vedersi messo al bando 
dell' umano consorzio ! Di fatto trovo che una persona timorata, ma 
che si nascose nell* anonimo, scrisse una lettera al Fagiuoli, narran- 
dogli dall' a alla zeta il cattivo contegno del figliuolo, e Io pregava 
a porvi rimedio con una salutare correzione, se non voleva che non 
succedessero scandali. Il Fagiuoli già venuto in fama di poeta faceto, 
e di scrittor di commedie, e per di più facente parte degli spectabili 
Signori Otto di balìa (uffizio che aveva chiesto e ottenuto fino dal- 
l' anno 17 14), non poteva tollerare la scostumatezza del figliuolo, 
tanto più eh' egli era preposto a giudicare e gastigare i propagatori 
del mal costume e del vizio. Sicché una sera, mentre Beppino se 
la spassava allegramente per Firenze senza un pensiero al mondo, 
fu acciuffato da due angeli custodi vestiti da birri, e per ordine di 
suo padre fu condotto in Fortezza da Basso. Quivi vestito da sol- 
dato, fu mandato in seguito a Portoferraio, ove col grado di alfiere 
seguitò a vivere spensieratamente come per 1' addietro e fin) col ve- 
nirsene via riformato e carico di rogna di primissima qualità. Tor- 



5i8 



POESIE DI MILLE AUTORI 



nato in Firenze continuò a farne di ogni colore, finché nel fior degli 
anni non fini la vita. 

« 11 Fagìuoli fu molto popolare e le sue commedie si rappresen- 
tavano non solo in Firenze, ma in molte città d* Italia e fuori ; 
nel 1732 e nel 1739 fu rappresentato // cicisbeo^ la migliore delle 
sue commedie, a Vienna nel teatro di corte e nel palazzo dell' am- 
basciatore di Venezia. 

« Negli ultimi anni di sua vita non cessò di frequentare e acca- 
demie e teatri e feste, poetando sempre col medesimo ardore del- 
r età giovanile. E morì il 12 luglio 1742. Furono composte per la 
sua morte parecchie poesie, che non mette conto di citare. È bene 
di qui trascrivere la seguente iscrizione che Anton Francesco Cori 
della Colombaria dedicò al suo amico: 

« IoANNi Baptistae Fagiolio - Autonii Mariae filio - Philosopho 
oratori poetae fiorentino - Veteris comoediae instauratori - Ingenio 
atque eruditione conspicuo. <- Magnorum principum benevolemia - 
Doctorum hominum amicitiis - Scrìptorum editonim elegamia festi- 
voque - Lepore . Pietatis iustitìae probitatisS^ue - Perpetuo cultu . 
Singularis modestiae - Atque in omnem incredibilis - Humanitatis 
laudibus clarissimo - Musis amicus - Quid turpe quid utile quid 
honestum - Etrusco Carmine . Fecundo ingenii - Vi ac sermonis 
copia saluberrimis - Salibus respersa . Humanorum morum - Scrutator 
cautissimus . Corruptorum - Osor et insectator acerrimus . Tota - 
Italia plaudente docuit docendoque - Profuit et placuit . Omnibus 
quoad - Vixit benefecit . Neminem laesit - Neraoque de eo conquestus 
est - Crebros adversae fortunae ictus - Seque octogenarium ultimum 
familiae - Suae carorum funeri reservatum, divinae - Adquiescens 
voluntati et gratias - Agens . Summa animi constantia - Toleravit 
et vicit - Academico praestantissimo * Preclari musanim delicio - 
Patriae suae eximio ornamento - Apathistae - Litterarias inferìas 
moestissimi - Persolvunt. » 

Le poesie e le commedie del Fagiuoli in gran parte meritano 
ancora di esser lette. ' 



' I primi set volumi delle Rime piacévoli 
furono dati in luce U prim« volt» tr« gli 
«nni 1729-34 coi tipi di Michele Kesteniut 
e Francesco MoQche. In fine del voi. VI 
si trova un opuscoletto di pagg. 60, con 
segnatura a parte, consistente in una chiave 
del testo, fatica del dottor Anton Maria 
Biscioni. Queste Rime piacevoli furono ri- 
stampate in sei volumi in Lucca, nel i73<(, 
dal tipografo Marescandoli. Un settimo vo- 
lume apparve dopo la morte del Fagiuoli, 
edito per cura del dottor Giuseppe Maria 



Brocchi, Lucca, coi tipi del Ventnrini, 
nel 174$. Precede alle rime l'orazione fu- 
neraria letta agli Apatisti dal Giulianelli. 

Dell' edizione fiorentina prima, comparve 
in Firenze una ristampa scorretta con questo 
titolo : La Fagiaolaia, ewfro Rime fuctt» 
del signor dottore Giambattista Fagiuoli av- 
vocato fiorentino, con la falsa indicazione di 
Amsterdam, presto 1' erede del Barbagrigia, 
ad istanza di Gioele Anagnini. Questa edi- 
zione, che apparve pure in Napoli e Ve- 
nezia, è divisa in sei tometti, il primo ed il 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



319 



secondo dd quali furono stampAti nel 1739, 
il terso ed il quarto nel 1741 ; il quinto 
nel X7JO (tie) e il sesto nel 1740 {tu). Oltre 
alle lime del Fagiuoli vi sono aggiunte al- 
cune poesie del Salvettl e di Marco Lam- 
berti. II Fagiuoli rifiutò la patemitA ài 
quest' edizione, perchè scorretta. 

La. naigliore edizione ò quella del Neste- 
nius e MoOche. 

Le comme^e furono anch' esse curate 
dall' autore e stampate in sette ▼olumi dai 
suddetti ultimi stampatori, fra gli anni 



1734-56. Nel 17 sa comparve un ottavo 
volume, oggi rarissimo, contenente le due 
commedie ; i* Gli sponsali in maschtra^ 
%* S' imfcehia e if impa^^a, edite da Gio- 
vambattista Stecchi fiorentino, il quale pro- 
mise di stamparne altre, al pubblico pia- 
cendo ; ma le altre non furono più stampate. 
Il Baccini ne pubblicava altre due inedite : 
Biagio iaifithi e La serva hacehtttona presso 
i fratelli Bocca, Firenze, 1887, con la stessa 
promessa dello Stecchi fiorentino, ma anche 
ora il pubblico non ha applaudito. 



520 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXIV. 
Benedetto Menzini. 



Arte poetica. 
(1688). 

Nel libro V di questo poemetto il Menzini cita Dante. 

Ma perchè a te chiaro si faccia, e piano 

Qual sia '1 sublime, or via T orecchio appresta: 
Né forse a i detti inchinerassi in vano. 

Sublime è quel, eh' altri in leggendo desta 
Ad ammirarlo, e di cui fuor traluce 
Beltà maggior di quel, che '1 dir non presta. 

Ond* è, che V alma a venerarlo induce, 
E r empie di se stesso, e la circonda 
D' una maravigliosa amabil luce. 

E quanto il guardo in lui più si profonda. 
Più, e più diletta: e per vigore occulto 
La mente del lettor fassi feconda. 

So ben, che puote anche in sermone inculto 
Chiudersi un gran pensiero; e si appresenta 
Talvolta in creta anche un gran Nume insculto. 

E v' ha talun, eh' ebbe la cura intenta 
Solo al concetto, e 1' ornamento esterno 
Sprezzò la mano e neghittosa, e lenta. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 32I 

Quindi sovente un tal costume io scemo 
In quei che immaginando al cielo 
Vide far di tre giri un giro eterno. 

Ma tu d' un doppio e generoso zelo 
Vorrei, che ardessi; e che le grandi idee 
Ricco avesser per te pomposo velo. 

Chi non ha V auro, o *I perde, è ver, che bee 
II Chianti in vetro; ma più lieto in vista 
Spargerla di rubin gemme eritrèe. 

È ver, che in massa ancor confusa, e mista 
Ha suo prezzo l'argento, e pur novella 
Un'artefice man grazia gli acquista. 

È ver che grezzo è 1* adamante, e in quella 
Ruvida spoglia è prezioso; e pure 
Alla fervida ruota ei più s' abbella. 

Cosi le basse forme, e si 1' oscure 
Fuggir tu dèi ; e all' arte, all' ornamento 
Volger r ingegno, e le sagaci cure, 

E far, che splenda il non volgar talento 

Ne' gran sensi non sol, ma in quello ancora 
Onde si spiega un nobile argomento. 

Che se I' un tu riserbi, e 1' altro fuora 
Negletto lasci, non avrai per certo 
La doppia palma, onde lo stil s' onora. ' 

Benedetto Menzini fu eccellente poeta per aver seguito il con- 
siglio dantesco: 

Se cu segui tua stella. 
Non puoi fallire al glorioso porto. 

' Questi versi così si leggono « pa- | totctne. Firenze, MDCCXXXIj nella «tam- 
gine a48«3$i, io. II, in; DtlV oper§ di Bt' | peri* di S. A. R. per li Tartini e Franchi. 
mdstto Aien^inif contenente varie poesie | Con licenza de' superiori. 

Del Balzo. Voi. VI. 21 



322 POESIE DI MILLE AUTORI 

Lo volevano addottorare, lo volevano fare un latinista, ma egli, 
passati i primi tentennamenti, si die tutto al volgare e così non fu 
un poeta mancato. La sua volontà forse non avrebbe raggiunta la 
meta senza 1* aiuto e i consìgli del cavaliere Vincenzo Salviati, colto 
e mecenate di buona lega. Il padre di Benedetto, che pure aveva 
grande amore per il figliuolo, sarebbe stato costretto dalla grama 
sua posizione ad avviarlo nella mercatura, se la generosità del Sal- 
viati non fosse giunta in tempo. Il buon cavaliere, cavaliere di fatto 
e non di nome, volle il giovinetto così promettente presso di sé, 
perchè, non stretto dai bisogni, avesse potuto dare tutti i frutti del 
suo talento. 

Di questo tempo della vita del Menzini così ci parla il Pao- 
lucci : 

« Cresceva adunque il Menzini nell* età, e insieme nelle lettere 
sotto la disciplina del Migliorucci, maestro allora di rettorica ; essen- 
dosi sollecitamente spedito da' primi studi di grammatica e umanità, 
e colla buona direzione di tal precettore, profittò tanto nell* arte del- 
l' eloquenza « che, sebben giovanetto, destò talvolta V ammirazione 
« anche ne' più facondi letterati : tra* quali Francesco Zappata, ce- 
« lebre predicatore, uditagli recitare una sua orazione, ebbe a dire, 
« che un giorno sarebbe con molta sua gloria e della patria riuscito 
« un ottimo dicitore: » ed in breve tanto si avanzò sovra degli altri 
suoi condiscepoli, che giunse anche talora, o in assenza o per sol- 
lievo del Migliorucci suddetto, a dar loro lezione; finché mancato 
per morte il medesimo, mosso da un nobile desiderio di giovare al- 
trui, stimando di niun uso o di poco prezzo quel bene, che fatto pri- 
vato ad altri ancora non si communica, si pose a leggere, in luogo 
del defunto, pubblicamente rettorica, con molto concorso e applauso 
de* suoi concittadini. In tale occasione diede bene spesso qualche 
saggio di suo sapere, ora con declamazioni private, ora con pub- 
bliche orazioni, fralle quali non è da tacersi, che predicando ncl- 
r insigne collegiata di San Lorenzo il dottissimo padre Paolo Segnerì 
della Compagnia di Gesù: né potendo nel solenne giorno di Pasqua 
di Resurrezione (secondo il solito de* predicatori di quella chiesa) 
perorare nella Venerabil Compagnia di San Benedetto Bianco; fu scelto 
in suo luogo il Menzini, il quale in brevissimo spazio di tempo fece 
un si elegante e fruttuoso discorso, che gli acquistò una grandis- 
sima stima ed applauso universale. Né parimente sarà fuor di pro- 
posito il narrar qui un caso, che in quel tempo gli avvenne, il quale 
farà in parte conoscere, quanto egli sapesse ben porre in opera la 
forza di queir arte, che allor professava. Era egli nel primo fiore di 
sua gioventù: « siccome, per alleviamento de' suoi laboriosi studi, 
non gli dispiaceva talora il libero ed allegro conversar con gli amici, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



323 



al che era anche per se stesso naturalmente inclinato; così fu da 
questi una sera» dopo aver lietamente insieme cenato, condotto in 
casa di una pubblica donna. Ma quivi, allorché tutti sollazzevoli, e 
con giocosi motti e novelle passa van l' ore, egli presa in mano V im- 
magine d* un Crocifisso, che stava esposta sovra d* un tavolino : e 
rivolto alla giovane, accompagnando con un grave tuono di voce il 
fervore e 1* energia dello spirito, cos) efficacemente si prese a ripren- 
dere la mal consigliata vita di lei, ed il pericolo, in cui era, di per* 
dersi eternamente; che ella tócca nel più vivo del cuore, gettatasi 
ginocchioni, con amarissime lagrime detestò il suo errore, e pro- 
mise di farne una stabile emenda, con edifìcazfone e compungimento 
di tutti quelli, che di tal fatto furono spettatori. La mattina per 
tempo portatasi la donna alla casa de* Salviati, e narrato alla mar- 
chesa r accidente occorso, chiese il Menzini; perchè essendo egli 
stato quello, che aveale mostrata la prima via di salvarsi, assumesse 
parimente il pensiero di porla co* consigli e cogli ammaestramenti 
in un stato di più sicura saldezza. Ma questi non fidandosi della sua 
ancor troppo fresca giovinezza, rispose, che tale impresa era più 
propria di religioso consumato nell'esperienza e nell'età, che diluì: 
e che tutto quello, che potea contribuire, si era qualche soccorso di 
poco danaro. Perlochè venduti immantinente tutti i suoi libri, ne 
consegnò il prezzo alla marchesa : che aggiunto ad altri atti di libe- 
ralità della medesima, riparò al bisogno della giovane la quale 
senza altro indugio, abbandonato il mondo, si fece monaca. Questa 
così nobile azione accrebbe non poco il concetto e la stima della 
sua virtù, e del suo pronto e svegliato spirito ; onde se ne attendeva 
ben tosto corrispondente il frutto: né andò guari, che restò appa- 
gata r aspettativa degli studiosi. » ' 

Il primo saggio del suo talento fu un libretto di rime che mandò 
alle stampe il 1674, che più tardi, nel catalogo delle sue opere an- 
nesso nel libro dell* Elegie, stampato in Roma il 1697, rifiutò come 
opera giovanile. Cinque anni dopo, mise fuori il Trattato della co- 
struzione irregolare della lingua toscana. ' L* anno appresso mise 
fuori un volume di poesie liriche in cui inserì migliorate gran parte 
di quelle pubblicate il 1674. Nel medesimo volume ristampò il Trat- 
tato sulla lingua ed alcune sue prose latine. Le sue poesie furono ac- 



' Vedi a p*gg. 87-89^ to. IV, in : Rinu 
di Bfnedttt9 Uemiini. Firenze. MDCCXXX- 
MDCCXXXIV, Nestenus & MoQche. 

' Firenze, per il Gurien, 1679, in- 12. 
Molte volte d i ristttmpatA quett* operena, 
dice il Gamba, * lodeyolifsima tanto per la 

• Vedi n. 666, Serie dei Usti di lingua, 
«diz. del Gondoliere, 1839. 



puritA dello stile, quanto per la bonti degli 
insegnamenti, si unitamente alle opere del 
Menzini, che alle regole ed osservazioni di 
vari intomo alla lingua; ma è da aversi 
cara questa prima edizione, eseguita sotto 
gli occhi dell'autore. Ottima ristampa se 
ne fece, con note -di S. Camerini, Firenze, 
Passigli e soci, 1837, in- 16. 



' 



324 



POESIE DI MILLE AUTORI 



colte assai bene in modo da far verifìcare una profezia del Redi che 
anni prima aveva veduto in lui la stoffa di un poeta. ' 

Dal primo saggio di rime pubblicato il 1674 dedicato al duca 
Cosimo III, egli non aveva ottenuto, come si era impromesso, la 
cattedra di belle lettere nella Università pisana, né alcuna cosa dal 
principe. Un pò* disgustato per questo, un po' memore dei motteggi a 
cui era stato fatto segno, un po' per vedersi deserta la scuola a causa 
di maneggi dei suoi nemici, fu portato a scrivere quelle satire cui 
deve la sua maggior fama. Le andò componendo poco prima e poco 
dopo la pubblicazione del secondo saggio di sue rime. Ed il Redi 
che le lesse manoscritte, le lodò nel suo Ditirambo: 

E quel che prima in leggiadretti versi 
Ebbe le Grazie lusinghiere al fianco 
E poi pel suo gran cuore ardito e franco 
Vibrò suoi detti in fulmini conversi, 
Il grande anacreontico ammirabile 
Menzin, che splende per febea ghirlanda, 
Di satirico fiele atra bevanda 
Mi porge, ostica, acerba, inesorabile. 

Il Fabroni accorda al Menzini il principato nella satira italiana, 
non eccettuando nemmeno 1* Ariosto. Anche il Bianchini nel suo di- 
scorso della satira italiana afferma che egli superò tutti gli altri 
satirici poeti che fiorirono dopo Dante, alle vestigia del quale molto 
e moho si accostò. E Anton Maria Salvini nel suo capitolo sopra 
Dante, inviato al Redi, così disse: 

Che stupor; se chi tutto osserva, e intende, 
Francesco^ eh* è il destr* occhio di Natura, 
Tanto diletto ne' tuoi versi prende.»* 

E col suo buon giudici© n' assicura. 

Che non invano il nostro gran Men:^ini 
Dalla tua fonte attinse eletta, e pura: 



' Si racconta che «Icuni gioTimi si ri- 
dessero col Redi del Menzini come com* 
positore di versi vano e ridicolo. 

Il Redi ebbe curiositi di conoscerlo. Il 
Meoùni di buon grado, accompagnato dai 
suoi motteggiatori, si presentò al Redi ed 



invitato da lui gli recitò alcune sue poesie. 
Il Redi ne approvò lo stile e V invenzione. 
E rivolto agli altri giovani, disse : « Voi 
di costui vi rìdete, ed io mi rido di voi» 
perchè questi compone in maniera che di 
lui è per uscirne un gran poeta. ■ 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



325 



Ed empiè di bei detti pellegrini 

Le dotte carte, nelle quai danteggia, 
Con robusti concetti, almi e divini. 

A maraviglia egli le pennelleggia ; 
E r illumina ognor di gentilezza ; 
E di vaghezza il forte suo fiancheggia. 

Il Meozini non trovando in Firenze quella fortuna che deside- 
rava, ' decise di recarsi a Roma. Il suo amico Lorenzo Magalotti 
Io raccomandò a Paolo Falconieri, cavaliere di gran prudenza e dot- 
trina. Con questa e con altre commendatizie il poeta al 1685, a 39 anni, 
sbrigate alcune sue faccende per mezzo di generoso sussidio di Vit- 
toria della Rovere, granduchessa di Toscana, potè muovere alla 
volta di Roma. Prima di giungere colà, per opera di Stefano Pi- 
gnatelli e del cardinale Decio Azzolino fu nominato, dalla regina 
Cristina di Svezia, poeta della sua corte. E neir arrivo di lui, Cri- 
stina, volendo attestargli la sua stima, inviò per buono spazio lontano 
da Roma ad incontrarlo una delle sue carrozze. Poco dopo il suo 
arrivo, incominciò a comporre i suoi libri dell' arte poetica in terza 
rima. ^ E come il Boileau aveva nella sua Arte poetica trinciato a 
torto ed a traverso sopra poeti italiani e specialmente sul Tasso, 
cosi egli argutamente accenna a questo fatto nel libro I del suo 
poema. 

Se ti piace da me prender consiglio. 
Ben più d' una è tra noi critica penna 
Che puote al vero disserrarti il ciglio. 

Non aspettar Boelò che dalla Senna 
T* additi il buon sentiero, e sol ti basti 
S'or Pellettieri ed or Catino accenna. 



' Si deve ascrìvere forse a questo tempo 
uà alito dispiacere provato dal Menzini. 
Sebbene egli fosse accademico della Crusca, 
questa Accademia, a quel che gli riferì un 
amico, esitava ad adottare qualche opera 
di lai nel Vocabolario. Il Menzini cosi ri- 
spose al suo amico : ■ Io ho detto che, 
non fiicendo costoro V onor che dovrebbero 
ai buoni scrittori della lor patria, mi paiono 
gentiluomini assai assai villani : ni io ho 
bisogno del loro presidio pel mantenimento 
o del mio nome o della mia fama. E quando 



io volessi risarcirmi, ho l' unghie tanto 
lunghe da metter loro paura più che se 
vedessero l' Ippogrifo. » 

' Fu pubblicata nel 1688 in Firenze e 
dedicata al cardinale Decio Azzolino. 

Le seconda edizione fu fatta in Roma, 
per il Molo, 1690, in- 12. È notevole questa 
seconda edizione per essere accresciuta di 
nuove e più copiose annotazioni, che nelle 
molte ristampe, fatte dell'iurte pottiea se- 
paratamente, si sono per lo più omesse. 



326 



POESIE DI MILLE AUTORI 



In Roma il Menzini se la viveva lautamente, di tal che morta 
nel 1689 la regina Cristina, egli ricadde nella miseria. Tuttavia non 
perde r animo, nel 1691 pubblicò in tre canti il suo Paradiso terre- 
stre, dedicandolo al cardinale Rinaldo d' Este ; e V anno appresso al- 
cuni sonetti che indirizzò a monsignor Lorenzo CorsinL Si diede a 
comporre per un prelato, che voleva parere facondo predicatore, un 
intero corso di prediche quaresimali, che gli furono pagate lauta- 
mente. Ebbe sovvenzioni dai suoi amici, da cardinali e da prìncipi, 
ma niente poteva bastare per il suo vivere da gran signore. Intanto 
scriveva elegie, egloghe e componimenti di ogni sorta per ingra- 
ziarsi questo e quello. Finalmente, eletto papa il cardinal Corsini, 
che era quel monsignor Corsini cui egli aveva anni prima dedicato 
i suoi sonetti, potè finalmente godersi una stabile posizione. Ebbe 
un canonicato in S. Angelo in Pescheria. Cosi il mordace, amaro, 
satirico, divenne poeta sacro, e compose in terza rima la Trenodia, 
parafrasi dei Treni di Geremia. Clemente XI ne andò in sollucchero, 
e comandò che si stampasse in un volumetto da distribuirsi ai car- 
dinali nei giorni della settimana santa. È anche frutto del suo ca- 
nonicato VAccademia Tuscolanay pallida imitazione àtMIÌ Arcadia del 
Sannazaro, nella quale ci descrive i suoi ozi canonicali nell* om- 
broso Frascati. Non puossi intanto applicare al Menzini il sapiente 
motto latino Major post otta virtus. Dopo gli ozi non fu maggiore 
la sua virtù letteraria. Si affogò anch' egli con i dolciumi arcadici. 

Mori nel 1704 a sessant* anni per una idropisia secca, che dovè 
essere anche un frutto del suo canonicato. ' 



^ Le sue opere furono raccolte e suis- 
pftte da Tartini e Franchi in Firenze, 1731- 
1731, voli. 4 m-4, con ritratto. Fu curata 
queita edizione da Pietro Mengoni, che la 
dedicò al cardinale Alamanno Salviati e da 
Francesco Del Teglia, che scrìsse il noioso 
discorso preliminare. In fine del tomo quarto 
trovasi la vita dell'autore scritta da Giu- 
seppe Paolucci, e un dialogo di Giuseppe 
Bianchini intorno ad un giudizio dato da 



Pier Iacopo Martelli sulla maniera di poe. 
tare del Menzini e dei Guidi. 

Le rime furono anche fatte pubblicate 
in Firenze neir edizione ciuta del Nesienus 
e Moùche. 11 volume primo poru l'anno 
1730, il secondo ed il terzo 1731 ed U 
quarto 1734. Vi sono prefazioni dello stam- 
patore MoQche. Nel volume quarto vi sono 
rime che erano inedite, e la vita scrìtta dal 
Paolucd corcettA ed accresciuta. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



327 



cccxv. 

Tommaso Ceva 



Iesus Puer. 
(1690). 

Nel principio del sesto canto di q.uesto poema 

VI É UN POETICO episodio CONSACRATO A DaNTE. 

Il poeta, nei principio del sesto libro o sesto canto che meglio 
voglia dirsi, dedica un grazioso episodio a Dante. Dopo aver fìnto 
nel libro quinto che il divino fanciullo sia trasportato al paradiso 
terrestre, dà cominciamento al libro sesto con una lode alla villa 
dei granduchi di Toscana, detta di Pratolino, descrìvendola simile 
al paradiso terrestre. Ma donde questa somiglianza ? Per opera di 
Dante. Il divino poeta, compiuto il viaggio per i tre regni, fu ri- 
condotto da Beatrice alla campagna santa, eternamente primaverìle. 
Colà rinuse a lungo, e ritrasse in carta la pianta del fortunato 
luogo. Poi se ne tornò in Firenze col suo prezioso disegno e con 
un magliuolo della vite saporosa che dava il nettare. Bandito da 
Firenze per le discordie civili, si ridusse a coltivare ed abbellire un 
campo, che fece simile al paradiso terrestre, servendosi del disegno 
che aveva di esso e nel mezzo del vigneto piantò il raro magliuolo. 
E, per tal modo, fornì alla Toscana la soavissima verdea, donde 
ebbero spirito e vita gli italiani poeti e il dolce idioma. E per questo 
più tardi il Redi doveva celebrare il cantore di Beatrice sotto il 
nome allegorico di Bacco nel suo famoso Ditirambo, 

Di questo poema, a che io ne sappia, primo ad occuparsene 
fu il Muratori, * poi ne die un sunto il Cereseto, ne parlò poi il 
Settembrini ; ' ma nessuno tra questi ie' notare la graziosa inven- 
zione episodica intorno a Dante. Il primo a portarvi 1* attenzione è 
stato il Melandri, 3 indi il Cosmo. ^ 



' Vedi « pag. ia8, Tol. I, in : Della per- 
fitta potiia itaìianaf con note di Anton M «ria 
SalWni. Venezia, Coleti, 1734, toII. dae, in-4. 

' Vedi a pag. 107, toI. Ili, in: Ltiiomi 
di UtUraimra italiana. Napoli, Morano, 1875. 

) Vedi a pagg. ai-'S, in : Intorno allo 



studio dti padri dtlla Compagnia di Gttà 
nelle opere di Dante Alighieri. Modena, 
Caddi, 1871, b-8. 

^ Vedi nota alla Memoria su Toldo Co- 
itantint, cit. a pag. 147 di queso toI. VI 
delia Raccolta. 



328 POESIE DI MILLE AUTORI 

Nondimeno è poema poco noto e sarà bene dar qui il sunto 
che ne fece il Cereseto : dopo di aver fatto notare che il Sanna- 
zaro e il Vida nel De Paria Virginis e nella Cristiadc avevano detto in 
rima quanto è narrato dagli evangeli intomo alla vita di Cristo, che 
non soddisfa tutta la curiosità dei fedeli, poiché tra la nascita di 
lui e la sua missione corre un intervallo di trenta e più anni, dice 
che il Ceva prese appunto questo tempo misterioso per tema del 
suo poema servendosi delle tradizioni, delle leggende, di qualche 
espressione incerta di alcuni dei Padri, dei pseudovangeli e di ogni 
divota fantasia. Poi così prosegue : 

« Per quanto fosse arrischiato consiglio il volere di un semplice 
aiuto air epopea far fondamento dell* epopea medesima, è facile a 
capirsi perchè il Ceva dovesse prediligere questo argomento, quando 
si rammenti 1* indole delKetà a cui appartiene, quella degli studii, 
e finalmente le consuetudini del vivere. Credo che sia sempre vero, 
e nel Ceva è poi evidentissimo, che 1* opera ritrae 1* imagine del 
suo artefice. 

a Tommaso Ceva era venuto alla luce in Milano nelPanno 1648, 
ed entrò nella carriera degli studii, allorché incominciavano a di- 
spiacere le ampolle dei marinisti, e le svenevoli freddure dei seguaci 
del Petrarca, senza però che si avesse il coraggio di romperla del 
tutto, per dischiudersi una via nuova, e rinvigorire così la poesia 
decaduta. Da quel tanto solo che abbiamo detto altrove intomo alla 
condizione civile dell' Italia nell* epoca di questo poeta, noi possiamo 
di leggieri argomentare, come e perchè da un tale movimento e 
desiderio di miglioranza non si riuscisse che all' instituzione del- 
l'Arcadia. 

« Il Ceva era bensì nato parecchi anni prima del Crescimbeni, 
ma l'arcadica poesia era già bella e formata dalla scuola del Le- 
mene, del Maggi, e di molti altri, prìmachè si fosse pensato di rac- 
cogliersi all' ombra del bosco Parrasio, e fermata la legge di fingere 
col nome, usi, costumi, patria, religione ed affetti. Era una rivolu- 
zione intellettuale che non poteva per conto alcuno tornar dispia- 
cevole a quelli che avevano a mano il reggimento della cosa pub- 
blica, dacché la poesia cangiata in un trastullo, forniva una occu- 
pazione agli ingegni, impedendoli dal cercare a fondo la ragione 
dell' esser loro. Quindi essa, e a buon dritto, abborriva dalla forma 
cristiana, nata fra lo squallore delle catacombe, educata dal pianto 
e dai sangue dei martiri, cresciuta dalla religione dell'Alighieri; un 
po' selvaggia, se così vi piace, ma tremenda e ispiratrice di grandi 
cose, come quella che prende la sua dalla vita presente dei popoli, 
e cerca e sa trovare una voce efiìcace per iscuotere il cuore degli 
uomini. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 329 

« Le scuole erano foggiate sugli stessi principii e le stesse 
norme. Siccome il Seicento aveva forviato dietro alle ampolle, così 
volevasi ricondurre alla semplicità, facendosi tesoro dai Greci e dai 
Latini e dai nostri più antichi; ma non pensavasi che a corregger 
la forma, senza curarsi di salire alla sorgente vera del male. E però 
avviene che mentre abbondano tanto e soverchiano le vive ed ele- 
ganti descrizioni, le immagini ridenti, le ingegnose invenzioni e fan- 
tasie, i madrigali e gli epigrammi, di rado o non mai altri giunge 
a quella maschia bellezza poetica che veramente ci esalta. Il Gra- 
vina che nello studio dei classici vide per avventura più addentro 
dei suoi coevi, o fosse arroganza di modi, o troppa impazienza di 
giogo, o diversità di pensieri, non riuscì a vivere in pace, e appena 
si avvisò di gridare air abuso, la ruppe col gran Pastore dell'Arca- 
dia, e non visse senza sospetto di temerario e di avventato. 

« In così fatto temperamento di cose, e fra tali opinioni lette- 
rarie, r impresa d' un lavoro di lunga lena quale si era per V ap- 
punto un poema epico, e un poema epico poi di sacro argomento, 
doveva riuscire di un peso incomportabile, e da non imprometter- 
sene buon frutto, siccome avvenne di parecchi, e del Puer lesus di 
Ceva (del quale vogliamo ora più specialmente parlare), quantun- 
que questo poeta unisse in sé un vasto patrimonio di scienza, una 
non comune agevolezza di colorire, una straordinaria padronanza 
della lingua latina, e finalmente una pronta e poetica fantasia. Ver- 
sato nelle scienze più astruse, come sarebbero le matematiche, co- 
noscitore profondo della filosofìa di quel tempo; nella pazienza e 
nello sforzo delle più alte speculazioni, non perdette quel brio, che 
lo rende così amabile come poeta. Ma il brio e la ricchezza della 
fantasia se potevano valergli per vincere la difficoltà di esporre in 
versi la fìlosofìa de' suoi tempi, per colorire le miniature delle sue 
Selve, non erano sufficienti all'impresa ben maggiore a cui poneà 
mano di un' epopea religiosa. Anzi tale era la diversità dei primi e 
dell' ultimo argomento, che i pregi di quelli o si convertono per 
questo in difetti, o per la sovrabbondanza vengono a noia. Parago- 
nate la gentil pittura del Concilio dei Topi, del Bontio Anachoreia, coi 
demoni del Puer Jesus e colle infantili e grottesche immagini spar- 
sevi a piene mani, e avrete un saggio di quanto vi asserisco. L' epi- 
gramma quantunque arguto cessa di piacere, quando venga sover- 
chiamente prolungato, se pur dalla sua medesima brevità non prende 
tutta la forza e la bellezza; e una miniatura per quanto vogliate 
fìngerla perfetta, sfugge alla vista, se siete costretto a collocarla in 
qualche distanza. Ora la epopea del Ceva, se mi consentite questo 
paragone, è per 1' appunto un vasto quadro composto di fìnite mi- 
niature, di graziosi paesetti, di scene rustiche, ma condotte sopra 



330 POESIE DI MILLE AUTORI 

COSÌ pìccole proporzioni, e in tanti e cosi diversi scoospartimeoti, 
che spariscono o si confondono a vicenda, non lasciando neiranimo 
dello spettatore che una languida e confusa ricordanza; dove al 
contrario si vorrebbe e maggiore ampiezza di orma, e quella forza 
di colorito che anche da lungi fa risaltare le figure dei personaggi 
e i fatti illustri che vannosi mano a mano ritraendo. Se voi ponete 
mente agli epici antichi, Omero e Dante, che rispetto a ciò sono 
singolarissimi, in mezzo a quel popolo di eroi che e* conducono 
sulla scena, non è mai il caso che siate indotti in errore, imperocché 
al pennello maestro degli autori non falliscono all' uopo quei tratti 
risoluti che improntano d* un colpo una figura. Ma questa poesia 
condotta, come io diceva, sopra grandiose proporzioni, non era fatta 
altrimenti al genio della scuola del Ceva e dell'Arcadia, scuola mi- 
nuziosa, rimessa e timida ; scuola che riesce mirabilmente nei brin- 
disi, nei complimenti, nell'idillio, nell'epigramma; ma da meno per 
argomenti più gravi. Non è pertanto a stupirsi che a loro dispia- 
cesse r armonia gagliarda della Divina Commedia, e che di buona 
voglia fuggissero dalle bolgie infernali, per ricrearsi all' ombra dei 
boschi e al lene susurro delle acque limpide de' ruscelli. Senonchè 
ognun vede, come da questa scuola al manierismo più stucchevole 
il passo sia breve; come a questo desiderio di ritoccar sempre il 
lavoro, e finir bene gli accessorii succeda molte volte l' affettazione 
e lo stentato ; alle grazie delicate il belletto ; al tragico, il grottesco, 
e così via dicendo. A provar tutto questo, senza correre in cerca di 
altri esempi, la materia ci soverchierà nel poema di cui prendiamo 
ora a far ragione. E tuttavia (mi giova ripeterlo) non si vogliono 
con ciò disconoscere i pregi, qualunque siano e i benefizii della scuola 
arcadica, e della poesia del Ceva, che senza fallo è in molte parti 
commendevole. L' errore non è nell' ingegno dello scrìvente, ma nella 
forma letteraria, ed egli stesso non ebbe il coraggio di negarlo. 
Quindi è che non avventurossi di dare il titolo di epico al suo poema, 
amando piuttosto di chiamarlo (con poco rispetto al protagonista) 
eroicomico, onde anticipatamente scusarsi presso i lettori, se alcune 
scene paressero per avventura sconvenienti alla grandezza dei per- 
sonaggi, e lo stile poco acconcio all' epica gravità. Rispetto poi al 
religioso desiderio e proposito di « avanzare nel cuor degli uomini 
« la divozione e 1* amore verso Gesù e Marìa » ed abborrimento al 
demonio, se la pietà dell' autore non sarà mai bastantemente enco- 
miata, forse la religione predicata da lui parrà ad altri minuziosa 
almeno quanto la maniera sua di poetare, e sarebbesi richiesta mag- 
giore avvedutezza nella scelta dei fatti ; ma di più il tempo non 
dava. Il pio proponimento adunque è tutto suo, mentre il difetto 
dei mezzi vuoisi massimamente imputare alla grettezza spigolistra 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI 33I 

della educazione, e alla leziosaggine della scuola a cui erasi dato. 
Il cattolicismo virile e generoso dell'Alighieri dista tanto da quello 
del Seicento, quanto la poesia della Divina Commedia dai sonetti 
degli Arcadi. 

« Ma per venire infine al principale argomento di questa lezione, 
noi dobbiamo un* altra volta, o giovani, ricordarci, siccome la storia 
tacciasi del tutto intomo ali* epoca che il poeta si propone di celebrare, 
anzi aggiungiamo che in parte apertamente vi contraddice, conciossia* 
che appaia che i Nazarei non che riconoscere la divinità di Gesù Cristo, 
r abbiano alcune volte impugnata, scandolezzandosi perchè il figliuolo 
di un fabbro ardisse levare a così grande intendimento il pensiero. 
(Questa contraddizione però non impaura il poeta, al quale basta 
r autorità di un solo scrittore, e anche un semplice tocco, una cre- 
denza volgare per ordire liberamente la sua tela, e all'uopo giovar- 
sene. Quindi è che il Ceva, fatta la sua proposizione, di voler can- 
tare r infanzia di Gesù, il ritorno d' Egitto, le guerre mossegli dal 
demonio, e il riconoscimento dei Nazarei, entra senz*altro nell'argc^ 
mento non ancora tentato. 

« Analizzando il poema del Sannazaro noi osservammo eh* egli 
trovasi sempre a disagio e lotta coli' apparente umiltà dei personaggi 
evangelici, i quali vorrebbe con epiteti eroici sollevare all' altezza 
di quelli dell' Eneide e dell' Iliade, Pel Ceva la bisogna corre pro- 
priamente a rovescio, trovandosi egli fra quella famiglia di eroi che 
più gli talenta, e in mezzo a quelle scene campestri per cui la sua 
tavolozza sovrabbonda di tìnte. Il poema infatti apresi tra i poveri 
abitanti di Nazaret, i quali dolenti dell' assenza della sacra famiglia, 
fuggita in Egitto, dopo le persecuzioni di Erode, si raccolgono con 
ansioso desiderio intorno a Giona, conduttore di camelli, che giunto 
di fresco, ne recava le più fauste novelle. Alla buona gente di quella 
vallea, tutto rammemorava la Vergine e il bambino Gesù, mentre 
la natura stessa mostrava di piangerne la lontananza. Fra le altre 
un uccello, credo un pappagallo, tornando in sulla primavera, or 
soleva posarsi in riva allo stagno, dove Maria colle altre lavandaie 
usava ripulire i pannolini di Gesù, ora scherzava sugli omeri delle 
fanciulle, quasi volesse dir loro in suo linguaggio: 

Vidi quem fletis ademptum, 

Vivit adhuc, vobisque fero sancta omnia cantu : 
Carmina sed volucris non intellecta canebat. 

a II fatto potrà per avventura parere troppo a noi leggiero al 
cominciamento d* un' epopea ; ma per i Nazarei non è a dirsi quanto 
ne fossero pensosi, e con quanta esultanza perciò accogliessero il 



332 POESIE DI MILLE AUTORI 

buon Giona, il quale oltre le nuove, recava pure alcuni poveri, ma 
preziosi regalucci : un velo, una pelliccia, e un puttino di cera, che 
ricordava più al vivo la grandezza della perdita fatta. Ancora Giona 
espone cento altre meravìglie accadute massimamente nella fuga ; 
e come il diavolo fosse cacciato da un albero, dove aveva fatta la 
nidiata, e come le palme si chinassero per reverenza, e tante altre 
cose che egli snocciolerebbe a lungo, se non fosse stanco e non 
avesse la voce roca, avendo il poeta la previdenza di farci intendere 
che avea mangiato di molte cipolle, 

Nam crudis caepis vox aspera faucibus haesit. 

« Qualunque fosse però il dolore e il desiderio dei Nazarei, non 
impedirono che questo giorno istesso dell* arrivo di Giona, essendo 
segnalato dalle nozze solenni d* una fanciulla del villaggio, si mol- 
tiplicassero feste e giuochi, quali erano immaginati per rendere ap- 
punto più allegro il semplice, ma caro avvenimento. La Vergine 
intanto che dall* Egitto lontano veglia sulla terra nativa, chiede ed 
ottiene dal figlio di recarvisi in un con lui, miracolosamente invisibile 
agli occhi di tutti. E il bambino 

..... (quid enim matri neget ?) ardua quamvis 
Ille quidem, atque insueta poposcerat, ore sereno 
Annuit. 

«Nazaret adunque è in festa. Ivi si cominciano ogni maniera 
di giuochi, e principalmente la corsa, che trae maggior copia di 
gente, essendosi al vincitore assegnato in premio il velo testé man- 
dato per r appunto da Maria. Senonchè la vergine Giuditta, quella 
stessa fidanzata per cui si fanno le feste, riuscita vincitrice, mercè 
le cure deir amante, non appena si avvolge il capo nel peplo fatale, 
protesta di non volere altrimenti venire alle nozze pocanzi ambite, 
facendo invece solennissimo voto di perpetua verginità. Alla prima 
maraviglia d* una tanto subitanea risoluzione, succede il dolore della 
madre, e la disperazione dell* amante, così che la festività conversa 
in lutto, riuscirebbe a mal termine, se Maria invisibile ma presente 
non ovviasse allo scandalo. Non crediate per altro, che quantunque 
non veduta, ella, come parea naturale, uniscasi al coro delle com- 
pagne, perchè anzi mostrasi appena ad alcuni fanciulli, a cui fa in- 
tendere il volere del Figliuolo Divino, cagione felice di tutto quello 
scompiglio. La cosa è per sé tanto strana che merita di essere al- 
meno in parte riferita colle parole del poeta: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 335 

Forte in secessu viridi, dum talia fervent, 
Tres pueri, sumtni speculati in vertice niduni 
Lusciniae appensum ramis, qua carpinus ingens 
Floruerat, iactis glebis saxisque per auras 
Deiicere instabant. 

Quando ecco apparire la Vergine, la quale, dopo averli rimproverati 
di sconciar le nidiate dei poveri usignoli, e regalitili di tre baci, e 
tre pesche, ordina loro di annunziare alla dolente brigata, che 

luditha meo desponsa Puello est :, 

Hic mens, hanc, inquam, sibi nuptam destinat Infans: 

ce Voi non durerete, o giovani, gran fatica a scoprire la divota 
intenzione del poeta, e il velo dell' allegoria ; ma non so poi quanto 
debba parervi e felice e dignitoso il trovato ; né come potesse tener- 
sene contento il povero amante, vedendosi cosi nuovamente deluso. 

<r Intanto i giorni dell* esilio egizio toccano al termine prefìsso, 
e la Sacra Famiglia, dopo il nuovo comando dell' angelo, appa- 
recchiasi a ritornare nel paese naturale. La descrizione di questo 
viaggio occupa tutto il libro secondo, giacché il poeta, che ama tanto 
le descrizioni, non ve ne lascierà ignorare alcuna circostanza, per 
quanto parer vi possa minuta. Gli angeli con grata sorpresa arre- 
stano i santi viaggiatori in un boschetto rallegrato dal canto delle 
allodole, dei fringuelli e dei canarini, ed imbandiscono una mensa 
solenne per apparato, se bene semplicissima per i cibi campestri, 

. . . . lac pressura, cerea pruna 
Et mella, atque suis adapertas frondibus uvas. 

a II demonio, come era bene a prevedersi, non sapendo che 
pensarsi di tante cure prodigate dal cielo a questa famiglia, ne arde 
d* invidia, e introdottosi di soppiatto, cerca la via di guastare a mezzo 
la festa, e intanto di scoprire il vero. Senonché in sul più bello colto 
in fallo, da un citaredo celeste gli vien rotto sulle corna lo stru- 
mento musicale : spettacolo veramente degno d* essere veduto : 

Cernere erat pavidum, celsa de rupe tuentem, 
Atque utraque manu plagam cervice tegentem. 

« In mezzo a tutta questa scena bernesca, e fuor di luogo, leg- 
giadro assai e da notarsi per la felicità dell* espressione é il con- 



354 POESIE DI MILLE AUTORI 

fronto fra Satana che spia V angelica turba, e il mastino che divora 
cogli occhi le imbandigioni della mensa del padrone: 

Ut measam qui olfacit herilem 

Vìllosus canis, at metuens oleagina tergo 
Verbera, stratus humi lanes patinesque tuetur, 
Hinc atque bine mota fallens ieiunia cauda. 

a Mentre queste cose accadevano per via, i Nazarei erano tutti 
occupati nella vendemmia. Quand' ecco un villico annunziare agli 
altri r arrivo della Sacra Famiglia, e subito d' ogni banda le turbe 
accorrere con un ardore proporzionato al desiderio, ben augurando 
ai reduci, e recando loro agresti doni, quali più s* addicevano alla 
condizione dei personaggi. Gesù regalato d' un bel grappolo d* uva, 
vi fa miracolosamente spuntare di mezzo una spiga, e poscia dice 
in segreto alla madre, essere questo il simbolo d* un prodigio ven- 
turo, e della instituzione dell' Eucaristia : 

Hac olim gemina sub fruge, cruento 

lam propior letho, instituam solemnia sacra, 
Atque utroque tegam Numen mirabile velo. 

« Quanto sia opportuna la cosa non oserei dire ; ma presto ve- 
dremo nella stessa maniera e 1* instituzione del Rosario, la proces- 
sione del Corpus Domini, e così vìa discorrendo. 

a Però i Nazarei non paghi ancora di queste prime dimostra- 
zioni d' amore, immaginano una gaia, serenata sotto le finestre di 
san Giuseppe. Una di tali scene potrebbe mancare mai all'Arcadia? 
E di vero affinchè niuno possa essere indotto in errore rispetto alle 
segrete intenzioni sue, il poeta fa la rassegna dei pastori coevi suoi, 
tanto che v' incontrate precisamente nei nomi storici dell' epoca, il 
Maggi, il Lemene, e così via: 

Elpinus, Pastor Ligus, Alcindusque secuti, 

Montanusque (haec nomina erant; sed Montìus iste, 

Hic Magius vulgo dicti, Pastorius lUe, 

Hic Lemene) papaveribus, sertoque rosarum, 

Et violis crinem praecincti. 

« Comunque ciò sia (che non fa per ora al caso nostro) il pastor 
Didimo prende sotto le finestre di san Giuseppe a cantare un'alle- 
goria intorno all' amore celeste e terrestre, che sarebbe pensata e 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 535 

condotta bene, se il poeta non l' avesse poi guasta colle solite inezie. 
Didimo avverte i compagni di tenersi cheti appena e* veggano scen- 
dere certi garzoncelli alati, e introdursi per le finestre della casa fe- 
steggiata. Codesti vispi fanciulli non sono altro che i sonni, i quali 
andranno via via a riposarsi sulle palpebre dei nuovi ospiti. Né Tav- 
vertcnza era intempestiva, conciossiachè dopo i primi versi Didimo, 
arrestandosi a un tratto, dice a mezza voce: 

Subsistite paullum ; 

Nana quiddam, instar avis, visum est considera opacos 
Hosce inter ramos: Sopor est pulcherrimus : et mox 
Spero, alios pariter deducam in retia cantu. 

E poco sotto infatti e* ripiglia : 

Subsistite rursum ; 

Nam tecto insedit, ni fallor, penniger alter 
Somnus; at exiguus latet, et vix prominet alis 
Undique stellatis: superest nunc tertius; at mox 
In viscum veniet. 

« Poeta aulico, avvezzo a* geniali convegni, o a gentili conver- 
sazioni, il Ceva cerca e trova sempre i paragoni suoi nella molle so- 
cietà del tempo, e non potendo o non curandosi di far impressione con 
le immagini gagliarde, coli* intreccio e lo svolgimento del dramma, 
studiasi di tener desta V attenzione coi più inaspettati ravvicinamenti. 
Quindi voi troverete mano a mano ora il canarino dall'aurea gabbia, 
ora il levriere, ora la cagnetta della signora, che scher^^a sopra i 
serici tappeti delle sale dorate. Satana sdegnoso delle ingiurie sof- 
ferte più sopra, guardava al convegno degli angeli come un cane 
battuto; qui a foggia del mastino che invidia le carezze della cagno- 
lina preferita, suscita un feroce desiderio di guerra fra i suoi, mo- 
strando le corna rotte dall* inonesto colpo dell' angelica cetra. La 
guerra vien pertanto giurata e preparata in inferno, e già a tal uopo 
si mandano alcuni Lemuri a spiare dove sia più opportuno di comin- 
ciare le offese. Curioso è assai V apprestamento fatto da loro, come 
strana e veramente grottesca la descrizione dell'esercito infernale, 
cui il poeta, ben avvisando la cosa, vuole a ragione rassomigliata ad 
una tentazione incisa dal bizzarro bulino del Callotte. Così mentre 
il Ceva s' apparecchia d' uscire dall' idillio cade nel grottesco e ridi- 
colo senza giungere mai all' altezza deir epopea, scusandosi col pen- 
siero (che in uomo men pio sarebbe scandaloso) d* aver voluto com- 
porre un poema eroicomico sulla vita di Gesù Cristo. 



' 



336 POESIE DI MILLE AUTORI 

ce Guidato da questo falso divisamento, egli distrugge V effetto 
delle scene più leggiadre, come se ad ogni tratto si ripigliasse, te- 
mendo di levare il volo troppo in alto. 

(c Le madri Nazaree costumano di raccogliersi ogni anno a 
celebrare una festa funebre, e a piangere sulla morte acerba dei par- 
goli innocenti, trucidati dall' invida rabbiosità di Erode. Il pensiero 
è felice e fecondo di nobile e patetica poesia, siccome veder puossi 
dai primi versi della descrizione, facili e dignitosi, secondochè s'ad- 
diceva al mestissimo rito. Senonchè il Demonio, cogliendo il destro, 
mascheratosi da donna, prende a miagolare anche esso un lamento 
tutto suo, mostrandosi sotto la forma di una delle afflitte: 

Ah miseram me, 

Ah meus ereptus fato Nehemillus acerbo, 
Cui fulvi crines, vultusque, oculique nogelli, 
Cui nondum exerti unguiculi etc. 

e vorrebbe così versare sopra Gesù tutta la colpa della nefanda tra- 
gedia. Per quelle povere desolate la tentazione è certamente grande, 
e cadrebbero senz' altro in errore, se in quel mentre fuor del velo 
non ispuntassero al diavolo le corna, mostrando chi fosse. 

Diriguere metu cunctae, simul agmine facto 
Terga dabant: tenuit Virgo, excussoque pavore, 
Obscenam vetulam certatim, murmure magno 
Sandaliis iactu alterno^ saxisque petitam 
Turba puellarum insequitur. 

La mesta scena diviene quindi tanto ridicola e puerile, che, a detta 
dello stesso poeta, la Vergine non era in grado di tenere le risa: 

Vix credo teneret 

(Conscia quippe doli) Virgo pulcherrima risum. 

(f Tuttavia, per una singolare contraddizione, questo nemico di- 
scacciato a colpi di sandalo da poche donne, pare temuto nel cielo, 
si che un angelo comanda alla madre di fuggirne dentro il deserto le 
insidie. La schiera infernale dal suo canto non ha posa, e muove 
anch' essa a foggia d* uno sciame di gru, ma non veduta se non dai 
cani e dai gatti che ululano lor dietro; e il poeta ne fa una lunga 
rassegna che sarebbe impossibile a descriversi, tanto è strana, se non 
copiandone i versi verbo a verbo. Ad ingrossare Toste nuova so- 
pravviene una flotta natante nell'aere, ed anche più singolare, la 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 337 

quale reca altre divinità, e Amilida o 1* idolatria, che giunge in tempo 
per comporre una fiera lite insorta fra i demonii. La scena pertanto 
si chiude con un brìndisi a Satana, proporzionato alla ferocia del 
capitano, e con una rìdda infernale non meno disonesta: 

Ter flumine salso. 

Et pice liquenti, ter plumbo et sulphure regi 
Inferno libant, ter nigri felle veneni, 
Tum choreae enormes. 

a Difficile sarebbe lo assegnarsi una sufficiente ragione di tutto 
questo movimento contra un fanciullo, come della fuga di Gesù 
colla madre, la quale in questo mentre, qualunque ne sia la ragion 
vera, errando lungo il deserto, va in traccia di san Giovanni, futuro 
precursore del Messia. 

« E qui ancora si avvicendano le scene preparate accuratamente 
dal poeta per soddisfare al bisogno prepotente delle minuzie: un 
leone abbeverato dalla pia Vergine, al quale s' impon la legge di non 
offendere alcuno, principalmente i fanciulli ; e V innamoramento di 
una pastorella, che non potendo indurre Maria a rifugiarsi almeno 
per una notte a casa i parenti suoi, ottiene di poter dare un bacio 
al Bambino, tanto bello, che meglio fingere non saprebbero coir arte 
loro i Lucchesi: 

Quo non in terris puer numquam pulchrior ullis 
Ore fuity qualem nequicquam fingere ceris 
Cinnabri ad vivum Lucensìs cura laboret. 

(c L* atto dell* innamorata non fu senza premio, dacché venne 
perciò trasmutata nella più leggiadra fanciulla del villaggio; anzi 
essa medesima specchiandosi dentro una fonte, non era più al fatto 
di riconoscere la propria immagine. L'avventura si diffuse per la 
contrada; le giovinette corsero a specchiarsi a gara in quelle bene- 
dette acque, ma si tornarono a casa meste e deluse : 

Atque illuc multae indigenae venere puellae, 
Quae tamen elusis votis in tecta redibant. 

c< Intanto i due pellegrini giungono alla grotta del Battista, il 
quale colla voce infantile facea già suonare i boschi di quella con- 
solante parola : 

Sit semita recta, 

Aequalesque vias hominique Deoque parate; 

Del Balio. Voi. VI. 92 



338 POESIE DI MILLE AUTORI 

mentre un angelo per cenno di Dio scende al Limbo per guidare le 
anime dei santi padri a godere la vista del Messia. Non chiedete 
(come vi dissi) ragione al poeta di tutto questo, perocché egli delu- 
derebbe la domanda, invitandovi a vedere la sacra compagnia di 
questi eletti intesi a raccogliere fiori: 

Rem prope coelestem si cui spectare voluptas, 
Huc celer approperet, reginamque aetheris illa 
Fiorifera in valle aspiciat quae colligit herbas^ etc. 

« Ad interrompere queste innocenti e pastorali occupazioni 
giunge il demonio il quale, scoperto l'asilo dei fuggiaschi, a ppreste- 
rebbesi a nuocer loro, e potrebbe farlo, se il Padre Etemo, affinchè 
ciò non avvenga, non comandasse al genio di Maria di raccoglierli 
tutti in un carro, e trasportarli nel Paradiso terrestre, dove i Padri, 
usciti poco innanzi dal Limbo, già li aspettano. Questo viaggio, co- 
mecché non se ne vegga il motivo, e il poeta stesso vi confessi di 
non saperlo, non dovendo noi pretendere di veder dentro ai misteri 
di Dio, è senza fallo uno dei migliori squarci del poema tanto per 
la nitidezza e la grazia della descrizione, quanto per la varietà delle 
dipinture, che si avvicendano agli occhi dei correnti viaggiatori. 

« Intanto quella Giuditta di cui è fatto cenno nel primo libro, 
miracolosamente chiamata sposa di Gesù, venuta d* impovviso a mo- 
rire, é scelu dal Cielo a rompere le falangi d*Averno. Infatti, sic- 
come erane già prima stata avvertita in sogno, appare in armi a 
foggia di Amazone, disperde colla sola vista i demoni, per congiun- 
gersi poi anch' essa al coro dei santi Padri, e far corona a Gesù nel 
Paradiso terrestre. 

u Qualunque sia il merito di cosiffatta invenzione, certo è che 
questo libro corre più franco, e lascia ved^jé quanto il poeta avrebbe 
potuto fare, se non fosse . stato guasto dalla maniera degli studi, e 
dal gusto predominante. Quindi, come e* si pentisse, nel seguente 
libro fa si che le minute descrizioni e le inezie sovrabbondino. » 

Il sesto libro incomincia con il brano dedicato a Dante, di cui 
ho parlato nel principio di questo capitolo, non fatto notare dal Ce- 
reseto. Eccolo : 

Hetruscos inter flores qua labi tur Arnus, 
Hesperiae sacris statio gratissima cycnis. 
Est locus in prato, ' unde etiam data nomina ruri. 
Quanquam sorte sua Felix locus ille vocari 

' Pratolinum, magni duci Hetr. tìIU, cor timtle Piradiso terrestri. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 339 

Eiysium meruit: regni nam siqua beati 
Illius in terris species foret ulla superstes, 
Unius ista foret Medicea gloria villae. 
Unde adeo geminae facies, et prorsus eamdem 
Exactae ad normam sedes, rem promere ab alto 
Fert animus, paulumque via deflectere cantu. 

Namque ferunt, postquam vates * Aligherìus Orci 
Ambages tortas, animarum februa, et altas 
Coelicolùm sedes stellato ascenderat axe; 
Non illum in patrias (si famae credere fas est) 
Continuo rediisse domos. Nam dia Beatrix, 
Qua duce tot vulgo ignotos penétraverat orbes, 
Nequa forent divinarum mira abdita rerum, 
Terrestris Paradisi iterum tràduxit in hortos. 
Hos duce Mathelda iam viderat , ast, ibi poto 
Amne sacro, memori abstulerant oblivia mentem. 
Ergo iterum peragrare datum loca, tectaque mira 
Infanti fabricata Deo, quo reddita ménti 
Visa semel rursumque forent: postque otia longa 
Dìcitur asportasse illinc descripta papyro 
(Seu verum, ut perhibent, seu valgi fabula) sacrae 
Intima quaeque domus, tenerae sarmentaque vitis, 
Delicium Musae, seraeque alimenta senectae. 
Hinc gemino dives spolio patria arva revisit, 
Praecinctus nigris lauris, quos fumus, et aer 
Obscurus tetra fuligìne tinxerat Orco. 
Illi sacra genis macies, vox aenea, tristis 
Obtutus, veterique scabrum rubigine plectrum: 
Perque urbes medias ibat, perque oppida Tusca 
Pone trahens cithara stupefactum ad carmina vulgus. 

Tunc late Ausonias gentes discordia demens 
Hinc atque hinc odiis in mutua fata ciebat. 
Causa mali, geminae perplexa ab origine * partes, 
Queis bicolor nomen fatalis tessera belli; 

* Daatet. 1 > Albi, et Nigri. 



340 POESIE DI MILLE AUTORI 

Unde bipertiti cives, atque asperi agrestes, 
Et populi infensi populis, atque urbibus urbes. 
Quid repetam saevas quot passa Hetruria clades ? 
Q.uot procul extorres vis egerit impia cives ? 
Ipse etiam vates nequicquam dira minatus 
Exitia, et poenas, quas imis nuper Avernis 
Viderat; infelix patriis a finibus exul, . 
Dicitur excoluisse agrum, curisque levamen 
Vinetum instituisse domi : vitemque beati 
Elysii furtum crevisse penatibus aiunt, 
Praetextam murìs, quam dein volventibus annis 
DifFusam late, et mira propagine adultam 
Paulatim Hetrusci campos severe per omnes ; 
Tyrrhenaeque urbes sacrum expressere liquorem 
Pistorium, Senae, Alpheaeque ab origine Pisae. 
Prima propinavit laticem Florentia purum, 
Os liquido perfusa mero, mirabile donum 
Finitimos inter populos partita Lyaei. 
Olii ' subviridis color, atque abscondita vena 
Nectaris aetherii, longe super Attica mella; 
Qua sensim agrestes hominum mollescere linguae 
Eloquiumque modis coepit dulcescere miris. 
Et lepor, et charites paulatim accedere dictis. 
Inde tot egregii vates, cultusque per artem 
Italiae sermo, Latii iam secula prisci. 
Et Graias Veneres fandi dulcedine vincit. 
Eloquii hìnc inter Patres subsellia Dantes 
Prima tenet, primus genialis confitor uvae; 
Unde illum in Tusco, mentito nomine Bacchi, 
Vexit agros * Redus, praetextaque fabula vero est. 

At folio excerptum, ut dixi, mirabile tectum 
Hetruscis ducibus longo post tempore cessit. 
Cui forma atque sita substructa simillima quantum 
Fas opere industri fabris mortalibus aedes. 

' Vulgo V*riia, \ ' Franciscui Redut in Dithyramho. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 34 1 

Il poeta dice però che l'antico Eliso è assai più bello dell' uman 
lito. Il vecchio Tesbite mostra alla Vergine il luogo dove si nascosero 
Adamo ed Eva, e poi a domanda dì lei le spiega come rimanesse il- 
leso il suo concepimento. Qui cedo di nuovo la parola al Cereseto: 

« In quella che Elia colla Vergine s' intrattengono in colloqui! 
indifferenti al soggetto, Gesù e Giovanni raccolgono cencinquanta 
rose di vario colore, e formatine dei Rosarii, ne incoronano Maria. 
Quando poi scende la notte, il Tesbite, fatto all' uopo venire il carro, 
da cui era egli già stato rapito vivo dalla Palestina, conduce gli 
ospiti celesti al palagio di sua dimora, tutto illuminato a cera e a 
doppieri splendentissimi, e accalcato di quanti illustri personaggi ebbe 
l'Antico Testamento, i quali accorrono giocondamente incontro ai 
vegnenti. Sulle mura del palazzo sono dipinti mtti i fatti più grandi 
dalla creazione in poi, compreso i venturi, e le guerre dei tempi 
dell* autore, che sono i soliti amminicoli dei poeti. E qui spettacoli 
nuovi. Gli angeli, per trovar modo di occupare il tempo, preparano 
una scenica rappresentazione, vera riminiscenza della vita collegiale, 
e versi degni per la novità e stranezza di essere riferiti. 

a Forse leggendo Questa pittura vi parrà di essere tornati all'e- 
poca dei convitti e delle tragedie del P. Granelli, del P. Carpano, 
del P. Ringhieri. 

At maìora oculis velo serrata latebant. 
Nam procul ante ora augustum se tollit ad auras 
Pegma, pavimenti extrema de parte, corusco 
Sipario obductum. Post velum scena, chorique 
Àctoresque latent Genii, pulcherrima pubes, 
In seram noctem spectacula sera datari 
Hospitibus di vis. Titulus de fornice pendet 
Oscula iustitiae et pacis. lamque aurea rite 
Cymbala proludunt chordis : iam pompa latentis 
Se retegit scenae : iamque alta silentia poscit 
Sibilus. En sensim subducitur aere velum. 
Proh! quae immortalis speci es! quae regia! quaelux! 
Quae domus aetheria ! Heu qualis sedet ardua gemmis 
In solio Regina nitens ! quot fulgurat astris 
Intextum syrma aerium ! quas iam' dabit illa 
Fronte gravi voces ! ut piena silentia sancto 
Terrore ! ut tragicis dictis iam praeparat ora 1 
Argumentum operis, Maiestas laesa Tonantis, etc. 



342 POESIE DI MILLE AUTORI 

« L' inopportuna dovizia di questo libro è però largamente com- 
pensata dalla più savia sobrietà del settimo, il quale è, a mio giu- 
dizio, il migliore di tutto il poema. Gesù rìede a Nazaret, mentre i 
terrazzani, già messi in suU* avviso intomo ali* essere vero di lui, 
sono spaventati dal racconto di Giona, che tornando d' Egitto un'altra 
volta, narra terribili cose intomo ali* ira del demonio, pur così age- 
volmente cacciato dal suo regno. Agar, confermando l'alta opinione 
de'Nazarei, racconta alla sua volta i prodigi avvenuti nella nascita 
di Gesù Cristo, 1' esultanza della natura, i canti degli angeli, l'ado- 
razione dei pastori, e così via; racconto che riempe di tanto amore 
Alcindo, che invaso di sùbita ispirazione prende a celebrare la gran- 
dezza futura di quel fanciullo, cresciuto nell'umiltà e nel silenzio. 

<c Lo spavento de' semplici abitatori di Nazaret non è, a vero 
dire, senza buon fondamento, imperocché l'Averao con nuove arti 
ricomincia la guerra, e suscita Simone mago, il quale corrotta una 
Selene, donna tiria, empie della fanu de' suoi prestigi tutu quanta 
r Idumea. Apparso in Samaria, vi è adorato come una divinità, e 
tutto il popolo gli trae dietro, offerendogli vittime. Ma una semplice 
offerta è ben lungi dal bastare all' inferno, il quale anela al sangue 
d'una vittima umana; e Tamar è l'infelice designata all'uopo. Bel- 
lissima fanciulla, e in sul fiore dell' età, lasciatasi anch' essa adescare 
dalle nuove arti, accorre a vedere Simone. Quando ecco, viene scam- 
biata, per una diabolica illusione, in un toro, e scannata su 11' empio 
altare, dinanzi agli occhi della madre e del fidanzato. L'idillio si 
converte allora in un' orribile tragedia, che riempie di giusto orrore 
i Nazarei, ben avvisati intentarsi con tutto questo principalmente alla 
vita di Gesù. 

a Ora, essendo le cose ridotte a questo mal termine, accade 
appunto lo smarrimento di Gesù, mentre si ritorna dai tempio di 
Gerusalemme; sventura di cui lagnasi a buon diritto pietosamente 
la madre, e tutti quanti i terrazzani, che non si danno tregua e non 
perdonano a fatica per rimediarvi. Però l' ora del trionfo de' mal- 
vagi non è ancor giunta; quindi è che pur finalmente lo rinvengono, 
e nel mezzo a' dottori in atto di spiegare fra lo stupore universale 
le visioni delle settanta settimane di Daniele. Al dolore succede 
adunque l'allegrezza della vittoria. Il Battista recandosi fra mani 
una fiaccola, compare alle donne anelanti in traccia di Gesù, ed 
annunzia loro il prossimo arrivo della Sacra Famiglia. Infatti, dopo 
un brevissimo spazio di tempo, cominciano ad apparire le ombre 
degli innocenti, rischiarando la via con infiniti doppieri, mentre Gesù, 
raccolto dagli angeli sotto una specie di baldacchino, e sorretto ai 
fianchi da san Qiuseppe e dalla Vergine, si avvia processionalmente 
all' ospitale terra di Nazaret, riconosciuto ed acclamato per Dio. Cosi 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



343 



con una allegoria non so quanto felice, raffigurante la processione 
del Corpus Domini, V autore chiude il suo poema. Il Battista fa 1* uf- 
ficio del cerimoniere; gli innocenti del clero; i Nazarei del popolo ; 
Giuseppe e Maria del diacono e subdiacono; e Gesù in mezzo a loro 
splende a foggia di sole, affinchè non manchi eziandio la figura del- 
l' ostensorio. 

Sic ille redibat ; 

Nazareisque suìs, post tot discrimina, lucem 
Auroramque, redux materna in tecta, ferebat. » ' 

Il Ceva fu gesuita e rimatore e matematico nel tempo stesso. 
Nato in Milano V anno 1648, vi rimase gran parte della sua vita, 
insegnando per quasi cinquant' anni nella Università gesuitica di 
Brera la scienza matematica, in cui fu valentissimo. E in effetti l'o- 
pera sua sulla natura dei gravi ^ contiene un importante accenno 
alla forza dell'attrazione. £ vero che Newton ne aveva fatto già a 
questa data la scoperta, ma tra noi non ancora n' era giunta notizia. 
Ebbe ingegno vivido ed osservatore. Un giorno guardando il fastigio 
di una logora porta, ebbe innanzi alla mente l' invenzione di trise- 
care meccanicamente 1' angolo ; invenzione che qualche tempo dopo 
fu pubblicata in Francia dall' Hopital, il quale la diede per sua senza 
far menzione alcuna del Ceva. 

Alle matematiche congiunse il culto per la poesia, e compose 
il poema di cui sopra abbiamo discorso e le Silvae che hanno mag. 
gior merito del poema. Anche in versi latini volle parlare di filo- 
sofìa. 3 

In sei dissertazioni in esametri parla di filosofia antica e nuova, 
dando gran parte al suo principio favorito dell' attrazione dei corpi, 
che egli aristotelicamente chiama simpatia. Combatte gli atomi d^ 
Gassendo, i vortici di Cartesio, il movimento della terra di Coper- 
nico, stimando questi sistemi antireligiosi, e apostrofando l'Italia ge- 
suiticamente a porre argine al torrente dei libri oltramontani, infettivi* 

Questo poema ebbe plauso, e vi fu chi vide in esso bellamente 
redivivo l' uso degli antichi sapienti di raddolcire 1' austerità delle 
cose filosofiche con la soavità del verso. Il padre della Briga, anch' egli 
gesuita, si fece editore per la terza volta di questa filosofia versificata, 
premettendovi una prefazione, intesa a provare che V abolizione del- 
l' aristotelismo aveva agevolato la propagazione dell' eresia di Videfo, 



' Vedi a p«gg. 348-567, voi. I, in ; Storia 
dtlls poesia im Italia, Leziooi di G. B. Ce> 
reseto. Milano, SilTestrì, 18(7, voli 3 In-ié. 

^ De natura gravium, libri duo Thomae 



CevAC tocieuds lesu. Mediolcni, typis Pan- 
dulphi MaUtetue, 1669. 

3 Pbilotopbia nova, antiqua ecc. Medielani, 
1704 e 1708. 



1 



544 POESIE DI MILLE AUTORI 

di Lutero e di Calvino e che la soverchia vaghezza dei nuovi sistemi 
cosmologici conduceva necessariamente al materialismo ed all'ateismo. 
I professori dell'Università di Pisa credettero di esser presi di mira 
in queste parole del Briga, e fecero metter fuori uno scrìtto, anche 
in versi esametri, intitolato Diacrcsit impugnativo della filosofìa nuova 
antica del Ceva. 

Scrisse anche memorie di personaggi insigni sia nella vita ci- 
vile che religiosa, tra le quali sono d^ne di nota quelle sul conte 
Francesco De Lemene, nelle quali piglia occasione di stabilire la sua 
arte poetica. Come al solito, tra molte cose lodevoli e giuste, esce 
in concetti e stravaganze. Assomiglia, per esempio, l'estro poetico 
ad un veltro generoso il quale, con giri e rigiri, qua e là scorrendo, 
scova dalle macchie e dalle tane le invenzioni. E soggiunge che il 
giudizio talvolta deve mettere il guinzaglio al suo veltro. 

Il buon Ceva visse ottantanove anni. Morì nel 1737. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 345 



CCCXVI. 

Giuseppe Gobbato. 



Traduzione del precedente brano del VI libro 

DI «Gesù Fanciullo». 

(1884). 

Dove a* fior toschi l'Arno scorre in seno, 
Caro agr itali cigni almo ricetto, 
Evvi un loco gentil 'n un prato ameno. 
Dal cui nome il contado anco fu detto. 
Sebben quel sito di per sé si' pieno 
D* ogni giocondità, d* ogni diletto, 
Atteso il merto singoiar, eh' avea, 
Paradiso chiamato esser dovea. 

Poiché, se é luogo sotto il doppio polo, 
Che ritrar possa del beato regno 
V imago, il mediceo contado solo 
Saria fra tutti d*un tal vanto degno. 
Onde sia poi, che Y uno e Y altro suolo 
Abbia pari la forma ed il disegno, 
Intendo espor Y alta cagion, e alquanto 
Dall' intrapresa via torcere il canto. 

Fama é, che, quando la profonda sede 
Di Malebolge e le purganti pene 
Lasciò il grande Alighieri, e volse il piede 
Alle pure del cielo aure serene. 



34^ POESIE DI MILLE AUTORI 

Sceso poscia tra noi (se intera fede 
A tal grido prestar pur si conviene). 
Non cosi tosto fatto abbia ritomo 
Alle contrade del natio soggiorno. 

Poiché colei, che seco in quel cammino 
Per tanti mondi al vulgo ignoti mosse. 
Beatrice gentil, perchè divino 
Ponento alcuno ascoso a lui non fosse. 
Dell' Eden rimenoUo anche al giardino. 
Ma poi per la sacr* onda ivi bevuta 
Ogni reminiscenza avea perduta. 



Di nuovo adunque i luoghi e i muri eretti 
Al Dio Bambin gli è di mirar concesso, 
Perchè portasse de' rivisti obbietti 
Meglio l'esempio nella mente impresso. 
Fama è poi, che in un foglio i sacri tetti 
E una tenera vite avesse espresso; 
La vite, della Musa alma dolcezza 
Ed alimento della sua vecchiezza. 

Cosi (fosse un tal fatto o vero o finto) 
Ricco d'entrambe quelle rare spoglie 
Rivolse il pie dall' immortai recinto 
Di nuovo a riveder le patrie soglie. 
Portando intomo al nobil capo avvinto 
Il serto ancor dell' apollinee foglie, 
Che di fumo e caligine annerite 
Aveagli un di T atra magion di Dite. 

E già di veder parmi il Vate sacro 
Per le città d' Etruria e per le ville. 
Portando al collo il rugginoso ed acro 
Plettro, con melanconiche pupille 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 347 

E con sembiante illividito e macro 
La ferrea voce alzar; e mille e mille 
Stupefatti uditor' seguire intanto 
In densa calca il suo mirabil canto. 

Tutta r Ausonia allor, rotti gli accordi. 
Schiuse all'empio furore avea le porte; 
E gli uomin feri, di vendetta ingordi, 
Si traeano Tun l'altro a cruda morte. 
Un tanto mal due fazion discordi. 
Da incerta origin non ha guari sórte, 
Produceano, e di guerra empia e fatale 
Di due colori il nome era segnale. 

Quinci divisa in gemini partiti 
Era colla civil la gente agreste: 
U un contro all' altro i popoli accaniti, 
E le cittadi alle cittadi infeste. 
A che dirò quante d* Etruria i liti 
Abbian sofferte allor stragi funeste? 
Quanti abbia cittadin quell' empia guerra 
Cacciati in bando dalla patria terra? 

Il miser Vate anch' ei, poscia eh' espresse. 
Col forte verso minacciando invano, 
Quel, che nel cupo averno colle stesse 
Sue pupille mirò, supplizio strano, 
Dicon, che dalla patria esul si desse 
La terra a coltivar di propria mano; 
E una vignetta pur nel picciol orto 
Piantasse, all'egro cor dolce conforto. 

Cosi la vite, dell' Eliso tolta 
Furtivamente ai floridi giardini. 
Crebbe feconda appo que* muri, e colta 
Ne' ridenti fu poi tòschi confini ; 



348 POESIE DI MILLE AUTORI 

E col volger degli anni» indi raccolta 
U uva matura entro capaci tini. 
Ne sprenietter licor dolce squisito 
Le città tutte del tirreno Hto. 

Prima Firenze allor delle benigne 
Stille gustò l'alma dolcezza infusa; 
E, fatta ricca di quel dono insigne, 
N* a pur la fonte a' suoi vicin dischiusa. 
Verdognolo è il color, di cui si tigne, 
E di nettar celeste entro difiusa 
Lene venetta ha si, eh' anco a soavi 
Di gran lunga sorpassa attici favi. 

Quinci di mano in man colta e civile 
Si fé', perdendo sua natia rozzezza 
La volgar lingua; ed il parlar gentile 
Contrasse una mirabile dolcezza. 
Da' sommi vati poi l'italo stile 
Ornato ad arte venne in tal vaghezza. 
Che r aurea età del Lazio e delle genti 
Greche vinse il lepor coi dolci accenti. 

Or, poiché fu delle gioconde viti 
Il gran padre Alighieri il primo autore. 
Primo ognor colse fra gli archimandriti 
Di nostra lingua il glorioso onore: 
Onde di Bacco un di sotto i mentiti 
Sembianti il Redi quel sovran cantore 
Trasse in trionfo alle toscane sponde; 
Ed il ver nella favola s'asconde. 

Ma r accennata or or lieta magione, 
Che a tenor di quel foglio eretta venne. 
Trascorsa che fu poi lunga stagione. 
Propria dei toschi duci alfin divenne; 



INTORNO A DANTE ALICHrERI. 



E, com* era dell' altra il paragone. 

La forma e il sÌco anch'essa eguale ottenne 

Perfettamente a quel più alto segno. 

Cui può giunger dell' uom l'industre ingegno. ' 

Ecco come il dottor Pietro Gobbato paria di suo fratello Giu- 
seppe ; 

ce Giuseppe Gobbato di Angelo e di Maria Torresini nacque il 
di 17 di settembre dell' anno 1794 in Povegliano, villa dell'alta Tri- 
vigiana a sei miglia circa dalla cittì. 

• Chiamato allo stato ecclesiastico fé' con lode i suoi studi nel 
patrio seminario; e nel di 13 dì luglio del 1817 fu ordinato sacer- 
dote. In queir anno medesimo andò maestro di grammatica nel col- 
legio dì S. Giacomo in Caitelfranco, dove stette due acni, dando 
saggi di molta abiliti nell' inseguate. Passò quindi in seminario, es- 
sendovi desideralo dai superiori, che l' ingegna di lui avevano cono- 
sciuto e ne facevaa gran conio; e qui pure insegnò grammatica per 
altri due anni, dopo i quali sottenlrò nella cattedra di rettorica al 
Guecello Tempesta successore del Monico. 

> A que' tempi, chi insegnava rettorica, dovea dare al termine 
dell'anno scolastico un'accademia letteraria; alla quale, oltre alla 
Direzione, al corpo insegnante ed agli alunni del seminario, interve- 
niva il vescovo, e con esso il delegato, e parecchi ecclesiastici della 
cittì e dì fuori, e non pochi de' più colti e rage^uardevoli cittadini. 
Innanzi a tale accoha il maestro leggeva la prolusione in prosa; e 
poi di mano in mano i migliori suol scolari, da esso esercitati, de- 
clamavano le altre composizioni da lui fatte, eh' eran tutte o quasi 
tutte poetiche nelle lingue italiana e latina e qualche volta pure 
nella greca. 



' Qua» tridiuioac mi li l«gge ■ pi- 
fine 131-11), in: Il Gaù bambino, poeoxt 
di Tomua Coi D. C. D G , dd Ulino 

=>n. GDbUio. Tntlio. lip. dtlli Scuora 

Il primo Ctnia di iiiuiii mduiione fii 
•umpuD in Tmlu coi lipi dell'Aminoli 



Audio, (d II CI 



:r cpaia il datior Gobbiio li deciic • 






*»fK 



mA 



3$0. POESIE DI MILLE AUTORI 

« Cinque anni tenne il Gobbato quella cattedra, mantenendola 
in quel credito ed onore, che il Monico specialmente le aveva pro- 
cacciato. Ed egli alla fine di ciascun anno die* 1* accademia doman- 
data dalla regola disciplinare, che allora con tanta utilità delle let- 
tere si osservava. Bello argomento gli porsero per la prima, redtau 
nell' anno 1822, le feste veneziane. A soggetto della seconda, per 
Tanno 1823, egli scelse le opere del Canova: nella terza, Tanno 1824, 
trattò delT amicizia: celebrò nella quarta. Tanno 1825, gli uomini 
illustri veneti, e nel 1826 fé' soggetto della quinta le scoperte del se- 
colo XVIII. 

« Fin dalla prima di queste accademie il nome del Gobbato, co- 
nosciuto solo in seminario e dagli amici, andò per le bocche di molti 
assai lodato come egregio prosatore e poeta. L* Ateneo di Treviso 
cercò allora d' averlo nel numero de* suoi soci : ed egli nelle ordi- 
narie tornate lesse più volte de* suoi scritti, per li quali s' ebbe so- 
lenni ed onorevoli applausi. Fatto poi segretario per le lettere (men- 
trechè nel seminario dalla cattedra di rettorìca era passato a quella 
di religione e storia universale nelle classi di filosofia), ne scrisse le 
relazioni finali degli anni 1827, 1828 e 1829, che si conservano stam- 
pate negli Atti delT Ateneo medesimo. 

« Verso la fine delT anno 1829 ^^ vescovo Sebastiano Soldati lo 
elesse arciprete di Postioma, eh* era allora uno dei posti riservati a 
chi per più anni aveva atteso ali* insegnamento con lode, o in altro 
avevasi acquistato dei meriti. Ma destinandolo a quella cu*'a, per non 
privare il seminario d*un maestro, che davagli tanto lustro, il ve- 
scovo fece in guisa, che T obbligò a recarvisi in assegnati giorni a 
dar lezione di religione e di filologia latina nelle due classi summen- 
zionate. Essendo il Gobbato a Postioma, T anno 1852 fu nominato 
ispettore scolastico per una metà del distretto di Treviso ; e queU* uf- 
fizio d* ispettore delle scuole ei tenne ventisett' anni. 

. « L* andar su e giù più volte la settimana da Postioma a Tre- 
viso, massime nelT inverno, era di grave incommodo pel Gobbato : 
e il vescovo, che lo stimava tanto e volevalo in seminario istitutore 
de* giovani, ciò vedendo, nel 1834, il richiamò in città e il fé* vicario 
di S. Vito. Qui, per le sue virtù, per la sua dottrina e pel suo zelo, 
si fé* molto ammirare ; e colle spiegazioni del Vangelo nelle dome, 
niche e coi discorsi, eh* ei faceva in tutte le sere della Quaresima 
alT esposizione del Santissimo, tanta gente d*ogni condizione attirava 
che la chiesa n*era sempre afibllatissima. Ciò era certa prova, che il suo 
nv>do di predicare piaceva a tutti E, eh* egli fosse un eccellente ora- 
tore, il dimostrarono le orazioni funebri, i panegirici e le prediche, 
eh* ebbe a fare; e quelle eh* egli nelT Avvento dell* anno 1839 recitò 
nella cattedrale di Treviso, al vescovo Soldati, eloquentissimo e dot- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



3SI 



tissimo, piacquer tanto, che avrebbe voluto udirle recitare un* altra 
volta. 

«e II Gobbato tra la scuola, la cura vicariale e lo studio divideva 
tutto il suo tempo. Egli era sempre occupato, e dalle assidue occu- 
pazioni oppresso finalmente si senti affievolire le forze ; scapitò nella 
salute, e cominciò a patire di gotta. Le fìsiche sofferenze aggiunte 
alle angustie dell'animo per gli scarsi proventi, che non bastavano 
ai suoi bisogni, a poco a poco il gittarono in una tetra malinconia. 
Con tutto ciò non mancava punto a* suoi doveri; ma questi adem- 
piuti, si ritirava, e, chiuso nella sua stanza, più non si faceva vedere. 
Di che gli amici e quanti prendean diletto della piacevole conver- 
sazione di lui, n* erano impensieriti e dolenti. 

« Il vescovo, fatto accorto di ciò, si prese cura di confortarlo, 
onorandolo o meglio provvedendolo col promuoverlo a canonico 
della cattedrale; il che fece nell'anno 1844; e perchè più facilmente 
si potesse rimettere, lo sollevò dall' insegnamento e da tutte le altre 
cure e fatiche. 

« Allora nella quiete e nella tranquillità della vita il Gobbato si 
serenò, si rinfrancò,' si riebbe; e, tornato con tutta V intensità a' suoi 
studii, diede fine alla traduzione, cominciata a Postioma, del poema 
latino Jesus puer del Ceva, e volgarizzò i salmi di Davidde. 

« La gotta, che del tutto mai non 1* avea lasciato, prese final- 
mente ad insidiargli il cuore, e a' di 8 di dicembre dell' anno 1868 
gli arrivò a spegner la vita. Oh ! avesse egli vissuto ancora qualche 
anno! Riveduto avrebbe senza dubbio la classica sua versione del 
lesus puer, e, levandone qua e là qualche difetto e nuove bellezze 
aggiungendovi, ei l' avrebbe condotta ad una rara perfezione. Anche 
la traduzione dei salmi, che a giudizio di persona intelligente ha pur 
dei pregi, avrebbe egli corretta al mio credere, e tal l' avria ridotta, 
sapendo egli far bene, che nessun' altra forse potrebbe starle a pa- 
ragone per fedeltà, eleganza e buon gusto. Con tutto ciò questi due 
lavori, massimamente il primo, saranno sempre stimati, e faranno sì, 
che nella storia della letteratura il nome di Giuseppe canonico Gob. 
bato si conservi celebre ed immortale. » ' 



*'Si perdoni questa voUta, che non si 
paò gobbare, all'affetto fraterno. 



Vedi a pagg. vii-x, in: // Gesù barn- 
hinot ecc., opera gii cltau a pag. 349. 



352 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXVII. 

Vincenzo da Filicaia. 

Ai Figliuoli. 

Canzone. 

(1690). 

In questa canzone il poeta parla del gran viaggio dantesco. 

Figli, che agli atti e al viso 

L' aria mostrate del mio spirto istesso : 

Figli, da cui diviso 

In voi pur vivo, e quanta più mi parte 

Aria, e terra da voi, più a voi son presso ; 

Se in voi non spargo ad arte 

Pensier d' onore infra gli scherzi e '1 riso. 

Se ne* teneri petti 

Con accorto parlar ben mille e mille 

D' alto valor faville 

Io non accendo, e se a' patemi detti 

A si grand' opra eletti 

Non ha di voi chi per suo ben s* appigli. 

Né padre io son, né siete voi miei figli. 

Vivacitade e brio 

Vi die' natura, e avvedutezza in voi 

Con avvenenza unio. 

Ma qual dei fior lo spirto, se in liquore 

Vien, che si stilli, e mal si chiuda poi. 

Sfuma, svanisce e muore; 

Tal poi fia, che '1 gentil vostro natio 

Spirito esali e sfume. 

Se in voi noi chiude il senno; ond' io dipinto 



INTORNO A DANTE AtlGHIERI. 353 

Un picciolo indistìnto 

Talor vi mostro di ragion barlume, 

Perchè ogni bel costume 

Quanto in altri fiorir giammai si vide, 

Come in suo dolce albergo, in voi s' annide. 

So che alla vostra acerba 

Mente, il cui suolo ancor non tocco appena 

In fior si sfoga e in erba, 

Intempestivo è di prudenza il seme. 

Non pertanto tradir vogl' io la piena 

Di voi concetta speme; 

Forse a gran cose alto destin vi serba. 

Insegnamenti onesti 

Dal vostro ingegno pargoletto ancora 

Suggansi ad ora ad ora; 

Onde poi tra me stesso in dubbio io resti, 

Se questi sensi e questi 

Pensier, che semi son d'opre onorate, 

Dall'Arte appresi, o da Natura abbiate. 

Né vogl' io già con fiero 
Sguardo il fiore adduggiar de' bei vostri anni, 
Né al supplicio severo, 
Né alla rea degli studi aspra tortura 
Vostra tenera età fia che io condanni; 
Lungi si strana cura. 
Ma poiché il senso, empio tiranno altero, 
Tutto si usurpa il regno 
De' nostri aflfetti, e a sé ne tira e sforza, 
Convien, eh* io pieghi a forza 
Vèr r altro lato il puerile ingegno. 
Cosi di là dal segno 
Piegasi tutto alla contraria parte 
Giovane ramo, e s' addirizza in parte. ' 

' Cosi volendo raddrizzare un ramo che sia storto, lo si piega tanto dalla contraria 
pane più che non parrebbe necessario. 

Del Balzo. Voi. VI. 93 



1 



3 $4 POESIE DI MILLE AUTORI 

Se ignoranza felice 

V ascose i mali, onde quaggiù s* abbonda ; 
Or r alta lor radice 

Scuoprasiy e *1 Nil de' comun pianti ornai 

A voi non più le rie sorgenti asconda; 

Quasi da tronco, i guai 

Sorgon dal vizio: che (se*l ver mi dice 

Esperienza molta) 

Pecca, ed ave ogni età suoi vizi in dote. 

Scemere il ver non puote 

La puerizia, ed è si varia e stolta. 

Che in mille voglie involta 

Vuole, e disvuole, e si di sé s* appaga, 

Che erra mai sempre, è d* errar sempre è vaga. 

Ond' è che qual sormonta 

V edera i tronchi, e vi si pianta, e annida ; 
Tal, de' miei detti ad onta. 

Pia, che non sano affetto in voi germoglie, 
Se il senno i germi non a tempo uccida 
Delle mal nate voglie. 
Del ben la forma oh come ben s' impronta 
Neir età molle ! in questa 

V anima semplicetta, che dà fede 
A ciò, che ascolta e vede. 

Oneste cose udendo, anch' ella onesta 

Senz' avvederse resta ; 

Come chi stassi al sol, bench' ei noi senta. 

Né vi fermi il pensier, fosco diventa. 

Destinvi dunque i chiari 
Esempi, e or questi in ascoltando, or quegli 
Egregi fatti e rari, 
Stimol di bella non gustata lode. 
Il gioviM^ò^cor vi pugna, e svegli. 
Da me, cui strazia, e rode 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 355 

Ingiuriosa sorte, ah non s' impari. 

Che sofferenza, e zelo. 

Prendete altronde di fortuna esempio, 

Se non vi fé* *1 mio scempio 

A bastanza infelici, amico Cielo 

Almen sospenda il telo ; 

All' innocente etate almen perdoni. 

Poi, se sazio non è, fulmini e tuoni. 

SI, tuoni pur; ma pria 
Negli anni acerbi anzi stagione adulto 
Si veggia il senno, e sia 
Incontro a' colpi di fortuna scudo. 
Velenoso piacer, qual angue occulto. 
Con dolce morso e crudo 
Ah non v' impiaghi ; per solinga via 
Se air ingannevol fischio 
Correr vago augellin di faggio in faggio. 
Sul mattutino raggio, 
Unqua miraste ; all' amoroso vischio. 
Cosi di rischio in rischio. 
Corre V incauta gioventù, che presa 
Né può quindi fuggir, né far difesa. 

Chiuse al piacer V entrate 
Saran, se aperto alle beli' arti il varco 
Pia, che gran cose opriate. 
Morte del vizio è V opra : e come accinto 
Esser puote ad oprar chi d' ozio è carco ? 
r prego '1 Ciel, eh' estinto 
Del piacer 1' empio mostro, il crin cingiate 
Di non caduco serto: 
Pregol, che un giorno alle paterne rime 
Bella da voi s' intime 

Guerra, e penda tra noi si dubbio e incerto 
Della vittoria il merto. 



356 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ch* io non sappia, in mirar vostre alte prove. 
Se d* esser vinto o vincitor mi giove. 

Nè dell* aringo vostro 

Sia questo il fin. Le immagini degli avi 

Mirate là. Quei d' ostro 

Splendido ammanto, e quei guerriero arnese 

Vestirò : altri sudò sotto le gravi 

Pubbliche cure; imprese 

Altri egregie forni. Mentre io vi mostro 

E toghe e insegne ed armi, 

Veggo, che qual ardente e generoso 

Destrier del suo riposo 

Svegliasi al suon de' bellicosi carmi, 

Già vi svegliate ; e parmi. 

Che vostr* alma i piaceri e V ozio sprezzi, 

E i prischi onori a meritar s' avvezzi. 

Ma poi r età robusta, 

Che stagiona il giudizio, e i sensi acqueta, 

E con amica e giusta 

Temperie il foco giovanil corregge. 

Degli onori al desio, che V alma arrete, 

Modo prescriva, e legge. 

Poco ritien chi troppo assaggia, e gusta. 

Non vo*, che '1 troppo ardito 

Legno in mar, eh' altra vela unqua non corse, 

Il freddo Plaustro ' e Y Orse 

Perda, e i naufragi suoi mostrinsi a dito ; 

Né vo', che presso al lito, 

Ove più bassa e men superba è 1* onda. 

Rada V un remo il mar, 1' altro la sponda. 

Oh che avverrà, se quando 
Sparso di nevi è il crin, le brame e V ire 
E le speranze in bando 

^ Plaustrù, cotte nazione dell' Orse mAggiore. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 357 

Poste e repressa la natia licenza^ 

Suddito alla ragion serva il desire ! 

Colla senil prudenza 

Qual di virtù concerto alto mirando. 

Quale armonia perfetta 

In voi sarassi ? dell' età passata 

Dai turbini agitata 

La mente allor fia più purgata e schietta; 

Come percossa, e stretta 

Dai venti a romper tra i dirupi e sassi, 

Più chiara T onda e cristallina fassi. 

Gli altrui perigli e i vostri 
Vi faran cauti appien: tal che né il troppo 
Timor vi scuori e prostri^ 
Né r ardir fia soverchio ; all' alte imprese 
Di precipizio é Y un, Y altro é d* intoppo. 
Nelle più gravi offese 
Sempre ugual a se stesso il cor sì mostri; 
Né avara voglia e vile, ' 
Che 1* estrema canizie afferra, e strigne, 
Ne* vostri petti alligne. 
Qual follia, che degli anni in sull'aprile 
Abbiasi 1' oro a vile. 

Poi nel giel dell' età quel, che in poch' ore 
Pur é forza lasciar, s* ami, e s' adore? 

Credete a me, che scorso 
Tant' oltre son, che già son presso a riva 
Del naturai mio corso; 
Credete, o figli, a me; 1' amore e '1 vero 
A queste voci, che gran zelo avviva. 
Spirto e baldanza diero. 
Saggio chi strìnge alle sue brame il morso: 

> Né «▼«rìii«. 



358 POESIE DI MILLE AUTORI 

Saggio chi, mentre il fato 

Ogni cosa mortai sossopra volve. 

In sua virtù s* involve, 

E a lui resiste di se stesso armato ; 

E quando il cielo irato 

Le caduche gì' invola, egli V eteme 

Sparge sui fogli ampie ricchezze inteme. 

Ma fiano al vento sparti ' 
I miei sani consigli, e sparti al vento 
Vostri bei studi ed arti, 
Se non gli ofl^te al Ciel : dal Ciel si prenda 
Principio air opre, e quel, che Dio talento 
Vi die*, per Dio si spenda. 
Con tersi accenti d' onestà cosparti * 
Vostro alto stil risuone ; . 
E tal di zelo, e di fé viva, e forte 
Impeto il muova, e porte, 
Che a' vizi sferza, e alle virtù fia sprone. 
Rado, o non mai s* oppone 
Ài costumi la penna, e non si scrìve 
Se non co' sensi, onde si parla, e vive. 

Dall' infinita cuna 

Dell' universo fino al ciel sovrano 

Le cose ad una ad una 

Vide per saggia scorta, e in sé tesoro 

Ne fé' '1 gran Tosco. ' Or se a mirar lo strano 

Vario crudel lavoro, 

Che ognor qui fanno amor, fama e fortuna, 

Pe' gradi dell' etate 

Di passo in passo io vi condussi, e fei 

A voi ne' versi miei 



' Sparsi. I Virgilio e poi tU Bettrice Tttttò e deicritae 

' Cosparsi. l tutte le cose ad una ad una dall'inferno 

} Dante Alighieri, che accompagnato da | fino al paradiso. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



Chiaro quel ver, da cui non lungi andate; 
Fate voi si, deli fate. 

Che un di non frutti de' miei detti il seme 
A me sconforto, a voi miserie estreme. * 



ÌT9 



' Qjiesu cftnxoae cosi si l^ge t pt- 
gise 25 $-263, in: Paesi* ài Vincenio <U 
niicflk, cdizioiM aecoada. Tip. e librerìe 
StloUaA, Torino, 1884. 



Per le notiiie biografiche e bibliografiche 
del Filic«tt, vedi • pag. 214 di questo sesto 
Tolume. 



360 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXVIIL 
Giovanbattista Fagiuoli. 



Al SERENISSIMO ED EMINENTISSIMG SIG. PRINCIPE FRAN- 
CESCO Maria cardinale dei Medici. Spera il gradi- 
mento DEI suoi componimenti. 

Capitolo. 



In questo capitolo, 1* autore, parlando dei poeti e delle mese, 
parla di Dante e Bice. 



Serenissimo mio gentil padrone. 

Che voi facciate, supplicar vi voglio, 
Dair alte cure un po' di digressione, 

Soltanto, che leggiate questo foglio : 
E s' io mi usurpo troppa confidenza, 
Non mi s' ascriva a temerario orgoglio. 

Se n' incolpi la vostra gran clemenza. 
Cagione, per la qual non mi vergogno, 
Di farvi esercitar la pazienza. 

Udite in grazia brevemente un sogno ; 
Non è proposta tal da vostro pari; 
Ma eir è ben aggiustata al mio bisogno. 

Stanco da mille fastidiosi affari, 
Dormiva, di pensieri cosi scarso, 
Come sempre soglio esser di danari. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 36 1 

Quando mi vidi avanti agli occhi apparso 
Quel monte di due cime, il gran Parnaso, 
In mille carte nominato e sparso. 

Mi senti' di salirlo persuaso, 

Mosso da non so qual fervido zelo 

D' andare a messer Febo a dar di naso. 

L' altezza mi parea, che entrasse in cielo : 
E faceva i miei conti, che a finire 
Questa salita, avrei mutalo pelo. 

Ciò non ostante, dettimi a salire, 
E diceva fra me : O quest* è V erta ! 
Ma per goder, bisogna pria patire. 

Solo a chi pugna è la corona offerta : 
E la gloria non è come un tortello. 
Che caschi in bocca per tenerla aperta. 

In tal guisa beccandomi il cervello, 
Tirava innanzi il conto : e alfin m' accorsi 
D' esser giunto lassù cosi bel bello. 

Allori in quantità far ombra scórsi 
Al fonte d' Elicona : e molta gente, 
Di quando in quando, ber queir acqua a sorsi. 

Vidi Dante e '1 Petrarca; ma talmente 
Discorrevan tra lor di Laura e Bice, 
Che lor non volli star a dir niente. 

Volea saper, quanto si fa e si dice. 
In 'luogo cosi ameno e delizioso : 
Parendomi ogni abitator felice. 

Rimirava quel popol numeroso, 
Diviso in varie e differenti schiere, 
Far con sampogne e cetere il grazioso. 



36a POESIE DI MILLE AUTORI 

Mi parve d' essere invitato a bere, 
Di quegli altri poeti in compagnia : 
E in combrìccola fui messo a sedere. 

Bevvi più giare d' acqua : e in fede mia, 
Ch* eir era fresca ; ma voltava V occhio. 
Se, dopo il bere, da mangiar venia. 

Quando Talia, per ricreare il crocchio. 
Portò una ciocca (io dovea dir d'alloro. 
Ma la rima mi fa dir di finocchio). 

C* è altro (io dissi), o nobil concistoro ? 
Come qui non si parla di mangiare, 
Afiè ch'egli è un bruttissimo lavoro. 

Talia, che mi sentiva borbottare, 
Come fanciulla di buona natura, 
La verità mi volle palesare. 

Cominciò a dire : A questa dirittura 

Chi viene, o fratel mio, faccia coraggio : 
E degli stenti non abbia paura. 

Le cetere non son di alcun vantaggio: 
E di poeti questa turba folta 
Invan per questo monte va a foraggio. 

A coltivarlo la fatica è molta : 

E si semina spesso in questo suolo ; 
Ma il tempo non vien mai della raccolta. 

E tu saresti bene un gran Fagiuolo, 
Se sperassi il contrario; onde alla prima, 
O qui crepa d' inedia, o fuggi a volo ; 

Perchè non basta aver pronta la rima. 
Facile il verso, arguzia nel concetto, 
O del più puro stile usar la lima. 



INTORKO A DAKTE ALIGHIERI. 363 

Quiy tu vedi, non e' è casa, né tetto : 

Di mangiar non si parla ; e se vuoi bere , 
V acqua del Pegaseo fa da claretto. 

Queste di alldr coccole amare e nere, 
Son talora per noi laute vivande : 
Ed è un domeneddio poterne avere. 

Non e' è chi ti rivesta al freddo grande ; 
Che de' poeti è solita lindura, 
Non aver né camicia, né mutande. 

Apollo, eh' é gentil di sua natura. 
Ci riscalda talor co' raggi suoi : 
Del resto poi, si trema addirittura. 

Guardane in viso tutte quante noi, 
E scorgerai, se io ti dico il vero; 
Adunque bada bene ai fatti tuoi; 

Il poeta é un bellissimo mestiero^ 
È lodato da molti; ma nessuno 
Per paraguanto gli darebbe un zero. 

Capperi (dissi), ho dato nel trentuno : 
Sicché, monna Talia cara e garbata, 
Qui si sguazza in continovo digiuno ? 

O guarda ! e forse eh' io non ho recata 
Quantità di capitoli e sonetti, 
Col supposto di far buona giornata ! 

Credeva, che facessero altri eflfetti 
I fatidici carmi, e '1 plettro aurato, 
E non con lode sol fosser protetti. 

A che serve di grazia esser lodato. 
Se r insalata per comprar, non giova 
Con un sacco di lodi ire in mercato ? 



364 POESIE DI MILLE AUTORI 

Chi lodi sole a masticar si prova, 
Com' egli ne ritrae grasso alimento, 
In termin di tre giorni mi dia nuova. 

Mi pensava d' avervi dato drento ; 
Ma di fare il digiun delle campane 
Quotidie, o mia signora, io non mi sento. 

Or su, Muse mie care, state sane, 
A rivederci con un po' più agio. 
Che qui ci è da stentare come un cane. 

Addio Talia, perdona del disagio : 
A dirmi il vero tu mi se* piaciuta : 
Ecco, che in giù la piglio adagio adagio. 

So che alla china ogni Santo aiuta : 

Non vo' più verdi allori, eh' io pensava, 
Fossero ambrosia e manna, e son cicuta. 

Di poi mi detti a gambe, e taroccava; 
Sicché dovette anche sentire Apollo, 
Che io devotamente bestemmiava; 

Perch' io sentii far jachj e torsi il collo : 
E vidi il dio di Cirra, che alla testa 
Con occhio bieco dava irato il crollo. 

E ben (di poi gridò), che furia è questa ? 
E che ti puzza V esser immortale, 
Che appena tocco bomba, hai fatto festa ? 

A questo monte mio colui che sale, 
Trattenga il passo con allegra faccia ; 
E sappia, eh' io non sono uno stivale. 

Son Febo, e questo basti : e se le braccia 
Ti fé' cascare una di queste suore, 
Di bugiarda ella merita la taccia. 



IHTOBNO A DANTE ALIGHIERI. 

Sta lieto, non ti perdere, e fa' cuore : 
Ecco qua Mecenate, il generoso, 
Padre de' saggi, e dell' Etnirìa onore. 

Io soffermato rimirava ansioso : 
E vidi Vostr' Altezza esser li giunto. 
In sembiante amorevole e pietoso. 

Apollo vi teneva a sé congiunto, 
Stretto per mano : e proferir s' udì 
Verso di me queste parole appunto : 

Ricorri con fiducia a questo qui, 
Che unisce la grandezza alla pietà, 
Ch' è il più raro splendor de' nostri di. . 

Questi col senno superò I' età : 
E s'avvieo che di porpora ei s' ammante. 
Non ne riceve onor, ma le ne dà. 

D' ogni beUa virtù cortese amante, 
Gradirà le tue rime, ancorché vili j 
Però deponle alle sue regie piante. 

Son le maniere sue cosi gentili. 

Che tu ne puoi sperare ogni tuo bene : 
E pochi puoi trovarne a lui simili. 

In udir questo, il sangue nelle vene 
Biillò per allegrezza : e corsi ratto 
Per tutte in voi depositar mie spene. 

E fu cosi verace in me quest* atto. 
Che mentre a supplicarvi era rivolto. 
Restai forzato a risvegliarmi a un tratto. 

In qual confusTon restass' involto 

Non lo so dir; so ben, che la speranza 
Perdetti allo sparir del vostro volto. 



366 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma pur non so che poca ce n' avanza. 
Né sono cosi timido e codardo. 
Che non abbia in sperar nuova costanza. 

Me rimirate con benigno sguardo, 
O signor cardinale : e poi si speri, 
Che resti un solennissimo bugiardo. 

Quei che dice, che i sogni non son veri. ' 



' Coti leggesi, A pagg. iia-iiB, in : Rime 
piattPoU di Giov. B«ttista Fagiuon fioren- 
tino. Parte I. In Firenxe, IIDCCXXIX, per 
Michele Netteniu e Francesco Monche. Con 
licenia de' tuperiort. 

Ho meato la dau del 1693 a quesu poesia 
poiché in questo anno probaUlmente il 
poeta entrò nelle grazie del cardinale Fran- 



cesco Maria de' Medici per messo della saa 
futura suocera. * U cardinale fn gran 
protettore del Fa^^uoli e il lettole ha potato 
leggere qualche notida su di lui nella nota i* 
a pag. }ti di questo Tolnme. 



• Vedi notizie biografiche del Faginoti a 
pag. )o6 di questo voi. VI della Raocolu. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 367 



CCCXIX. 

Quinto Settano (Ludovico Sergardi). 

Nella seguente satira 

DERIDE GLI INETTI IMITATORI DI DaNTE. 

(1694). 

Nunc age, dum longis respirant pectora curis, 
Mi Lupe, scire velim, fortasse et in acta referre, 
Quidquid praeteritis statuit fecitque calendis 
Clara phalanx. Aderas nam tu quoque credulus illis; 
Nostraque manavit dubius per compita rumor. 

Dicam equidem. Labente die convenerat una 
Turba frequens, ubi turpis hiat de marmore vultus, 
Proluit ei gelida sitientibus ora caballis. 
In primis Philodemus erat, manibusque reductis. 
Ut solety et nugis dare pondus idoneus, inquit : 

Macte animo, studiosa cohors: virtute parantur 
Coccina, nec crinem praebet dea calva supinis. 
Qui sapit, ipse sibi fortunas fabrìcat astris 
Invitis. Romae sumus, hic ubi cuncta renident 
Imperli speciosa notis, mediique popelli 
Saepius ausonia vestitur bucca tiara 
Et celsas vidi fungos superare cupressus, 
Vos quoque de largo cratere bibisse iuvabit, 
Si patulas dabitis nostris sermonibus aures. 
Quisquis in hoc uno studeat, noctuque dieque 
Cogitet, ut doctus videatur. Splendida larva 
Virtutis quantum romana praestat in aula ! 
Hac facile induimur, si nostrum quilibet ora 
Solvat in officium sodi, et coniuret amice. 



368 POBSIE DI MILLE AUTORI 

Hic putret in venerem; dextra quatit ille fritillum; 
Alter ab immunda nescit prodire culina: 
Tu laudato. Ubinaoi Larronus ? Septima lux est» 
Ex qua se libris cruciata studioque forensi 
Ad bessem Calli bona de quincunce redegìt ; 
Et iam pragmaticos divino provocat omnes 
Eloquio. Quid agit Plotinus ? In abdita rerum 
Viscera soUicitam conàtur trudere mentem: 
lUum non ruris, comitum nec blanda voluptas 
Abstrahere inde potest: doleo: nam marcidus haeret 
Ore color, pigroque rigent a sanguine venae. 
Sic vitium obvolves fuco virtutis et umbra; 
Totaque securo poteris dormire cadurco 
Sabbata. Sed multum praestabit norma loquendi. 
Arte loqui didicisse iuvet: nam regula raro 
Hae fallit, pulchreque imponit: grandia semper 
Atque ignota aliis coram recitentur: Achivos 
Scriptores passim mirari et promere fas sit ; 
Verbaque fallaci resonent gortynia labro ; 
Nec nisi cum kappis (idisque pugillar iotis 
Signatum officii moneat, labentis et horae. 

Ille etiam docti famam venabitur, herbas 
Cui medicas lento distiliat cacabus igne; 
Calle et humanos scrutari sedulus anus. 
Virsungi ductus noscat, fluxumque cruoris 
Harvei ; quid cornea fibra fungatur gianduia munus. 
Sis laudator aquae. Galeni scrìpta repone 
Inter rancidubulos, scurra dictante, libellos; 
Qui facit, ut dubio sit adhuc sub iudice Natta, 
Ne tori ac taedae scindantur iura maritae, 
Aufugiatque domo grandi cum dote puella. 

Nec pigeat terras vastique sinum Ennosigaei, 
Fluminaque et toto metiri sidera caelo. 
NuUaque fatalis serpat tibi cauda cometae, 
Quam non deprendas subito, cursumque sequaris. 
Momenti exigui res est, dum splendidus adsit 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 

Circinus, et vigili suspcnsa dioptra tigillo. 
Nec multum referet toto si dormiat anno 
Aeneus in theca rosusque aerugine quadrans. 
Nani quota pars hominum, cuoi dixerìs hexagonon, 
Puncta, superfìcicm, conon, tetraedra, scalenon, 
Non silet, et frontis crispatur ruga senilis ? 

Est alius quoque perspìcuus paudsque notatus 
Fumus, quo plausus captes, et credula vulgi 
Lumina decìplas; minimum constabit: oportet 
Aureli vultus, susamquenumismate barbam 
Noscere, et auriculas Galbae, nasumque Severi; 
Nec te dilecti fugiat cincinnus Ephebt; 
Et tres incestas longe deprende sorores; 
Araque Pescenoi taudabis parcus: Othonis 
Suspectus tibi nummus erit merìtoque timendus. 
Disce ubi stnt Circi vestigia: et ova 
Sint tibi nota Fratrum, vitataque meta quadrigìs. 
Te non praetereaat thermarum rudera ; quanivis 
Non strìgiles illic labrum soliumque videbis; 
Sed fricet harpastum et vento pila turgida muros 
Semìrutos, abigit curas cum laeta iuventus. 
Praecipue olsacies ollas, atque apta bibendis 
Lacrymulis crystalla piis; manesque latìnos 
Vexabis late, qua sternitur Appia, quaque 
Sancta Calepodii pandit se fornice crypta; 
Et palma cineri impositas et tincta cruore 
Vascuta perpendes, clari monumenta triumphi. 
lospicies demum lapides: et dìsce legendum 
Libertam, scriptum quoties in marmore Liberi 
Invenies, aliasque notas, quas piena rtcenset 
Pagina Gruteri, Sponius, doctusque Fabrettus. 
Haud multum insomnis petit hoc, mihi crede, laborìs. 
Verborum series et nuda vocabula rerum 
Discere, quae libri postrema in parte locantur, 
Sufficit, ut mediis natus videaris Atheais. 

Sed nulli parcat ceosoria lima. Tumore 



370 POESIE DI MILLE AUTORI 

Statius insano rumpatur: Virgiliusque 
Non una scateat menda : puerilia Naso 
AfFerat: et Patavinus erit tibi Livius. Omnes 
Denique ridebis, prisco quos protulit aevo 
Roma viros. Cicero quid ? Parcas, si lubet, illi : 
Esse tamen dices aliquem, cui cedere primas 
Rostra velint^ posset si sors committere utrumque. 

Magna mihi narras, Lupe, vix credenda Larino, 
Qui seder in triviis, et rubro dimicat ovo. 
Villa laturus victricis praemia crustae. 

Sic babet: ipse ego sun^ testis: maiora supersunt, 
Cum nobis certam scrìbendi tradidit artem. 
Nam postquam miserum culpa vit saepe Maronem, 
Quique novis hominum mutavit corpora formis, 
Verba, ait, insani volitant ludibria venti ; 
Scripta manente serosque videt membrana nepotes, 
Ergo agite, et multas posthac impune tabellas 
Et liceat totas calamo percurrere chartas 
Me duce: et eximium paveat ne saecula carmen, 
Quidquid moliris, crescati moveatur, et artus 
Et voces habeat, quamquam natura negavit. 
Si verno umbrosam describis tempore rìpam, 
Fronde comas cingat, viridique tenerrima labro 
Rideat, et laetas invitet margine nymphas. 
Sic flores risum telluris, et astra vocabis 
Purpureos coeli flores, tremulosque pjrropos 
Sed nunquam proprie dices communia: sordens 
Versiculi tenues exiles et monogrammi, 
Qui fulcris reptant, et de sermone pedestri 
Erectos nequeunt ad sidera toUere vultus. 

Nec sic incipias : Terram versabat aratro 
Principio mortale genus, viridique sub ulmo 
Dulcia securae carpebat gaudia vitae. 
Hoc facile in triviis dicet Petasinus et Ollus; 
Nec quicquam praegrandis habet iustique colorìs. 

Aude sic potius : Communis viscera matrìs 



INTORNO A DANTE ALIGHIERL 371 

Rustìcus insonti ferro lacerabat Orestes, 

Ederet ut dulces antiqua puerpera foetus; , 

Et circum patulas, frondosa palatia, laurus 

Penduta flammiferae ridebat sulphura dextrae. 

Quam sapit hoc, scalpitque animos, intratque medullas! 

Est quaedam formosa puella poesis, 
Collibus Albanis ventoso aut Ti bure nata ; 
Quam si non urbis genius luxusque polivit, 
Incultis neglecta comis ad pascua cogit 
Errantes pecudes, patrioque senescit agello. 
Fac eadem longos ferro tortore capillos 
CoUigat in nodum, spatiosam serica frontem 
Aedificent, longoque solum sub syrmate verrat; 
Protinus augetur nomen, titulumque maritae 
Vindicat, et gestu risuque propinai amores. 
Non secus excultas comitatum mille procorum 
Examen musas Quod si de gurgite primo 
Castalio potabis aquas, humilique corollae 
E myrto, tenuique decus de fronde placebit, 
Vìx tua clamosi laudabunt carmina lippi; 
Et raucus solis cantabis mane columnis. 

Humanos animos quando facundia nisu 
Pelliciat, mentesque trahat quocumque iubetur, 
Nos docuit Barrus; calamo qui vindice magnos 
Eripuit fato reges, famamque sacravit 
Venturi invidiae (nec vane credidit) aevi. 
Ut belle assurgiti Stravit tibi, maxime regum. 
Gloria pulvinar, fumant ubi littori foedis 
Sparsa cadaveribus. Tandem fortuna pudorem 
Induit, et prostrant pretio virtutis honores. 
lam tergit lacrymas, et numine laetà propinquo 
Libera vectigal provincia solvit amoris. 

Sed quid Pumilio ? Fortis nuUique secundus 
Hac iter ingressus, melior Phaetonte, quadrigas 
Conscendit nìtidas Phoebi, calcarque Pyroo 
Addidit, et coeli spatium dimensus utrumque 



372 POESIE DI MaLE AUTORI 

Fatali diros spoliavit luce cometas. 

Et nuda ad cytharam ìussit consìstere fata. 

Scilicet angustas nunquam praefigere metas 
Fas erìt ingenìo, geminas dum concutit alas, 
Quas menti natura dedit. Delirat inepte 
Gargìlius veteres dum laudat, et usque sequendos 
Auaores clamat, quos aenus umbilicus 
Claudity et antiquus commendat pulvere codex. 
Utque ebur et trito laudamus Mentore guttum 
lam fractum, et signi miramur crura ; ita magno 
Saecula sunt iili, solos et computat annos: 
Tantaque longaevis referat membrana Catonem, 
Pacuviumque liget pretioso fibula morsu» 
Desipere incipiant subita novitate decorae 
Pelliculae. Solum caries et pulvis amatur. 

At vos, o iuvenesy queis pectora liber inundat 
SanguiSy et arcta pati nescitis vincula mentis, 
Discite non aevo tantum senique referre 
Scriptoris famam; forsan fuligo libellos 
Illustrat? rosisve sedet sapientia chartis? 
Aut bona furtivae fecerunt carmina blattae ? 
Non ita: quin veteres, me indice, deserai omnes. 
Qui vult esse aliquid. Nostri proh dedecus aevi ! 
Mirari antiqua, et verbis haerere minutis; 
Ac si non mentes et non maiora tulisset 
Ingenia haec aetas, quam saecula prisca tulerunt: 
Invidia careat sermo: nam tempore ab ilio 
Mille artes ere vere novae ; quin crevit et orbis 
Grandior, et toto creverunt sidera caelo. 
Sic animos sensim digitis natura magistris 
Fingere maiores coepit rerumque capaces, 
Quos lux nostra videt. Quod si praesentia Rulli 
Dicere quae vellem non importuna vetaret, 
Exemplis poteran rationes forte iuvare: 
Nam quoties repeto ternis cantata capellis 
Carmina, et ingratis haerentes cruribus uvas. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 373 

Quantaque divinis ineraat oracula lanis, 
Excitor, et docta manant mihi labra saliva. 
NuIIus enim veterum tam miscuit utile dulci. 
Ut rìsu prodesse queat, pariterque monere: 
Dii Rullo tantum facilesque dedere Camoenae. 

Sunt alii genio moUes, quos vernula captat 
Hetniscus sermo, charites tenerique lepores, 
Et voceSy patrium quas guttur fecit opacas. 
Hi scelus esse putant, verbum si labitur uUum, 
Quod non lympha prius medio purgaverit Arno. 
Qulque cupit grandi vestire poemata socco, 
SoUicito properat vestigia lambere cursu, 
Quae gradiens signat coelesti calle Beatrix, 
Infemisque petit cariosa vocabula bulgis; 
Aut cupido latices attingere nititur ore, 
Pandit ubi castas laurus pulcherrima frondes. 
Omne tulit punctum, thusco qui Carmine domnam 
Pro domina dixit; qui saevo spicula plumbo 
Scit puerum Veneris torquere, atque altera sata 
Heroum appellat famam, funusque secundum. 
Ast ego ieiunos reputo cerebrique minores, 
Quos vanus captat titulus nomenque poetae, 
Traditus et fastis error. Pia thura Camoenis 
Persolvam, sanctisque adolebo cinnama flammis, 
Quod mihi forte datum crassas domuisse tenebras 
Lampade palladia. Non iactet Hetruria vates, 
Nec Flora ascraeis tantum sibi plaudat alumnis. 
Nam si forte meas vellem prompsisse libellos 
BucolicoSy poterit passas Aligherius uvas 
Cingere, et accensa volitare Petrarca papyro, 
Romuleae festis cum lucent ignibus arces, 
Aligerique micant media de nocte colossi. 

O Lupe, mecastor sileas, ne pigra Tonantis 
Fulmina sollicites, alienaque crimina sontem 
Efficiant. Tantum ne superba cucurbita frontem 
Erìgit e limo, foedasque e stercore vires 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Colligit, Ut ramos tendat, caelumque lacessat? 
Naviget Anticyram, tenui si nascitur herba, 
Helteborum : celsas sat est superare cupressus, 
Roboraque et Caio prognatas consule quercus, 
Quae calabrae prodessc cuti, medicina, labores. 

Quid tibi cum puro, vecors, sermone ? quid audes 
Immundo hetruscas labro temerare Camoenas, 
Et sacros vaies famosaque nomina nugis 
Immiscere tuis? Ubinam liber? ede beatos 
Bulicos, Philodeme, tuos; membranaque victrix 
Explicet imberbem catìnensi pumìce (rontem. 
Sed latitai, timidusque sinu prodire recusat 
Auctoris codex, et sparso palpitat auro 
Pallidulus. lam non tìbi proderit umbra laceroae. 
Inspexisse iuvat, populoque ostendere cbartas 
Stuhìae pingues et crassa subere mentis. 

£n qui de Calabris advectus sinibus Urbem 
Expers vinutum, morisque ìgnarus honesti. 
Se nova divinae iaciat praecepta poesis 
Tradere. Gaudete, o pueri; nam torva magistri 
Hinc facies aberit, ferulae coriumque sonorum. 
Vos nimium Philodemus amat; minimoque labore 
Scribere versiculos, Calabro doctore, licebit. 
lam valeant numeri, valeat pede regula certo, 
Et cum spondaeo currat confusus iambus. 
Ipse docet faciles Helicone ciere sorores. 
Quoque modo humanas intret sapiemia fibras, 
Sedibus aethereis et coelo lapsa sereno. 

Gratulor, o Calaber. Cui sic vesica cerebri 
Intumuit: scelus est niedicam protendere dextram. 
Felix sorte tua: nunquam tibi deerìt amoenae 
Laetitiae sonus, et menti cognata voluptas. 

At quoniam largo tibi fervet munere divum 
Ingenium, plenoque Suis torrentior amne, 
I, precor, ad madidas, Paulo comitante, tabernas, 
Hic ubi cum crotalis, et crusmate et utre sonoro 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



375 



Foeda coronatus celebrai quiaquatria pistor: 
Dumque foris icon et sancta sigilla morantury 
Umbrìcii ructus inter crepitusque Marulli, 
Laeva suspensus citharam, cui chorda, nec unus 
I>eficit articulis modus, unumquemque saluta: 
Diis te cum bella placeat sodare puella, 
O iuvenis, Chris quem fixit cuspide amoris ; 
Nec possint vitam disrumpere fata maritam, 
Utqut tibi ingrati subsint cum tempore nati 
Sub disciplina laxos moderare canina, 
Illa nec lenta, dum fervet prima iuventa. 

Euge, Bion: sapiunt cantus modulique canori; 
Ac gratae capior tanta dulcedine vocis. 
Ut videar Bembo vrvoque adstare Petrarchae, 
Seu potius thusco, quem protulit Arbia, vati. 
Egregio vati, qui longae in collibus Albae 
Carmine supremi demulsit Prìncipis aures. 
Et stupidae Tiberis fluere in littore Musae, 
Incertae an citharam crinitus Apollo feriret. 
Cerne, procul graditur Rullus: salvere iubeto 
Rullum. Ecquis votiva negabit carmina Rullo? 

« O.Rulle, o laeta qui diceris arte poeta, 
« Cui tamquam stellae rident in nipe capellae, 
a Discinctum collo plectrum tibi cedit Apollo, 
« Ut vales, aegro medicinam ferre cerebro ». 

Ohe! nil melius, si sat dixisse. Pianella 
Cantaret, tota quamvis plaudente Subura. 
Nectite ventriculis Philodemi tempora, lippi, 
Sutores, figuli, ciniflones, et parasiti, 
Rhedarum artifices, scurrae, laniique, popaeque; 
Vestraque cum miserae redeunt ad festa tabellae 
Idibus, aere dato, tales conducile vates; 
Plurimus ut patulo subsultet iulius orbe', 
Atque inter calices resonet caupona cachinnis. ' 



' Vedi in: Ludovici S«rg«rdii, antehftc 
Q, Sectftni, SatynUf argumcntis, scholiia, 



enarrationibus illuttratac, trixrii autcìn Te- 
Inminibos diipcrtitae ; edic. Lucca, Borni* 



376 



POESIE DI MILLE AUTORI 



duinto Settano, nome di guerra di monsignor Ludovico Ser- 
gardi, è meritamente famoso nei fasti della letteratura neo-latina. 
Il sensuale monsignore deve la sua celebrità ad un' ingiusta censura 
che gli rimescolò il sangue nelle vene e gli somministrò queir estro, 
quel vigore e quella originalità, senza di cui sarebbe stato un ver- 
seggiatore catulliano sperduto tra i tanti sdolcinati belanti all' om- 
bra del bosco Parrasio. 

Ei nacque in Siena il 1660, il 27 di marzo, da Curzio Seigardi 
ed Olimpia Beringucci. Nella città nativa attese ai primi studi ; ma 
dai suoi pedanti maestri non tolse il suo vivo talento, se non pa- 
stoie e confusione. E, dopo, molto penò per spogliarsi di tutto il 
fardello della prima istruzione. Al contrario, negli studi filosofici 
ebbe la ventura di aver a maestro Pirro Gabrielli, spirito profondo 
e limpido insieme. Attese anche alla pittura alla disciplina di mae- 
stro Dionigi Montarseli i, e tanto vantaggio ne prese da decidersi a 
farsi pittore. Ma suo padre, che ne voleva fare un grande legista, 
lo condusse in Roma. Ed egli colà diede opera alla giurisprudenza 
e alla filosofìa. E nell' accademia ecclesiastica, che radunavasi nel 
palazzo di Propaganda, lesse buoni discorsi intorno alle dottrine di 
sant' Agostino. 

Chi avesse udito il giovane oratore, lo avrebbe giudicato un 
ardente asceta, praticante di tutta la rigidità morale dei primi cristiani. 



gnori, MDCCLXXXIII, voi. II, pagg. 71- 

132. 

La primA edixione di queste Satire è del 
1694 apud Tryphonem Neapolim. In questa 
edizione scorrettiutma it contengono quat- 
tordici satire. Una seconda edizione fu fatta 
dalla medesima tipografia nel 1696, la quale, 
secondo il Bninet, contiene sedici satire. 
È tersa edizione quella del 1698 sotto il 
finto nome di ScUiba, Colonia (forse di 
Lucca). Questa edizione, secondo il Branet, 
ha diciannove satire, ma invero ne ha sol- 
tanto sedici, perchè mancano quelle che 
avrebbero dovuto portare i numeri XI, XV, 
XVIII. Puossi stimare quarta edizione 
quella di Amsterdam del 1700 (ma Firenze), 
splendida tipograficamente, ma incorapleu; 
essa contiene soltanto otto satire, sebbene 
da ciò che è detto sul frontespizio ne 
avrebbe dovuto contenere più delle prece- 
denti edizioni. Dcvesi questa stampa alle 
cure di Paolo Maffei, che sotto il nome 
dell'Antoniano l'arricchì di dotte e copiose 
illustrazioni. Dopo di questa edizione ve ne 
dev'essere una quinta, citata da Girolamo 
Giglio, a sua volta citata da Leonardo lan- 



nelli, che però dice di non averla veduta, 
nella nou a pag. xxvai nel primo volume 
delle SaHrt del Sergardi da lui pubblicate in 
Lucca presso il Bonsignori nel 1783. In 
questa edizione, che sarebbe la sesta, è 
pubblicato, per la prima volta, il eennonc 
a Tiberio Prospero, che poita il numero dì 
satira I e il sermone diretto a papa Qe- 
mente XI, che porta il numero di satira 
XVIII, le altre sedici satire sono quelle 
pubblicate dalla finta edizione di Colonia, 
modificate in più parti dall'autore medesimo, 
che volle purificarle di tutto ciò che stimò 
offendere il pudore. 

In questa edizione di Lucca, da me se- 
guita, la satira sopra stampata, che nella 
prima edizione porta il n. VIII, reca il 
n. IX, essendovisi aggiunto, come abbiamo 
visto, in primo luogo, U sermone diretto a 
Tiberio Prospero. 

Il Sergardi, dall' anno 168; al 1697, 
scrisse diciannove o venti satire, alle quali 
aggiungendo il sermone a Tiberio Prospero 
e quello a Gemente XI, scritto nel 1717, 
si hanno ventuna o ventidue satire ; ma tre 
o quattro di esse, per prudente consiglio. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



377 



Ma il buon Sergardi, come il padre Zapata, predicava bene e raspava 
male. Pare che egli, in quel torno, coltivasse più che le virtù Ago- 
stiniane tutti i fiori del giardino di Venere, e invadesse anche un tan- 
tino un altro campo non ammesso in nessun modo dai sacri canoni. 

Non ostante le sue scialacquerie e gli amori, il cardinale Petrucci 
lo prescelse a pronunziare 1* orazion parenetica ai cardinali, morto 
Innocenzo XI, per 1* elezione del nuovo pontefice. Eletto Alessan- 
dro Vili, il giovane poeta piacque al cardinale Pietro Ottoboni, ni- 
pote del nuovo Sole, il quale lo accolse con la carica di uditore 
nella sua corte, gaia, sfarzosa, specialmente coi poeti e coi letterati, 
di cui Roma allora, come sempre, non aveva penuria. E sono di 
quel tempo le lettere del nostro poeta dirette al Mabillon, al Ruinat 
ed altri dotti stranieri, protetti dal suo mecenate, che sono un. docu- 
mento schietto di dottrina filosofica e teologica e di erudizione di 
ogni specie. 

Ma tra le occupazioni della sua carica, che aveva aperto a lui 

le porte della prelatura, e le discussioni giuridiche e di ogni altra 

scienza, egli dava il fiore del suo ingegno alla poesia sia italiana che 

latina. E nell' Arcadia, fondata allora allora, il 1690, vi andava leg- 

' gendo versi latini specialmente, giudicati di sapore catulliano. 

Il Gravina, dotto ma ombroso, volle sfrondare quegli allori. Il 
giovine poeta, che conosceva l'arte di pervenire, che apprendeva 



furono dall' «ntore bruciate, tra le quali 
certamente quella in cui pungeva a sangue 
i nobili romani TìUeggianti all'Aricela. 

Nel 1707, il letterato napoletano Gen- 
naro Cappellari pubblicò una traduzione in 
terza rima delle Satin del Settano. Il to- 
lume, in- 13, porta il seguente frontespizio: 
Le saHrt di Qttmio Settano tradotte da Sesto 
Settimo ad istanza d' Ottavio Notìo dedi- 
cate a Dedo Sedìcino, in Palermo, per 
Domenico Cortese, If DCCVII, con licenza 
de' superiori. Qjiesto volume contiene la 
traduzione di diciotto satire, delle sedici 
stampate nella finta edizione di G)lonia e 
di due altre in quella non contenute, la 
prima sotto il titolo di Cattura (col numero 
d'ordine XI) che incomincia: 

Un certo monsignor che argenti e ori 
e l'altre sotto il titolo La GiusHiia (col 
numero d'ordine XV) che incomincia: 
Or, chi sarà d'umor .si depravato. 
Qjieste due satire sono due di quelle corse 
manoscritte per Roma, ma non pubblicate 
e brudate dall'autore, come sopra ho detto. 

In quest'edizione la satira in cui sono 
derìsi gli inetti imiutori di Dante è 'se- 



gnata col n. Vili, ma il brano in cui si 
parla di Dante è sconciamente storpiato. 

Questa traduzione non è stata attribuita 
al medesimo Sergardi, come per abbaglio 
dice Melchiorre Hissirini. * 

La traduzione che si attribuisce al Ser- 
gardi, è quella, anche in terza rima, pub- 
blicata a cura del Poggiali, a Livorno, 
nel 1786, sotto il finto nome di Londra, 
e che forse è riproduzione dell' edizione 
zurighese del 1760, e che fu ripubblicata, 
nel 1788, a Firenze, col finto nome di 
Amsterdam. Quesu traduzione fu un cat- 
tivo servizio che l'autore, in un momento 
di malumore, volle rendere a sé medesimo, 
tanto le belle setire latine sono storpiate 
nella rima italiana che Ìl bilioso monsi- 
gnore non aveva familiare. 

In questa traduzione non esiste la satira 
in cui sono derìsi gli inetti imiutori di 
Dante. 



* Vedi a pag. 7 in : Satire tU Quinto 
SettanOf recate in versi italiani da Mel- 
chiorre Missirini, edizione seconda, rifusa 
dal traduttore, volume unico, Firenze, Ciar- 
detti, 183$. 



378 



POESI£ DI MILLE AUTORI 



Ogni giorno, nella corte del suo cardinale, volle lisciare quella mano 
che lo graffiava. Ma 1* arcigno censore, tutto tronfio della sua ditta- 
tura arcadica, rispose a calci. Allora il mellifluo e galante monsi- 
gnore capi che doveva mutar stile, pur, da accorto prelato, se la 
legò al dito. Ma 1* attesa non doveva esser lunga, perchè al rancore 
letterario se ne aggiunse un altro, spuntato in quell* altro campo di 
cui ho fatto cenno più sopra. Censore e censurato si presero ad 
odiare con tutto l'animo per vicendevole gelosia, essendo tutti e 
due ammiratori di leggiadro fanciullo. Ed una sera, invitati a cena 
da un comune amico, si accapigliarono. Il giovane prelato, da buon 
senese, destro al pugilato, ammaccò le costole al suo avversario. ' 
E come l'appetito viene mangiando, il vincitore della giostra musco- 
lare decise di accoppare il suo rivale anche nell'agone poetico. E 
si trasformò in Quinto Settano (Settano dal greco significa tagliente) 
e trasformò il grave legista calabrese in Filodemo, o amico della 
plebaglia. E così incominciò a scrivere quelle satire, che, sparse ma- 
noscritte, subito lo resero famoso, prima in Roma, e, poi, nel mondo. 
E questa celebrità, che rimane ancora intatta, non è per alcun verso 
usurpata. La .veemenza e 1' efficacia dell' attacco sono pari alla ric- 
chezza ed alla facilità del ritmo; la spontaneità delle immagini e 
dei motti è uguale alla eleganza della parola che, latinamente, con 
trovate felici, esprìme cose e cosmmi ignoti all' antica Roma. Può 
dirsi che nessuno prima di lui ebbe la mano così abile nel rappre- 
sentare, in lingua non sua, cose così nuove e difficili. E bene, il 
Gronovio disse di queste satire: 

Si cupis ignoti nomen cognoscere vatis 
lunge tria antiquum nomina clara virum; 

Hic Sectanus erit: subdit nam Persius iras, 
Cum Fiacco ridet, cum luvenale tonat. * 

E queste parole del Gronovio rispondono alla verità. E si può 
aggiungere che il Parìni sia in parte figliuolo poetico del Sergardi, 
il quale, nel descrivere i molli costumi dell' aristocrazia romana dei 
suoi tempi, dette materia su cui doveva svilupparsi il Giorno del 



' ■ Postquam din mnltnmqoe cerutum 
ett verbia, ret «d mannt renit, et, ut «unt 
Sencnscj pugilei rzcrcitati, non leviter Ser- 
gardiua oa et pectua Gravinte tudit. Acuit 
etiam hanc pngnam zelotjrpia ab amore 
adolcscentuli profect* ». Fabroni, Vita» Ita- 
lorum, ecc., voi. IX, pag. 77 e 78. 

^ Coai il Mlatirini ha tradotto qnesto 
giudizio : 



Tre, dei poeti «nticfai 
Fra il dotto illuttre atuolo. 
Scegli, e ne fonnA un solo, 
Questi SeiUn sarà. 

Persio gli presta l'ire. 
Fiacco gli scherzi, e il aale, 
E il fiero Giovenale 
I fulmini gli dà. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



379 



famoso Lombardo. Pigliate, per esempio, questo bozzetto di un gio- 
vane tracotante sul gran Corso di Roma: 

Sed properare iuvat, nam tergo proximus haeret 
Ventidius stringitque rotis carpenta malignis : 
VentidiuSy nuper quem vendere vidimus unctas 
CandelaSy oleum salsique tomacula porci. 
Balsama nunc redolet cervice, et auribus aptat 
Phecasium, sìstrumque tenet: cupit ille vìderi 
BarbaruSy ut tìmidas possit terrere puellas. ' 

duesti versi sono bellamente imitati dal Parini, come altri poeti 
hanno, qua e là, copiati i ritratti delle galanti romane dipinti dal- 
l' ardente monsignore nella satira XVI, ' il quale studiò più in esse 
che nelle sacre carte. 

Per un pezzo non fu noto a tutti chi fosse l'autore di queste 
satire. E poco dopo la pubblicazione della prima edizione si attribui- 
rono ad un certo Grammatico romano, sol perchè questi, prima di 
morire in Roma, fece bruciare molte carte. Allora il Sergardi com- 
pose una nuova satira, forse la più spiritosa e la meglio condotta 
delle altre, secondo il Poggiali. 3 Si finge in essa che Settano per 
singoiar privilegio 

Dai luoghi bui 
Tornato a riveder le belle stelle 

racconti qual cosa vi abbia veduto e inteso di sé, di Filodemo e di 
molti altri, che furono tra i vivi, o con lode o con biasimo. In 
questa satira vi è un brano in cui si parla di vari poeti, tra i quali 
Dante, che è messo a braccetto con Omero. ^ 

Presto però fu divulgato il segreto suU' autore delle satire contro 
Filodemo, tanto che un giorno, passeggiando il Sergardi per le logge 
Vaticane, fu interrogato da papa Innocenzo XII, se egli fosse il ri- 
nomato Settano. Il Sergardi non potè negarlo ed il papa, si racconta, 
che lo regalasse a condizione di non immolare al suo furore tante 
persone accreditate che non avevano forse altra colpa, se non quella 
di essere amici o scolari del Gravina e di scagliare i suoi dardi solo 



' Vedi Mtira Vili a p«gg. 19-ao, woU I, 
ncU'ediilone di Lacca, 17831 gii dtau. 

' Vedi ft pagg. 152-214, voi. Ili, mede- 
sima cdidooc. 

' Vedi e ptgg. XTii-xviii in: Satire di 



Qmmto Stilano con agginnte e note, Am- 
sterdam (Livorno), 1788, edixione che fa 
corata dal Poggiali. 

^ Il suddetto brano di qaesta satira leg- 
geremo per ordine di data poco appresso. 



)S0 POESIE DI HILLE AUTOKt 

contro il vitio e il mal costume, dando cod noie teziooe ai ricchi 
ed ai potenti. 

Mentre che le satire correvano il mondo tra gli applaasi, un 
latinista spagnuolo, Emanacle Martini, prese a censurarle, per pec- 
cati di lingua e di prosodia. Ma, in fondo in fondo, questo censore 
dimostrò dì essere più amico del Gravina che del buon gusto e 
della verità. Il Sergardi rispondeva sorrìdendo che poco gli importava 
di dispiacere a taluno, dopo di essere piaciuto a tutto il mondo; e 
che solo i cattivi scritti sono esenti di difetti. Nondimeno da uomo 
di spinto approRltò della censura per emendare alcuni errori giu- 
stamente additati. dallo Spagnuolo. 

Eletto pontefice Clemente XJ, che si credeva essere stato a se- 
greto delle satire, egli lo [odb nell'orazione recitata in Campidoglio 
per l'Accademia delle arti liberali il 17OJ; nel 1717 gli indiriiuvi 
Quella satira che si legge ultima nell' edizione di Lucca 178], e sempte 
prese occasione per encomiarlo. ' 

Nondimeno il poeta non ebbe fortuna durante il pontificato del 
suo amico. Creato curatore dei lavori della basilica di S. Pietro, per 
alcune operaaiont da lui ordinate fu aspramente morso in quei ce- 
lebri Parti che si pronunciavano nei conviti del cardinale Annibale 
Albani. E qui il poeta non ebbe spirito, imitando il Gravina. Come 
questi si era ammalala per le satire di Sellano, cosi Settano si am- 
malò per le satire scritte contro di lui, forse ispirate dal cardinale 
Albani. Sì condusse a Spoleto per rifarsi in salute; ma, coli, mori 
nel novembre del 1726. 

Hodie mibi, eros tibt. 

' VtH, ft <Hm(lo : DìifnU nisfìm 1 ptmlì/itlt di N. S. ClimmH ZI, Rsai, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 38 1 



cccxx. 

Melchiorre Missirinl 



Traduzione della Satira precedente del Settano. 

(1830). 



LupOy poiché dai lunghi affari ho tregua. 
Vorrei sapere, e fame anche ricordo 
Ciò che fermò pur dianzi Filodemo 
Fra i proseliti suoi. Tu v' eri, e a noi 
Appena ne pervenne incerto grido. 

Lo ti dirò: Convenne sulla sera 
La turba, dove boccheggiante versa 
Pei destrier sitibondi ampia fontana 
Il mascheron del palazzo Farnese. 

Sedette in mezzo Filodemo, e avvezzo 
A dar peso alle inezie, amba le braccia 
Recandosi sui fianchi, cosi disse: 

Coraggio, amici ; of&e suo crin fortuna 
Agli animosi. Del valore è frutto 
La porpora, e soltanto chi ha giudizio, 
Fonda sua sorte a dispetto degli astri ! 

In Roma siamo, ove ciascuno è parte 
Dello impero, e talor dal basso fango 
Sorge chi di triregno il crin s' adorna ! 
Vidi io più d'una volta abbietto fungo 
Vincer gli alti cipressi. In tanto mare 
Voi pur pescar potrete, ove porgiate 
Ascolto ai detti miei. Stilli ciascuno 



382 POESIE DI MILLE AUTORI 

Come dotto parer. Può in coite assai 
La scorza più che la sostanza! E facile 
Vittoria avremo se compatti, e destri. 
Ognun congiuri alla lode dell'altro. 

Rompe a lussuria alcun di noi ? Biscazza ? 
Veglia ai giochi d'azzardo? E tu lo loda. 

Dov'è Laronio? Misero! Sui libri 
Da sette giorni si consuma! Sfida 
Il forense clamor: Gallo difende, 
E i più dotti prammatici ha già vinto. 

E dove andò Plotino? Di natura 
Solerte indagator, ne scopre i seni, 
Né più villeggia, né coi fidi amici 
Ai dolci ozi si dona. Me ne duole! 
Che tisicuzzo, e stomaco di carta, 
Pallidume e torpor lento lo ancide! 

Se per tal modo di virtù col fuco 
II vizio adombrerai, potrai securo 
Poltrire a posta tua ! Ma sopratutto 
Dessi badar come si parla: rado 
Questa regola sbaglia, e il mondo illude. 

Cose profonde, astruse in gran consesso 
Recita, e vi inframetti alcuna voce 
Greca, e di greco alcun libretto stampa. 
Anzi, senza i tuoi cari omèga e kappa. 
Non far ricordo mai sul taccuino. 

Di gran sapiente anche ottener può fama 
Chi dispone lambicco a fuoco lento, 
E scruta attento le viscere umane 
Con coltello anatomico, e conosce 
Di virsungo il condotto pancreatico, 
E d'Arveo le scoperte, e notar sappia 
Nell'occhio il vitreo umore, e il cristallino. 

Di bere acqua consiglia. Fra le ciarpe 
Poni gli scritti di Galeno, e solo 
Commenda i nuovi medici, a dispetto 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 383 

Del farmacista, che conforti, e droghe 

Appresta a Natta Babillano, e tiene 

Dubbia la causa onde non siano spente 

Le tede nuziali, e colla dote 

Non torni al padre la vergine sposa. 
E astronomo, e geografo accurato 

Scorri le mappe colle seste in mano. 

Valica i mari, e tutto il ciel misura. 

Non guizzi coda di fatai cometa 

Che tu non la preveggia. É facil cosa, 

Purché tenga sul tavolo forbite 

Regole, squadre, e ti scenda sul capo 

Dioptra a chiodo vigile sospesa. 

Nulla poi cale se verdastro, e roso 

Dorma il quadrante. E chi vuoi che non resti 

Stupefatto in udir spesso ripetere: 

Punto, esagono, cono, superfìcie, 

Perimetro, scaleno, tetraedo.^ 
Se non che un altro avvi artificio arcano. 

Che i semplici abbarbaglia occhi del vulgo, 

E costa poco. Saper di medaglie 

Ti conviene, e conoscere alla prima 

Il naso di Severo, la prolissa 

Barba di Marco Aurelio, e i lunghi orecchi 

Di Galba. Né ti sfugga il biondo Antinoo, 

E le inceste sorelle di Calligola. 

Di Pescennio però lento decidi, 

E sospetto ti sia di Ottone il conio. 
Ti voglio anche archeologo. Saprai 

Ove un di si stendesse il Circo Massimo, 

E dove eran le mete. Delle terme 

Li ruderi conosci, ancorché adesso 

Più non vi siano bagni, e i collegiali 

Si sfidino al pallon lungo le terme. 
Scorri le catacombe, e cippe, e ampolle, 

Piene ancora del pianto delle preficì. 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Fiuta, e con forte cor per TAppU vìa 
Turba la pace dei latini mani. 

Qui distingui le palme sovrapposte 
Alle ceneri sacre, e adora i vasi 
Tinti del sangue de' martiri, augusto 
Trofeo, e suggeUo dell'antica fedel 

Studia alfin sulle lapidi, e se trovi 
Vocabol semiroso, e tu il supplisci: 
Questo t' insegneran Sponio, Grutero, 
E il diserto Fabretti. Basta solo 
Che tu discorra l' indice benigno, 
E parrai nato nei tempi vetusù. 

Se di eloquenza crìtica per sorte 
Tu sortissi una cattedra, sarai 
Giudice inesorabile. Virgilio 
Appunta. Stazio al parer tuo ridondi 
Di verbosa gonfiezza. Ovidio conti 
Favole puerili, e Livio sappia 
Di Patavino! Tutti sferza, quanti 
Il Lazio ci donò preclari ingegni. 
Tullio che è mai? Ma pur fa' grazia a Tulli 
Dirai però che ai nostri di v' ha tale, 
Che forse gli parria rapir le palme. 
Se novello destin ponesse entrambi 
A contrastare sui romulei rostri ! — 

Tutto questo ei dettò!... Che sento? Appena 
Creder potrei, che fosse giunto a dirlo 
Larin, che gioca in piazza ail'ova toste. 
Pago della vittoria di una buccia... 

Non t'inganno: fu questa la dottrina 
Del magno Filodemo. Or odi il meglio! 
Poiché ebbe morso Maro, e il Sulmonese 
Che mutò gli uman corpi in nuove forme. 
Si fece impronto a declamar precetti 
Di sublime eloqueaza, e sì riprese: 

Gioco del vento le parole sono : 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 385 

Gli scritti stanno, e a sempiterna gloria 
Ci apron la strada. All' opra adunque, e audaci 
Sotto il consiglio mio togliete a scrivere 
Con vena liberal tomi e volumi. 

E perchè il dotto sudor vostro duri 
Alle più tarde età, quanto dettate 
Abbia spiriti e corpo. Ove vi incontri 
Finger nel vago aprile ombrosa riva. 
Si adorni il crine di odorose fronde, 
Dolce sorrida con virgineo labbro. 
Ed ai margini suoi le ninfe inviti. 

Saranno i fiori il riso della terra, 
E i pianeti saranno i fior del cielo, 
E fiammanti rubini. Ogni parola 
Cosi brilli di splendide figure. 
Ch' io condonar non posso ai versi esili, 
E monogrammi, appoggiati alle gruccie, 
Che uscir non sanno dal palustre limo! 

Se devi dar principio al tuo poema, 

Tu non dirai : Tempo già fu che Y uomo 
Fendea la terra coli' adunco aratro, 
E si vivea degli olmi freschi all'ombra. 
Anche in mercato Tetasino, ed Olio 
Saprebbero ciò dir, che nulla è in questo 
Di magnifico e grande! Or di* piuttosto: 

— L' uom primo un di quasi novello Oreste 
Squarciava il sen della gran madre antica 
Col ferro violento, onde schiudesse 

. La sublime puerpera i suoi feti. 
Ed al rezzo ospitai dei lauri aprichi. 
Frondose reggie dei pastor, ridea 
La fiammante di Giove ira tremenda! — 

Quanto sapore han questi versi ! E come 
Toccano il core! È poesia tal quale 
Forosetta, che à Tivoli ventosa 
Nacque, o'in Albano. E se non la dirozza 

Del Balio. Voi. VI. ^5 



386 POESIE DI MaLE AUTORI 

Grandezza, e voluttà cittadinesca, 
Inculta si rimane, e resta informe 
La greggia a pascolare, e poverella 
Lungo il paterno praticello invecchia; 
Ma se però le porgi alchimia, e liscio, 
Ed unte chiome, e calamistri, e creste, 
E spazzi il suolo con odrìsio sirma 
Proterva, allor subito cresce in fama, 
E nome acquista di matrona, e amorì 
Propina sol col cenno e col sorriso. 

Uno sciame cosi di mille proci 

Seguirà la tua Musa. Alle prime onde 
Se ti arresti però de' fonti ascrei. 
Se ti contenta onor di tenue fronda. 
Applaudito sarai dagli orbi appena 
A pie del ponte, e a posta tua soletto 
Puoi recitar tuoi versi alle colonne. 

Qual forza abbia sul cor diva Facondia 
Barro ti insegnerà. Barro, che tolse 
Con vindice eloquenza al fato avaro 
Di più monarchi i nomi, e loro imprese 
Sacrò all'invidia dell'età future! 

Ecco come egli tuona: — O re dei regi, 
Sparse sotto i tuoi pie fiorì immortali 
La gloria stessa, ove per te la terra 
Fu resa di cadaverì fumante. 
Pentita alfin fortuna si vergogna 
Che ti oltraggiava, ed ora ai merti tuoi 
Plausi solenni, e giusti onor consacra. 
Già terge il pianto il tuo popol fedele. 
Precede i tuoi trionfi, e te proclama 
Suo sostegno, suo nume, ed amor suo! 

Ma che fa Pumiglione ?... A niun secondo 
Anela a sciorre etemi voli, e meglio 
Di Fetonte, governa la quadrìga 
Del sole, e sprona al corso Eto, e Piroo: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 387 

Tutto ei discorre V ampio cielo. Spoglia 

Di lor funesta luce le comete, 

E al profetico canto ol^bJiga i fati. 

Stolto è r ali tarpare al divo ingegno, 
E al genio creditore impor catene : 
Ei frange i nodi, e nuovi mondi aflPerra! 
Sogna Gargiglio quando i vecchi esalta, 
E prescrive imitar solo que' scritti. 
Cui rugginoso umbilico racchiude, 
E cui laudan de' secoli le tigne. 

Degli ingegni antiquario, ei sol commenda 
Le età canute, e computa dagli anni 
Il pregio degli scritti. Informe busto, 
E semirosa patera, sudore 
Di Mentore barbogio, e statua infranta 
Encomiasi cosi? Giunge egli a tale 
Di reverenza per longevi fasti. 
Che se vede Caton ravvolto in nuova 
Morbida pelle, e se moderna fibbia 
Morda Pacuvio, quel nitor gli rende 
Meno accetti, e men dotti i prischi fogli. 
Tanto è pazzo pel tarlo, e pel vecchiume I 

Voi garzoni magnanimi, cui bolle 
Nel generoso cor libero il sangue, 
E avete a sdegno d' imbrigliar la mente, 
Non bilanciate de' scrittori il meno 
Dalle ammuflPate età. Codice è forse 
Fatto migliore per la polve, e il fumo ? 
O nei papiri laceri si chiude 
Meglio r ingegno ? O il mordere dei tarli 
Nobilita un poema? A me si creda: 
Non potrà mente mai poggiare in alto. 
Se delle carie è serva! Insania nuova! 
Fiutar nelle quisquilie ribollite. 
Quasi che non si abbellì il secol nostro 
Di eccelse menti e di animosi ingegni ! 



;88 POESIE Di MILLE AUTORI 

ParHam sinceri. Di quante arti, e studi 
Il tesor del sapere or non si accrebbe? 
Forse non si aggrandì la terra stessa, 
E il ciel non si adornò d' astri novelli ? 

In questi giorni con maestra mano 
Plasmò Natura più veloci spirti, 
Accomodati a più sublimi imprese. 

Se la presenza dello eccelso Rullo 
Noi mi vietasse, oh come ben da lui 
Prender luce potrei pel mio subbietto! 

Quantunque volte quella sua vendemmia, 
Quelle tre bianche pecore perdute 
Leggo, ed ammiro la sua delfica aura. 
Dolcezza inusitata al cor mi aggiunge ! 
Niun fra i cantori dell' età vetusta 
Seppe meglio accoppiar V utile al dolce, 
E ridendo giovar! Niun toccò meglio 
Le fibre interne! La benigna sorte 
Die' si bel privilegio al solo Rullo! 

Altri v*ha pur di cosi molle tempra. 

Che air orecchio gli viene inculto, e duro 
Ciò che non segue il puro sermon tosco. 
Ei sol grazia, e lepor trova ne* detti 
Cui renda opachi il gorgozzule etrusco: 
È peccato per lui, se una sol voce 
Non sia tersa nel chiaro umor dell* Amo ! 

Avvisano costor socco sublime 
Non potersi calzar se per lo Cielo 
Non si seguiti Bice, e il suo cantore. 
Se non si peschin dalle borge inferne 
Voci cariate, o non si libi almeno 
Alle fresche acque di Valchiusa, dove 
Sparge ancor il bel lauro ombra pudica. 

Pensan dessi salir di Pindo in cima 

Purché dican : madonna, e contin quante 
Abbia di piombo Amor saette, e chiamino 
La fama un vincer la seconda morte. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. ^$9 

Cred*io costor stremi di mente affatto, 
Se convincer si lascian da un inganno 
Consacrato dagli annil Io santi incensi 
Alle muse arderò, perchè mi diero 
Colla face del ver vincer T errore ! 

Più non vanti V Etruria il suo Poeta, 
Né più si applauda de' suoi chiari alunni! 
Che se il ticchio mi vien di pubblicare 
Le Bucoliche mie. Dante, e Petrarca 
Si possono riporre, e confinarsi 
A servir di cartoccio ai razzi matti. 
Quando notturna d' Adrian la mole 
Fiammeggia intorno di festivi fuochi 
E tutto arder si par T angelo alato. — 

Taci, o Lupo. Non più. Non provocare 
Le folgori di Giove, e reo non farti 
De' falli altrui. Dunque una zucca vile 
Erger può tanto il capo, e dallo sterco 
Derivar forze, e indicer guerra al Cielo? 

Se debil fusto ha lo elleboro, resti 
In Anticìra sua. Più grossi io cerco 
Farmachi per conciar la cuticagna 
Di codesto insolente. Noderosi 
Argomenti vi vogliono, e più duri 
Di cipresso, o di rovere piantata 
Sotto il console Caio! E che vuoi, pazzo. 
Dal sermone toscano ? E come hai petto 
Di profanar con impudiche labbra 
Le Muse etrusche, e mescere i più eccelsi 
Spirti d' Italia alle tue grame inezie ? 
Ov' è questa Bucolica ? Si mostri 
Di pomice forbita. Ah per vergogna 
Si asconde, e il manoscritto impallidito 
Non osa uscir dal seno dell' autore! 

Ma a lungo occulto non starà. Far pubbliche 
Voglio le ladre carte, e i tuoi gonfiori 



390 POESIE DI MILLE AUTORI 

Manifestar. Vedi bel capo d' oca. 
Che la fa da dottore, e giunto a Roma 
Dai confìn dì Calavria, e digiuno 
Di onestà, di virtù, dettar presume 
Della divina poesia precetti! 

Allegri, o giovinotti! Or sua mercede 
Non dovrete temer di pedagogo. 
Voi troppo egli ama, e con breve fatica 
Vi farà destri a scrivacchiar poemi! 

Ite, o numeri, in bando. Accenti e ritmi 
Filodemo non vuol. Zoppichi il piede. 
Sia pure il giambo allo spondeo confuso. 
Nulla cale. Egli insegna a poco costo 
Come corran le Muse, e come scesa 
Filosofia dal cielo entri nei petti ! 

Bravo Bion! Oh come ben ti crebbe 
La vessica! È peccato il medicarti! 
Godi beato della tua fortuna, 
E del dolce piacer concesso ai pazzi! 

Ma poiché pur ti ferve il sommo ingegno, 
Vanne, e ti aggiungi al Cuviello di strada. 
Ed Omero da bettole, dispiega 
Il nobile estro, allorché il salumaio 
Al rimbombo di crotali e di naccare 
Canta le sozze sue panatenee. 
SuHa soglia colà della bottega. 
Fra i rutti, e gli spetezzi di Marnilo, 
Adattandoti al fianco un colascione, 
A cui manchin più biscarì, e più corde. 
Canta cosi: — Prode garzon, che il core 
Punto hai d' amore, a te doni tua stella 
Vaga donzella, e sempre d' essa a lato 
Vivi beato! E se mai figli un giorno 
Avrai d' intomo, sovra lor severo 
Vendica impero, infin che avran nel petto 
Domo ogni aflfetto ! — Oh qual sapor I Qual grazia 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



39» 



Spiran tuoi detti! Alla dolcezza loro 

10 son preso cosi, che udir mi sembra 
Un nuovo Bembo, od un altro Petrarca, 
O lui, che d' Arbia sulle sponde nacque 
Egregio vate, che sui colli Albani 
Rallegrò il prence, e fé' dubbiar le Muse 
Se disciogliesse il canto Apollo istesso. 

Vedi? Rullo ti applaude, e tu il saluta. 
Chi negherà versi gentili a Rullo? 
— O Rullo per faceta arte poeta. 
Mentre tu canti assiso, il fiordaliso 
Pascon le capre intanto, e al tuo bel canto 
L'arpa ti appende al collo il biondo Apollo, 
Onde, sanar le menti all' egre genti. — 

Oh squisitezza! Parmi udir Pianella, 
Applaudito da tutta la Suburra! 
Orbi, buffoni, figuli, tonsori, 
Rappezzatorì di ciabatte, e quanti 
Sono in Roma ruffiani e parassiti, 
Con una trippa di sua merce carca 
Coronate 1' altissimo poeta ! 

Sempre che torna il vostro di natale, 

altro giorno solenne, appigionate 

11 prode Filodemo; e se risponde 
Il suo canto al desio, saltelleranno 
Sul pianto badiale ad ora ad ora 

1 quattrinelli, è tutta la bottega 
Festeggerà fra il vino, e le risate! ' 



ce Di Melchiorre Missirìui non conosciamo una biografia completa. 
Alcune notizie ci ha favorito il dott. G. Mazzatinti togliendole dalla 
Cronaca del Galletti (ms. 187 della Gomunaledi Forlì), pag. 96 sgg.: 
« In gioventù [il Missirini] fu segretario del patrio municipio. Pas- 
sato a Roma, ad invito del suo intimo amico e celebre scultore An- 



' Qpetu Mmrn coti ti legge a ptgg. 106- 
119 ia SàHrt di Quinte Settmtu, recate in 
tersi italUni da Melchior Mittirini, edi- 



sionc teconda, rifuaa dal traduttore, voi. 
unico, Firenie, pretto Leonardo Ciardetti 
in Borgo St. Apottoli, 183$. 



392 



POESIE DI MILLE AUTORI 



tonio Canova e degli altri professori di scienze ed arti, accettò il 
segretariato della rinomata Accademia pontifìcia di 3- Luca, di cui 
il Canova stesso era presidente. Scrisse in tale occasione e diede 
alla pubblica luce la vita di esso immortale scultore, come pure una 
operetta intorno al monumento di Possagno e la Collezione intera 
delle opere inventate e scolpite dal cavaliere Alberto Torwaldsen 
(Roma, Aureli, 1837) ... Ad uomo così insigne il valente pittore ca- 
valiere Vincenzo Camuccini dipinse il ritratto, e il famoso glittografo 
cavaliere Giuseppe Girometti scolpì in rame la sua effigie. Il gran- 
duca di Toscana Leopoldo II onorò le sue fatiche letterarie col dono 
di una grossa medaglia d* oro, indicante da una parte V imnngine 
dell'augusto principe e dall'altra il nome del benemerito scrittore. 
Passò a miglior vita in Firenze la notte del 12 dicembre 1840 in età 
di anni settantasette. La fredda sua salma fu trasportata a Trespiano, 
cimitero comunale di quella capitale, ed ivi umilmente sepolta come 
aveva disposto. » Il Calletti poi, all'anno 1849 (Cronaca cìl, voi. IV, 
ms. 185 della Comunale di Forlì), dice che sulla tomba del Missirini 
fu scolpita una epigrafe dettata dall'abate Giuseppe Manuzzi, che gli 
avrebbe fatta anche la biografìa (cf. la lettera n. XLIV del Manuzzi 
al Torri). Ma né questa uscì alle stampe, né l' epigrafe è contenuta 
tra le DCCL iscriT^ioni di G. Manuzzi (Firenze, Passigli, 1849). Il 
Museo di Forlì ha di recente acquistato il ritratto del Missirini (me- 
daglione di scagliola) che è tenuto opera del Canova. Del ritratto, 
che al Missirini fece il Camuccini, eseguì un' incisione in legno Ignazio 
Zaccheroni, di cui un esemplare esiste nella biblioteca di Forlì. Nel 
Museo di Forlì è anche un busto in gesso dell' illustre uomo. » ' 



' Vedi a pagg. 98-99 in : Abd-El-Kader 
Salta, Dtl cartéggio di AUismnàro Ttrri^ 
Pisa, tipografia T. Nistrl e C, 1897. 

Delle opere del Miuirini ricordiamo: 

— DtU'mmort di DanU AlighUri t del ri- 
tratto di Béatrittt comment. I. 

— DtlU mémorU di Dattu Alighièri t del 
suo mausoUo tu S. Croc*, comment. Il (Pt- 
renie, Qardetti, i8}a, con ritratti). 

— SmlU disposi\ioni tutamtntarit (Faenxa, 
Geoettrì, 1798). 

^ La concordia rtpmhUicana, poemetto 
(Porli, Barbiani, 1798). 

— Vaportmra dtl Congresso di Lione^ can- 
tica (Italia, i8oa). 

— L'origin* dtUa pittura, carme (Porli, 
Oisali, i8o|). 

•— L* antichità di Rax'cnna, poemetto 
(Poril, Casali, 1804). 

— Lt^iani di chqnm^a (Porli. Casali. 
1804) 



— Bionc: Il pioMl» di Adùo*^ trai, da 
M. Missirini (Porli, Casali, 1804). 

— In occasione della Sega vecchia a metà 
quaresima dell' anno xSof (Porli, Diparti* 
mento, 1805). 

— Veni uso greco, per «e^f PalUmdni- 
Uonticein Palimncini (Porli, Roveri e Ca- 
sali, 1808). 

— Versi in lode delV attrice Anna Pelamdi 
(Porli, Casali, 1811). 

— Schermi alla greca a Zina (Podi, Ca^ 
saU, i8ia) 

— In lode deir anatomica Paolo Masoagui^ 
ode (Pirenie, Carli. 181$). 

— Sermoni metafisici e morali (Pircnze, 
PraticeUi, 1817). 

— La presentazione al tempio, canto 
(Roma, De Romanis, 1818). 

» La fuga in Egitto, canto (Roma, De 
Romanis, 1818). 
— > Sui marmi di Aniama 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



393 



(Veneiia, Ptcotti, 1817 e RomA, De Ro- 
mflnis, 1818). 

— Orm^ioiu fwmhr» di Antomo Canova 
(Venezk, Pu-oltrì, 1825). 

— MonunuHH di icoitmra » arehiigitMra, 
•onettl (Roma, Ceracchi, 1823). 

— Dtl Umpié er*ti0 m Possaguo da An- 
tornio Camova (Roma, De Rómams, 1823). 

— Vila di Aniomio Canova (Prato, Giac- 
chetti, 1824 e Mileno, Silvestri, 182$). 

— Cannoniere, eolla spiegazione delP alle' 
goria del eoo. Pietro Visconti (Mileno, Sil- 
▼eetrì, 182$, qosru edix., Fireue, Qier- 
detti, 1834). 

— Sermom (Livomo, Ponolini, 1829). 

— Netroìogia di Giuseppe Misnrimi (Fi- 
renze, Possati, 1829). 

— Sermom tal panorama di Firenze (Fi- 
renze, Cierdetti, 1831). 

~ Della vera nobiltà (Firense, Cierdetti, 
183J). 

— Della seoperta di am basto marmoreo eo- 
ioMsale diìieeenaU (Firenze, Cierdetti, 1834). 

~ Biografia di Flovio Biondo (Forlì, Ce- 
eeli, 1835) 

— Sermom sulle lettere e le arti (Fircnxe, 
Ciardetti, 1835). 

~ DeUa cappella dei sepolcri Medicei (Fi- 
renze, Pegni, 1836). 

— Pericolo di seppellire gli nomini vivi 
creduti morti (Mileoo, Branca, 1837). 

— Quadro delle arti tostane (ForU, Ca- 
•alt, 1837). 



— Elogi di quaranta nomini illustri (Fi- 
renze, Ciardetti, 1837). 

^ Del colorire nella pittura e della scuola 
veneziana (Firenze, tipografia della Speranza, 
1838). 

^ Della ebiesa di S. Remigio (Firenze, 
Calaaansiano, 1839). 

— Difesa di Michelangelo Buonarroti per 
la sua partenza di Firenze quando era me' 
nacdata dalle armi di Carlo V (Firense, 
Piatti, 1840). 

^ Elogi di cinquanta illustri italiani 
(ForU, Bordandini, 1840), con ritratti. 

— Ammaestramenti tratti dalle Sacre SeriU 
ture (Firense, Le Monnier, 1840). 

~ Ffte di Dante (Firenze, Fabrii, 1842 
e Milano, 1844). 

— Sul canto del conte Ugolino di D, A, 
dissertazione (ediz. 2', Milano, 1844). 

— Alcuni scritti relativi a D. A. (Mi- 
lano, 1844). 

— La sapienza morale degU antichi filo- 
sofi greci e latini (Milano, Longhena, 1846). 

— Antonio Marocchesif Memorie (s. 1. 
ed a.). 

— Il Torri nella sna edis. della Fifa 
Nuova stampò un articolo del Misatrini, in 
cui Si giustifica Dante per over frammiuhiato 
i versi alle prose (pagg. 1 12-14). 

Le opere del Mistirìni esistono autografe 
pressoché tutte nella Comunale di ForU ; 
della quale il ms. 834 contiene lettere auto- 
grafe di lui. 



394 



POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXL 

Quinto Settano (Ludovico Sergardi). 



In un brano della seguente satira, in una visione 

POETICA, PASSANDO A RASSEGNA I POETI, METTE DaNTE 
A BRACCETTO DI OmERO. ' 

(1696). 
Così comincia : 

Tea video ? an vana me ludis imagine ? dextram 
Porrige: luminibus non credam. Farce timori 
Et lacrymis, Ligurìne, tuis. Defiinctus acerbo 
Funere, Tarpeias iterum redivivus ad arces 
Accedo. Sacris ignoscit vatibus Orcus; 
Et nova lanifìcae subtexunt fila Sorores.. 
Tu ne igitur nigros latices, tortoque colubro 
Eumenides cultas, tu plenus sulphure rìvos, 
Et leges duri potuisti evadere regni ? 
Fare age: qui mores Èrebi? qua gente coluntur 
Taenarìae secreta domus? Caligine postquam 
Longa reluctantes mihi nox occiusit ocellos, 
Caecum iter ingressus, nudusque et corporìs expers 
Ferveni ad ripam, stabant ubi pulvere belli 
Mille animae informes, lacerae scapulisque minores, 
Foscebantque vadum pigrae tranare paludis . . . 



' Sol come nacque quesu satirA, che è 
importante anche nella biografia del poeta. 
Tedi a pag. 579 di questo sesto volume 
della Raecolu. I versi, che riguardano Dante 
in questa satira, non sì trovano tradotti 



nella versione pubblicata dal Poggiali ed 
attribuita al Sergardi medesimo, In cui essa 
porta il n. XIV, come pure non si tro- 
vano resi nella versione di Sosto Settimio 
(Gennaro Cappellari) in col ha U n. XVI. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 395 

Ecco il brano della satira in cui Dante apparisce al lato di 
Omero : 

Progredior timidus : cum margine laeta propinquo, 
Visa cohors, multum cui circum tempora lauri ; 
In manibus citharae, pecten, membrana, tabellae. 
Accedo propius: namque haec insignia gentem ^ 
Esse Deo caram docuere, et noscere amicos 
Ardebam veteres. O quae, Ligurine, voluptas 
Pectora demulsit! Naso laudare furores 
Orlandi, thuscumque sibi componere vatem 
Gestit; et Eridani nova gloria nascitur undis. 
Ille tamen Pyrrhae lapides, incestaque Myrrae 
Gaudia, et auratis lapsum Phaetonta quadrigis, 
Aut Cadmi repetit segetem. Legisse recusat 
Quisquis in hoc artem populo non novit amandi. 
At Maro Torquatum complexus saepe trahebat 
Ad fontes Èrebi, placidaque sub ilice fletus 
Henniniae et varios gaudebat discere casus, 
Atque insana Ducis suspiria, virgine postquam 
Occisa facinus scelerati devoret ensis. 
Ibat et unanimis cum graeco hetruscus Homerus; 
Et loca, quae vivens expressit Carmine, lustrat 
Nunc oculis : durumque sonum cariosaque verba 
Damnat, et incomptos expungit arundine versus. 
Civili hic aderat Lucanus sanguine tinctus; 
Nec non ingenti Thebas qui terruit umbra; 
Et qui taenariis afHavit sidera habenis 
Dum rapitur nigro moerens Proserpina curru, 
Quique dolens gracili percurrit pollice fila, 
Cum periit volucris nimium dilecta puellae. 
Hos inter Latiae sublimis honore coroUae 
Petrarcha extinctae bustum spargebat amatae 
Florìbus, et tenero pacabat Carmine Ditem. 
Adsunt et Charìtes, centumque Cupidine nati 
Pellaces pueri, taedasque et spicula quassant. 
Multi illuc rauci thusco de gutture olores 



396 POESIE DI MILLE AUTORI 

Concursant, sparsumque caput iactare recenti 
Furfure festinant: potius sed rudere credas, 
Quam canere, atque ignita sequi vestigia currus, 
Q.UO crudus niveis Erycinae ducitur infans 
Quadriiugis, spoliisque ferox exsultat opimis. ' 



' QiieiU Mtira legged inter* « pAgg. 39-IS9 in: Lndorid Sergtrdi Sàtyru, op. dt. 
A pAg. 375 di questo voi. VI della Raccolu. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 397 



CCCXXII. 

Melchiorre Missirini. 



Traduzione dei precedenti brani del Settano. 

(1835). 

Sei tu, o Settano? Ovver vano fantasma? 
La man mi porgi, che non credo agli occhi 1 

O Ligurìn, lascia i terrori, e i pianti, 
Da morte acerba redivivo io tomo : 
L' Orco perdona ai sacri vati, e Cloto, 
Riordina per lor stami novelli... 

Dunque campasti le crudeli Erinni, 
E i tenebrosi stagni, e V ignee bolge, 
E il fato rio dell' inclemente Averno ? 
Ma dimmi, in grazia, quali son dell' Èrebo 
I costumi, le genti, e lor supplizio?... 

Poiché mi chiuse i rai l'ultima notte. 
Entrai l'orrendo calle, ed ombra ignuda 
Mossi alla riva, ove mille alme stanno 
Lacere, e brutte di guerriera polve. 
Della pigra palude anele al varco. 

Timido avanzo, e nel propinquo margo 
Molti ritrovo, cui fregiava il crine 
L* onor del lauro, e avean le cetre in mano. 
Conobbi quella gente a Febo accetta, 
E mi sbramai negli onorati amici. 

O Ligurin, qual gioia al cor mi corse, 
Quando vidi Nason starsene accanto 



398 POESIE DI MILLE AUTORI 

Al Grande che cantò rarmi e gli amori, 
E aggiunge nuova gloria ali' Eridàno ! 

Ei rìdicea di Mirra il letto incesto. 
Di Pirra i sassi, e la messe di Cadmo, 
E il garzon che sali del sol la biga; 
Ma accennar non osò Y arte d' Amore, 
Per la memoria dell' antico oltraggio ! 

D'altra parte Virgilio al buon Torquato 
Stringeasi, e per blandirlo ripeteva 
Lungo le fonti elisse in placid' ombra, 
e Intanto Erminia fra le ombrose piante : » 
E il dolor di Tancredi ove detesta 
Lo ingrato inganno, e il colpo reo per cui 
« Passa la bella donna e par che dorma ! j» 

Omero ed Alighieri ivano insieme, 
E r Etrusco cantor vede or cogli occhi 
Quanto egli immaginò nell'alta mente, 
E addolcir vuol l' austerità del canto ! 

Poscia Lucan di civil sangue tinto 
Conobbi, e Stazio, che coli' ombra orrenda 
Di Capanèo spaventò Tebe, e vidi 
L' altro, che il Ciel colla tenaria biga 
Offuscò spaventoso, ove dipinse 
« La siciliana vergine rapita : » 
E il Veronese, che cantò soave 
Quando di Lesbia rosseggiar le luci 
Per la morte del passero diletto. 

Fra questi altero d' itala corona 
Venia Petrarca, e sull' amica estinta 
Accumulava i più bei fior di Pindo, 
E del suo pianto impietosia 1' Eliso! 
Cento fallaci, e pargoletti amori 
Agitanti le tede, e gli aurei strali 
Stavangli intorno colle Grazie etnische. 

Poi rochi per toscano gorgozzule, 
E il crin cospersi di recente crusca. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



399 



Lo seguìan mille cigni, ancorché dessi 
Più che cantar, parean ragliare appresso 
Il trionfa d* Amor, che garzon crudo 
Sopra carro di fuoco agita, e sferza 
« Quattro destrier vie più che neve bianchi. » 



' Qjiesu Mtinl«ggcsi intera npftgg. ili - 
aos ia : 5«4trf di Qmimfo Sttkmo recate in 



italieno da M. MiMirìni, op. di. e p«g^ 377 
di qoeeto toI. VI della Raccolu. 






400 POESIE DI MILLE ACTOU 



CCCXXffl. 

Lorenzo Magalotti. 



Capitolo dantesco, composto per l'accademu pub- 
buca IN MORTE dell' IMPERFETTO, OOÈ OrAZIO Ru- 
CELLAI. 

(1698). 



Nel mezzo d'una placida, serena 

Notte, allor che più sorda, e che più cupa 
D' un vapor rugiadoso amica piena 

Per suoi canali ingiuso si dirupa 
Dalle fonti del celabro, e co' sensi 
Tutto dell' alma il basso margo occupa : 

Quella parte di lei, che pur mantiensi 
Scoperta sempre, e che al palustre suolo, 
A cui sembra attenersi, in nulla attiensi. 

Rapir si sente, e alzarsi in aria a volo, 
E dirsi : Non temer, vien via pur franca. 
Che penne ho destre, e forti anche al tuo volo. 

Cosi seguendo il buon duce, che affranca 
Col suo parlar la sbigottita parte. 
Che per esser me tutto il men le manca. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 40I 

Men già dubbiando, e sospettando in parte. 
Non però si, che a fronte del temere 
Vinta si stesse la mia fé in dispane. 

La fé, che crebbe allor che il condottiere 
Usci dal cono, in cui notte s'accoglie. 
D'onde di punta il lume investe, e fere: 

E al verde lauro, e alle vermiglie spoglie 
Riconobbi l' altissimo Poeta, 
Padre di lei, che il più bel fior ne coglie. 

E, oh padre, dissi, se l' ardir non vieta 
Cibo al desio, deh dinne : erger cotanto 
Meco il volo a qual fine, ed a qual meta ? 

Ed ei senza restar : Cortese e santo 
Zelo mi trasse a te chiamar lassuso. 
Sol tanto che tu veggia, e intenda quanto 

Di quel Grande rifulga oltre vostr'uso 
Ivi la gloria, eh' adombrar vorreste 
Con alcun de* miei lampi oggi laggiuso. 

Noi solcavam di già l'aura celeste. 
Leggiera si, che l' aer nostro intomo 
Le starla come a spirto mortai veste, 

Se miri al peso; e come notte a giorno, 
Se al lume; e lume, che stagnando allaga. 
Non corre, o passa, o fa che sia ritorno. 

Del mio duce la mente allor presaga 
Del chieder mio: Quel nuvolotto oscuro. 
Disse, per far l' interna voglia paga. 

Che sembra galleggiar nell' aer puro, 
E tanto rimaneni or sotto i piedi. 
Quanto laggiù ti riman sopra Arturo, 

DiL Bàuo. Voi. VI. a6 



402 POESIE DI MILLE AUTORI 

È '1 vostro sole: e si come tu vedi» 
Nella vergine luce, in cui t'aggiri. 
Caligo par, se agli occhi tuoi pur credi. 

Cosi del passo, ond' è che 'n van si miri 
Precipitare il fulmine, che scende, 
Noi salivam per que' lucenti giri. 

E il volo è tal, che fin colà si stende, 
Ove sol per averne alcun sentore 
Occhio di vetri armato indamo ascende. 

Quand' ecco in mezzo all' eternai fulgore 
Una nebbia leggiera, e rada tanto, 
Che dubbio è s* uom v* è dentro, o pur n*è fuori, 

E quant' insù più vassi, ella altrettanto 
S'apparta, ma non si, ch'ove è più spessa, 
Benché a stento, il veder non passi alquanto. 

Pensa, lettor, se mai vedesti, e impressa 
Rimanti ancor la rupe, onde si spiomba 
Il chiaro gorgo, a cui fu già commessa 

Di Cetulio la donna, allor eh' ei piomba 
Sui sassi scabri, e eh' ei risalta in spuma 
Tal, che da lungi il trasparir v' ha tomba. 

Ma non d'appresso: tal l'aura che alluma 
Se di se stessa, e che traspare, in questa 
Foce via via più di candor s' impiuma; 

Finché in un mar si sparge, ove tempesta 
É nome ignoto; un mare, un oceano. 
Un abisso, un immenso, in cui s' innesta 

Col centro il giro, e sen scandaglia invano 
Il fondo, e dell' umor eh* entro vi stagna 
Poco ne geme in intelletto umano; 



INTORNO A DANTE ALIOHIERI. 40^ 

E in quanto trar può l' occhio, Y accompagna 
La nebbia, e in quella un popolo infinito 
Di spirti a varie altezze vi si bagna. 

Era ciascuno sotto i pie guemito 
Di varie nuvolette, lumeggiate 
Di lume, altre più morto, altre più ardito. 

£ ve n'eran di quelle ricacciate 
Di certi scurì si gagliardi, eh' io. 
Senza saper perchè, n' ebbi pietate. 

E qual, dissi piangendo al mastro mio, 
Qual tra quest' alme di si varia sorte 
Ragione, e di qual fallo esser può fio? 

Tant' alto i' non credea regnasse morte. 
Né pena : e pena par la nebbia, e '1 fosco. 
Che qual piombo ivi par le tenga assorte. 

Ed egli: E tu *1 dimanda a quel buon Tosco, 
Ch* hai quivi allato; ei già t* ha scorto, e sente 
La tua question, se '1 suo guatar conosco. 

r mi volgo a man destra, e pongo mente 
A un veglio venerabil che mi guata 
Fiso fiso, e sorride dolcei^ente. 

E in quel eh* io lui rimiro. Inonorata 

Mano mi stende, ma non si che 'n quella 
La semplicetta mia resti ingannata; 

Che tosto con beli* atto addietro fella 

Dicendo: E ben Dafinio? Oh, dissi, allora 
Che r occhio mi snebbiò la sua favella. 

Or se' tu quivi, Orazio, alla buonora. 
Or se' tu quivi, or se' tu desso, Orazio? 
E r interno dolor stillò di fuora. 



4o6 



POBSIX DI MILLE AUTOKI 



Però, per quattro morte favilluzze 

Cb' i' disprezzai (benché, rimaste apprese 
A pochi fogli, ' il guardo altri v' aguzzi 

Laggiù si attento), or m* è fatto palese 
In questo mar, eh* è mar di sapienza, 
L' immago di quel sol da cui son scese. 

E 'n lui ravviso la disconvenienza 

Fra quel eh' i* veggio, e quel eh' i* vidi, e scrissi. 
Io ridendone il primo; e che parvenza 

V ha si di vero, che su quanto i' dissi 
Or là si giura ; ed oggi alta onoranza 
S' appresta al tempo, che sognando io vissi. 

O sciocco mondo, con quanta baldanza 
Estolli in simolacro di vinude 
La miserabil tua deca ignoranza! 

• 

Che tal per grande e saggio alla tu' incude 
Si batte, che tutt' altro poi si sceme 
A mente sana ed a pupille ignude: 

Ignude di quel vel per cui si cerne 

Misto co '1 vero il falso, e fatte al lume 
Sol di grandezze, e veritadi eterne. 

E pur seguendo il lusinghìer costume, 
Oggi di spirti eletti un bel drappello 
Gran cose dir di me sente, e presume. 

Tu pur di rime armato al gran duello 
T' appresti, e pensi, e follemente agogni 
Nella falsa mia gloria apparir bello. 



' Inteodeti dt' Dishghi jilo$»fki del Ro- 
celUi, ne' quali dUteMmente ti parU del- 
l'iiiM e dell'Altra filoiofia netnrale e morale. 



L'argomento di Mai ti pu6 vedere nelle 
annotazioni al Ditirmmho del Redi. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



407 



Povero te, che ancor vegghiando sogni 

Quand' è più il tempo (e so che '1 dir non falla) 
Che di te stesso teco ti vergogni. 

Non sentì, che V angelica farfalla. 

Che in te si chiude, ha messe l' ali, e sforza 
Sua prigion, che già screpola e traballa? 

Raccogli tua virtude, e ti rinforza 

Al vicin volo, a cui regger non ponno 
Le molli piume, e scuoterti fa forza. 

Ei dicea dal sognare, e fu dal sonno. ' 

Lorenzo Magalotti fu un cinquecentista nel Seicento, nel senso 
che egli fu un figliuolo poetico e scientifico dei Leonardi e dei 
Michelangelo, che non sapevano restrìngersi negli angusti confini di 
una sola disciplina, ma spaziavano col grande intelletto per tutta la 
terra e il cielo. Cosi Lorenzo fu poeta, matematico, fisico, filosofo, 



' Questo capitolo cosi si legge s pa- 
gine $a-$8 in : DtlU ìeUtrt familiari iti 
conte Lortnxp Magalotti » di altri insigni 
momini a Imi scritti, Tol. II, Firenze, anno 
MDCCLXIX, stamperia di S. A. R. per Gae- 
tano Cambiagi, con licenza de' superiori. 
Questo capitolo è preceduto dalla se- 
guente lettera del Filicaia, cui il Magalotti 
lo aveva inviato per sapere il suo avviso: 

• Al signor conte Lorenzo Magalotti. — 
Poter del mondo I che gran cosa mai è 
questo vostro capitolo dantesco! Oh che 
magnificenza, oh che ricchezza, oh che 
maesti ! Voi parlate da Dante, ma da Dante 
divinizzato; e se voi componeste sempre 
cosi, gli altri potrebbero andarsi a riporre. 
Chi ha mai descritto il sonno come l'avete 
descritto voi? Chi ha mai con tanta evi- 
denza screditato il nostro sole, e la no» 
str' aria, che 1* uno sembri una nuvola, e 
l'altra s'assomigli a una veste ? E dei gradi 
della gloria corrispondenti alla maggiore, 
o minore oscurità della fede, quando, e da 
chi si è parlato con maniere si pellegrine, 
e si espressive? Insomma 

Voi sedete alla mensa degli Dei; 

Vivande a noi dispensa 

Men saporite la seconda mensa. 



Ma fatemi un servizio, e poi comandatemi. 
Benché voi parliate alla dantesca, levate 
in grazia mia quei tostiritii. Che volete voi 
far di questi rancidumi, che sonano si male 
all'orecchio in un componimento si nobile ? 
Se voi gli faceste dire a Dante, mi dareb- 
bero manco noia ; ma facenclogli dire a voi 
medesimo, che sebben parlate da Dante, 
siete quattro secoli fuor del secolo di Dante, 
non mi ci posso accomodare. In oltre vi 
pongo in considerazione, che quegli, che 
sanno la differenza che passa tra il pian» 
gere, e il lagrimare, in leggendo quel 
verso 
E a pianger cominciai per gli occhi fuora 

dubiteranno, se qualche bell'ingegno mo- 
derno abbia trovata 1' invenzione di pian- 
gere per gli oi'ecchi. Anche quella Fede 
fatta in sul sasso non mi finisce di pitcere. 
Questo è quanto mi occorre dirvi. Scusate 
la mia ignoranza, e fate poi a vostro modo. 
Addio, ecc. 

« Volterra, i $ settembre 1698. 

« Vincenzio da Filicaia. » 

Il Magalotti, coma il lettore ha notato, 
corresse secondo i suggerimenti del Fi- 
licaia. 



4o8 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Statista, poliglotta, polemista e cento altre cose ancora. Nacque 
1' anno 1637, in Roma, dal conte Orazio Magalotti fiorentino, pre- 
fetto de' corrieri pontifici, gran signore e grande scialacquatore. 
Morto di buon'ora il padre, forse il vivo e moltiforme talento di 
Lorenzo si sarebbe sperduto in vile mestiere, se Francesca Venturi, 
alta donna ed alta madre, non gli avesse fatto nel tempo stesso da 
padre e da madre. 

Lo straordinario talento di Lorenzo, incoraggiato dall' amore della 
sua Francesca, a diciannove anni appena mandava veri sprazzi di 
luce fra gli studiosi dell* università pisana, tanto che uomini come 
il Borelli, il Malpighi e il Viviani erano suoi ammiratori. Egli si 
versava nella matematica, nella fisica, nel diritto e nella teologia, 
nella poesia e nelle arti, nelle lingue antiche e nelle moderne. 

In quel torno molto si applicò allo smdio del volgare, e spe- 
cialmente del Boccaccio, e compose alcune novelle alla Boccaccesca. 
Il Borelli ed il Viviani raccomandarono il giovine al principe Leo- 
poldo, che lo nominò segretario dell'Accademia del Cimento. Egli 
fu assai zelante ed assiduo nel frequentare l'Accademia, notando 
tutto con diligenza e redigendo volta per volta la narrazione delle 
esperienze. Neil' anno 1 660 scrisse un opuscolo. Cristiano Ugtnio per 
ricuperare agli Italiani e a suoi accademici alcune scoperte fatte intomo 
air anello di Saturno ed altre materie fisiche che si erano usurpate i Fran- 
cai. ' Intanto egli non tralasciava di pensare al suo libro dell' espe- 
rienze dell'Accademia, e stimò anche di ritessere tutta l' opera sua, 
per conseguire queir eleganza e precisione che vedeva innanzi a sé 
cogli occhi della mente, sebbene tutti coloro che ne avevano letto 
qualche cosa ne fossero incantati e lo esortassero a pubblicarlo 
senza indugio. 

Non gli venne fatto di eseguire il suo disegno, perchè in quello 
gli fu ordinato dal prìncipe Leopoldo di dare alla luce il libro delk 
esperienze. Cosicché dovè acconciarsi a mutare, a correggere ed a 
comporre sulle bozze che gli mandava lo stampatore. La stampa, 
per questo, andò molto per le lunghe, ed il libro venne fuori dopo 
alcuni anni, come vedremo. 

Ecco come ci parla di questo perìodo della vita del Magalotti, 
il Fabroni : 

« Crescendo, dunque, e dilatandosi ogni giorno più la fama, e 
il concetto dell' erudizione, e della dottrina del Magalotti, si sentiva 



^ Questo opuscolo non fu stampato se non 
dopo cinque anni, nella quale occasione U 
Cassini mostrò il desiderio che fossero state 
aggiunte al libro alcune cose a provare che 
la teoria del ritorno e del modo costante 
delle comete fosse farina del suo sacco e 



non di Adriano Auxut ; ed alcune altre « 
determinare la disputa, che egli aveva avuto 
col Bugliardo, circa il precisare geometri- 
camente l'apogeo e l'eccentricità de' |Ma- 
neti. Ma il Magalotti non giudicò di dover 
discendere In tali particolariti. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



409 



egli maravigliosamente infiammato a intraprendere opere egregie 
d* ingegno. Era egli naturalmente avido della lode ; e la gloria già 
acquistata parea che gii accendesse • nell' animo la sete di nuova 
gloria. Prese per tanto a fare un* opera, in cui spiegare, come po- 
tessero essere le fragranze degli odori senza danno, e perdita dei 
corpi, da* quali son tramandate ; il che sembrando alieno dalla ve- 
rità, giudicò che avrebbe fatto assai, trovato che egli avesse il veri- 
simile. Né solamente in dover maneggiare quest' argomento voleva 
farla da fisico, ma anche da erudito, avendo per adomarlo raccolto 
dagli scritti degli antichi tutto ciò che apparteneva agli odori. Ma 
egli lasciò quest'opera imperfetta ed informe. Lasciò però compita 
quella nobile, ed elegantissima orazione toscana, nella quale morde 
il vario, ed incostante piacere degli uomini nell* introdur tuttodì 
nuove mode di odori, mentre poi accade che s' abbiano in nausea 
quegli, che dianzi erano cosi grati. Del rimanente era amantissimo 
degli odori e vaghissimo di comporgli ; e in questo accomodavasi 
al genio de' suoi tempi, nei quali era riputato rozzo ed incolto chi 
non aveva in pregio gli odori. ' Nello stesso tempo si applicò a 
lavorare un* altra opera sopra la virtù elettrica ; la quale avendo 
egli diviso in due parti, una ne assegnò all'istoria dell'esperienze, e 
on' altra all' esame di esse. Né si può esprimere quanto egli si di- 
lettasse neir osservare il corso de' pianeti. Imperciocché contem- 
plando le superiori, e celesti cose, gli parea di sollevarsi sopra di sé, 
e di concepire del disprezzo delle terrene, come di piccole e di 
niun conto. Le ore del dopo pranzo erano da lui impiegate nella 
lezione di ss. Padri, fra i quali estremamente piacevagli Tertulliano ; 
e pareva dolersi, che Iddio non avesse disposto, che egli si dedicasse 
tutto agli studi sacri ed alla vita ecclesiastica. Essendo venuto a 
Firenze l'anno 1665 un certo gesuita, chiamato Giovanni Graeber, 
ed avendo Lorenzo imparato da esso molte belle notizie apparte- 
nenti alla storia cinese, come da quello che era stato lungo tempo 
nel regno della Cina, le raccolse tutte in un libretto, cui dedicò a 
Cosimo figliuolo di Ferdinando secondo. * E quantunque egli confessi 



' Su questo teiBA compose una poesia 
che chiamò madn'Stlvù, e, ad imitazione 
del Redi, che nel suo Ditirambo aveva prò- 
clamato re dei vini Ìl Montepulciano, egli 
proclamò re di ratti i fiori quello dell' a- 
rancio : 

Onde ognuno che di Flora 

Riverente il nome adora 

Ascolti odorosissimo decreto 

Ch'ella stessa pronuncia in sul tappeto: 

IM questi vaghi fiorì, egli ahhia fé : 

Il fior d' arancio d' ogni fiore è il re. 



^ A queste notizie del Fabroni si può ag- 
giungere che il Magalotti fu vago assai di 
raccogliere sia dalla ' voce di viaggiatori, 
sia da relazioni scrìtte in lingue straniere, 
sia da altri documenti, notizie suU'Orìeme, 
che andò pubblicando man mano. Nel 1693 
venne fiiorì : Rtla^ioni varie cavate da una 
traduzione inglese dall'originale portoghese 
del Nilo, dell' Unicorno, della Fenice, del- 
l'uccello di Paradiso, del pellicano, delle 
palme, del Prete Ianni, ecc. E net 1697 la 
relazione della Qua, su citata, cavau da 



410 



POESIE DI MILLE AUTORI 



di averlo scrìtto in fretta» però è tale» che Gianvincenzio Gravina af- 
fermò in una sua lettera latina, indirìzxata al medestmo Magalotti, 
d'avere in quello, oltre la novità e varietà delle cose, amnairato 
sommamente la chiarezza, il candore e 1' eleganza dello stile, e in 
particolar modo la grazia e la leggiadria dell' orazione, che fa risai- 
tare le cose ancor più volgari. Alla qual lode aggiunse 11 Gravina 
queste espressioni che mentano, a mio giudizio, di esser notate ; che 
egli addiravasi con Lorenzo, che avendo un tal fondo di abilità, 
quale aveva riconosciuto in lui, come Apelle dalla linea, da quella 
piccola narrazione, non s' applicasse a scrìver T istoria de' suoi tempi; 
perocché ciò facendo avrebbe intrapreso una cosa degna dell'animo, 
e dell' ingegno suo, e della sua patria, la quale mercè d* uomini 
sommi usciti dal suo seno aveva, la prima fra tutte, ristorato le 
scienze in Italia, che nuovamente andavan per terra. Né ridonda in 
minor lode di questo libro l' esser stato tradotto in francese da Mei- 
chisedecco Thevenot, bibliotecario di Luigi decimoquarto, re di 
Francia. Diede anche alla luce in lingua italiana, avendo avuto per 
interprete un altro gesuita di cognome Intorcetta, un'opera morale 
di quel Confucio che fu sempre considerato appresso i Cinesi come 
il maestro di tutte le scienze divine ed umane. Non era di gran 
mole il libro, ma da poter dirsi un pezzetto d' oro, e degno di esser 
letto e imparato a mente da tutti. Quasi nel medesimo tempo scrisse 
della natura dei sali a Orazio suo padre, degli atomi frigoriferi a 
Orazio Rucellai, e della circolazione dell' acqua per gli nervi, e i 
vasi linfatici, ciò che dimostra la cognirìone che egU avea delle 
materie fisiche. Qualora poi avesse voluto dar qualche sollievo al- 
l' animo suo tutto applicato alle filosofiche speculazioni, e agli studi 
più gravi, si rivolgeva alla poesia italiana, per la quale era stato 
formato dalla natura. £ '1 vero, che nella sua adolescenza non aveala 
esercitata secondo il buon gusto, avendo avuto spesso per le mani 
quegli scrittori, che s' erano allontanati dalla retta e semplice imi- 
tazione della natura in cui la più bella lode de' poeti è riposta; ed 
aveva preso da questi di quel fìnto splendore che per si fatto modo 
avea di que' di acciecato le menti degli uomini, che chi sapea fare 
il verso più gonfio, e più intrigati ed oscuri esprìmere i sentimenti, 
quegli era il più degli altrì stimato. Ma quando cominciò il Maga- 
lotti a gustar la maniera degli ottimi poeti, ella fu cosa di maraviglia, 
quanto grande, e in quanto picciol tempo seguisse in lui mutazione. 
Sopratutti però amava Dante; né aveva maggior premura che d'imi- 



un ragionameato tenuto col gesuita Grae« 
ber. E fisAlmente nel 1701 : / ragi^iutwuuti 
di Ffnmuo CarUui «opr* le cote <U lui 
vedute nei suoi viaggi si delle Indie occi- 



dentali ed orientali, come d'altri paesi. H 
Magalotti, In questa cdisione, pose in or^ 
dine, emendò, ed arricchì di utile indice la 
narrasione del Gu-letti. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 4II 

tame ne* suoi versi la forza, e quelle forme, e similitudini prese 
dalla natura e dagli esempli della verità. Il perchè non è da mera- 
vigliarsi s' ei faticò moltissimo per intenderne a fondo i concetti ed 
i sensi. Nella qual cosa avendo superato di lunga mano tutti gli 
altri interpreti, pen^ò un tempo di dare alla luce le osservazioni, che 
egli aveva fatte sopra di quello. Che poi non mandasse ad effetto 
il suo pensiero, né altro lasciasse, che il comento su i primi cinque 
canti óeìV Inferno, sarà sempre un motivo di gran rammarico agli 
amatori di quel divino poeta. In questo ancora si riconobbe T amore 
eccessivo che il Magalotti nodriva per Dante ; ed era, che egli amava 
sovente di adornare, e quasi d' illuminare le sue composizioni e i 
suoi ragionamenti colle sentenze prese di pianta da quello, come 
con isplendidissime gemme. Fu dedito eziandio dalla sua puerizia alla 
poesia latina, quantunque in essa non facesse molto profitto; perchè 
quanto egli scrìsse latinamente si in prosa, che in verso (e non scrisse 
molto), non fu arricchito dei colori e delle grazie degli antichi scrit- 
tori del secol d' oro. Gustò parimente i poeti greci, siccome quegli 
che possedeva più che sufficientemente la lingua greca, avendo avuto 
in essa per maestro Giovanni Targioni, canonico della fiorentina 
basilica di S. Lorenzo. Il che più che altrove si riconobbe nella tra- 
duzione che egli fece di Anacreonte in versi italiani, la quale è ele- 
gante, leggiadra ed esprimente a maraviglia i concetti di quel poeta. 
E quel che debbe ascrìversi a somma lode del Magalotti si è, che 
egli fu o il primo, o certamente de' prìmi a intraprendere questa 
versione, avendola già fatta V anno 1670, due anni avanti che il 
dottor Filippo Corsini desse fuori la sua. Qual fosse poi il motivo 
che lo trattenne dallo stamparla, egli non è a mia notizia. 

a Fra tanto venne a Firenze Bartolommeo d' Erbelot, uomo dotto, 
e peritissimo nella lingua araba. Si prevalse Lorenzo dell'occasione 
da lui tanto desiderata, che gli si offerse d' imparar quella lingua ; né 
può abbastanza esprimersi con quanta felicità gli venisse ciò fatto. 
E questa felicità V incoraggi ad apprendere le altre lingue orientali ; 
e in ispecial modo s' impossessò della turca, la quale sapeva (sendo 
questa un composto di tutte) che gli avrebbe agevolato la via a im- 
parare le altre. Quelle lingue poi, che si parlano dalle nazioni più 
colte d' Europa, le imparò più coli' uso, che collo studio : e non so- 
lamente parlava, ma scriveva ancora franzese, spagnuolo ed inglese 
con una certa grazia, che pareva, lui non averla acquistata coli' arte, 
ma avuta in dono dalla natura. I tre viaggi, che egli intraprese per 
quei regni, gli diedero tutto il comodo d' apprendere quelle lingue. 
Il primo lo fece l'anno 1667 in compagnia di Paolo Falconieri, uomo 
eccellente in tutte le arti liberali, e spezialmente nella poesia, e nel- 
r architettura, del quale e di tutta la casa Falconieri era egli ami- 



413 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Gissimo. Aveano questi d* un lungo tratto passate le alpi, ed il mare, 
quando ebbero I* ordine del granduca Ferdinando secondo di tornare 
indietro per accompagnare insieme con altri scelti soggetti il gran 
prìncipe Cosimo suo figliuolo nel viaggio, che egli doveva fare per 
r Europa. In questo viaggio Lorenzo cadde infermo, e non guarì se 
non dopo sei mesi della sua malattia. Ed egli estimando d'aver 
racquistato la sanità più che per sé, per lo suo carissimo principe, 
ninna cosa avea più a cuore, quanto d* assisterlo sempre colla fedeltà, 
col consiglio, e coli* opera. Arrivati che furono in Inghilterra, ebbe 
il Magalotti un grandissimo desiderio di contrarre amicizia col celebre 
Roberto Boyle. Essendo per tanto andato a trovarlo in Ozford, fu da 
lui accolto onorevolissimamente, siccome da quello, che ne aveva 
per fama tutta la cognizione. » ' 

Intanto veniva finalmente alla luce la sua relazione sulle espe- 
rienze dell'Accademia del Cimento;' ma poco dopo di questa pub- 
blicazione, il principe Leopoldo fu costretto, per non dispiacere a 
certi maligni collitorti, di far morire di morte violenta la gloriosa 
Accademia, accusata di essere semenzaio di ateismo. 

Succeduto Cosimo III a suo padre Ferdinando, fu inviato il Ma- 
galotti a rappresentare Firenze nelle nozze di Ferdinando Carlo duca 
di Mantova con Anna Isabella dei duchi di Guastalla. Nel 167 1, 



' Vedi A p*Kg* xx-xsvi, Tol. I, in: 
D*Ué htUre familiari dtl conte Lorenzo Me- 
gelotti e di altri insigni uomini « lui scrìtte. 
VoU. 1 in-8, in Firenze, l'anno MDCeLXlX, 
nelle stemperìs di S. A. R. Per Geeuno 
Gembiegi, con licenze de' superiori. È le 
traduzione, in Tolgere, del testo Utino del 
F^twoni. 

^ ^gg* ^ naturali ttptrien^e fatti in Fi- 
renze nell'Accademia del Cimento, descrìtti 
dal Sollerato (Lorenzo Magalotti). Firenze, 
Cecchini, 1666 o 1667, troTandosi eaem- 
pian con una data e coU'altra, in fol., con 
figure. Il ritratto del principe Ferdinando II, 
che accompagna la dedicatoria, fu intagliato 
da Francesco Spierre di Nancy, lodato dal 
Bildinucci nella Vita che scrisse dello Spierre 
medesimo. Furono ripubblicati, in Firenze, 
da GioTan Filippo Cecchi, il 1691, in-fel., 
con figure. Trovasi talvolu questa ristampa 
ornata del ritratto del granduca Cosimo III, 
cui dal Cacchi è dedicata, inugliato da 
Arnoldo Van Westerhout e di quello del 
cardinale Leopoldo. Il Colombo non vide 
un esemplire nel quale invece della dedi- 
catoria del Cecchi a Cosimo III, eravi 
quella a Ferdinando II, col relativo ritratto. 



premessa all'edizione prima del 1666. * Eb* 
bero questi Sag^ varie ristampe ; in Vene* 
zia, Lovisa, 17 IO, tn-4; in Napoli, 17x41 
in-fol. ; in Venezia, 1761, in -8, conta vita 
del Magalotti, scritta dal Menni. Anche a 
Firenze si pubblicarono per cura dì Gio> 
vanni Targioni Tozzetti nel 1780, conag« 
giunta di molte altre esperienze ed osser> 
vazioni, e formano il volume III ^Wtììo- 
ti^ia degli mggramdiimtmti dtUe Mcitn^t fiti' 
che, ecc. 

Neil'enno 17$ s parvero questi Saggi sa- 
lire in Francia al massimo punto di gloria, 
dappoiché gli autori delU CoUtcHom meadé- 
MtfMc, dopo averti ricolmati di lodi, nel 
Discorso preliminare (to. I, pag. sO* **** 
marono che poteasero degnamente porsi in 
fronte a quella preziosa raccolta, ed esserne 
il primo ed uno de' più ricchi ornamenti. 
Le grandi opere aspettano il tempo che renda 
loro giustizia, e le mediocri lo temono. ** 



• Vedi a fag. as9 »: SwrU dai tttU di 
lingua del Gamba, ediz. del Gondoliere, 
18)9. 

•• Pozzetti, Note al Laur. Magalotti Eì»- 
fiem, etc. Fior., 1787, in-4, a pag. 14. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



413 



mortagli la madre, per non acerbire certe differenze d' interessi con 
i suoi fratelli, accompagnò il suo amico Ottavio Falconieri in Fian- 
dra. Poi viaggiò in Danimarca e nella Svezia. Richiamato in Firenze, 
in sul finire dell' anno 1674, fu nominato ambasciatore a Vienna, 
donde dopo quattro anni, trovandosi a disagio, se ne tornò in patria. 
Ma non fu soddisfatto nei suoi desideri. Prima di partire da Vienna 
s*era maneggiato per sposare una principessa di casa Pio, e dovè 
rassegnarsi a rìnunziarvi per non dispiacere a Cosimo. Poco appresso, 
nel mese di novembre del 1679, fu molto addolorato per la morte 
di suo fratello. 

Rimasto solo a portare il carico delle faccende domestiche, es- 
sendosi r altro fratello suo Alessandro stabilito in Napoli, ripensò al 
matrimonio. E prima trattò con Olimpia Piccolomini, vedova, ma 
questo matrimonio non potè aver luogo. Allora il povero Magalotti 
si rivolse ad un' altra vedova, a Porzia Romoli, ma anche questa 
volta il matrimonio andò a monte. Mancati gli amori, il filosofo si 
ricordò di esser poeta, e compose quindici canzoni italiane, 1* anno 1684, 
nelle quali dipinge al vivo una donna distinta per nobiltà, per formo- 
sità di corpo e per altezza di animo impareggiabile, descrivendo mi- 
nutamente tutte le sue virtù. Poetando, si ricordò di essere filosofo 
e stimando di aver foggiato piuttosto un ideale, intitolò le sue can- 
zoni: La donna immaginaria, ' E invero si risentono le sue canzoni 
di tutte le sottigliezze della poesia platonica, per cui non poche volte 
il verso è oscuro e stentato. 

Intanto era venuto scrivendo le sue Lettere familiari, dirette ad 
un amico per provargli 1' esistenza dì Dio. ^ Queste Lettere^ lette da 
pochi amici, ebbero subito gran fama. Ed il gesuita Francesco Ra- 



^ 



' Fa pubblicata molti «nni dopo U morte 
dell'autore, in Firense, in-4, per il Bon- 
ducei, e in Lucca, in-8, con ritratto, per 
il Riccomini, lo steaso anno 1763. L'edi- 
sione luccheae però è preferibile alla fio- 
reatina, per esaere più emendau e ricca di 
▼arie Icaioni, racchiudendo altresì alcune 
poesie dell'autore che giacevano inedite, 
tra le quali U ditirambo L* madre sélvm ed 
una canione anacreontica per la vendem- 
mia.* Ha inoltre 1' elogio del Magalotti, 
scritto da un anonimo, e un ragguaglio delle 
sufL. opere sia edite che inedite. 
/^' Anche queste Lttltrt furono stampate 
postume. Il 1719, in Venezia, dal Coleti. 
Quest'edisione devesi al cavaliere Francesco 
Settimanni. Sono trentanove lettere, tra le 
quali da molti è tenuta migliore la quinta. 
Il Colati ne fece due ristampe, una nel- 
l'anno 17)2, altra nel 1741, sempre in-4: 



ed altre ristampe si sono fiitte in Bologna, 
Mobili, 1821 esegg., voli. 3 in-8. con note 
di Domenico Maria Menai e di Luigi Mussi { 
ed in Milano, Silvestri, iSaj, in- 16. 

Cosi U Comiani riassume queste lettere ; 
• Incomincia dal dimostrare che i veri atei 
sono pochisdmi. Il Htro ateismo, se esiste, 
non è che figlio di passa superbia. I più si 
sforzano di divenire atei per acchetar le 
tempeste del cuore corrotto. Tutte le na- 
sioni in tutti i tem|rf sonosi indotte a ri* 
conoscere qualche divinità. Qjaesta generale 
tendenaa si può riguardare come un istinto 
insito nell' uomo dalla natura; e la natura, 
come dice un poeta cogitabondo, «non 

■ trama un' insidia a' suoi figli, né fa dal- 
ai' uomo una menzogna che inganni l'uo* 

■ mo. » Siccome gli atei, per spiegare la 
formazione del mondo indipendentemente 
dalla volontà divina, hanno avuto ricorso 



1 



414 



POESIB DI MILLE AUTORI 



sponi, che le aveva vedute, invidiando la lode e la gloria del Maga- 
lotti, pensò di usurpargliela, e scrìsse un dialogo composto quasi 
tutto di parole e di cose tratte da quelle LetUre, Il Magalotti, seb- 
bene fosse modestissimo e che non sapesse mai decidersi a pubbli- 
care le sue cose, ' pure fu cos) indegnato da tanta improntitudine, 
che non permise quella frode. Poi volentieri perdonò al reo la colpa 
della fede violata. 

^che gran rumore levarono le sue Lettere scientifiche. * 



«gli «tomi di Democrito e à* Epicuro, cosi 
il Mftg«lotti si f« « provare quanto un tale 
sistema sia assurdo e quanto in eonfronto 
di esso sia più semplice e più ragionevole 
la cosmogonia di Mosè. Passa di poi all' e- 
same di diverse filosofie in ordine della 
loro maggiore o minore adattaUIità in poter 
servire alla fede. Tutte riescono molto 
•cane per simile intento, e di tutte non 
pertanto può valersi la teologia, e di quella 
di Democrito non meno che delle altre. 
Le scienze umane, sempre povere, sempre 
difettose, sempre limiutissime ne' loro prò- 
gresai, non possono servir dì bilancia alla 
fede, le cui verità non sono più inintelli- 
gibili di quello che sieno molte cose tanto 
naturali che artificiose, tuttoché si rìcono- 
•cano indubbiamente per vere. La diffor* 
mità che passa tra gli attributi della ma. 
teria e quelli dello spirito ci convince che 
la prima non è atta a produrre il pensiero. 
Conchiude finalmente il nostro filosofò la 
prima parte di queste lettere con dimostrare 
l' insufficienza del caso a servir di principio 
universale e l'assurdità della ipoted della 
materia esistente ab-etemo. Nella seconda 
si afferra egli più strettamente al cristiane- 
simo, e ragiona es-professo de' miracoli, 
de' martiri, della prodigiosa propafrazion 
della fede e dei luminosi caratteri del suo 
divin fondatore.* * 

' Per esempio ad un amico che lo esortò 
seguendo il Redi, che aveva stampato il 
suo Ditirambo, a metter fuori, a sua volta, 
la sua egloga ditirambica in lode dei fiori, 
intitolata La maàrt selva, rispose con Stazio: 

. . . Ncc tu divinam Aeneida tenta, 
Sed longe sequere, et vestigia semper adora. 

Questa egloga ditirambica, come abbiamo 
veduto, fu pubblicata dopo la sua morte nel- 
l'edizione lucchese della Donna immaginaria. 

. • Vedi a pagg. 127-128, voi. IV, in: 
StL-oU della letteratura italiana, Torino, Un. 
tip. edit , 1855. 



Prova anche la gran modestia dell'autore 
l'aver egli gituta al fuoco la sua opera: 
La concordia dalla religione e dal principale, 
dopo avervi lavorato per lungo tempo con 
diligenza. 

•^ Anche queste Lettere furono stampate 
dopo la morte dell' autore, Tartini e Fran- 
chi, 173 1, in-4, con ritratto, intagliato da 
Vincemo Franceschini. Qjiest'edizìonc, che 
contiene solo venti lettere scelte, fa curata 
da Tommaso Bonaventurì. Ne fu eseguita 
una ristampa in Venezia, Occhi, 1754, in-4 ; 
altre volte, ancora in- 8 ; ed in Milano, si 
pubblicarono nella Raeeolta dei elaesiei fi»> 
lianif 1806, voli, a in-8, con l'elogio del- 
l'autore, tolto dai Ritratti degli illustri to- 
scani. 

Nel 1716, in Firenze, altre cento lettere 
del Magalotti stampò Giuseppe Manni. Al- 
cune di esse versano intomo ai bucheri e 
sono qiusi tutte dirette a monsignor Leone 
Strozzi, a Vincenzo Viviani ed al padre 
Pietro Ambarac maronita. Le brevi note 
debbonsi a don Maria Salvino e Giambat- 
tista Casotti. 

Nel 1769, come abbiamo veduto più so- 
pra, furono pubblicati dal Gambiagi altri 
due volumi di lettere familiari. Qaesu 
pregevole 'radcolta si deve ad Angelo Fa- 
broni. Contiene lettere assai importanti e 
alcune poesie del Magalotti, tra cui, come 
anche abbiam veduto, il capitolo Dantesco 
sopra stampato. La traduzione della vita 
dell' autore, scrìtta in latino dal Fabroni, 
è opera del canonico Pier No lasco Gianfogni. 
Un' edizione delle Lettere familiari del Ma- 
galotti, con note di Domenico Maria Manni 
e di Luigi Mozzi, si esegui, anche in Bologna* 
182 1-2}, voli. 6 in -16. Finalmente il Gamba, 
in Venezia, tip. di Alvisopoli, 1825, in-i6, 
con ritratto, pubblicò Lettere dilettevoli e 
varie^ scegliendole dalle edizioni suddette 
ed aggiungendovi un ristretto della vita 
dell'autore ed il catalogo delle tue opere. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



4»S 



Nell'anno 1691,11 Magalotti ritornò a Roma; e, colà, disgustato 
sia per non aver potuto formare una famiglia, sia per non aver ot- 
tenuto forse quelle cariche stabili da lui agognate, sia per essere un 
pò* stanco delle peregrinazioni, e forse sazio dei piaceri del mondo, 
volle rinchiudersi, col consenso di Cosimo, nella Congregazione dei 
preti dell* Oratorio. Ma le fredde mura del chiostro non erano state 
fabbricate per luL La macerazione della carne non era cosa possi- 
bile per il brillante parlatore dei conv^;ni spirituali di Parigi e d; 
Londra. L*arìa del chiostro lo soffocava. Il pio Cosimo lo esortava a 
resistere come sant'Antonio nel deserto, ma il poeta ed il filosofo, 
dopo cinque mesi di penoso noviziato, non potendo darsi tutto a Dio, 
ritornò al mondo. Rimase per nove mesi in una sua solitaria e mon- 
tuosa villa. Poi ritornò in corte, riebbe le sue cariche, e divenne 
maestro dei giovani cavalieri destinati alla carriera diplomatica. 

Moriva nel 1712. L'Accademia della Crusca ne onorò la me- 
moria con plenaria adunanza, in cui Giuseppe Averani recitò il suo 
elogio. In suo onore fu coniata una medaglia nel cui rovescio si vede 
un sole col motto: Omnia lustrat, E ben meritò questo laconico, ma 
eloquentissimo elogio il Magalotti, spirito fecondo e versatile, la cui 
opera non è morta ancora. Non fu sempre uguale a sé medesimo; 
talvolta cascante, come nelle Lettere familiari, tal' altra troppo lezioso, 
come nelle Lettere scientifiche, talvolta un po' oscuro, come nella Donna 
immaginaria, e spesso negli ultimi anni di sua vita infarcito lo stile 
di foriesterume. Fu sempre però ricco di pensiero, eh' è la fiamma 
vivificatrice di tutto ciò eh' egli fece. * 



y^ Il Magalotti tradusM in versi sciolti 
Dna parte del Paradiso perduto di Milton e 
i poemi // Sirio'' k Lo utUino lampanti di 
Fhilips, «nulo ed imitatore del Milton ; e 
La battaglia della Bermuda anche dall'inglese 
di Edmondo Waller. Fece ancora alcune 
versioni dall' arabo, dal sirìaco, dal turco, 
dallo spagnuolo, dal francese, dal porto» 
ghese, la maggior parte delle quali formano 
quel 1^0 eh* è intitolato : Caniomette ama- 
ereoutiehe di Lindoro Eleateo, suo nome in 
Arcadia. In questo libro sono alcuni suoi versi 
sopra quei vasi di creta americana, che 
«apersi d'acqua hanno odoredi terra, chiamati 
bilccherì, e li ficee cantare anche da amici 
suoi, per compiacere ad Ottavia Strozzi, 
gran signora colta ed elegante. Q.ueste can. 
zonette furono pubblicate dopo la sua morte 
da Tartini Franchi, in Firenze, il 1723, 
tn-8, con una prefazione di un anonimo, 
attribuita a Tommaso Bonaventurì. Infine 
r elegia in morte dell' Imperfetto (Orazio 



Rucellai), proprio quella da noi stampata, 
e qualche cantico della Scrittura volgariz- 
zato. A proposito di questo volgarizzamento 
è da notarsi che nel Saggio di poesie scelte, tee. 
per il Giovanelli, Firenze, 17$), si leggono 
alcune parafrasi di salmi e di cantici fatte 
dal Magalotti. Nel versetto di Geremia, IV, 7, 
Candidi fatti sunt Na^arenei eius, ecc., si 
pubblicò una gentilissima parafrasi, per la 
prima volta, nelle note all'elogio del Ma- 
galotti, scritto in latino da Pomponio Poz- 
zetti, ed impresso in Firenze, 1787, in-4. 
Intorno ai buccheri il Magalotti scrisse 
anche otto lunghe lettere oltre quelle pub- 
blicate, come abbiamo visto, nell'edizione 
fiorentina del Manni del I7|6. In esse, 
sempre a richiesta di Ottavia Strozzi, con 
brio e con grazia, espose tutte quelle no- 
tizie che egli aveva potuto avere sui buc- 
cheri da lui portati dalla Spagna in Italia, 
spiegandone l'etimologia, le diverse specie, 
1' uso di essi presso gli Americani e gli 



4i6 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Earopei, nottndo io qucsu occhione U 
differenu tmOrienuU ed Occidenuli nel 
gusto e nello «tudio degli odori. Euc fu- 
rono pubUicAte, U prima Tolta, tracndole 
da un manoscritto della librerìa del conte 
Marco Arese Locini di Milano, dal SilTestri, 
i.i Milano, iSij, inserendole in un volume 
dal titolo : KarM operttu. Il Magalotti aveTa 
•ncbe preso a commentare la Divina Com 
media; ma di questo suo lavoro non ci 
resta che il solo comento sui prìmi cinque 
canti àtW Inferno^ pubblicati in Milano, 
con quattro lettere ed ana novella, il 1819, 
in-8, presso la Reale stamperìa, a cura del 
marchese Gian Giacomo Trivulzio. 

Nel voi. Ili, parte II, delle PrMt/orm' 
ft«r, sono inserite due lesioni del Magalotti, 
l' una Smt riprittituumento i»lV AcuitmU itila 
Crmta ; 1' altra SmìV inganno i«' stnsi. È 
pure da rìcordarsi il bel romanzetto: GU 



amori ÙMKwmli di Sigismondo conte d'Arco, 
con la principessa Qandia d' Inspruch ; Fir., 
Bonducd, 176$, in-ia, che quantunque di- 
casi traduzione dallo spagnuolo, spira delle 
grazie tutte di una eloquenza originale. 
Nelle NovtlU di aatori fuorta^mi^ ecc., Lon- 
dra (Livorno), 1794, in-8, si trova una del 
Magalotti; ed altre novelle vennero ini* 
presse sm^a dala (Milano, 1819), in-4, per 
cura del M. Gio. Gtac Trivulzio, in po- 
chissimi esemplari, uno de' quali in perga- 
mena. Stava questa novella nella sopraci- 
tata edizione del Camtnto di Dante, ecc., 
Milano, 1819, ma mutilata di qualche poco 
castigata espressione. Nella sua integrità 
leggesi soltanto nella stampa fattane a 
parte.* 

* Vedi a pag. ${0 in: Serie dti Usti di 
lingua del Gamba, edizione del GondoUrre, 
x8}9. 



IKTORNO A DANTB ALIGHIERI. 417 



CCCXXIV. 

Giovanbattista Fagiuoli. 



L'autore alla sua consorte. 
Come si debba contemere nel favellare. 

(1699). 

Capitolo. 

Nel seguente brano di questo capitolo, burlandosi delle donne 
ignoranti, che vogliono far le saccenti, cita Dante. 

Badate a quel, che a donna è convenevole 
Di dire e d'ascoltar; eh* in voi talora 
Un motto indifferente anche è colpevole. 

Né vogliate con gli uomin* uscir fuora 
Che dicono, e che parlano : bisogna 
Distinguer lor da voi, cara signora. 

Molto r uomo può dir senza vergogna. 
Che non conviene a femmina modesta, 
E che tal d* esser veramente agogna. 

Per tanto state bene accorta e lesta 
Nel parlar, nell' udire; e nel rispondere 
Fate da sorda, o almen non siate presta. 

Non vi voglio anche un altr* error nascondere 
Di tal' altra, che fa da letteruta, 
E fra libri si vuole ognor confondere. 

Legge il Tasso, l' Ariosto, ed anche fiuta 
Dante e '1 Petrarca: e vie più là s* estolle, 
Che vuol in criticar far dell' arguta. 

Dbl Balzo. Vol. VI. 3? 



4i8 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Ah s' io vedessi femmina si folle, 
O se la conoscessi per fortuna, 
V ira vorrei sfogar, che in me. ribolle. 

Di profanar, direi, donna importuna, 

Que' sacri libri, ond' hai tanto ardimento? 
Va* leggi Chiarastella e Mattabruna. 

Scegli fra le leggende a tuo talento: 
Paris e Vienna, Florio e Biancifiore, 
O pur se vuoi Rosana ed Ulimento. 

Deh moglie mia, se voi per passar Y ore 
Volete legger, libri almen leggete, 
Che di capirli possa darvi il cuore. 

Cosi come una tal, voi non farete, 
Che vuole aver di legger la virtù, 
E non distingue V acca dalla zeta. 

E in chiesa V ho vist* io più volte e più 
Tener divota il libriccino aperto, 
E le lettere starsi a capo in giù. 

E se volete leggere con merto. 
Libri in panicolar di poesia. 
Non mi chiedete; eh' io non n'ho del certo. 

Fate più tosto una lezione pia, 
Com' è della Madonna V ufiziuolo ; 
Benché non intendiate quel eh' e' sia. 

Davanti a Dio sarà portata a volo 
Queir incognita a voi santa lettura: 
E forse fia che v* apra il varco al polo. ' 



* Questi versi cosi si leggono a pa- 
gine 274-27$, parte I, In Ri mt piauvoli di 
Gio. Battista Fagiuoli, op. cit. 

Il Fagiuoli si ammogliò nel 19 dicembre 



1698) è, quindi, probabile che subito dopo 
scrìvesse questo capitolo. Per le notizie 
biografiche e bibliografiche del Fagiuoli, 
vedi a pag. 306 di questo VI volume. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



419 



cccxxv. 

GiovAN Battista Fagiuoll 



Alla sua consorte. 
(1699). 

Le narra un sogno, in cui 1* udì rispondere a due capitoli di 
lui, anche a lei indirizzati, circa il modo di vestirsi e di favel- 
lare da doversi tenere dalle donne. ' In questo capitolo, la consorte, 
enumerando i difetti degli uomini e ribattendo le accuse fatte alle 
donne, cita Dante, dicendo che alcune donne ben possono leggerlo 
e intenderlo. 



Se ognun di voi, che in ciò v' è da correggere, 
r avessi da notare, empierne un tomo 
Vorrei, che in man non si potesse reggere. 

Di tutti non saria capace il Duomo, 
Che non sanno né leggere né scrivere; 
Né proceder né men da galantuomo. 

E pur da lor son dominate, e vivere 
Debbon le donne a lor soggette, e stare 
Alle leggi, che a lor piace prescrivere. 

Oh quanti che la vogliono spacciare 
Da satrapi, da dotti: e son un branco 
Di certi, eh* io non voglio nominare. 



' Il primo di quésti CApitoU, che am- 
naeitr* le donne circa il veadre, ai legge 
a pag. 131 e aegg., libro II delle Rime del 
FagtaoU, ediz. ciu ; il secondo, intomo al 



modo di faTellare, dal quale ho riportato 
il brano in cui è citato Dante, trovasi a 
pag. 130 e scgg., libro III, della mede- 
sima edliione. 



410 POESIE DI MaLE AUTOItt 

Ed a scranna seder pretendon anco, 
E impor statuti, e dopo che gli ban fatti. 
Poco legger gli sanno, e intender manco. 

Voglion corregger altri, ed han di catti 
D' esser corretti : e fan da sapienti» 
E dicon ogni di cose da matti. 

Quand' almen noi facciam le intelligenti 
Dell' accia, della tela e del filato, 
O se il bambino è grasso, e mette i denti; 

Un discorso facciam proporzionato 
Alla materia: e almen si suol c^ire 
Queir afFar che da noi resta trattato. 

Dite di più, che noi sogliam venire 
In chiesa invano ad occupar le panche, 
La predica talvolta per udire, 

E che alcune di noi, ardite e franche, 
Voglion giudizio dar dell' oratore, 
Allorché non Y intendono né anche. 

E qui fate un grandissimo romore; 
Ma più contra di voi fari' io potrei. 
Che vi ridete del predicatore. 

Dite, che non ha grazia, e non ha bei 
Concetti ; é buono a predicar in villa : 
E se vuol gente, predichi agli EbreL 

Ch* egli spezza i perìodi, e che per dilla 
Se v' é nulla di buono, è mal condito: 
Ch' e' la comincia, e non sa mai fimlla. 

Cosi tutti andiam via col cuor contrito: 
Noi senz* aver capito nulla: e voi 
Con tutto aver derìso ed avvilito. 



INTX)KNO A DAKTE ALIGHIERI. 421 

Voi seguitate ad esclamar di poi. 
Che far le dottoresse . noi vogliamo» 
E star de' saggi ia circolo anche noi : 

Che siam si temerarie, che legghiamo 
Dante, il Petrarca, Y Ariosto e '1 Tasso : 
E che nulla alla fin non intendiamo. 

In parte dite il vero, e ve la passo; 
Ma dir bisogna, che tra voi ancora 
V è più d* un ignorante e babbuasso. 

Laddove alcuna v' è tra noi talora, 
Che intende qualche poco, e che non cede 
A qualsisia d' Apollo amata suora. 

In Parnaso più d' una ha degna sede; 
Ed io non entro nell* antichità, 
A mendicarne rancida una fede. 

Saffo e Corinna io non rammento qua, 
Né miir altre, eh' entrar ponno in dozzina. 
Una basti, che vive in quest' età. 

Basti la gentilissima Borghina, 
A voi ben nota, e da voi celebrata 
Per una musa scelta e pellegrina. 

So, che le donne d' una tal portata 

Sono assai rare; ma tra gli uomin pure 
Degli Omeri assai rara è la brigata. 

Venghiamo al resto dì vostre censure, 
Dove dite, si legga il libriccino 
Della Madonna,, e non altre scritture. 

E se pur vogliam leggere un tantino 
Per imparar, si legga il Galateo, 
E la dottrina ancor del Bellarmino. 



432 



POESIE DI MILLE AUTORI 



In mancar di far ciò chi sia più reo 
Ditelo voi; che a me rassembra vano» 
Narrar quel, che già pubblico si feo. ' 



' Onesti veni cmì ù leggono a pa- 
gine' S97-S99, parte I. in Rim* piacevoli ài 
Giov. Battisu FegiaoU, op. ctt. 

Per U dau di questo capitolo, yedi ciò 



che ho detto per il capitolo aateccdentc, 
direno dal Fagiuoli a sua moglie. Per le no- 
tine biografiche e bibliografiche del Faginoli, 
Tedi a pag. 306 di questo VI yolomc. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 423 



CCCXXVI. 

GiovAN Battista Fagiuoli. 



Al signor principe e cardinale Francesco Maria. 

DEI Medicl 

(1705)- 

In questo capitolo, 1* autore, raccontandogli un sogno, mette in 
bocca al gondolier d' Averno alcune frasi che alludono a Dante, al 
suo viaggio ed al suo Virgilio. 

• 

Serenissimo, infin che siete stato 
Dell' eritree maremme di Grosseto 
Negli ameni paludi impantanato. 

Per non turbarvi sono stato cheto, 
Che il divertirvi da cotali spassi 
Sarebbe stato un termine indiscreto; 

Ma ora che di nuovo avete i passi 

Rivolti, e gli occhi in contemplare il Mangia, 
Che degli Eccelsi alla man dritta stassi, 

Contentatevi eh' io senz' altra frangia 
Vi parli puro e schietto, com' io soglio, 
Giacché la Musa mia stile non cangia. 

Statemi attento, che narrar vi voglio 
Una delle mie solite visioni. 
La qual d' avere a raccontar mi doglio : 

Ma un certo ignoto zel par che mi sproni 
A dirla a voi, che riescendo vera 
Non potria partorire effetti buoni; 



424 POESIE DI MILLE AUTORI 

E voi che siete un principe, che impera 
Con robusta virtude, a i vizi ancora. 
Potreste in ciò far resistenza fiera. 

Ecco pertanto eh' io senza dimora 
Dalla mia fantasia l'idee sognate 
Ve le racconto per V appunto or ora. 

Noi siamo di quaresima, e sappiate, 

Com' i' ho genio alla predica, ed a quella 
Mi ritrovai dell' anime dannate : 

Io voglio dir della magion rubella. 
Dell' inferno alla predica cioè, 
Per dirlo in toscanissima favella. 

Ed in udirla io mi ricordo, che 
Mi spaventai, giacché pe' falli miei 
Luogo tal mi parea fatto per me. 

Mi sentii dire ancor: Chiunque sei. 

Se nell'inferno non vuoi scender morto. 
In vita col pensier scender vi dèi. 

Io da queste parole fatto accorto, 
In simil guisa al tenebroso regno 
Pensava di portarmi in tempo corto; 

E mentre in ciò fissavasi l' ingegno, 
E che la mente immobile io teneva 
A farmi riuscir questo disegno; 

In un tratto non so s' io travedeva, 
O pure s' io dormiva, o s* io sognava. 
Insomma non so quel ch'io mi faceva; 

Basta che e' mi parea, eh' io me n' andava 
Per una via all' ingiù larga e spaziosa. 
Facile e piana, che mi dilettava: 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 425 

Cint' era dalle bande da un' ombrosa 
Selva, la qual co* i rami la copriva» 
Onde la chiara luce era nascosa. 

E mentre camminando io me ne giva. 
Udii gran calpestio per la foresta 
Di gente, che a me dietro ne veniva. 

Io mi rivolsi, e vidi, che alla testa 
Di numeroso popolo marciando 
Magra donna venia pallida e mesta; 

Non so che sotto voce borbottando. 
Teneva in mano un libriccino, e il collo 
Sulla sinistra spalla ripiegando: 

L' accompagnava un uom, che parea frollo 
Dalla fame, e mangiava per la via, 
E più mangiando parea men satollo. 

Mostrava in volto la fisonomia 
Della mignatta, e lo vestia la pelle 
Di lupo ingordo, e V ugna avea d* arpia. 

Da questa bella coppia erano quelle 
Genti guidate, ed io mi soffermai 
Da banda per veder, chi fusser' elle : 

Ed oh quanti fra esse vi contai 
D'ogni età, d'ogni sesso, e d'ogni stato, 
E molti, ch'io non lo credeva mail 

Attonito rimasi ed insensato, 
E per veder curioso addove andasse. 
Mi venne quel gran popol seguitato. 

E troppo lungi seco non mi trasse. 

Che giunse a un antro, e in quel subitamente 
Alla rinfusa mi parea, eh' entrasse. 



426 POESIE DI MULE AUTORI 

Incisa sopra quello io posi mente, 
Che v* era un' iscrizione, che dicea: 
ftr me si va mila Città dolente. 

Ad antifona tal ben m' awedea» 
Che alle Cascine a far delle frìnate 
Non s' andava, e quel verso mi spiacea. 

Ma V ultimo assai manco, e ben notate 
Furon quelle parole aperte e chiare: 
Lasciate ogni speran:^a, o voi ch'entrale. 

Naso, questo pareami un invitare 

Più volentieri addietro a andar, che innanzi, 
Non di men color volli seguitare. 

Ecco come all' oprare uno s' avanzi: 

Quel che fan gli altri, è un forte insegnamento, 
E di far bene o mal serve d' innanzi; 

Cosi anch' io d' insaccar presi ardimento, 
Ma una ripida scesa all' improvviso 
Mi riempi di paura e di spavento; 

Quindi giungemmo a un nero fiume, e assiso 
Sopra una gran barcaccia un barcaiuolo 
Si vide; oh quanto mai deforme in visol 

Che visto appena il malaccorto stuolo, 
E conosciuti i bravi condottieri, 
Si die gridando ad assordire il polo: 

Venite via, garbati passeggieri. 
Venite allegri pur con tutta fretta, 
Son qui a servirvi bene e volentieri. 

Caronte eccovi qui, che vi traghetta. 
Fatevi pure alla mia barca appresso, 
È un pezzo che il gran diavolo v' aspetta : 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 427 



Air imbarco, air imbarco, andrete adesso. 
Anime indegne, nell' Inferno, dove 
U Ipocrisia vi guida, e V Interesse. 

Quando di tal paese udii le nuove, 
E chi eran que* due noti capitani, 
Giuro, che avrei voluto essere altrove. 

I primi questi, come degni anziani, 
Entraro, e in volto afflitto e scolorito 
Entraron dopo i lor seguaci insanì. 

Ed io mutolo, fermo e sbalordito 
Stavo osservando dall' opposta riva. 
Quando quel grande sbarco fu finito, 

E il navalestro indietro che veniva 
Mi vide, e verso me gridò rabbioso: 
E tu che fai costi, anima viva? 

Son qui, risposi, di veder bramoso 
Questo paese, poi tornar lassù, 
Dove splende quel sol, eh' è qui nascoso. 

O guarda, replicò, dunque anche tu 
Vuoi far la scimia del tuo paesano. 
Che pretese di scendere quaggiù ? 

Ma tu non hai per guida il Mantovano^ 
Che ti reveli queste bolge e nidi, 
E qui per queste grotte ti dia mano. 

Se io non ho Virgilio, che mi guidi. 

Ho un bel raggio di fé, che a queste porte 
Mi precorre, e di lui vuol che mi fidi: 

Questo mi è duce fra quest' alme morte, 
E m'insegna a mirar cosi l'Inferno 
In questa vita, acciò noi vegga in mone. 



4^8 POESIB DI MILLE AUTORI 

A questo dire il gondotier d'Averno 
Fremè di rabbia, e maledl quel lume, 
Che m'era scorta fra quel buio etereo. 

Mi tolse in barca, e a suo dispetto il fiume 
Passando, mi portò, dov'alza il trono 
Del sempiterno orrore il crudo nume. 

Le genti allor venute in abbandono 
Vidi lasciate entro a fornaci ardenti. 
Dove sempre staranno, e dove or sono. 

Rimbombavan quegli antri alle dolenti, 
E spaventose grida di coloro, 
Che v'eran, e gemean fra quei tormenti. 

E il superbo Lucifero re loro 

Accomunando a quei le proprie pene 
Avea ogni suo piacer dal lor martoro; 

E quanto più vede la reggia piena, 
Di rabbia esulta, e ben fargli vid'io 
All'apparir di quei faccia serena: 

Serena in quanto può quel mostro rio, 
Cioè con sfavillar gli occhi di bragia 
A vomitar bestemmie incontro a Dio. 

Allora io ben m'accorsi della ragia, 
Qual vantaggio, Interesse e Ipocrisia 
Portava a quella setta empia e malvagia: 

V applauso grande delle Furie udia 
E in specie Belzebù, che gli lodò 
Con sommo suo contento ed allegria. 

Io come questi due, dicea, non ho « 
Demoni più zelanti nel mio regno, 
E più di lor, ch'altri vi sta non so; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 4^9 

■ 

Tiy riesce, o Interesse, ogni disegno; 
Fai perdere coscienza e fedeltà, 
Poni per forza d'oro in ogn* impegno. 

Ingegnoso da te che non si fa? 
A ce reputazion serva si rende, 
Cede giustizia, e perdesi onestà. 

Ipocrisia, tu sì che fai faccende: 
Fingi si bene e religione e fede, 
Che dove vuoi l' inganno tuo s' estende : 

E in tal modo per te tutto ha chi chiede, 
Usurpa dignità, rapisce onori, 
Da chi può dargli, e che minchion gli aede. 

Fai mostra del digiun, quando divori 
Infin quel d' altri, ed hai tanto cervello, 
Che burli fino Dio, quando T adori: 

Fai profession d' aver tutto il più bello 
Delle virtudi, allorché tutti i vizi 
Coprì della bontà sotto il mantello. 

Insomma tutti a due di gran servizi 
Mi fate, d'ogni mal primi maestri; 
Però istruite questi miei novizi. 

Ciascheduno di voi vie più s'addestri 
A popolar mia reggia, e in mal oprare 
Quest'ignoranti diavoli ammaestri. 

Sotto di voi dovrebbono imparare, 
Perchè son furbi ben la parte loro, 
Ma voi già gli sapeste superare 

State, demoni miei, sotto costoro. 
Fatevi onore;, acciocché Belzebù 
Premio vi possa dar pari al lavoro* 



430 POESIE DI MILLE AUTORI 

Non perdiam tempo, ritornate in su» 
Madama Ipocrisia, monsù Interesso, 
Badate quel che adesso importa più. 

Per voi più propria la stagion d' adesso 
Non può esser giammai: che bel tributo 
D'anime mai da voi mi vien promesso! 

Miei fidi, andate pure al vostro astuto 
Malizioso trattar; la gente sciocca 
Vi dà tutta la retta, e v*è creduto. 

Per voi adesso l'occasione fiocca 

Di far profitto, e un'abbondante messe. 
Tu coir ugna farai, tu colla bocca. 

L' Ipocrisia le mani insiem rimesse. 
Inchinò riverente il collo torto, 
E pronta all'opra tutta zel si messe. 

L'Interesso in rubar lesto ed accorto, 
Sguainando della man gli acuti oncini 
Disse: Per ben servirti ora mi porto. 

Lasciò cosi dell' Èrebo i confini 

La degha coppia, e in su lieta ritoma 
A dare addosso a' nostri cittadini. 

E mentre ch'ella dell'abisso sforna. 
Del diabolico coro a farle onore 
S' udì un' orrenda sinfonia di coma. 

M'entrò nel capo questo tal romore, 
Ch'io mi riscossi spaventato tanto, 
Che non ve lo so dire, o mio signore. 

Ma rinvenuto, e preso fiato alquanto, 
Ringraziai il Ciel, che la mia visione 
Una chimera fosse, un falso incanto. 



INT0R140 A DANTE ALIGHIERI. 45 1 

Egli è ben vero, e già non è oppinione, 
Che c'è questa sì trista compagnia, 
E fa di molto mal nelle persone, 

E che di giorno in giorno ella si dia 
Vie più a fame buonissima ricolta, 
E maggiormente nella patria mia; 

E che ci sia molto ben vista e accolta, 
E sparga questo perfido veleno 
Nella gente anche più civile e colta; 

E ch'oltre il pascol più grasso ed ameno, 
Per stabilirsi più ci trova ancora 
E l'acqua dolce, e tenero il terreno. 

Sicché noi ce n' andrem cosi in malora. 
L'ipocrisia se l'anima avvelena. 
Se l'interesse i corpi ci divora. 

Di più si dice ch'ella venga a Siena, 
Ma i* l'ho per un bellissimo trovato, 
Pur ve ne do questa notizia piena. 

Io di voi non ho mai dubitato, 
E con mio giuramento posso dire. 
Che l'Interesse non v'ha mai gabbato. 

Nel vostro nobil cuor non può capire 
Questa viltà, che generoso e grande 
A prò d' ognun fa tutto il suo servire. 

Sempre con larga man da voi si spande 
L'oro a chi chiede, e con giocondo volto. 
Colle maniere più obbliganti e blande. 

Né solo a chi ne vuol ne date molto. 
Ma avete un' ambizion sì liberale, 
Che voi godete ancor, quando v'é tolto. 



POESIE DI MILLE AUTORI 

L'Ipocrisia poi si che non v'assale, 
E mai non alloggiò nel vostro petto 
Quel mentito tratur ch'oggi prevale. 

Ben chiaro vi si mira nell'aspetto 
Quella sincerità dell' uom dabbene. 
Che alia simulazioa non dà ricetto; 

E la vera pieti, che nelle vene 
Vi scorse da* grandi avi, in voi fa pompa 
Maggior di quella, che da lor ne viene. 

Deh ritornate in qua, da voi si rompa 
Quest'unione di si perRda coppia, 
Acciò il viver Cristian non sì corrompa. 

Pera per voi la gente avara e doppia, 
O almen per voi in suggezion si metta. 
Se, come converrebbe, ella non scoppia. 

Al vostro esemplo, in quest'iniqua setta 
Di far profitto forse fia concesso, 
Se alle parole ella non vuol dar retta: 

Quello di queste più convince spesso : 
Però dal vostro cangiar si potrìa 
In liberalità fin l' Interesso, 

Ed in vera bontà l'Ipocrisia. ' 



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INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 433 



CCCXXVII. 

William King 



Art of Love. 
(1708). 

Nel seguente brano di questo poema l'autore cita Dante. 

Achilles, a gigantic boy, 
Was wanted at the siege of Troy: 
His cpuntry's danger did require him, 
And ali the generals did desire him : 
For Discord, you must know, had thrown 
An Apple where Was two to one; 
But, if a stir was made about it, 
Two of the three must go without its 
And so it was; for Paris gave it 
To Venus, who resolv'd to bave it. 
(The story bere would be too long: 
But you may find it in the song). 
Venus, although not over-virtuous, 
Yet stili designing to be courteous, 
Resolved to procure the varlet 
A flaming and triumphant harlot; 
First stol'n by one she would not stay with, 
Then married to be run away with 
Her Paris carried to his mother; 
And thence in Greece arose that pother, 
Of which old Homer, Virgil, Dante, 
And Chaucer, make us such a cant. ' 

* Vedi a p«g. 52, voi. XXVI, in: Tbt biographical and criticai by Samuel Johnaon. 
V9rhs of the tngKth po«ts, with prefaces London, Strahan, 1790. 

DaL Balio. Voi. VI. 28 



4)4 POESIE DI MILLE AUTORI 

Guglielmo King nacque in Londra, il 1663, da onesti e distinti 
genitori, imparentati con i Clarendon. I primi studi egli fece nelle 
scuole di Westminster. Fu assai diligente, minuto e paziente, in guisa 
che, in pochi anni, molto progredì in ogni genere di letteratura. In 
otto anni di studi, dal 1673 al 1681, egli indefessamente, ogni giorno, 
aveva letto e scritto per sette ore, in modo che si racconta che egli, 
cosi, potè leggere ed annotare ventiduemila e qualche centinaio di 
libri e manoscritti, da spendervi una considerevole fortuna. 

Nel 1688, nello stesso anno in cui veniva nominato master of 
arts, pubblicò una confutazione della storia di Vicleffo del Varìllas. 
Nel 1692 era, poi, proclamato dottore in legge. La sua dottrina e 
la sua erudizione dovevano cacciarlo nelle polemiche e nelle sotti- 
gliezze. E, cosi, viva parte prese nella disputa suscitata nel 1694 dal 
libro del Molesworth intitolato : Account of Dammarìt, che offese la 
corte danese. Ed in altre contese mise il suo zampino. E, nel 1700, 
se la prese anche con la Società Reale di Londra e col suo presi- 
dente sir Hans Sloane, che morse in due dialoghi intitolati : The 
Transactioneer, 

Egli, intanto, aveva acquistato gran fama come civilista ; e, nello 
stesso anno, difese il conte di Anglesea contro sua moglie, e chiese 
ed ottenne il divorzio, che il suo cliente agognava. E la sua fama 
era anche mantenuta viva per le sue sentènze nella Corte dei De- 
legates, 

I divertimenti e i piaceri intrammezzava alle dispute ed agli studi, 
di maniera che, spesso, trasandando i suoi affari, e pigliando a mano 
franca nelle sue rendite, fu ridotto a mal partito. E fu ben fortunato 
di accettare, nel 1702, il posto di giudice dell* Ammiragliato in Ir- 
landa, con altre non meno lucrose incombenze. Ma il cielo d* Irlanda 
non poteva mutarlo, e le sue tendenze spiccate ai piaceri sensuali 
ed alle belle lettere non erano troncate dai gravi doveri delle sue 
cariche. E, sovente, si ritirava insieme con uno dei suoi colleght di 
Upton, in una deliziosa casa di campagna di lui, nei dintorni di Du- 
blino, e questo buon reiirOf chiamato Mountown, fece nascere Mully 
of Mountozuttf un poema in cui vi sono delle allusioni politiche e 
delle idee originali. Esso fu scritto nella quiete voluttuosa di quella 
villa. 

Quella dilettosa vita non doveva durare. Nel 1708, quando lord 
"Wharton prese il governo d'Irlanda, il nostro polemista, giurista, 
poeta e buon gustalo se ne dovè ritornare in Londra, con la sua po- 
vertà, con la sua pigrizia, e col suo spirito. E, invero, messa da 
banda un pò* la sua pigrizia, abbracciò il suo spirito tenacemente 
per sfuggire alla povertà. E pubblicò vari saggi dal nome: Useful 
Transaction. E tra questi il suo Voyage io the Island of Cajamai è par- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 4] 5 

ticolarmente degno di nota. E scrìsse ancora The Art of Love, un poema 
notevole, forse la sua miglior cosa, che, non ostante il suo titolo, 
è brillante per purezza di sentimento. Neil" anno seguente, imitando 
Orazio, scrisse un altro poemetto, in stile umoristico, Art of Cookery, 

E neir ultimo biennio della sua vita, non ostante la sua pigrizia, 
che fu reazione ai lunghi e indefessi studi della sua adolescenza, 
come abbiamo veduto, non se ne stette. Nel 17 ix compose per le 
scuole: The history of the Heathen Gods. E nello stesso anno: Rusi- 
nuSy un saggio storico versificato per disporre la nazione ad acco- 
gliere le vedute del duca di Marlbourough e dei suoi seguaci. Ma 
tutto questo non io salvava dalle strette della miseria. E ricorreva, 
così, indotto anche da Swift, Freind, Prìor, colleghi in Febo e in 
politica, a farla da gazzettiere. Il nuovo ufficio non gli riempiva la 
borsa o almeno non faceva riempire quella dei suoi creditori, che 
gli fecero spiccare un atto di insolvibilità, per cui egli, rassegnato, 
dovè ricadere nella sua solita vita di miseria e di bagordo. II giorno 
di Natale del 17 12 si acquietò. 

Guglielmo King si legge ancora. I suoi poemi, scritti tra i pia- 
ceri, tra un ozio e 1* ahro, senza pretenzione di sublimità, con forma 
(amiliare, con verso facile, con arguzie efficaci, piacciono ancora. E 
ben si può dire di lui che ottenne ciò che desiderava. 



43^ POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXVIII. 

Eustachio Manfredi. 



In questi due capitoli del suo poema a Paradiso, » 

LASCIATO INCOMPIUTO, IL POETA FA INTERVENIRE DaNTE 

E Beatrice, che gli, fanno da guida. 

(1709). 

Canto secondo. 

Fiso nel riguardar V almo soggiorno, 
Di non intesa novità ripieno 
Io mi volgea maravigliando intomo. 

Tutto ciò che appariami era un baleno. 
Talché di sostener non avea possa 
L'acuta forza dell' aer sereno; 

Che a qualsivoglia parte fosse mossa 
La vista mia, vedeane uscir chiarezza 
Quinci diretta, e quindi ripercossa; 

Onde a me volto il buon Poeta: Avvezza, 
Disse, lo sguardo, e suU' eccelsa mole 
Rimira il fonte di questa bellezza. 

Ed io com* uom, che pur forzar si vuole. 
Vidi, spargendo i' incredibil luce. 
Grande oltre Y uso in per lo Cielo il Sole. 

E gli occhi indi ritorsi; Ove, o mio duce. 
Ove, richiesi, or ne troviamo? E quale 
Strano, o caso, o destin, qua ne conduce? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 437 

Ed ei: Cose vedrai, che ad uom mortale 
Rado» o non mai son note, e l' intelletto 
Tuo salirà, dove per sé non sale. 

Io, che ti trassi in questo mio ricetto, 
Preparerò la debile tua mente 
Per questi obbietti a più sovrano obbietto. 

Tal di te oggi alto voler consente. 
Che tu mi segua per V eccelse spere, 
E che ad alti misteri sia presente. 

Beatrice è teco, e tu non dèi temere 
Deir arrivar fino a queir alte sedi. 
Là *ve il poter lo stesso è, che il volere. 

Di Mercurio è la spera, che tu vedi: 
Aria non è, ma Ciel ciò, che qui spiri. 
Né il suol, ma la pianeta hai sotto i piedi. 

Qual si fa, se in teatro avvien, eh' uom miri 
Rupe informe apparir, che d' improvviso 
S'apra, e gran tempio ai riguardanti aggiri, 

Cotal mi feci al non pensato avviso. 
Perch'io ricolmo di sacro stupore, 
L' alta soglia adorai del Paradiso. 

Allor farmi sentii di me maggiore, 
E rischiararmi il guardo oltre il costume, 
E serpermi per entro almo vigore. 

Né oflfendevami più 1* ardore, e '1 lume. 
Ma con mia guida per l' immenso spazio 
Scorrea leggiero, com' avessi piume. 

Della ventura mia 1* autor ringrazio. 
Allora i' dissi, ma intelletto cieco 
Fa, che per vista d' occhio i* non mi sazio. 



4)8 POESIB DI MILLE AUTOU 

Ed egli a me: Perchè son io qui teco? 
Pon mente ai detti, e d' ignoranza il vdo 
Dileguarsi vedrai da dò, che arreco. 

Poi cominciò: Quei che la terra e 'I cielo, 
E tutte fece le create cose» 
E di serbarle per sua gloria ha zelo, 

Doppia loro natura esser dispose: 
Parte fossero eteme, e parte frali; 
E mente in quelle, e moto in queste ei pose. 

Spazio e luogo die certo alle mortali; 
Vietò lor penetrarsi, e le descrisse 
Con diverse sembianze e disuguali. 

Ma r altre eteme a nessun luogo affisse. 
Die lor sostanza nobile e sottile. 
Né con termine alcun le circonscrisse. 

Quinci natura lor chiara e gentile 
Fra le create ha dignitade prima, 
E poco men che al suo Fattor simile. 

Ma qual veggiam fra il sommo giogo e V ima 
Valle giacere a mezza strada il colle, 
Ch' agevola il salire all' alta cima. 

Tal fra lo spirto e il corpo un'altra ei volle 
Non composta sostanza, ma primiera. 
Che più di questo, e men di quel s'estolle; 

Perchè a guisa di corpo, ov' un altro era. 
S'indi noi caccia, entrar non può, ma dura, 
Qual spirto, incorruttibile, e sincera. 

D' essa formò le spere, e V etra pura. 
Il «ol, la luna, e le tiunie stelle, 
E ciò, che quinci il guardo suo misura. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 4)9 

E poiché vide esser compiute e belle 

U opre della sua man, se ne compiacque. 
Sé conoscendo onnipotente in quelle. 

Quindi con nuova legge unir gli piacque 
In un r eterea e la corporea parte. 
Per dare al suolo abitatori e all' acque. 

Quindi é la vita, e la mirabil' arte 
Di conservarsi, e di produr conforme 
Cosa a quella, da cui Y opra si parte. 

Quindi dei pesci le squammose torme, 
E di vita men degna uscir le piante, 
E degli altri animai le varie forme. 

Etra v' é in lor; che il corpo sol bastante, 
Senz' esser di vigor più forte asperso, 
Non fora a sostener potenze tante. 

Ma nell'ordine ornai vago e diverso 
Ancor mancava l'animai sovrano. 
Ed eletto a regnar suU' universo. 

Ed ecco uscir dalla non stanca mano. 
Come di fabbro esperto esce ultim'opra, 
L' alta fattura del composto umano. 

Che tanto ha sol di irai, quanto si copra 
Per lui r eterno, e custodito reste, 
Cotanto Iddio cura per V alma adopra ; 

La qual nel mentre al suol passa per queste 
Spere, qui prende sostanza seconda, 
Ch' è più del corpo, e men di lei celeste; 

E di lucido velo si contempla. 

Di cui cinta al suo albergo ne discende, 
Com' esce cosa, eh' é tuffata in onda. 



440 POESIE DI MILLE AUTORI 

Né parte a tutte ugual d* etra s* apprende, 
Ma qual più d' una, e qual più d' altra stella. 
Come piacque a chi puote, il vel si prende; 

Velo, per cui s' accosta il corpo a quella 
Troppo di lui maggior natura etema. 
Né più indegna è d' aver forma si bella. 

Ond' è, che disuguale in noi si scerna 
L' istinto, come la celeste scorza 
Avvien, che d* uno, o d' altro astro si cerna. 

Né però prova Y alma alcuna forza, 
Ma da se stessa all' opre si risolve. 
Che la serve suo velo, e non la sforza. 

Ma poiché nostra salma in ossa e polve, 
Come mortai condizì'on richiede, 
Ha disciolto colei, che il tutto solve, 

E r alma uscio dell' occupata sede 
A ritrar di sua vita, o buona o trista, 
Neil' inferno, o nel ciel, pena o mercede, 

La celeste natura a lei già mista. 

Qua su ricorre, e all'astro suo ritorna. 
Né si rallegra quivi, né s'attrista; 

Ma insensata com' é, tanto soggiorna. 
Che dell' ultima tromba ascolti il suono. 
Che i giusti allegra, ed i rubelli scoma. 

Allora avanti del temuto trono 

Anch' ella andrà per occupar suo scanno 
Col corpo, o sia di cmccio o di perdono. 

Tutti dagli astri i veli allor cadranno; 
E intanto qui, come in natia lor meta, 
Il fatai giorno in aspettando stanno; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 44 1 

Ed io ben noto al tosco suol poeta 
Qui per alto voler mi manifesto, 
Che questo è di noi vati il bel pianeta. 

Né sono io qui, benché a* tuoi sensi in questo 
Luogo apparir visibile mi é dato, 
Ma *1 mio corpo ave il suol, V empirò il resto. 

Tal delle cose é V ordine e lo stato ; 
E Dio, che il fé', nella sua gloria pago 
A vederle si sta di si beato. 

Ed ama in lor di sua beltà V immago. 

Canto terzo. 

Mentr* ei parlava, tre fiate i' spinsi 
Per abbracciarlo Y una e 1* altra palma. 

Ed altrettante Y aer vano strinsi, 

• 

Che mi svaniva Y impalpabil salma, 
Qual lieve nebbia, cui dilegui il vento, 
Com' egli fatto era sol d' etra e d' alma. 

O perchè a me d'ogni suo proprio accento 
La memoria non torna, e sol confusa 
Specie ho del dir, che sì mi fea contento! 

Ma, se poter per buon voler si scusa. 
Forse in virtù delle narrate cose 
Non andrà senza onor la nostra Musa. 

Ma si r ordin qualsia, con cui dispose 
Chi le creò qui delle stelle il giro? 
Io si lo richiedeva, e quei rispose: 

Pago fia con la vista il tuo desiro, 
E a parte a parte mostrerò per via, 
Quant' ha da questo cerchio al sommo empirò. 



44^ POESIE DI MILLE AITTOII 

Conta ogni spera» mia mercè» ti fia, 
O di costei più tosto» che vien nosco, 
Ch* ella è che parla per la voce mia. 

Ed io vèr lei: Donna immortai» conosco» 
Che da te prende sol lingua secreta» 
Sempre in te fiso il buon poeta tosco. 

Ella sorrise in cara foggia e lieta 
Parve cosi nel bel volto amoroso» 
a Che più lucente se ne fé* *1 pianeta. » 

Mi volgo intanto» e vedo il Sole ascoso 
Dopo r astro restar ; ma qual dei due 
Volgesse o V astro, o '1 Sol er' io dubbioso. 

Quand' ei f Conosco le incertezze tue. 

L' astro è, che attorno al suo centro sì rota 
In poco men» che non è un di laggiue. 

Cosi in Ciel pur si gira ogn' altra ruota» 
Tranne la luna, che al terren soggiorno 
Vista ognora ha una parte, e V altra ignora* 

Eccola: io dissi a lui» con doppio corno 
Cader mostrando non intera stella» 
Qual luna a mezzo '1 Ciel sul fin del giorno. 

Ed egli: o uom, la bassa terra è quella. 
Che tu m'accenni, e si da noi lontana» 
Che sua figura agli occhi si cancella. 

Abita là la cieca gente insana; 

Là si forma e si parte imperio e regno; 
Si gran confini ha la superbia umana. 

Di me presemi allor vergogna e sdegno, 
E sospirai; ma di tardar già stanco 
Il mio maestro del partir die' segno. 



I 

/ 

/ 



INTORNO A DAKTE ALIGHIERI. 443 

Ecco SU questo cerchio il di vien manco 
(Cosi grave mi disse) e 'nverso al polo 
Al gran viaggio non pensiam pur anco? 

Né più; ma ratta avanti lui d'un volo 
Fu Beatrice agilemente in alto, 
Egli secondo, ed io compia lo stuolo. 

Che non so come anch' io m' alzai d' un salto» 
E mi spinse gran forza e mi sostenne 
Non si, che tema non mi dasse assalto. 

Cosi nostro drappel pel Ciel si tenne, 

Qual di colombi veggiam muover torma . 
Soavemente V adeguate penne. 

Io me paragonava ad uom, che dorma, 
Cui par di luogo altissimo, eh' ai vole, 
E gir movendo in aria i pie' senz' orma. 

E già disotto agli occhi miei la mole 
Del pianeta spariva, e alla veduta 
Di nuovo pur si presentava il Sole. 

Allora: Ecco la notte in di si muta. 
Perchè siam fuor (mi disse il mio maestro) 
Dell' ombra già, che qui finisce acuta. 

L' ha tale ogni pianeta, ed il terrestro 
Globo, e ogni corpo, eh' è del Sol minore. 
Disse: e quinci piegammo al lato destro. 

Ed ei seguia : Poiché 1' etemo Autore 
' Creò la liquid' etra, e '1 suolo affisse 

In quella, che 1' abbraccia, e dentro e fuore. 

La materia del Ciel movasi, ei disse; 
E ratto ubbidiente ella si mosse, 
E le spere movendosi descrìsse. 



444 POESIE DI MILLE AUTORI 

Le parti agili men, perchè più grosse^ 
Chiuse restaro in se medesme e strette, 
E più d' un globo qua e là formosse, 

De* quai numera il suolo un men di sette. 
Altri ve n' han, ma colà giù da questi 
O nulla, o poca luce si riflette. 

L'altre mobili più parti celesti 
Incominciaro in circolo a rotarse, 
Qual, se turbo giammai spirar vedesti; 

E in ogni canto sminuzzate e sparse. 
Fero ampissimi gorghi, in mezzo a' quai 
Sottil sostanza radunossi ed arse. 

Quinci deir alma luce uscirò i rai, 
E'I Sol, che intorno la comparte, e tante 
Stelle, che il sito lor non cangian mai. 

Questo, ove slam, del Sole è il gorgo, avante 
Di cui tutto quest' etere s' aggira, 
E ne seguita i moti ogn' astro errante. 

Qual più, qual men dal centro si ritira. 
Come materia inegualmente densa, 
O meno o più concepe il moto e gira. 

E poiché forza ognor del pari intensa 
Da sé li risospinge e li circonda 
Attorno al mezzo, ov* è la luce accensa, 

Del pari ognun lo moto suo seconda, 
E pel circolo suo torna e ritorna, 
SI come sasso, eh' uom raggira in fionda. 

E mentre va, quell'etra, che il contorna 
Si rape, e in piccol gorgo la rivolve, 
E al lume or 1' una, or l' altra faccia adorna : 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 445 

Tal, se in spera di vetro onda si volve 
Sovra cardine fisso, ove per entro 
Sian lievi globi con minuta polve. 

Vortice formerassi, a cui nel centro 
Sta girando la polve, e quei van presti 
Volgendo alcun più 'nfore, alcun più *ndentro. 

Non qui però, come già tu credesti. 
Antichità maestra di deliri, 
Vive alcun uom, né i mondi suoi son questi. 

Fabbricò queste stelle, e i vari giri 
Iddio lor comparti, perchè gli veggia 
L' uomo, ma non gì' intenda, e sol gli ammiri. 

Ma di Venere omai vicin fiammeggia 
L* aureo splendor, che nel più alto loco. 
Visto dal suol, del cerchio suo lampeggia. 

Or non appar, ma si vedrà fra poco 
In vèr l'occaso della terra bassa 
Ir scorrendo i Gemelli a poco poco. 

Il tempo noi qui dimorar non lassa: 
Già Mercurio scorresti, or ti figura 
Tale ogni globo, però guarda e passa. 

Mira il Sole alla destra, e della pura 
Luce conosci il bel fonte, da cui 
E bellezza e vigor tragge natura. 

Cosi diceami, e givamo amendui 
Di stella in stella, ed egli a parte a parte 
Di lor dotto mi fea co' detti sui. 

Gosl la Luna dalla manca parte 
Col suol lasciando rimirato altrove, 
Vedem la stella rosseggiar di Marte. 



446 



POESIE DI MILLE AUTORI 



E più alto rotar Saturno e Giove, 

Questi, che attorno al proprio corpo in cerchio 
Quattro stelle minori ordina e muove; 

L' altro, cui cinge lucido coperchio. 
Del qual si sa solo il lavoro e V uso 
Quei, che nulla far può manco o soverchio. 

Qui de' pianeti ormai varcato il chiuso. 
Le stelle innumerabili apparirmi, 
Ch'ardon fisse in vago ordine confuso. 

E da lor vista non sapea partirmi. 
Benché sol ratto le scorressi. Allora 
Chiamar m' udii da Beatrice, e dirmi: 

Innalza gli occhi, e il Paradiso adora* * 

Ecco come di Eustachio Manfredi parla Caterina Franceschi 
Ferrucci : 

«Nacque Eustachio in Bologna ai 20 di settembre del 1679. Il 
padre suo Alfonso Manfredi di Lugo era notaio, la madre Maria Fio- 
rini fu commendevole per bontà e per bellezza. Eustachio ebbe sempre 
grande amore allo studio ; onde imparate le lettere latine, attese alla 
filosofia sotto la disciplina di Lelio TrionfettL E ad accrescere in sé 
e ne* compagni suoi l' ardore di avanzare nel sapere, fece che questi 



' C2.uesti due canti cosi si leggono a pa- 
gine 98*109, in: Rime di Eustachio Man- 
fredi, col ristretto della sua vita. Prato, 
presso Vincenzo Vestri, 1819, in-ia. Manca 
il primo canto. Il secondo canto si legge 
anche a pagg 314-519, in: Lirica del Fru- 
goni e dei Bolognesi del tee, xviii. Venezia, 
MDCCXCI, presso Antonio Zatta e figli, 
con licenza de' superiori e privilegio, in- 16. 

La prima edizione di queste Rime è la 
bolognese dei 1709 ; furono ristampate ivi 
nel 1732. Nel 1760, dopo la sua morte, 
furono nuovamente edite dal Della Volpe, 
in-8, con ritratto, con questo titolo : Rime 
e prose. Queste consistono in un' elegante 
novella iuliana, che è tolti dalla favola 
della Vedova efesina ; ed in un' Oratione in 



lode^ di san Petronio. Altra edizione è quella 
parmense del Bodoni, 1793, in-8 gr., con 
ritratto, intagliato dal Rosaspina. In questa 
ristampa mancano la novella e l' orazione. 
Il Manfredi era anche ghiotto di esuma- 
zio ni poetiche, ed invero nell'anno stesao 
della prima edizione delle sue rime, per 
suo suggerimento, il Bizarrt, ia Bologna, 
nel 1709, pubblicò le Rime di Agostino 
StaccoU, e Giovanni Francesco Magini le 
indirizzava al Manfredi medesimo. Fu Io 
Staccoli un cavaliere urbinate del secolo xv, 
imitatore del Petrarca, e si tolsero queste 
rime da antiche raccolte e da manoscritti; 
ma checché ne pensasse il Manfredi, per 
quanto concerne la lingua, sono tali da 
non fame gran conto. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 447 

in alcani giorni a ciò posti convenissero nella sua casa per tenere 
insieme ragionamenti intomo alla metafìsica e alla dialettica. Volendo 
poi dinotare che il desiderio del vero non lascia mai i nobili intel- 
letti posare, chiamò questa ragunanza di buoni e studiosi giovani 
Accademia dtgV Inquittù La quale ebbe poscia più grande onore che 
da sì umile cominciamento sperare si potesse. Imperocché quando 
il Marsigli fondò V Instimto, essa ne fece parte, e, preso il titolo di 
Accademia delle scienze, pervenne poi a chiara fama per tutta Eu- 
ropa. A diciotto anni compi il Manfredi lo studio della giurisprudenza, 
nella quale fu addottorato. Quindi si volse alle matematiche sotto 
r insegnamento del Guglielmini. Ma, le scienze non gì* impedirono di 
coltivare le lettere latine e italiane ; anzi di queste egli fu poscia re- 
stauratore. 

« Era a' suoi tempi Tarte delio scrivere con proprietà ed eleganza 
perduta quasi affatto tra noi. Che pe* mali esempi degli Spagnuoli, 
occupatori di molta parte d' Italia, lasciata i nostri la guida di Vir- 
gilio, di Dante e degli altri classici, speravano lode dall'uso di strane 
metafore, di contrapposti bizzarri, di falsi concetti e d' immagini tanto 
lontane dalla natura e dal vero da parere a chi è savio delirii di 
miente inferma. Anche il Manfredi nella sua prima giovinezza tenne 
la via seguita dai più : ma fatto accorto dell' error suo si pose a stu- 
diare i classici, e con altri uomini valenti si adoperò a riaccenderne 
negli altri l'amore. Il che gli avvenne di conseguire non solo con 
la virtù del discorso, ma col diletto che in chi le leggeva mettevano 
le sue rime. Le quali piene di gravi sentenze, di teneri e delicati 
pensieri, hanno efficacia grande di stile, proprietà e grazia di elo- 
cuzione e modi sempre italiani. Bellissima sopra le altre è quella 
canzone da lui composta nell'anno 1700, quando si fece monaca 
Giulia Vandi ch'egli aveva amata. 

a Mentre Eustachio dettava eleganti versi, attendeva agli studi 
storici ed ai geografici, ed in modo speciale all'astronomia. A lui 
doleva, che per non essere in Bologna chi la coltivasse, giacesse 
inutile la meridiana dal Cassini delineata nella chiesa di S. Petronio: 
onde tratto dall'amore di scienza tanto nòbile ed importante, deli- 
berò di fame lo studio suo principale. E in luogo elevato cominciò 
ad osservare il cielo in compagnia di Vittorio Stancari, giovine dotto 
e di grande ingegno. Quindi prima nella specola da Marsigli inalzata 
nella sua casa, poscia in quella dell' Instituto, fu dato al Manfredi di 
fare le osservazioni astronomiche. Ma la fortuna non gli consenti di 
attendervi quietamente : imperocché, partito il padre suo da Bologna, 
su lui ricadde il peso della famiglia; al sostentamento della quale 
non bastando lo stipendio che aveva, siccome lettore pubblico di ma- 
tematiche, ei trovossi in grandi strettezze e n'ebbe l'animo fieramente 



448 



POESIE DI MILLE AUTORI 



turbato. Gli amici di lui però non soffersero che la povertà e 1* af- 
flizione togliessero il naturale vigore ali* ingegno suo ; ' e primo d* ogQÌ 
altro il marchese Gian Gioseffo Orsi con fraterna liberalità lo sov- 
venne, mostrandosi per ciò degno dell'amicizia di tanto uomo, de- 
gnissimo delle sue molte ricchezze. Di questo gli fu affettuosamente 
grato il Manfredi, e gliene die aperto segno, non con adulazioni e 
lusinghe, in chi le fa e in chi le riceve biasimevoli in ugual modo, 
ma prendendo le sue difese. Aveva 1* Orsi pubblicati alcuni Diàloghi 
per provare, siccome il padre Bohours nella sua opera intitolata Ma- 
niera di ben pensare^ parlando dei poeti italiani, avesse spesso recato 
offesa alla giustizia e alla verità. I giornalisti di Trevoux impugna- 
rono le affermazioni dell' Orsi, e molti dei nostri letterati presero a 
sostenerle. Di questi fu Eustachio, cui mosse a sdegno vedere da un 
forestiero vilipeso l' onore della sua patria. Scrisse egli adunque contro 
ai giornalisti di Trevoux, e chiarito essere V opinione dell' Orsi con- 
forme alla verità, con esempi e con savie considerazioni prese a mo- 
strare, che i lirici francesi, se togli il numero delle loro Odi, vanno 
quasi tutti ad un passo co' prosatori, mancando per lo più ad essi lo 
splendore delle immagini, la maestà dello stile e tutte le altre doti 
che abbondano ne' classici nostri, i quali dirittamente stimarono avere 
la poesia indole da quella della prosa diversa, e convenirsi al lirico 
imitare l'aquila che affissa l'occhio nel sole e vola sicura nei più 
elevati spazi del cielo. 

« Viveva Eustachio tutto cogli studi e gli era dolce di provve- 



' Gli «mici bolognesi non avevano torto. 
Il Manfredi, indefessamente^ si occupò del- 
l' astronomia e della matematica. E dopo 
la sua morte furono pubblicate opere sue 
importami intorno a quelle discipline, che 
egli era andato correggendo durante tutta 
la sua vita. Il Dalla Volpe, nel 1744, in 
Bologna, pubblicava : Gli eUmenli di crono- 
logìa. Formano il volume V delle opere del 
Manfredi, ma si trovano anche impressi a 
parte. Sono dall' autore indirizzati con let- 
tera a Francesco Algarotti. Lt institu^ioni 
astronomiche (ivi, 1749), con 13 tavole in 
rame, formano il volume II, e queste pure 
si trovano impresse separatamente. 

Presso il medesimo Dalla Volpe erano 
pubblicati, nel 17$$» con 19 tavole, gli 
Elementi della geometria piana e solida e della 
trigonometria. Sogliono, alcune volte, essere 
preceduti da un' antiporta, in cui si legge : 
Delle opere matematiche del dott. Eustachio 
Manfredi, tomo primo. Lasciata avendo il 
Manfredi quest'opera imperfetta, ebbe il 



suo compimento da Eraclito Manfredi, fra- 
tello suo. Ne è stata fatta una ristampa, 
senza nota di anno, in cui n aggiunse agli 
elementi della geometrìa dei solidi tutto 
ciò che si trova dal n. 60 sino al termine 
della medesima. Il Fabroni ricordò anche 
gli opuscoli seguenti : i* Descrizione di al- 
enne macchie scoperte nel sole V anno 170 j^ 
Bologna, Pisarri, in-8; 2* Lettera al mar- 
chese Giangioseffo Orsi, scrìtta in Bologna 
il di primo settembre 1708; |* Fita di 
Marcello Malpighi, che sta nel voi. I delle 
Vite degli Arcadi ilìuslri; 4^ Istoria della 
controversie snlla Jignra della terra^ ecc., nel 
voi. IV delle Osservazioni letterarie del 
marchese Maffei ; $" Lettere che stanno con 
le Lettere di alcnni Bolognesi^ ecc., 1774. 
Altri opuscoli del Manfredi si trovano nella. 
Raccolta degli antori del mota delle aequa, 
Bologna, 18»; e di alcuni è tenuto mi- 
nuto conto dal Fantuzsi nt' Scrittori holo- 
gnesi (vedi Gamba, Serie dei testi di Uugna^ 
edizione del 1839, articoli 1230 e 2231). 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 449 

dere col fruito di essi al sostentamento delle sorelle sue e della madre, 
amata da lui sopra ogni cosa del mondo. Ond'era obbediente ad ogni 
suo desiderio, ad ogni suo detto, lei consolava nell'afflizione, nelle 
infermità 1* assisteva, e perchè della fama da lui conseguita quella 
molto si rallegrava, gli erano specialmente care le lodi altrui. Però 
dall' ingegno e dall* instancabile tenerezza del suo figliuolo la buona 
donna traeva conforto alle sue sventure, e di ciò dette ad esso aperta 
testimonianza, quando già moribonda chiamandolo presso al suo Ietto, 
non senza lagrime di quanti la udirono, cosi gli disse : « Io ti rin- 
ec grazio, carissimo figlio mio, della tua costante pietà verso di me, 
« la quale mi ha reso comportabili i mali da me patiti. Tu sei stato 
« il consolatore delle mie pene, la speranza della mia vita, tu il so* 
« stegno mio, la mia gloria. Iddio renda il dovuto premio alla tua 
« bontà; e intanto ti conforti il sapere che tu mi hai fatta la più fe- 
ce lice di tutte quante le madri. » Piangeva Eustachio (e chi non 
avrebbe pianto?) a queste parole: e quante volte gli tornavano alla 
memoria, tante aveva il cuore commosso da vivissimo affetto di te- 
nerezza. Il quale egli espresse in alcuni versi latini^ che fece rinchiu- 
dere nel sepolcro dell'amatissima madre sua, affinchè se mai col 
volgere degli anni si avesse a dischiudere quella tomba, chiunque li 
leggesse, vedendo in quelli con verità ricordate le singolari vittù di 
lei e il dolore inconsolabile del figliuolo, pietosamente dicesse : « Oh 
« abbiano quieto riposo le ossa di si virtuosa donna, e Dio nella 
« beata sua pace lo spirito ne riceva! » 

« L'anno seguente, che fu il 1709, venne il Manfredi eletto al- 
l'ufficio di protettore del collegio Montalto, gli alunni del quale da- 
tisi a vita molle ed oziosa, più che agli studi, ai mondani piaceri 
attendevano. Seppe Eustachio con amorevoli ammonizioni, con savie 
norme, e più che con altro con la virtù dell'esempio, indurli a mu- 
tare voglie e pensieri. E tanto essi in breve divennero studiosi e ben 
costumati, quanto prima non curanti dell'obbligo loro, né della buona 
fama si dimostravano. E sebbene il Manfredi dovesse solo curare che 
l'ordine e la disciplina fossero nel collegio osservati, pure ad uti- 
lità di que' giovani dettò un trattato di geometria ' ed uno intorno 
alla poetica. Stimando poi che agli Italiani sarebbe di gran profitto 
l'avere insieme raccolti i migliori componimenti dei nostri poeti, 
prese a fame una scelta, che fu pubblicata a nome di Agostino Gobbi, 
cui volle per bontà di animo dare l'onore di una fatica, che fu in 
verità tutu sua. 

« Era egli stato in quell' anno dal Senato bolognese preposto al 
regolamento dei fiumi, i quali per grosse piene cresciuti allaghereb- 



Questo trattato completato, come abbiamo visto, fu stampato dopo la sua morte. 
Dst Balzo. Voi. VI. Sg 



450 POESIE DI MILLE AUTORI 

bero le vicine campagne, se V arte dell' uomo con argini, eoo chiuse 
e con altri ingegni nel loro letto non si sforzasse di contenerli. In 
ciò furono al certo meravigliosi l'avvedimento ed il sapere di Eu- 
suchio : onde essendone per altre parti d' Italia, ed anche oltre monti» 
andata la fama, fu prima chiamato a Lucca per tenervi lo stesso 
ufficio che aveva in Bologna, e poscia a Vienna, matenutico del- 
l' imperatore. Quantunque decorose e larghissime condizioni gli fos- 
sero offerte, pure ei non volle accettarle. Che in lui nulla poteva 
l'amore delle ricchezze, e desiderando di meritare gli onori assai 
più che di conseguirli, deliberò di non allontanarsi dal luogo dove 
era nato. Nel che fu savio il consiglio suo : che forse non avrebbe 
più avuto in terra straniera ricca la vena del poetare, privo del sole, 
degli ameni prospetti, delle dolci memorie della sua patria, e non 
avendo più la speranza di avere un giorno riposo accanto alla madre, 
sarebbe rimasa priva l'anima sua di mesta, ma dolce consolazione. 
Avendo egli adunque deliberato di non partirsi dalla sua terra na- 
tale, assai gli fu caro che il Senato lo nominasse astronomo dell' Insti- 
tuto, dal Marsigli novellamente fondato. Fu questo aperto il 13 di 
marzo del 17 16 ed in quel giorno il Manfredi vi lesse un discorso 
sulla maniera di lui tenuta nel calcolare 1' effemeridi, e divulgò per 
le stampe un libro, nel quale era raccolto ciò che intomo alle ma- 
tematiche e ali* astronomia aveva scritto Vittorio Stancari, che morto 
cinque anni innanzi aveva di sé lasciato in Eustachio inestinguibile 
desiderio. Ed a fare a tutti palesi le virtù delP amico suo scrisse un 
commentari etto latino intomo agli studi ed ai costumi di lui. Quindi 
con cura indefessa applicossi all'astronomia; né tanto di alcuna cosa 
godeva, quanto del produrre la notte nell' osservare le stelle, con- 
templando nella solitudine e nel silenzio le meraviglie del cielo. Le 
quali notturne meditazioni, mentre facevano sempre maggiore la sua 
dottrina, rendevano, siccome di già notai, più gentile il suo cuore 
e più nobile la sua mente, empiendo quello e queste di Dio. Molto 
egli scrisse intorno alla scienza astronomica, e il suo nome ne venne 
in reputazione in Francia e in Germania, sicché i più dotti astro- 
nomi di ogni paese a lui ricorrevano nei dubbi loro, comunicavano 
a lui le loro scoperte e stimavano di gran peso le sue opinioni. 
Pubblicò V Effemeridi del 1715 sino al 1750, e notò in esse l'ecclissi 
dei satelliti di Giove, il passaggio della luna pel circolo del meri- 
diano, le congiunzioni di questa con i pianeti e molte altre cose, 
non mai notate prima dagli altri. Trattò eziandio dell'aberrazione 
delle stelle, della congiunzione di Mercurio e del Sole, da lui osser- 
vata il 9 di novembre dal 1732; e per tacere di altre sue disserta- 
zioni, scrisse dell'utilità che può recare all'astronomia il gnomone 
bolognese, delle macchie solari e come per mezzo della paratassi 



IKTORNO A DANTE ALIGHIERI. 45 1 

della luna si possa conoscere la vera forma della terra. In questi 
studi gli erano compagne le sue sorelle Maddalena e Teresa, che 
avendo ingegno virile sapevano tanto di matematiche da potere con 
grande esattezza ùltc lunghi e difficili calcoli: donne degne di ri- 
maner nella memoria dei posteri. Che buone, cortesi, perite delle 
latine lettere e delle volgari, badavano con amore alla casa, cercando 
ne' libri conforto all' animo e documento ai costumi. Né si davano 
ad aiutare il fratello per la speranza di averne lode, ma solo per 
l'amore che gli portavano e per alleviare in alcuna guisa le sue 
fatiche. 

« Era surto in que^ tempi grave litigio tra i Bolognesi ed i Per* 
raresi : che avendo i primi ordinato, si conducesse il Reno a sboc- 
care nel Po, gli altri, favoriti dai Modanesi, dai Veneziani e da quasi 
tutti i Lombardi, a ciò si opponevano fortemente. Difendeva il Man- 
fredi le ragioni della sua patria; onde fu costretto di andare due 
volte a Roma, e tanto scrisse e addusse tanti argomenti a provare 
la giustizia della sua causa, che certo avrebbero i Bolognesi conse- 
guito l'intento loro, se ostacoli insuperabili per la potenza degli av- 
versari non r avessero allora impedito. Ma la dottrina, con cui Man- 
fredi espose le ragioni dei Bolognesi, mise sempre più in chiaro quanto 
ei valesse nella idraulica e nella idrostatica : onde ne venne a tanta 
rinomanza, che dovendosi in alcun luogo aprire canali, porre argini 
ai fiumi o fare altre cose di somigliante natura, tosto si ricorreva a lui 
per consiglio. Egli restaurò il porto di Pano, assicurò i Lucchesi dalle 
inondazioni del Serchio, e molto si affaticò per cessare le contro- 
versie di quelli con la vicina Toscana. Le annotazioni poi e le ag- 
giunte che fece al libro del Guglielmini Sul corso dei fiumi^ dettero 
nuove testimonianze del suo sapere. ' 

a Tali studi, tante fatiche gli alterarono a poco a poco la sa- 
nità. Onde, cresciuto il dolore che da vari anni aveva alle reni, ca- 
gionato da una grossa pietra nella vescica, non potè più moversi, se 
non era a braccia portato. Con tranquillità di filosofo e di cristiano 
sostenne tanto grande sventura, né per questa mai trascorse ai la- 
menti, né mai perde la dolcezza de' modi e del favellare. Come il 
dolore per breve tempo alquanto diminuiva, tosto ei tornava agli 
amati studi, onde si può affermare con verità, che prima gli mancò 
la vita che la volontà di acquistare cognizioni nuove, o di adoperare 
in altrui beneficio le già acquistate. Dirò cosa che parrebbe incre- 
dibile, se autorevoli testimoni non ne facessero la verità. Già le forze 
del corpo gli erano venute meno : sentiva già vicina la morte, quando 

' Furono queste dotte illustrazioni, unite | fiumi (non Corto dei fitimi, comt dice, per 
Alla seconda ediiionc del trattato fisico -ma- abbaglio, la Ferrucci), edite, in Bologna, 
tematico del Guglielmini sulla Natura dei il 1739, dal Dalla Volpe. 



4$ 2 POESIE DI MILLE AUTORI 

ricordandosi di non aver risposto a una lettera del cardinale Al- 
beroni, legato di Ravenna, il quale desiderava sapere da lui con 
quali ingegni fosse possibile di raffrenare l'impeto delle acque del 
Montone e del Ronco, cominciò a dettare la sua opinione ad una 
delle sorelle; ma non potendo per debolezza la lettera cominciata 
continuare, e sperando che nel giorno seguente ciò gli sarebbe con- 
cesso, raccolto quel piccoletto vigore, che ancora gli rimaneva, volle 
a pie di quel foglio scrivere il nome suo, quantunque forte gli tre- 
masse la mano e a gran fatica potesse tenere aperti gli occhi già 
quasi spenti. Cosi anche nell* ultimo della vita mostrò il Manfredi» 
quanto a lui stesse a cuore il compiere ogni dovere di ufficio e di 
cortesia. 

«Stavano i parenti e gli amici piangendo intomo al suo letto: 
ed egli con voce per la soprastante debole e fioca cercava amo- 
rosamente di consolarli. E come sempre aveva nutrito devoti e santi 
pensieri, cosi in queir estremo a Dio con più vivo affetto rivolse il 
cuore, ogni fiducia riposta in Lui, placidamente spirò il giorno 15 di 
febbraio del 1739, che fu il sessantesimoquarto dell' età sua. I sena- 
tori deputati alla cura dell' Instituto, i professori e gli studenti ne 
accompagnarono il cadavere alla chiesa della Maddalena, ove fu de- 
posto con molte lagrime e con pompa solenne ed inusitata. 

« A ricordare la bontà e la dottrina di Eustachio molti versi la- 
tini e italiani furono pubblicati: né mai in Bologna alcun cittadino 
lasciò maggior desiderio di sé, né dell' universale fu più sinceramente 
compianto e di amorose lodi onorato. E bene fu giusto si gran do- 
lore; avendo in sé raccolto il Manfredi i più rari doni della natura 
e le più belle virtù. Ch' egli ebbe ricca e gagliarda immaginazione^ 
pronto intelletto, savio giudizio e salda memoria. Fu di corpo pro- 
porzionato: aveva gli occhi vivaci, lieta e dignitosa la faccia. Per 
integrità di costumi, per lealtà, per moderazione in ogni fortuna si 
poteva agli ottimi de' tempi antichi e de* nostri senza timore di in- 
gannarsi paragonare. Dilettossi nella sua giovinezza dei geniali con- 
viti e del festevole conversare con gli amici, co' quali fu sempre 
tutto sincerità, tutto fede. Quantunque non abbondasse mai di ric- 
chezze, e alcune volte sentisse la povertà, pure fu sopra la coodL- 
zione sua liberale, e mentre pensava che l'avarizia fosse peste del- 
l' animo e dell' ingegno, si tenne sempre lontano dall' ambizione e 
dalla superbia. Né perche fosse dell' Accademia delle scienze di Pa- 
rigi e di quella di Londra, si stimava da più degli altri, né mai per 
le lodi avute da uomini lodatissimi mutò il modesto contegna Aveva 
in odio le cerimonie, non mai però con alcuno mancando alle do- 
vute osservanze, ed era con tutti cortese, perché aveva il cuore pieno 
di amore. 11 che in modo speciale lo rese caro a chi lo conobbe, e 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



455 



a tutti i buoni fece poi venerata la sua memoria. Imperocché la no- 
biltà dell* ingegno e la eccellenza della dottrina non bastano a con- 
cincilìarci la grazia altrui : ma quando esse sono congiunte ai modi 
gentili, ai miti ed incorrotti costumi, alla dolcezza del favellare e a 
una costante benevolenza verso dì tutti, allora diventano amabili ve- 
ramente, e schietta è la lode data al sapiente e il nome di luì è con 
affetto di riverenza dai posteri ricordato. » ' 



i Vedi « p«gg' 139-iSit >n Prou » versi 
di GiterinA Franceschi-Ferrucci, accAdemicA 



corrispondente della Crusca. Firenze» Suc- 
cessori Le Mounier, 1873. 



454 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXIX. 

Giovanbattista Fagiuoli. 



All'illustrissimo e clarissimo 
signor senatore e cavaliere giuseppe glnori. 

In lode delle donne. 

(I7I0). 

In questo capitolo, V autore, ■ fugacemente, cita Dante t provare 
che, per indicare che un uomo si ingrandisce, dicesi che ei sì fa 
donno. 

Io (signor senatore) a mio giudizio 
Credo, che sian cinqu' anni, se non più. 
Che voi mi richiedeste d' un servizio. 

E fin or da me fatto non vi fu. 

Che per esser a voi tanto obbligato, 
Non ci doveva pensar tanto su. 

Conosco veramente, eh' i' ho mancato ; 
Ma merito perdono, perlappunto 
Per questo, perchè i' ho tanto indugiato. 

Volete, eh' io mi pigli un certo assunto 
Di parlar delle lodi delle donne. 
Quando voi mai non le lodate punto. 

Onde ho creduto, che burliate, e sonne 
Restato persuaso in tal maniera. 
Che la faccenda cosi in lungo andonne. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 455 

Ma pur vedendo, che di questo vera 
Premura avete, e desiderio espresso. 
Entriamo in questa bella tiritera. 

E a dispetto di tanti, eh' ex professo 
Hanno detto di lor roba da chiodi, 
II devoto lodiam femmineo sesso. 

E facilmente n' ho trovati i modi, 
Perchè più lunga di quel che stimai 
È la materia per far queste lodi. 

E solamente allora eh' io pensai 
A che fine la donna fu creata. 
Da fare un panegirico trovai. 

La prima cosa ella non fu cavata 
Dal fango, come V uom, ma da una costa. 
Dalla parte di lui più delicata. 

E per sua compagnia fu fatta apposta: 
Né potendo egli sol far ben dimora. 
Allato immantinente gli fu posta. 

Chiamossi donna, nome che V onora ; 
Poiché donna sol domina vuol dire, 
Che in lingua nostra noi dichiam signora. 

Gli uomin di si bel nome un tal desire 
N* ebbero, che lo feron masculino, 
Anch* essi per potersene servire. 

Onde il Petrarca al cieco Dio bambino 
et Per inganno e per forza é fatto donno, » 
Disse, per dirlo qual egli é divino. 

« Questi pareva a me maestro e donno, » 
Pria di lui Dante, e dopo lui Torquato, 
« Qual serpe a poco a poco, e si fa donno. » 



456 POESIE DI MILLE AUTORI 

Dunque per ingrandirsi ha giudicato 

Quasi r uom farsi donna : onde si sente, 
Che il don a' grandi solamente è dato. 

Lo Spagnuoly che di fasto è intelh'gente, 
Senza con altri titoli imbrogliarsi. 
Si distingue col don trall' altra gente. 

E da noi pur V abbiam veduto usarsi : 
Ed oggi ancor a' monaci e agli abati, 
Come titolo loro il don suol darsi. 

Tutt' i maestri ne son decorati : 

E don FidenziOy don Pasqual si dice 
Da qualsivoglia, quando son chiamati. 

Oh uomo, in questo misero infelice. 

Che il puro nome suo mettendo in opera 
Grandezze e distinzion mai non n' elice! 

Intero il nome d' uom tanto non opera. 
Ma allora suol distinguersi e ingrandirsi. 
Che mezzo quello della donna adopera. 

Inoltre chi di ciò pur vuol chiarirsi, 
Vedrà, che il verbo nobile indonnare 
Vuol dir farsi padrone, insignorirsi. 

Quando V uomo vuol più V altro onorare, 
Il gener femminino usar s' udio. 
Ed in terza persona favellare. 

Dicendo : Che fa ella signor mio ? 
Ch' è di lei ? come sta vossignoria ? 
Comand' ella ? è il servirla obbligo mio. 

Ogni scienza anche maggior, che sìa, 
L' arti, in cui furon le persone istrutte. 
Quelle cose, che più l'uomo desia; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



457 



Senza qui stare a nominarle tutte, 
E venir dalle piccole alle grandi, 
Nel gener femminin furon ridutte; 

Quasiché questo sol genere mandi 
Ogn' utile e ogni bene, ogni decoro, 
Che più ne rende gli uomini ammirandi. 

Cosi crederon già 1* Egizio e il Moro; 
Però neir accasarsi y la donzella 
Non era moglie, ma padrona loro. 

Dote air uomo non sol mai non dav' ella; 
Ma la dava egli a lei, e ne dovea 
P^ar sette e tre quarti di gabella. 

E in scritto a chiare note promettea, 
Che i di lei cenni avrebb' egli ubbiditi, 
E fatto tutto quel eh' ella volea. 

Ed altrove statuti erano e riti. 
Che le femmine sempre (i maschi esclusi) 
Eredi eran de' padri e de* mariti. 

Di Maiorca e Minorca erano gli usi. 
Che quegli abitatori assai stimarono 
Più de' lor grugni, delle donne i musi; 

Giacché per ogni donna, che pigliarono, 
Dieder quattr* o ciiiqu* uomini in baratto. 
E di far gran guadagno anche pensarono. * 



' Qaesti veni così si leggono « pagg. ^^6- 
379, parte II, in: Rime piatevoli di Gio. 
Bftttisu Faginoli» op. dt. 



Per le notizie biografiche e bibliogre* 
fiche del Fegiuoli, vedi a pag. 306 di questo 
VI volume. 



458 POESIE DI MILLE AUTORI 



cccxxx. 

Anton Maria Salvini. 



Capitolo scritto di villa al sig. Francesco Redl 

Apostrofa bellamente Dante. 
(1718). 

Redi gentile, re de' galantuomini. 
Se volete saper la vita mia. 
Studiando io sto lungi da tutti gli uomini; 

Ed ho imparato più teologia 

In questi giorni, che ho riletto Dante, 
Che nelle scuole fatto io non avria. 

Egli vi dice tante cose, e tante 

In quel suo benedetto almo poema. 
Che par, che i sensi tutti quanti incaute. 

E non per questo è la sua gloria scema, 
Perch'egli ha usate certe voci strane. 
Che ben si conveniano ad un tal tema. 

Non camminò per vie battute e piane: 
Al caos penetrò; passò le stelle; 
Visitò r ime parti, alte, e mezzane ; 

E brutte cose, e mediocri, e belle 
Prese a dir tutte ; e con vivezza tale, 
Che voi tosto esclamate : elle son quelle. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 459 

Ben descrìsse del tutto il quanto, e 'I quale; 
E per levar di terra T intelletto 
La Beatrice sua gli avea dat' ale. 

O delle Muse ostel, sacrato petto, 
Sia benedetto il tuo leggiadro spirto, 
E *1 tuo forte pensier sia benedetto: 

Che or con gentile, or con austero, ed irto 
Stile il tuo ingegno dispiegasti altero; 
Onde ti si conviene e lauro e mirto. 

Quando amoroso parli» egli è si vero 
Il tuo parlar, che vera esser non puote 
Più verità, figlia d' un cuor sincero. 

Ma quando all' infernali arìde ruote 

Inchini, e abbassi il tuo parlar profondo, 
AUor si fan sentir le triste note. 

Sen va la musa tua pel buio mondo 
Con suon dolente, sbigottita, e mesta, 
Girando quei valloni a tondo a tondo. 

E dopo quella di sospir tempesta, 
S' alza più lieta al Purgatorio monte; 
Poi sale al Paradiso tutta festa. 

Tu colle rime tue audaci, e pronte, 
Di quei beati, e sempiterni scanni, 
Fai le bellezze a noi palesi e conte. 

Mostri, quaL sien le gioie, e quai gli affanni. 
Ciò che sia da fuggire e da seguire; 
Onde il folle mortai si disinganni. 

Che dirò poi, quando tu aguzzi l' ire, 
E stringi un innocente almo flagello. 
Che ben appar, che santo zelo spire? 



46o POESIE DI MILLE AUTOU 

Allora, allora il tuo dir grande, e bello 
Prende una tuba sì forte e gagliarda. 
Che rintuona gli orecchi a questo e a quello. 

Sembra, che in vivo fuoco ella tutt' arda, 
E cittadi, e pastor, popoli e regi 
Tocchi la voce tua quasi bombarda. 

Io non ho lodi, onde il tuo nomi fregi: 
Basta che a pochi, e non al volgo piaci : 
Che pochi intendon i tuoi veri pregi : 

E i bei lumi del dire, e quelle faci. 
Onde r ingegno uman s' avviva, e accende. 
Di sublimi virtù semi veraci. 

Che stupor, se chi tutto osserva, e intende, 
Francesco, eh' è il destr' occhio di Natura, 
Tanto diletto ne' tuoi versi prende? 

E col suo buon giudicio n' assicura, 
Che non invano il nostro gran Menzini 
Dalla tua fonte attinse, eletta e pura; 

Ed empiè di bei detti pellegrini 
Le dotte carte, nelle quai danteggia 
Con robusti concetti, almi e divini. 

A maraviglia egli le pennelleggia, 
E r illumina ognor di gentilezza 
E di vaghezza il forte suo fiancheggia. 

Or da parlar con Dante ti disvezza, 

O Musa mia, e toma un poco a bomba, 
E a ragionar col Redi omai t'avvezza. 

Deponi la poetica tua tromba. 
La qual non sai sonar, come conviensi, 
E con più basso e picciol suon rimbomba. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 461 

E digli ciò, che sai ; ciò, che tu pensi ; 
Come sia fatto il mio bel villeggiare ; 
E come a lui si volentier ripensi: ... 

Che traile sue virtù più scelte e rare 
L* amicizia coltiva a si gran segno, 
Che mandato dal cielo in terra pare, 

Per richiamar dal rio costume indegno 
Le genti piene di malizia, e frode, 
Ad un viver leale, onesto, e degno. 

Se dal giovar Giove esser detto s*ode; 
Il Redi certamente tra' mortali 
Merita questo nome, e questa lode; 

Che non pur del suo ingegno stese V ali 
A liberar le cieche nostre menti 
Da quella, eh* è madre di tutti i mali. 

Stolta credulitade; e i suoi cimenti. 
Provando, e riprovando, han sempre dati 
Alla filosofia nuovi argomenti: 

Ma con discorsi ancor soavi e grati 
L' amor della virtude instilla ai cuori, 
E gli fa del sapere innamorati. 

Gli riempie di begli almi furori; 
E se ben ben tu guati intorno intorno. 
Uomo non troverai, da lui in fuori, 

Che sappia con trattar nobile, adomo, 
Adescar si gli amici, e a poco a poco 
Condurglì della gloria al bel soggiorno. 

Or, Musa mia, su, riposi amci un poco; 
E diciamo oramai, che cose hai fatto, 
E qual sia stato di mia vita il gioco. 



462 POESIE DI MILLE AUTORI 

Alle cacce, agli spassi io non son atto; 
Cosi, signor Francesco, avete udito, 
Che dietro a Dante io son venuto matto. 

Altrui parrà il mio vivere scipito; 
Ma se si guardi ben, non è cosi: 
Che bello è per lo studio esser romito. 

Tanto piacer giammai io non senti', 

Quanto or questo, che in leggere ho provato. 
Ed in rilegger Dante notte e di. 

E perchè il mutar fu sempre grato. 

Quando era un po' della lettura stanco, 
Mettevami a compor versi in buon dato. 

Non si può ognor giacer sopra d'un fianco. 
Ma rivolgersi è d'uopo; e sì ristora 
La virtù allor, che forte venia manco. 

Se fussi ora costi, mia vita fora 
Il recitarvi alcuni miei sonetti. 
Perchè voi m'avvertiste ad ora ad ora, 

Quali son buoni, e quali rei concetti; 
E quai motti leggiadri, e quai villani; 
Ond* io poi gli migliori, e gli rassetti. 

Ma giacch' io sono in questi luoghi strani. 
Colla speranza solo io mi consolo 
D' avere a uscir di questi monti e piani; 

E d' avere a drizzar ben tosto un volo 
Vèr la gran villa d' Arno alma Fiorenza; 
E allor non mi starò selvaggio, e solo, 

Che goder io potrò vostra presenza. ' 



' Questo capitolo cosi si legge s p*- lezione del dott. Giuseppe Bisnchini di Prato, 
gine 81-88, in : Difesa di Dante Ali^bitrit sccsdemico fiorentino. Firenze, stemperi* 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



465 



Il merito principale di Anton Maria S alvini fu quello di essere 
poliglotta. E di lui bene cantò il Redi, suo maestro : 

Il buon Salvin, che ha tante lingue in bocca. 

La sua memoria era prodigiosa, e memoria e studio indefesso lo fe- 
cero divenire una specie di meraviglia nel mondo erudito. Non ca- 
pitava in Firenze straniero di distinzione che non si facesse un do- 
vere di andarlo a visitare. 

Neil* Università di Pisa prese la laurea in giurisprudenza, eppoi 
si fece nominare anche abate ; ma non fii né dottore né abate, tutto 
sprofondato nei suoi quotidiani studi di greco e di ebraico, di fran- 
cese e d'inglese, di spagnuolo, di latino e d'italiano. Cosicché, a' 
soli ventiquattro anni, potè conseguire l'alto onore di succedere nella 
cattedra di lingua greca nel liceo fiorentino al nome di Carlo Dati. 
Nondimeno il buon dottore ed abate in partibus non impiegava tutto 
il suo tempo tra dizionari e grammatiche, ma se la spassava anche, 
amando il buon boccone e il bicchiere prelibato, in compagnia di 
amici allegrocci e giovialoni, come ci dice il suo indulgente mae- 
stro. E si piacque anche nella fresca età di scrivere qualche cosetta 
grassoccia, come la sua cicalata sopra Priapo. ' Nell'età matura, come 
spesso suole accadere, in cui il diavolo si fa eremita, con la mede- 
sima penna scrisse le prose sacre. 

Egli fu traduttore instancabile specialmente dal greco, e cosi Teo- 
crito, Appiano, Anacreonte, Esiodo, Callimaco, Nicandro, Museo, Co- 
luto, Trifiodoro, Arato ed altri poeti, e le vite dei filosofi di Laerzio, 
e VEnrichidio di Epitetto, e gli Amori di Aniia t di Ahrocome di Seno- 
fonte Efesio ebbero per lui veste italiana. E veramente grande era la 
sua perizia nella lingua greca, se il dottissimo Montfaucon potè dire 
ad Apostolo Zeno di « non aver trovato né conosciuto chi più pro- 
fondamente del Salvini fosse nella lingua greca veramente versato. » * 
E, così, se alla sua eccezionale perizia della lingua greca avesse ac- 
coppiato sentimento poetico e acume critico, avrebbe potuto darci, più 
di un secolo prima del Monti, un Omero in veste italiana perfetta. 



di Gittieppe Manni, MDCCXVIII. Il prin- 
cipio (fi questo capitolo fu ristampato « 
pagg. xxxi'Xxxii, voi. I, dell' ediz. Comi- 
nianadella Divina Commedia. Padova, Volpi, 
1727. Il capitolo intero fa ristampato nel- 
l'ediz. della Divina Commedia fatta in Ve- 
rona, nel 1749, presso il Bemo. (Vedi De 
Batiaes, voi. I, pag. 109). Nuove ristampe 
del capitolo nell'edis. dello Zatta, a Veneda, 
nel 1757 (De Batines» voi. I, pag. 113) e 
nell'ediz. del 1760 medesimo editore. Poi 



fii ripubblicato nell'ediz. parigina del Prault, 
nel Z768; nell'edizione fiorentina del Ba- 
stianelli del 1771*; nell' ediz. londinese-li- 
vornese del Masi del 1778; nell'ediz. del 
Poggiali, Firenze, 1807-1813; infine nella 
livornese del Masi, nel 18 17. 

' Il Rolli la fece stampare, in Londra, 
insieme con la traduzione degli Amori di 
Aitata e di Ahrocome, 

^ Vedi Annota^ioiù é\ Fontanini, to. II, 
cap. VI. 



464 



POESIE DI MILLE AUTORI 



\La d n mise a tradurre il gran padre Omero de verbo ad vcrbum. In 
tal modo la sua traduzione, se non può essere qualificata un tradi« 
d- mento, è cosi arìda, cosi aspra, oscura e glaciale da potersi chia- 
mare un vero attentato contro il nome poetico del gran cieco.* 

Sarebbe troppo lungo il seguire il buon Salvini nelle sue opere 
di volgarizzamento ; fermiamoci invece un momento sopra i suoi la- 
vori originali. Egli ci lascia discorsi accademici, prose, lettere e poesie. 
I discorsi sono ben duecentoquarantatre, stampati in tre parti e con 
date diverse. Non sono gran cosa. Non vi è nulla dì fosforo proprio; 
sono esercizi di erudizione, rìfrìttura di farina altrui. ' Migliori sono 
le sue prose toscane, 3 ed anche più notevoli le sue lettere familiari 
nelle quali 1* erudizione non ammazza lo spirito. II Salvini scrisse 
anche poesie originali, ma come si può vedere anche dal apitolo 
sopra stampato, non si può dire di lui : a come aquila vola. » 



' Tutte le opcr« di Omero. cra4lone da 
Anton MarÌA SaWini, furono stampate in 
dne Tolumi, in-S, il 1723, in Fireiuc, da 
Tartioi e Franchi. Questa è correitissima 
edixione, diltgenteineate curata da Anton 
Maria Biscioni, il quale corredò il poema 
di copiose tavole. Sì ristampò in Padova, 
Manfrè, 1742, e ivi, 1760, voli, a, in-8, 
con l'aggiunta della Batracomiomtuhia in 
rime anacreontiche, fiitta da AngioI Maria 
Ricci, che aveva vista la luce in Firenie, 
la prima volta, il 1741, presso l'Albizzini. 
Il Torelli, TAlgarotti, lo Spallanzani, senza 
difendere V asprezza e lo stento «Iella tra- 
duzione del Salvini, pur ae lodarono la 
ricchezza delle voci e la fedeltà. Ma che 
cosa è questa fedeltà, quando il poeta ori- 
ginale è ucciso dal tradunore? La fedeltà 
è un gran pregio, quando eesa si chiama 
fedeltà poetica. 

' Questi discorsi, in parte, vennero fuori, 
la prima volta, con questo titolo : Discorsi 
accademici sopra aUurti dubbi proposti mi' 
l'Accadèmia degli Apatisti, Giuseppe Manni, 
1695, tn-4. Edizione originale dall'autore 
dedicata a Francesco Redi, con lettera del 
a a agosto 169$. Forma la parte prima dei 
discorsi che sono cento, e dei quali si legge 
la tavola dopo 1' avviso dello stampatore. 



1 



^ 

~- Gli stesai: parte seconda. Fireoxe, 
Manni, 1712, in-4 Quest'edizione è dcJi- 
cata dall'autore alla principessa di Toicaax, 
ed è senza data. Contiene anche cento di- 
scorsi, con una tavola m fine del voiuiie. 

La terza parte fu pubblicata, anche in 
Firenze, dal Manni, nel 1733, in-4. Qjietu 
edizione fu cominciata vivente l' amore e 
rimase sospesa per la sua morte ; fa poi 
condotta a temnoe da suo fratello, ciao- 
nico Salvino Salvini, che la dedicò ad un 
altro canonico, a Marcantonio de' Mozn. 
Essa contiene soltanto quarantatre discorsi. 
La prima parte ebbe dne risumpe, tott'e 
due in-4, ^' '^^ Firenze, l'una presso l'iUbii- 
Zini, il 17 1}, l'altra presso il Maniu, il 172 v 

' Esse furono stampate in due parti. La 
prima da Guiducci e Franchi, il 171J, in 
Firenze, in-4; nel 173$» presso il Hanoi. 

Si leggono lettere del Salvtni in parec* 
chie raccolte di lettere. Vedi K. a30( x 
2310 in: Serie dei testi di lingua, ecc., del 
Gamba, ediz. del Gondoliere, 1839. 

I suoi sonetti furono pubblicati il l^^^ 
da Tartini e Franchi, in Firenze; ed altri 
inediti, ivi, dal Magheri, nel 1813. 

Meritano pure speciale menzione le sue 
Annotazioni al Malmantile del Lippi e alle 
Satire del Rosa. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



46S 



CCCXXXI. 

Anton Maria Salvini. 



Sonetto. 
(1718). 

Allude all'opere di Dante. 

Se non fosse il valor tuo vago e forte, 
Amor che '1 cielo e Y universo reggi 
Con amabili, invitte, arcane leggi ; 
Che è la nostra vita altro che morte ? 

Povera, inferma, ignuda, umana sorte, 
Se l'amore non è che ti francheggi! 
Ma d' amor cinta infin col ciel gareggi. 
Fatta da lui vicina e ancor consorte. 

Tutto ciò che quaggiù s' ammira ed ama 
D'eletto, di famoso e di gentile. 
Mal fa chi non d' amore opera il chiama. 

Egli il genio sublime in vario stile, 
E '1 volgo a bella ed onorata brama, 
E fa r alma soave e signorile. * 



' Qaetto sonetto cosi si legge * psg. xxz 
in : Dille spirito cattolico di Dante Alighieri, 
opera di Lyell, A. M., trcduzione dAll'orì- 
ginale inglese di Gsetsno Polidori. Londrs, 



Molini, MDCCCXLIV. Per le notuie bio- 
grafiche e bibliografiche del Selvini, vedi • 
psg. 463 di questo VI Tolume della Rac- 
colta. 



Del Balzo. Voi. VI. 



30 



466 POESIE DI MaLE AUTORI 



CCCXXXII. 

Giovanbattista Fagiuoli. 



Al signor dottor Anton Maria Salvini. 

Capitolo. 
(1718). 

In un brano di questa poesia, Tautore, raccontando di essere an- 
dato, in sogno, ad una veglia di ragazze (che sono le Muse), cita Dante : 

Saliti sopra in sala, io tosto attento 
Incominciai con gli occhi a rìfrustare 
Come la veglia avea buon finimento. 

E le ragazze messimi a sbirciare, 
Le quali erano certe bambolone, 
Che non si potea certo migliorare* 

Al primo aspetto mi parean burlone. 
Di piacevoli tratti, e insieme accorti. 
Lo che mi accrebbe la consolazione. 

Intorno ad esse furon da me scorti 
Molti far cerchio, e allor il conto feci 
Che quei fosser i dami e i cascamorti. 

Come più volte ho visto certi ceci 
Ch' ove son donne fanno da impalati 
Con mille smorfie, mille lazzi e smiecì. 

Vomitan vampe i miseri abbruciati, 

Ed hanno il cuor qual Mongibel d* arsure, 
E son per tutto d'esca foderati; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 467 

A tal eh* io credo, che verranne pure 
Il bando, che non entrin negli archivi 
Per tema non abbrucin le scritture. 

Cosi stavan coloro, eh' eran ivi 
Colle pupille immobili, amorose, 
A contemplar volti cosi giulivi. 

Ma quello che in ammirazion mi pose, 
E v'assicuro che da galantuomo 
Stupir mi fece più dell' altre cose. 

Fu, che tre vidi a star tutti in un tomo: 
Arcivescovo l'uno, un cardinale, 
E l'altro era canonico del duomo. 

Oh questa si che mi sembrò badiale. 
Che i prelati essi ancor colle bambine 
Volesser fare un po' di carnovale. 

Ma pur gli compatii, perchè, alla fine, 
Piaccion a tutti i visi allegri e belli. 
Più assai de' brutti di certe gabrine. 

Io vi pregai a dirmi chi eran quelli, 
E chi le graziosissime* donzelle, 
Ch'eran d'amor focili e zolfanelli. 

Voi rispondeste : E non le vedi ? Quelle 
Son pur del sommo Giove le figliuole, 
Di Febo le amatissime sorelle. 

Che non le riconosci? E pur si suole 
Con tsst anche da te far all'amore, 
E il lor fratello qual tuo dio si cole. 

Quelle le Muse son; quelle canore 
Vergini di Castalio e di Permesso, 
Che inspirano il poetico furore. 



468 POESIE DI MILLE AUTORI 

Apollo devrìa loro essere appresso, 

Ma diviso con Cintia avendo il giorno. 
Essa rìsplende, e lui riposa adesso; 

E lo stuol che rimiri a lor d' intomo 
Di quei, che bevver d' Elicona al fonte, 
E dell'invidia e della morte a scorno. 

Scorgi Omero, rimira Anacreonte, 
Pindaro ed Aristofane, Luciano 
E gli altri Greci, che gli stanno a fronte. 

Ennio vedi, Lucrezio, il Mantovano, 
Il Veronese, il Venusino, Stazio, 
Ovidio, Giovenal, Persio e Lucano; 

E tutti quei gloria ed onor del Lazio, 

Ch' io non voglio contar, già gli hai davante, 
E colla vista puoi fartene sazio. 

Mira tra* nostri ed il Petrarca e Dante 
Coronati di mirto e in un d' alloro, 
Ei di Beatrice e quei di Laura amante. 

Guarda che le han per mano, e il sagro coro 
Le onora in farle a «è posare accosto, 
Mercè degli alti pregi di coloro. 

Il gran Torquato e Lodovico Ariosto, 
Questi splendor di Po, quei del Sebeto, 
Eccogli, che tra' primi han preso posto. 

I tre prelati poi, 1' un più faceto 
É il canonico Bemi, ed io stupisco 
Ch' esso ancor ti sia incognito e segreto. 

Tu cerchi d'imitarlo, e non capisco 
Come non riconosca il tuo buon duce. 
Duce cotanto noto al secol prisco. 



ì 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



469 



Il Bembo è T altro che die onore e luce 
Alla porpora si, non da lei l'ebbe: 
Più che per lei, per l'opre sue riluce. 

Il terzo è l'arcivescovo, che accrebbe 

Ai carmi il pregio, e che insegnò i costumi, 
Come trattar con civiltà si debbe. 

Miralo ornato de' più chiari lumi : 

E se r ostro non veste, almen lo merta, 

E se un uom gliel negò, gliel diero i numi. 

Io vi stava a sentir a bocca aperta, 
E rimirava ove da voi col dito 
Ogni persona mi venia scoperta. 

E mentre eh' io restava strabilito 
In vedere un festino così bello. 
Un raddobbo si saggio ed erudito ; 

Ecco che incontro a voi venne un drappello 
Di que' poeti, quando v' ebber visto. 
Riverenti a cavarsi il lor cappello. 

Parlavan tutti all'uso loro, e un misto 
Faceano di toscan, greco e latino. 
Che a lingua bisognava esser provvisto. 

Voi, che n* avete più d' un calepino, 
E parlate si bene ogni linguaggio. 
Che parete un apostolo divino, 

Godeste cosi nobile vantaggio 
Di risponder a tutti, in guisa franco. 
Ch'ognuno vi credea del suo lignaggio. ' 

' Questi versi cosi leggonti « pagg. 200- Per le notizie biogr«fichc e bibliografiche 

i'/6, parte I, in : Rimt piaeevoli del Fa- del Fagiuoli, vedi a pag. 306 di questo 
giuoli, op. cit. VI volume. 



470 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXXIII. 

Giovanbattista Fagiuoli 



Capitolo al suo figliuolo. 
(1721-1722). 

In questo capitolo l'autore cita Dante, e dì lui riporta parecchi 
versi per inculcare a suo figlio che ciascuno deve addirsi a ciò cui 
natura lo chiama. 

Figliuol mio, se t' hai voglia di studiare, 
Che te la cavi, non m'arrischio a dire; 
Quando di cuor te ne dovrei pregare. 

Veggio della virtù che chi vuol ire 
Per r erta, lunga e faticosa via, 
Alfin non suole a nulla pervenire. 

E non so qual moderna antipatia, 

Oggi, con quei che studian, ha la sorte. 
Che pria con essi avea tal simpatia. 

Credo per me (siccome a tempo e a morte 
Tutto soggiace, ed alla mutazione). 
Ch'or sia l'età, che le virtù son morte. 

E d' una cosa, se la destruzione 
(Come a dire il filosofo s'avanza), 
È di quell'altra la generazione. 

Certo il caso si dà, eh' ora in sostanza 
Dalla virtù miseramente strutta. 
Grassa e paffuta nasca l'ignoranza; 



INTORKO A DANTE AUGUIERI. 47 1 

Perchè vien su ben rigogliosa, e butta 
Profonde le radici in ogni suolo: 
Ed ogni giorno più s' aumenta e frutta. 

Per questo, o mio carissimo figliuolo, 
Sto fralle due, né so, s* io mi travaglio 
Nel vederti studiare, o mi consolo. 

Pure non credo di pigliare sbaglio: 
Studia, l'ho caro: chi sa un giorno poi. 
Che ciò t'abbia a gravar! verratti il taglio. 

Ma avverti ben, che se studiar tu vuoi. 
Studia per diventar uomo eccellente, 
O resta nel gran numero de' buoi ; 

Perch'io ho una mia massima in mente, 
Che il mettersi a studiar, per saper poco, 
Sia peggio assai che il non saper niente. 

Più compatisco un uom tutto dappoco. 
Il qual fra gì' ignoranti se ne sta. 
Né fra' dotti pretende d' aver loco. 

Che certi dottorucci per metà, 
Squadernatori di vocabolari. 
Lettor di frontespizi, e non più in là: 

Rifrusta repertori e abecedarì. 
Schicchera carte, impiastra scartabelli. 
Compositori no, copisti rari: 

In somma scioli vani e saputelli, 
Stazzonalibrì, scioperalibrai, 
Rimescolascanzie, frugascannelli. 

Letterati non già, ma Ietterai, 

Che qualche letteruccia han dalla posta. 
Ma d'altra sorta non ne veggon mai. 



472 POESIE DI MILLE AUTORI 

Che più si ficcai], donde un più gli scosta: 
Per far vomitar un, vaglion tant'oro: 
Per farsi in odio aver, son fatti a posta. 

Or se tu avessi a diventar de* loro, 
Dio te ne guardi : son pure sguaiati ! 
E forse non c'è il morbo di costoro? 

E tutto avvien, perch' avendo imparati 
Sol quattro cuiuSy pensan d' esser già 
Della scienza all'ultimo arrivati. 

Un, che le concordanze appena sa, 
Si pon fra Cicerone e Quintiliano, 
Ed apre scuola di latinit.^. 

Quei vien con Dante e col Boccaccio in mano: 
Poco legger gli sa, gì* intende manco: 
Quei è maestro del parlar toscano. 

Gli ordin d'architettura un vide, o almanco 
Coir ionico assai si sodisfece : 
Questi è Vitruvio, se non è più anco. 

Qualche leggenda sa quell' altro cece. 
Conta di Roncisvalle la battaglia: 
Istorico di gii costui si fece. 

Chi nel veder a un tratto una medaglia, 
Ti sa dir, s' è di Roma o di Loreto : 
Questo è antiquario, a cui nessun s' agguaglia. 

Chi a fare i pasti andò via cheto cheto 
Alla Verna, a Camaldoli, e la via 
Prese per Vallombrosa, e tornò addreto; 

Tornato a casa, pieno d'albagia. 
Discorre di stampare i suoi viaggi, 
Con un trattato di geografia. 



INTORNO A DAKTE ALIGHIERI. 473 

Vi son cert' altri degni personaggi. 
Che san quando si mutan le stagioni, 
Perdio nell' ossa n' hanno alcuni saggi. 

Questi astrologi sono, é a dir son buoni, 
Quante miglia fa il sole, e quante gli astri, 
E se i fissi stian forti, come arpioni. 

Perch'han letto un lunario, Zoroasiri 
Vantansi: e colle seste, perchè il tondo 
San far, di matematica son mastri. 

Chi fa un sonetto mal, peggio il secondo, 
Sopra madonna, per poeta imbarca. 
Del fonte d' Elicona ha visto il fondo. 

Già pretende ch'Apollo, il buon monarca. 
Tutti gli allori a incoronarlo stritoli, 
E che gli dia la man, dica al Petrarca. 

Tuo padre ancora, per due o tre capitoli, 
Col Berni penserà d' andare inserto, 
O ch'egli suo competitor s'intitoli. 

Diede un'occhiata all'Istituta un certo 
Per pochi mesi, dome et quousque^ 
Dottor per soldi fu, non già per merto. 

Di già fa cose ad miraculum usque; 
Sputa sentenze e glosa leggi ancora. 
Come dottore iuris utriusque. 

Chi imparò a mente un recipe in mezz'ora. 
Già sta de* polsi esaminando il picchio, 
Già in gravità ipocratica escQ fuora. 

Vedrai venire in ballo un farfanicchio, 
Che pretende il caratter di botanico, 
Perchè distingue il cavol dal radicchio. 



474 POESIE DI MILLE AUTORI 

Finalmente in ogni ordine, o meccanico 
O liberal, chi punto punto è intrìso. 
Da franco dice, e fa cose col manico. 

E questi scioli han tanta fava in viso, 
Son pieni di cotale impertinenza. 
Che il mondo fira di lor si son diviso. 

Non han rispetto alcun, né riverenza. 
Parlano arditi, fan da concettosi. 
Non gli arretra timor né precedenza: 

Insaccan temerari ed animosi 
Per tutte le accademie e pe' licei. 
Non so se pazzi, o pur presuntuosi. 

Stanno fra' dotti, e per parer di quei, 
A ciò che senton dire o veggion fare. 
Quante smorfie mai fan, dir non saprei. 

Ne' primi posti gli vedrai impancare 
Non invitati: e pieni d* ardimento. 
Le spalle in gravità tosto appoggiare: 

Or girar Y occhio, ora fermarlo attento. 
Con una gamba sopra all' altra, e porsi 
Sul fianco la man manca, e 1' altra al mento. 

Ora a seder tanto a sghimbescio esporsi, 
Che si facci an spalliera del bracciuolo. 
Ed or i labbri tormentar co' morsi : 

Ad ogni detto far bocca d' orciuolo : 
Or far 1' astratto ed il cogitabondo, 
Restando immobii più d' un muricciuolo. 

Ora gonfiar le gote, e sputar tondo: 
Or dare un ghigno, or arricciare il naso, 
Or passeggiare a trippa innanzi il mondo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 475 

E con tai lazzi, non già fatti a caso» 
D' aver cosi tutto il sapere infuso. 
Ciascheduno di lor va persuaso. 

E son cosi sfacciati» eh' han per uso 

Quello, che intendon men, di più correggere 
Con franca mano, e con altiero muso. 

Né da maestri sol voglion direggere, 
Ma quai giudici ancor sedere a scranna. 
Perchè, signore Iddio, sanno un po' leggere. 

E da loro s' approva o si condanna 
Quanto lontano mille miglia avranno, 
« Colla veduta corta d' una spanna. » 

E la sentenza subito daranno. 

Anco contra degli uomini maggiori, 
« Che son maestri di color che sanno ; » 

Benché, quand' anche avesser fatti errori. 
Per creanza dovrìan non far parole 
Di lor, ma venerar que' primi autori. 

Talpe plebee di sconosciuta prole, 

Contra V aquile eccelse han cuor d' insorgere, 
Ch' ebber occhi a fissare in faccia al sole. 

E non potete, o morti eroi, risorgere, 
E alzando il capo dalla sepoltura. 
Questi vostri pedanti in volto scorgere ? 

Ma che ? direste voi : Troppo è sicura 

La nostra fama, in salvo è il nostro onore. 
Reso più chiaro da una vii censura. 

Pur succedesse almen qualche terrore, 
Per dare a questi dottorellucciacci, 
I quali non raffrena alcun timore. 



47^ POESIE DI MILLE AUTORI 

Né sfacciati cosi cercan d' impacci, 
Che antepongon agli altrui libri d' oro 
I loro inetti, insulsi scartafacci. 

Asini più di quello son costoro, 
Che strippò la beli' opera d* Omero. 
Questi con gusto sol biascian le loro : 

Quelle d' altri né pur stiman un zero, 
Sempre imperfette e mal condotte sono, 
Non v' é stil, non v' é brio, non v' é pensiero. 

Sol in quanto fann* essi, v* è il gran dono 
Della dottrina: e in quanto gli altri fanno, 
A detta lor, non v* è nulla di buono. 

Ciechi, che un po' ci veggon, ma non sanno 
Però, se il pie posan in terra o in acqua, 
E agli Arghi il buon cammin mostrar vorranno. 

Da lor la sapienza si scialacqua, 

E n' han tal carestia, che non mai tale 
Un lanzo n* ha di vin, quando Y annacqua. 

Certi sacciuti, che son Y arsenale 

D* ogni virtù, che fan di tutte un mazzo, 
O non le sanno, o le san poco e male, 

Son pari a quei, che d' abiti strapazzo 
Fanno, sfoggiando; onde del primo ruolo 
Crederai ciascheduno un signorazzo. 

E sono alfin del più volgare stuolo, 

Ch' han sol del proprio qualche cencio, e il resto 
È dell' Ebreo, da cui Y han preso a nolo. 

Tali costoro han la dottrina in presto, 
Come quella cornacchia avea le penne, 
Prese da quel volatile e da questo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 477 

Paion mercanti ricchi, alla solenne 
Mostra di merci, che gabbò parecchi, 
In cui la stima sol dall' occhio venne. 

Ma chi volle appagare anche gli orecchi. 
Intese ben, che quei, non son mercanti. 
Ma trecconi, barulli e ferravecchi. 

Non hann'altro di lor, che toppe e stianti: 
Il meglio è d' altri, e a' dolci compratori, 
Qual di lor proprietà mettono avanti. 

Cosi questi vedrai pseudo dottori 

De' letterati ognor, che fan la sdraia, 
E veri ti parran cosi al di fuori. 

Gli crederai d' una virtude esimia 
Air apparato, che porranti in faccia, 
Ma r oro è d' altri, e ciò eh' è loro, è alchimia. 

Bada, che il buono, che da lor si spaccia, 
Non è mai lor, se tu non lo sapessi; 
Che quando è roba lor, sempre è robaccia. 

De' loro studi alfin sono i progressi, 
D' esitare quel d' altri in nome loro, 
A quelli, che ne san poco, come essi. 

Cosi del saper vero il gran tesoro, 

Come dovrebbe, il pregio suo non vanta, 
E di credito perde e di decoro. 

Quel sapere da lor, che si smillanta, 
È come quello delle cantonate, 
S' una scrittura sopra vi si pianta. 

Non son né più né meno addottorate. 

Di quel, che dica il foglio : e il saper basta, 
Finch' han lettere addosso appiccicate. 



47^ POESIE DI MILLE AUTORI 

Qual d' un teatro è 1* apparenza vasta, 
Che da lontan gran cose t'esibisce; 
Ma vagli appresso» tutto al ver contrasta: 

Tutto è dipìnto, e quello, eh* apparisce 
Che abbia rilievo e corpo, e sporti innanzi : 
Tutto in un piano misero finisce. 

Tali riescon quei, eh' io dissi dianzi : 
In lontananza ti parranno eroi. 
Ma son fantocci, se vèr lor t' avanzi. 

Cosi talvolta un gran popon tu vuoi 
A occhio giudicar buono, squisito, 
Ma te n' accorgi nel partirlo poi ; 

Che riuscendo un cetriuol scipito. 
Bisogna o via buttarlo addirittura, 
O a qualch' asino farne un don gradito. 

Di femmina in tal forma una figura 
Bella vedrai ; ma quel bello è belletto : 
Lavagli il grugno, ella ti fa paura. 

Cosi a costor, de' quali fai concetto. 
Dà una iav.ata, esaminagli alquanto. 
Che saggi gli vedrai solo d' aspetto. 

Vedrai, eh' assaporato han tanto e quanto, 
Come avvenir soleva a quelle cene, 
Che narra il Gellio, di che io rido tanto. 

I convitati non sedean, ma bene 
Spasseggiavan, e i piatti si portavano 
Attorno, e si faceva un va e viene. 

In quel tempo cosi sbocconcellavano. 
Ma la pancia però giammai s'empieva: 
Quai vennero affamati, se n' andarono. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 479 

Cosi son questi, di cui si diceva: 
Le scienze assaggiate han passeggiando» 
Il che, per esser dotto, non rileva: 

Dovean seder con agio, masticando: 
Studiar di molto, acciò la mente v'abbia 
Comodità d' andarsi satollando. 

Ma appena v' accostarono le labbia. 
Che mostrar voglion all' universale, 
D' averne il capo pien, né v' è di rabbia. 

Scatole son di povero speziale, 
Che fuori a letteroni porporini 
Dicon dentro d' aver gran capitale. 

Aprile in grazia, e ve', se l' indovini. 
Dove t' hai letto : Perle macinate. 
Troverai, eh' è farina di lupini. 

Costor son querce, a prima fronte ornate 
Di vasti rami e di gran foglie, e grande 
Dann' ombra ed uggia, addove son piantate. 

Del resto i frutti loro alfin son ghiande. 
Che non soglion aver grido maggiore, 
Se non che son de' porci le vivande. 

Son giusto giusto, come quelle gore. 
Che quando per le piogge è loro alzata 
Un po' po' r acqua, tosto fan romore. 

Talun si maraviglia, e corre e guata. 
Che poi tutto quel fremere procede 
Da queir acqua di più, che è in lor colata : 

La qual, perchè non ha fondo, si vede 
Correr tra* sassi, e urtando strepitare, 
E far quel chiasso, eh' un tempesta crede. 



480 POESIE DI MILLE AUTORI 

Cosi ciascuno intende a note chiare. 
Che infatti egli è un mendico borratello 
Quel, che da lungi fu stimato un mare. 

Poiché un fiume rea!, nobile e bello. 

Quanto d' acqua più alto, allor più cheto 
Vassene, e non sta a far tanto bordello. 

Chi molto insomma sa, sa star quieto, 
Sa qual gran vizio sia la presunzione, 
E quel porsi in finestra col tappeto. 

Sa, che peggiora ognor di condizione. 
Se in modo temerario ed arrogante 
Si procaccia la propria estimazione. 

Sa, eh' è risposto a chi vuol farsi innante, 
E dir: Vedetemi, io son virtuoso: 
Noi vi abbiam visto, voi siete ignorante. 

Sa finalmente, quanto è glorioso 
Il di se stesso umile sentimento: 
Ed il superbo, quanto è mai dannoso! 

Ma, chi sa poco, ogni altro insegnamento 
Disprezza: e presumendo il poverino 
Di saper ogni cosa, è pien di vento. 

Vedesti tu in cucina il pentolino. 
Il qual serviva a farti le pappine. 
In quel tempo, che tu eri piccinino? 

Con tre boccon di pan s' empieva in fine. 
Ma non potea capir, quanto capisce 
La pentola, che fa trenta basine. 

Domandagli però, s' egli languisce. 

Per quel di più, che a lui manca; direbbe. 
Se potesse parlar, eh' egli gioisce. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 48 1 

A baratto con essa non farebbe, 

Egual si stima : e circa all' esser pieno, 
Quant* esser ella può, . non mentirebbe. 

Non distinguendo poi qual più, qual meno, 
Ch' entra in essa ed in lui, perchè non sa 
Quant' ha minor capacità nel seno. 

Cosi di questi dottorelH va, 
Son pentolini, eh* empie incontinenti 
Di sapere ogni poca quantità. 

Se lor domandi, quanto più eccellenti 
Son di lor quelle pentole più grandi. 
Cioè quegli di lor più intelligenti; 

Al vento il tempo e le parole spandi. 
Perchè ti diran d* essere egualmente 
Pieni di pregi insigni ed ammirandi. 

E dicon ver: son pieni veramente 

Per quanto tien la lor; ma lor è ignota 
La maggior vastità dell' altrui mente. 

Or io, figlio, ti vo' piuttosto idiota. 
Che vederti nel numero di questi, 
Che son per poco sai di zucca vota. 

Guardati di imitargli: e qual faresti 
Alla vista de* draghi e dei serpenti, 
Fuggigli, che di lor son più molesti. 

Perchè contra il velen medicamenti 
Si trovan pur, ma contra una tal peste, 
Non vi son né si trovan altrimenti. 

E s* uno per disgrazia se n* investe : 
A rivederci, ha d' imparar finito, 
È aggiustato pel giorno delle feste. 

DiL Balzo. Voi. VI. 31 



482 POESIE DI MILLE AUTORI 

Quegli, che di saper s' è incapocchito» 
Ostinato e superbo resta li, 
Crede, quanto mai e' è, d' aver capito. 

E se un saggio dicea : So questo qui. 

Sol eh' io non so ; questi, eh' è più d' assai, 
Non sa nulla, e che sa dice ogni di. 

Perciò da questi non imparerai. 
Perchè tu finiresti d' imparare : 
E d' imparar non si finisce mai. 

Di più quando ti piaccia io studiare, 
Quella tal cosa studia, e a quella aspira, 
A cui dal genio sentiti portare. 

Il genio sveglia il desiderio, e tira 
La volontà: la mente apre a capire, 
E per far ben facilitade ispira. 

A seconda di questo dèi tu gire : 
E a quant' egli ti stimola, dèi tu 
(Cosa buona s' ella è) non gli disdire. 

Sappi, che il genio venerato fu 
Da quegli antichi savi Ateniesi, 
Per nume e per autor d' ogni virtù. 

Da questo essi volean, che fosser presi 
I lor fanciulli, primachè al cimento 
Di quant' avean a far, fossero intesi. 

Gli conducevan dove ogni strumento. 
Appartenente ad ogni arte e mestiere 
Potevan osservare a lor talento. 

E appunto a quel, eh' era di lor piacere, 
Gli applicavan senz' altro ; onde perfetti 
Riuscivano in tutte le maniere. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 48) 

Io son del lor parere, e i lor concetti 
Approvo appien; però quanto ti delta 
Il genio, a porre in opera ti metti. 

Io de' padri non son di quella setta, 
Che dispongon del genio de' lor figli 
Appena nati, o che ciascun balbetta. 

E dicon: Questi vo', che moglie pigli: 
Prete sia questi: frate quello là: 
Alla milizia questo qui s' appigli. 

Onde il nostro Poeta in verità 
Quest' elezion si barbara riprova; 
Senti, se parla per divinità: 

« Sempre natura, se fortuna trova 

« Discorde a sé, com* ogn* altra semente, 
« Fuor di sua regi'on fa mala prova. 

« E se il mondo laggiù ponesse mente 
« Al fondamento, che natura pone, 
« Seguendo lui avria buona la gente. 

a Ma voi torcete alla religione 

« Tal, che fu nato a cignersi la spada, 
« E fate re di tal, eh' è da sermone ; 

« Onde la traccia vostra è fuor di strada. » 
Fuor di strada davvero. Oh grand' errore, 
A cui da pochi, o da nessun si bada ! 

Ovidio scelto fu dal genitore 
Per le liti del foro; ed ei poeta 
Nacque per sua disgrazia, e non dottore. 

Augusto pel contrario a quella meta 
Pensò di giugner, dando in poesia, 
A dispetto del suo guerrier pianeta. 



4S4 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma di far versi non trovò la via, 
Se non male di molto: e sua ventura 
Stimò il badar all' armi» come pria. 

Socrate fu mandato alla scultura: 
E Platon, r uom divino, il poverello 
Applicare fu fatto alla pittura. 

Che ne segui? quegli collo scarpello 
Non giunse a saper fare un passatoio. 
Né queir altro a dipignere un sgabello. 

Pertanto il tuo voler non forzo e nojo 
Col non lasciarti far quel che ti piace : 
Tira pur, dove più ne viene, il cuojo. 

Quella cosa però, che si conface 
Col genio tuo, vorrei, che a quella sola, 
Tu r animo ponessi in santa pace ; 

Poiché, per dirla a te n' una parola. 
Quei che vuole imparar cose dimolte, 
E rifrustando va più d' una scuola, 

A poche attende, e di quante hanno accolte, 
Non vale in ninna, e tutte male apprende, 
E nessuna ne sa più delle volte. 

Chi s' incapa di far varie faccende, 
Diventa del pittor la tavolozza 
Su cui molti colori egli distende. 

Se poi con essi non comincia e sbozza 
Il quadro, eh' egli ha in testa di dar fuori, 
E ben insieme non gli unisce e accozza; 

A che serve di quei tanti colori 
Queir asse preparata ? In questo caso 
Sian benedetti pur gì' imbiancatori. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 485 

Han d' una sola tinta pieno un vaso, 

Menan dolce a due man con un pennello, 
E a far quell'opra sola sono il caso. 

Tal farai tu, se vuoi, figliuol mio bello. 
Colori vari di diverse cose. 
Por sulla tavolozza del cervello. 

Se il giudizio, pittor non gli dispose. 
Né bene gli accordò, per farsi onore 
Nel quadro, idest in quel, eh' a far si pose; 

Fa pure, figliuol mio, l'imbiancatore: 
Piglia a far una cosa, e fa' palese 
Almeno in quella sola il tuo valore. 

Della scienza quei, eh' ogni paese 

Trascorrer volle, in niun non ebbe stanza, 
E inutil vagabondo se ne rese. 

Cervelli di tal fatta han somiglianza 

Con un gran specchio, il quale, a chi s' aflPaccia, 
Mostra l' intera naturai sembianza. 

Ma s' avviene, che in pezzi egli si faccia, 
Allor non mostra in ogni suo pezzuolo. 
Che mutilata di colui la faccia. 

Cosi tu vedi d' uomini uno stuolo, 
E ben conosci, che non son diversi, 
Ma non intero, eh' egli è appena un solo. 

Tanto nel tuo cervel potria vedersi 
D' una scienza, e non di più invaghito 
Di quella ottimamente prevalersi. 

Che se in più troverassi ripartito. 
Dove t' avria mostrato un uomo intero. 
Ti mostrerà in più parti uom non finito. 



Pertanto a un' opra sol volgi il pensiero, 
E seguita di quella la lezione, 
Giacché dell' impacar lungo è il sentiero. 

Mai non finisce ; onde dicea Solone, 

Ch'ogni giorno imparando era invecchiato, 
E che imparava ancor così vecchione, 

E Seneca a Lucilio, che pregato 

L' aveva a dir, quanto studiar dovea. 
Rispose: Infìn che tu non hai imparato. 

Che sempremai s'impara egli sapea; 
Però gli volle dire in buon linguaggio. 
Che doveva studiar finché vivea. 

DìfHcil è arrivare ad esser saggio; 
Però non ti fermar, se molto impari, 
Bisogna seguitar sempre il viaggio. 

Il trotto, che non dura, é da somari, 
Ma il cavai generoso segue il corso, 
Infìnché dura, o che non ha chi ti pari. 

Studia pur sempre, e non aver rimorso 
A conferir, se in quanto hai visto e letto 
In qualch' error se' nel capire incorso. 

È rimedio il volere esser corretto 
Per non errare; imperocché nessuno 
Opra si ben, che non vi sia difetto. 

Dell' opre sue tutti gli errori alcuno 
Non V* è, che veggia bene: e stimo assai. 
Se pur vi sia, chi ne vedrà qualcuno. 

Piaccion troppo i suoi parti : e tu vedrai, 
Ch' ogni bertuccia de' suoi bertuccìni 
Cosa più bella non mirò giammai. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 487 

Perciò ben fatto sia, che tu raffini 

Coir altrui lima ogn' opra tua sbozzata, 
Né far come i suddetti suggettini. 

Né temer, cosi oprando, eh' a svelata 
Faccia non possi stare a' saggi allato. 
Anzi cosi la mostrerai più grata. 

Sappi non v' esser si gran letterato, 

Che non dia qualche volta in cìampanelle ; 
Non falla chi non fa, dice il dettato. 

Rimira il sole, osserva luna e stelle, 
Che son del cielo i lucidi ornamenti, 
Han tutti quanti le lor maccatelle. 

Chi ha macchie, ecclissi ed altri mancamenti: 
Chi scema, chi tramonta e chi $' oscura : 
E son con tutto ciò lumi splendenti. 

Errando ancor farai buona figura, 
Deformissima allor, che nell' errore 
La tua superbia e presunzione indura. 

Come t' incaperai d' esser dottore, 
Allor tu sarai un asin di quei belli, 
E in specie se aborrisci il correttore. 

Quando i famosi Policleti e Apelli 
Le lor opere al pubblico esponevano, 
Questi i suoi quadri, o le sue statue quelli, 

Per finite giammai non le ponevano. 

Ma come bozza, che ha luogo d' emenda : 
Faceva il tal, sempre dappiè scrivevano. 

So, che repugna assai questa faccenda 
D' aver a sottoporsi da se stesso 
Alla censura, e eh' ella ben s' intenda ; 



488 POESIE DI MILLE AUTORI 

Pure è meglio cosi, ch'esservi messo 
Per forza da un qualche dottoracelo 
Che bada più ad altri, eh' a se stesso. 

Forse e' è scarsità di chi V impaccio 
Si piglia di corregger per V appunto 
Tutto quello di cui non ne sa straccio ? 

Giusto adesso dell' ozio il tempo è giunto, 
Ne manca chi non ha nulla che fare, 
E critica ogni virgola, ogni punto. 

Oltre di che si vien nel naso a dare 
Con quel far da maestro e da saccente; 
E tutti contro quel vansi a buttare. 

E il pelo gli riveggono talmente, 

E gli è in guisa ogni bruscolo ingrandito, 
Che una trave apparisce veramente ; 

E se avesse colui si lungo udito, 
Com' ha gli orecchi, sentirebbe dove 
Lo porta quello esser di sé invanito. 

Però, di te se fama e onor ti muove, 
Cerca tu del censor primachè questo 
Cerchi di te, per far in te sue prove. 

Meglio è che V oda tu, non 1* oda il resto; 
Cosi dimostrerai qualche virtù, 
Benché ignorante, se sarai modesto. 

Tre cose dunque doverai far tu; 
La prima, a queir impresa ti darai, 
Alla quale il tuo genio inclina più. 

La seconda sarà, che attenderai 
A quella sola, e farai sempre il conto 
Di non averla bene appresa mai. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 489 

La terza, a conferir mostrarti pronto, 
E r emenda da chi sa più di te 
Stimerai sempre grazia e non affronto. 

Se di far queste cose tutt* e tre 
Ricusi, di studiar lascia il pensiero, 
Che sarà molto meglio, credi a me; 

Perch'io ritorno a dirti, e dico il vero. 
Che meglio Y esser sia (se t' hai badato), 
Ch* esser mezzo dottor, asino intero, 

Ch' almeno tu sarai più afFortunato. ' 



' Onesto capitolo cosi si legge a pe- | per Michele Neitenus e Francesco HoQcke. 
gine 5S9-378, parte ti, ìa Rinu piaet%oli di Per le notizie biografiche e bibliografiche 

Gio. Batt. Fagiuoli. Firenze, MDCCXXIX, del Fagìuoli vedi a pag 306 di questo Vi voi. 



490 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXXIV. 

Giambattista Fagiuoli 



Nei seguenti quaternari!, 
IN cui dissuade suo figlio dalla poesia, 

BELLAMENTE PARLA DI DaNTE. 
(1721-1722). 



Scorgo, che perdi il tempo, usi ogni astuzia, 
E con somma attenzion sol si negozia 
Di salire in sul monte di Beozia, 
E che tutto ti perdi in tal minuzia. 

Di più mi duol, che in batter le vestigia 
De' poeti, d' alzarti a fama egregia 
Ti credi, e di cangiar tua casa in regia, 
E r oro accumular del re di Frigia. 

Onde Terror, che pigli, a te descrivere 
L'amor, lo zel paterno or mi fa muovere : 
E a dirti, che il seguir le Muse povere. 
Giusto è un mostrar, che ti rincresca il vivere. 

Con altro metro il pensier tuo si regoli: 
Trova per arricchire altri arzigogoli ; 
Che d' Elicona le fontane e i trogoli 
Non fanno mai comprar cafè né tegoli. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 49 1 

Non in Pindo, un poder cerca a Peretola: 
E pria, che d' Ippocren bere alla ciotola, 
Va, sotterrati vivo in una botola : 
E non d' alloro, il crin cigni di bietola. 

La sventura sta sol per chi le cetere 
Con più canoro stil cerca percuotere; 
E con ira maggior va quello a scuotere, 
Ch' armato di virtù vorria competere. 

Non è più reverito oggi il Palladio: 
Adesso è vano qualsivoglia studio : 
La Fortuna alle Muse, oh reo preludio!, 
Tien de' tesori suoi chiuso Y armadio. 

Eir ha vergogna di portar su gli omeri. 
Chi della rima attenda a' dolci numeri ; 
Ma se soldi vi sia chi conti e numeri, 
Questi al cielo alzerà, benché cocomeri. 

Porgerà di sue grazie il cornucopia 
Ad un castron di Puglia o di Salapia, 
Ad un guidon d' infame e vii prosapia, 
A un scappato di ghetto o d' Etiopia. 

A* poeti ella vuol, che V effemeridi 
Calcoh'n moti d' astri afflitti ed aridi : 
Premia chi balla ognor colle Bassaridi, 
Ma non chi canta già colle Pieridi. 

Figlio, ti dico il ver : né ti vo' mettere 
In mezzo, com' egli usa : è forza abbattere 
Cosi vano desio: chi vuol combattere 
Colla necessità, segua le lettere. 



492 POESIE DI MILLE AUTORI 

Questa massima vera in mente imprimiti : 
Al suon de' plettri sol fann* eco i gemiti : 
E a barbarie simil non vai, che i fremiti 
Del disperato cuore escan da' limiti. 

Vuol il fato crudel, che viva flebile 
Chi beve d* Ippocrene all'onda labile, 
E porti di mendico e miserabile 
Nella fronte un carattere indelebile. 

La poesia d' affanni è sol materia : 

Né creder, figlio, ch'io le faccia ingiuria: 
Cieco il divino Omer vedi in penuria, 
Pindaro ed Aristofane in miseria. 

Volgiti a Roma, e se tu avrai mitidio. 
Vedrai, ch'io non compongo un episodio: 
Ti faccian fede, s' io parlo per odio, 
Marzial digiuno, e relegato Ovidio. 

Ma che nella romana e greca storia 
I poeti cercar, che la contraria 
Sorte provaron ? qui, sotto quest* aria. 
Ben te gli puoi ridurre alla memoria. 

Convien, ch'esule Dante se ne vadia. 
Perchè il suo canto i cittadini tedia: 
E per compor la dotta sua Commedia, 
In Ravenna alla fine apra l' arcadia. 

Del Petrarca, che fu di senno un cumulo. 
Non ebbe punto la sua patria stimolo; 
Ma qual tronco da vite aspro gracimolo, 
Calpestollo, e negogli e culla e tumulo. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



493 



E senza ch'io m'affanni e mi rinfuocoli 
Esempi in ritrovar lontan più secoli, 
Serve che in casa nostra in me ti specoli. 
Che posi i labbri agli apollinei pocoli. 

Co' versi anch* io sai pur, che mi fei scorgere, 
E alle stelle con quei pensaimi d' ergere : 
E sempre in mar di guai m' ebbi a sommergere : 
E sol mi vidi orecchio, e non man porgere. 

Curioso orecchio si, non man benefica 
Trova alla poesia chi si sacrifica ; 
Uccid' ella assai più, che non vivifica; 
E piucchè buona, ha qualità venefica. ' 



' Qaesti Tersi cosi si leggono a pa* 
gine 61-63 in : Rim* piactvùK di Gio. Bat« 
tista Fagiooli fiorentino, parte qninu. In 
Firenze, MDCCXXXIII, per Francesco 



Mouke, opera gii cil. a pag. 307 di questo 
VI voi. 

Per le notiiìe biografiche e bibliografiche 
del Fagiuoli vedi a pag. 306 di questo VI voi. 



494 POESIE DI MILLE AUTORI 



cccxxxv. 

Niccolò Lombardi, 



Cita Dante nell'ottava xxvii dell'arragliata vi 
DEL poema (( La Ciucceide». 

(1726) 



Si vaie trovanno scìgne, addò te vuote, 
Nn'asce a mmegliara pe ttutto lo munno: 
Ch'auto bene no ne* è, si Io revuote 
Da Io capo a lo pede, nzi a lu funno. 
Vaie, p'assempio, pe Nnapole; e a le bbote 
Nne scuntre tanta, che sso no zefFunno: 
Vanno a ppede, ngalessa, nzì ncarrozza, 
Che te fanno abbotta tanta na vozza. 

La scigna vonno fa a Io caaliero 
Chille, che ssongo de cchiù bbascia mano*: 
Tutte co Io volante, e lo stafEero 
Vanno facenno ncrine, e bbasamano: 
Aggio pegliato un bravo repostiero. 
Che mm' è bbenuto apposta da Milano; 
Fa sorbetto d' incanto, e sceroccate, 
Peti-zucchere, e ccicere nnasprate. 

Una, che stenta tutta na semmana 
A ffa di rana a bbotta de spotazza. 
La festa pò te pare na vammana: 
Senza carrozza chi pò ji pe cchiazza? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 495 

Scili, sciù, è bbriogna) co na scarpa chiana 
Sott'a lo sacristano ! Che sì ppazza ? 
Sore mia, comtne vaie, tu si stetnata: 
Che mporta pò, ca lave la colata? 

Ciert'àute zerbinotte corejuse 
Te vonno fa la scigna a li milorde : 
Feteno de catramma, e bbanno afuse 
D'acqua de maro, e mmazzecanno corde: 
Tutto lo juorno fanno cuse, e scuse 
Co le sciammerghe, e le danno le ccorde; 
Te scanosceno puro li denare, 
Po lo pesone non ponno pagare. 

Ne' è chi fa lo poeta, e bbò ji a pparo 
Co Ccasa, e fia la scigna pe nzi a Ddante: 
Non fa no vierzo, che non parla sparo: 
Non bo parola, che non sia sonante: 
No nce truove no sienso, che ssia chiaro: 
Uneco ammico de le cconzonante. 
Quanno le ccanta pò, non saie, si è uorco. 
Gatto maimone, o spireto de puorco. 

N'ato vo fa la scigna a lo Boccaccio; 
Ma non sape dir' auto, eh* Io vorrebbe 
Unquanco dar de* calci a quel furbaccio 
Di rovaio, e ad ogni otta io lo farebbe: 
lier l'altro otta catotta un buon migliaccio 
Mi mangiò, e a le gnagne, che non m' increbbe: 

10 lo mangiò ad un desco, ov' era a scranna 

11 gran don Cherche, e la contessa Orlanna. 

Nce so ccierte, che bbonno fa a bbedere, 
C hanno perza la vista a stodejare. 
Si le bbide, te fanno stravedere, 
So ppeccerille, e pportano Tacchiare: 



49» 



POESIE DI MILLE AUTORI 



regolari adunanze e riuscirono ricche di poesie non infelici. Invitato 
ad essere membro di essa il Lombardi, allor giovane, compose in 
brevissimo tempo, e recitò, in varie adunanze, 1 quattordici canti del 
suo poema deUa Ciucceide^ da lui chiamati arragliaU, in 8* rima, pre- 
ceduti da una prefazione in verso sdrucciolo, in cui raccontasi l'oc- 
casione avuta di comporli. Qjaei canti applauditissimi furono, alle pre- 
mare di tutti, dati alle stampe. » ' 

Il Lombardi fu dotto e virtuoso avvocato. Ed avviatosi nelle ma- 
gistrature provinciali, morì, capo di ruota neirUdienza di Trani, il 1749. 
Appartenne anche al Portico della Stadera.^ 



' Vedi A pag. 178, in: D0I HaUtto iw- 
poUtanOf ediz. a*, ecc., del GalisDÌ. Napoli, 
Pofcelli, 1789. 

L' autore delle LilUr» viìlertsch* sopra 
ciute coti ci dice : « In questa villa (parla 
sempre deirAlteria, vivente il dott. Gaetano 
degli Alteri, rinomatissimo medico del suo 
tempo) fn per onesto divertimento composto 
dal dott. Nicola Lomhardi un grazioso poema 
nel nostro volger napoleuno» intitolato La 
Ciuccndéf che omaÌ dovrebbesi ristampare, 
essendo fatto rarissimo. L'argomento, come 
dimostra il titdo, è l'elogio degli asini, i 
quali animali, siccome pel passato erano 
docili e pazienti della fatica e del basto e 
si meritarono la benevolenza degli uomini, 
cosi oggi son fatti risentiti, intolleranti, 
insultanti a chi voglia obbligarli al loro 
naturai mestiere. ■ 

n Porcelli, come si è visto, esaudì il 
desiderio del Fasani, ristampando la Cim«- 



ciiie, nel 1783, al voi. Ili della sua col 
lezione. Ora ambo le edizioni sono diffiefli 
a trovarsi. 

' È a sapersi che sette giovani che ap- 
partenevano all'accademia legale detta dei 
Semplici, se ne allontanarono e da loro 
fondarono, il 7 loglio i7aSt a»' >ltn ■£' 
cademia, nominandola // Perifre ir/la Si»- 
der^ Questa accademia si radunava nella 
casa dell' avvocato Gerolamo Morano, il 
quale aveva preso il nome di Lelio, e fu 
quello che compilò le regole o norme cbe 
dovevano osservare coloro che etano am* 
messi, le quali furono pubblicate nel 17)0. 
Piacquero tanto queste leggi, cbe furono 
parafrasate in tanti distici latini, e nel 17)2 
in versi toscani e napoletam. 

Qjuest' accademia ebbe tanto socoesso che 
v' intervennero i primi dotti di quell'epoca, 
e nel 1746 visi trovavano ascrìtti quaitro- 
cencinquantaquattro soci. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



499 



CCCXXXVI. 

Montanari Nicola Alfonso, 



Al signor Giovanni Antonio Volpi 

PER la sua edizione DI OaNTE. 

(1727)- 

Volpi, a cui de* miglior Latini, e Toschi, 
Di eh* ir ti veggo alteramente a lato. 
Gli scritti bei di richiamar fu dato 
Da morte a vita, e i non intesi, o foschi 

Far chiari, e dagli error de* ciechi, o loschi 
Ingegni vendicar, e al primo stato 
Le Muse ricondur, eh* avean lasciato 
Il Lazio, e gian per solitari boschi; 

Deh, se lo merti ormai, quai grazie, e quante 
Di quei scrittor, che da te culti foro, 
L*alme ti denno avventurose, e sante? 

Ma più d* ognun parmi veder tra loro 
Girsene altier con la sua Bice Dante, 
E tesserti ambo il meritato alloro. ' 

Giovan Nicola Alfonso Montanari fu cavaliere veronese, letterato 
di bella fama, del quale si hanno alcune cose a stampa. ' 



' Coti leggcsi A pAg. ZLTii questo so* 
netto, in : La DMna Commtdia di Dante 
Alighieri, ediz. Cominiuu, Volpi. Padova, 
17J7, voi. I, 

^ La ventUmmia. In Verona, nella atam- 



perla di Pier Antonio Bemo, 173), in-8. Con- 
tiene quest' opera dodici sonetti assai vaghi 
del Montanari. — L*AchilU in Troia, Tra- 
gedia di Giannicola Alfonso Montanari. In 
Venezia, per Alberto Tntnennaai, 1728, in-4. 



500 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXXXVII. 

Giovanni Antonio Volpi. 



In risposta 
al sig. conte giovanni nlccola alfonso montanari. 

(1727). 

Pochi a' fonti latini, e pochi ai toschi, 
Disiosi d' onor, sedersi a lato 
Veggiamo, Alfonso, ornai ; che ognun s* è dato 
De' vizi in preda neghittosi e foschi. 

Come potrà fra quest' ingegni loschi 

(Se non ritorna il mondo al primo stato) 
Splender colui, che *1 vulgo rio lasciato. 
Faccia di Pindo risonare i boschi? 

Pur mi consola il rimirar, che quante 
Tra molti in altra età disperse foro. 
In te raccoglie il Ciel sue grazie sante. 

Te prezza il sudor mio, com' un di loro 
Che vivon sempre, o sia Virgilio, o Dante, 
E a te serba sue fronde il prisco alloro. * 

Giannantonio Volpi, che è celebre negli annali letterarii per es- 
sere stato r anima della tipografìa Cominiana, nacque il io novem- 
bre 1686 da Gian Domenico e da Cristina Zeno. Molto diede opera 
Gian Domenico alla educazione dei suoi figliuoli, e Giannantonio 



1 A pag. XLviii cosi si legge questo so- ' Alighieri dell' edix. Coroiniftna, Volpi, 1727, 
netto, io: La Divina Commedia di Diate 1 voi. I. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



501 



fin dai primi anni rispose cosi bene alle cure paterne, che il suo primo 
maestro, T abate Vincenzo Zaccheloni, potè ragionevolmente predire 
che il giovinetto sarebbe un giorno divenuto una gloria della repub- 
blica letteraria. 

Passato nel collegio dei gesuiti, mostrò molta inclinazione per 
le lettere latine. Indi si addentrò nello studio di ogni disciplina. Prese 
a tradurre in versi latini la GerusaUmme^ ma non contento del suo 
lavoro, giunto alla fine del nono canto diede ogni cosa alle fiamme. 
Sempre innamorato della poesia latina prese a tradurre in versi ita- 
liani il poema di Lucrezio Caro. E pare che fosse giunto alla fine 
del primo libro. Non si sa che cosa ne sia di questa traduzione. Si 
pose intorno a Catullo, Tibullo e Properzio, e, adottandone il testo 
già promulgato dallo Scaligero, e facendo sangue del suo sangue le 
osservazioni e le correzioni del Mureto, dello Stazio, del Passerazio» 
dei due Donzi, del Vossio, del Grevio e del Brocusio, a consiglio 
degli amici, che lo dissuasero dal dare alle fiamme questa sua fatica 
del tempo giovanile, pubblicò una edizione dì chiara intelligenza per 
le scuole. ' 

L'Accademia dei Ricovrati intanto presceglieva il nostro Gian- 
nantonio all'onorevole incarico di tessere il panegirico in lode del suo 
protettore Francesco di Sales. ' 

Ecco come a questo punto parla di lui l' editore degli Annali 
della tipografia Volpi^Cominiana: 

« La superior conoscenza dei classici scrittori che dilettavano 
sopra ogni credere, concepir fecegli la nobile idea di porgere all'Italia 
alcune di quelle scelte produzioni, le quali o per la rarità loro, o per 
gli errori che ne deturpano le edizioni, mancano sovente di quella 
utilità che promettere se ne potrebbero gli eruditi e le scuole. E fu 
appunto nell'anno 1 7 1 7, trentunesimo dell'età sua, che Giannantonio 
di concerto con l'abate Gaetano illustre fratello di lui, eseguì il me- 
ditato progetto di stabilire alle proprie spese nella sua casa, siccome 
fecero altre volte persone nobili e letterate, una tipografìa, a fine di 
pubblicare, nella forma che la stampa richiedere potesse migliore, 
opere d' ogni maniera eccellenti, e massime nell'arte del ben parlare, 
e della più soda eloquenza ed erudizione. L'opera che vi prestò l'ormai 
coltissimo Giannantonio e le indefesse cure dell'esattissimo abate Gae- 



' din//*, Tibulli ti Propiriii carmina ex 
recensione Io. Antonii Vulpii cuoi eiusdem 
obserrationibus. Pat«TÌi, apud loseph Co- 
rona, 1710, in-8. Parlasi con onore di que- 
sta edizione nel to. I del GiornaU dei leti. 
d'Italia, pag. 449. 

' Orazione pantgiriea in lodt di san Fra»- 



usto di Salti vescovo e principe di Ginevra, 
protettore deir Accademia de' Ricovrati, 
detta nella chiesa dei padri eremitani di 
Padova, dal dottor Giannantonio Volpi, 
accademico, il di 29 gennaio 1716. Padova, 
per Conzatti, 17 16, in-8. 



502 



POESIE DI MILLE AUTORI 



uno, e r assistenza dell'esperto Giuseppe Cornino ' il quale ne so« 
stenea la materiale direzione, fecero salire le produzioni della tipo» 
grafìa a quell'alto grado di estimazione, che acquistata fino dal suo 
principio si accrebbe e si mantiene tuttora quasi fatta maggiore presso 
i dotti d* Italia e d' altrove. » 

Giannantonio ad ogni edizione della novella tipografia vi ap- 
poneva una erudita prefazione, e spesso anche la biografìa dell' au* 
tore. E, per quel tempo, sono lavori non spregevoli. E in vero la 
biografia del Sannazaro fu lodata anche oltre monti e fu adottata 
per l'edizione di Amsterdam del 1728. 

Le occupazioni della tipografìa non lo tenevano lontano dal- 
l'Accademia de' Ricovrati, dov' egli, per cosi dire, aveva fatto le sue 
prime armi. E colà si fece applaudire svolgendo un tema, proposto 
dai Vallisnierì, allora presidente di quella Società: se debbano am- 
mettersi le donne allo studio delle scienze e delle belle arti. 

Pubblicava, in quel tomo, un volume delle sue poesie, che fu 
non poco lodato anche fuori del nostro paese. E il Senato veneto, 
con decreto del 1727, gli assegnava la cattedra di fìlosofìa nell' Uni- 
versità padovana, la quale egli tenne con grande onore, illustrando 
specialmente le teorie aristoteliche. Ed egli pervenne cosi in fama 
che, morto Domenico Lazzarini, professore insigne di eloquenza in 
quello Studio, il Senato, con decreto del 5 maggio 1756, lo chiamò 
a succedergli in quella cattedra, già gloriosa pei nomi di Calpumio, 
di Celio, di Rovigo, di Amaseo, del Bonamici, del Robertello, del 
Sigonio, del Ferrari e del Calliaco. L' anno dopo egli ripubblicò le 
poesie di Catullo con nuove e copiose osservazioni intomo alla mi- 
tologia, all' archeologia, alla poesia ed all' arte medica, dedicandole 
ai deputati della città di Verona, i quali, per attestare la gratitudine 
della città verso di lui, gli fecero coniare una medaglia d'oro.' 



' Giuseppe Cornino en tMÓTo di Citu- 
della, cestello Mtueto e ledici miglie de 
Pedore sulle strede di Besseno. Impiegò 
quest tutte le sue vite nelle tìpogrefie dei 
Volpi, e mori verso il 1762. Suo figlio An- 
gelo ecquistó degli eredi dei Volpi le ti- 
pogrefie e il fondo del aegosio, cootinneado 
per elcun tempo e rìstempere verie edizioni 
Volpieoe ed altre operette, sotto il nome 
del pedre e spesso coli' imprese dei Volpi. 

^ Nel diritto di queste medeglie intorno 
el busto di Giannentonio si legge : /e. Jm- 
tomius Fmìfims Eloq. Frof. m Gjmmas, Pst, 
MDCCXXXFU; e nel rovescio ste im. 
presse l'erme di quella città, e une corone 
di querele, allusive el costume degli entichi 
Romeni, che solevano darla a chi aveve 



salveto un cittedino alle patria, e eli' in- 
torno si legge: G^udtt F$romm Calmile d€ 
cive Sito b, m, 

Scveremente però giudicò questo levoro 
il Foecolo, * che in tal modo ne scrìsse : 
• Non ha lenone nuove, né arcana dottrina 
che non sie tutta dei Vossio; né le virtù 
sole, me i visi edottò del precettore. Lus- 
sureggia la mole del suo comento di citji- 
sioni importune che prendono occasione 
non delle viscere del soggetto, ma da nude 
parole. » 

Il Repisardi** accctu del tutto q«esu» 
giudizio del Foscolo. 

* Chioma di Btrtmùt, I, 3, $. 
** Catullo € Ltsbia^ peg. laé. Firenrc, 
Le llonnier, 187$, in- 16. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 503 

Dopo di aver data una seconda edizione nel 1741 delle sue 
poesie,' pubblicò, nell*anno 1749, il Tibullo, ed il Properzio nel 2755 ; 
e le dotte cure che vi prestò per correggerne giudiziosamente il 
testo e rendere agevole il signifìcato, resero le edizioni di questi due 
poeti, siccome quella del Catullo, superiori a tutte le altre che fino 
allora avevano visto la luce. 

Cosi il suo biografo conchiude: 

« Non contento di ammaestrare dalla cattedra la studiosa gio- 
ventù, r esercitava in propria casa, ed apertavi un' accademia di let- 
tere, a' più colti uomini libero n' era V accesso ; e Fabroni, e To- 
relli, due uomini famosi che vagliono per tanti altri, ricordarono 
con piacere d* esservi intervenuti con sommo profìtto. Amatore e 
maestro de* poeti favoriva distintamente coloro che gli sembravano 
meglio disposti per riuscirvi felicemente, indirizzavali alle pure fonti, 
e ne* diversi generi di componimenti indicava loro la scelta di que* 
che poteano prendere per autori, e loro insegnava come egli stesso 
nelle elegie, composizione che egli amò sopra di ogni altra, imitato 
avesse le veneri ed il candor di Tibullo, il nerbo e i bei colori di 
Properzio, e seguito sempre il bello de* maestri migliori. Preso dalla 
dolcezza del matrimonio amò teneramente la sua moglie (signora 
Margarita Moschini di Verona) siccome donna, così egli, di tutte 
quelle ottime desiderabili qualità adorna, che possono rendere felice 
un marito, dalla fecondità in fuori, che per alto ed occulto consi- 
glio, ma sempre giusto ed adorabile. Iddio Signore non le ha vo- 
luto concedere. 

<c SofFeriva pazientemente le affezioni ipocondriache alle quali 
andava di frequente soggetto, e per alleggerirne il peso ritornava 
alle Muse, ed o ritoccando le poetiche sue composizioni, o godendo 
di ciò che gli amici suoi indirizzavangli di più elegante e forbito, 
mantenne sempre vivo 1* amore che fino dalla più verde età avealo 
a così ameni studii diretto. Cotale amor suo 1* espresse egli mede- 
simo nel seguente epigramma : 

Ussit me puerum doctarum forma Sororum: 
Idem ego, fata iubent, urar amore senex. 



La stanza 49, che è continuazione di irò- 
nia, suona cosi : 



' Il Bettinelli nel poemetto Li rateoìte, 
ove parla dei migliori poeti iuliani, e del 
quale parleremo per ordine di data, nella 
nota aSi*^^* stanza49 del I Canto, chiama il 
Volpi ed il Zanotti due più celebri profes' 
sorì di lettere delle due più celebri Università 

nostre, che rappresentano tutta la buona , -. % 
.^^.s. j^t .^.^ ..^..^ /r*-.—-. -• — ^^ •! Oi Loce il Saggio, o qualche lettra ebrea 
poesia del nostro tempo. (Come ..vede, ,1 j,^ j. ipocondria, e l'aJtrazion de' dotti : 

povero gesuita, con buona pace del nostro [ g vincer non potrò Volpi, e Zanotti? 
Gtannantonio, non ne azzeccava una). 



Per me nel cocchio, o nella gondoletta, 
La più giovane sposa cicisbea 
Legge pur (ranca, s'ella è mal soletta, 
Tradotta, intesa no, la Teodicea; 
Tien pur tra i nastri e i nói su la toletta 



504 POESIE DI MILLE AUTORI 

Sic poterunt iuvenes ad nostrum dicere bustum: 
Quam tibi vita, fuit tatn tibi longus amor. 

« Conservò tenerezza d' affetto pe' suoi fratelli, e gli eccitò col 
proprio esempio alla virtù. Per V avanzata età e per indisposizioni 
di salute, nel febbraio dell'anno 1760 ottenne dal veneto Senato 
r onorevole decreto di sua giubilazione, e cessò quindi d* ogni ma* 
gistero in quella cattedra, dalla quale, per usare le parole del Fac- 
ciolati, nelle altrui lodi moderatissimo, aveva sempre insegnato eru- 
ditione atque elegantia tanta, quanta' loci dignitas poscit. 

ff Negli ultimi anni divenne cieco, e i sentimenti del cristiano 
filosofo raddolcivangli il dolore di tale infermità. Fu sempre reli- 
gioso e sinceramente. Rispettò i grandi e nutrì gratitudine verace 
inverso chi avealo beneficato. Le altrui virtù lo spronarono ali* imi- 
tazione e non mai all' invidia. In mezzo a tante letterarie occupa- 
zioni e nella massima celebrità di fama si serbò umano, piacevole, 
moderato, paziente, pietoso ai miseri, liberale agli amici, cortese a 
tutti. Colpito da una forte apoplessia mancò ai vivi ottogenario nella 
notte 25 di ottobre dell'anno 1766. Fu sepolto nella chiesa di 
S. Lucia di Padova nella tomba che avea fatto preparare per sé e 
per la moglie, la quale poco a lui sopravvisse. Caro a tutti mentre 
vivea, la morte di lui fu compianta da tutti, come perdita irrepa- 
rabile di un uomo, il quale ai coltivati doni di natura accoppiava 
mirabilmente il ricco corredo delle sociali virtù. » ' 



^ Vedi a pagg. ai-a;, in: Annali della torno la rita e gii stadi dei fratelli Volpi. 
tipografia f^olpi-Cominiana, coUf notìiie in- Padova, nel Seminario, 1809. tn>S. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. $05 



CCCXXXVIII. 

Pier Iacopo Martelli. 



Attaccando il Marino, a sproposito dice che Dante, 
PER carità, ficcò Omero nel Limbo. 

(1729). 

U arte mia non può far che voi non siate 
Un versificator più tosto inetto, 
Poiché a studiar non consumaste etate; 

Quando un poeta, io non dirò perfetto, 
Ma almen de' buoni, ha molto olio consunto 
Nelle lucerne, e molto scritto e letto. 

Io presi ben (non e' inganniamo) assunto 
Di farvi un di color che ne' Febei 
Concili ha Y aura e l' impostura assunto. 

In voi prometto uno crear di quei 
Mezzani a cui, quai sien, V essere diero 
Non colonne, non uomini, non Dei. 

Ma poiché, sia sincero o non sincero, 
N' empie V applauso universal V orecchia, 
E quel che piace si vuol creder vero; 

Se chi loda bramò, lodato invecchia, 
E se, pria di morir, mormora tomba, 
A sé non sculte immagini apparecchia ; 



506 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ha tutto quel che la meonia tromba 
Non consegui vivendo, e eh' or non cura, 
Mentre oltre a Lete il suon non ne rimbomba. 

Deb, che importa al Marin, se adesso oscura 
Si fa sua nominanza, allor che pieno 
D* onor passò di letto in sepoltura ? 

Pover Omer, che si dormia sul fieno, 
E col cantar limosinando visse 
Mezzo ignudo e di cenci avvolto il seno ! 

Avea bel dir del peregrino Ulisse 
I lunghi errori, e dell' irato Achille 
Col superbo Agamennone le risse, 

E quel che ancor dopo mill' anni e mille 
Dei grandi avvenimenti a noi risuona. 
Si che parci veder Troia in faville; 

Che a quella gente allor fatta alla buona 
Poca mercè non parea dargli un pane, 
Quando gli s' ergean V are in Elicona. 

Giunto al fin de' suoi di, quel che rimane 
Di lui, quinci è lo spirto e quindi il grido. 
Siccome è il corso delle cose umane. 

Beato il nome ha nelle bocche il nido 
Delle Muse e dei vati, e va sonante 
Da più secoli ornai di lido in lido. 

Ma lo spino meschin non ha di tante 
Lodi sentor, sia pur nel Limbo ancora, 
Dove per carità lo ficcò Dante. 

Né il Marin, che da' folli ha biasim' ora, 

Quant' ebbe applauso (poiché, a quel eh' io sento. 
Male or si biasma, e mal lodossi allora), 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 507 

Sia dove uotn vuol, non doglia e non contento 
Ha di sua fama» or che in sé tienlo assorto 
O eterna gioia od immortai tormento. 

Se dunque nulla è V ir gridato al morto, 
Godiam fin che si bee quest' aura amica, 
Di compra lode al passeggier conforto; 

E non curiam quel che di noi si dica 
Allor che più non ci dirà 1* orecchio. 
Se fama suoni ai nostri versi amica: 

Purché vivi con quei del secol vecchio 
Raffrontarci ascoltiamo, e di berretta 
Fatto ci sia dal salutar parecchio. 

Cenere noi, che nostra opra sia Ietta 
A noi che importa ? E a noi, per Dio, che nuoce 
Se al cacio, al pesce ed al pital si metta? 

Poniam cura, o Baron, che più veloce 
Di noi non muoia, ed eccovi un secreto 
Nel qual van tutti gli altri a metter foce. 

Rivelatovi questo, oh allor m' acqueto. 
Avvi da non molti anni un istituto 
Che pria nacque ove Y Elba a Lipsia é dietro ; 

Poi su la Senna é stato ricevuto, 
Quinci in Olanda e quinci in Inghilterra, 
Per dar de' libri al maggior spaccio aiuto. 

Né si ben l'Alpe e il mare Italia serra. 
Che non sia penetrato il modem' uso, 
Dove Venezia non vorrebbe terra. 

Né voi di questo, o giornalisti, accuso: 
Buon fin voi mosse a squittinar gli autori, 
Fra quai sceglieste il forestier confuso 



;08 POESIE DI MILLE AUTORI 

Quei che, giudici voi, de' sacri allori 
Gissero degni, altri marcir lasciando 
Giù pe* fondachi lor gli stampatori. 

E sen vide V effetto insin a quando 
Furo i giudici occulti, ed era oscuro 
A chi di lor ricorrere pregando. 

Ma poiché Scipione e Apostol furo 

Smascherati, e il buon Giusto a cui Clemente 
Tinse di pavonazzo il manto oscuro, 

Ecco sparir la verità piangente 
Dai già incorrotti e liberi giudici, 
E sottentrar V adulazion sovente. 

Ai purpurei ottimati, ai ricchi amici 
Come negar quella voluta lode 
Che dessi al grado, al genio, ai benefici ? 

Quinci eterna talor diceria s' ode 
Su un libricciuol che merita i pitali, 
Il cui sciocco scrittor sen gonfia e gode. 

Quasi poi non si sappia aver cotali 

Steso e mandato il lor giudicio in carta, 
Quale e quanto si legge entro i giornali. 

Cosi la fama, insin eh' uom vive, è sparta, 
E di questa, o Baron, s' ha a far tesoro 
Fin che poi diìahuntur mah parta. 

Trevo, Lipsia, Amsterdam e Utrech con loro 
Registrando vostr' opra, in fin Venezia 
Dei buon scrittor vi ammetta al concistoro. 

Per qual si legga entro i tuoi carrai inezia. 
Non cesseran d' esser famosi e conti 
In Italia, in Lamagna, in Francia, in Svezia. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. $09 

S' invoglieran de* tuoi scolpiti impronti 
Le nazioni, e in varie lingue avrai 
Lettre di là dal mar, di là dai monti. 

Forse il tuo libricciuol giunto a cotai 
Che le italiche grazie intendon poco, 
Vistol d' edizion pulita assai, 

Noi loderan, qual merteria, da gioco; 
E milordi e monsù, baroni e grandi 
Farangli a canto ai lor Petrarchi un loco. 

Basti che un baccellier ti raccomandi. 

Siasi in Londra o in Utreche, ad un de' frati 
Che ivi in parrucca siedono ai buon prandi; 

E che giù posti i bigi e i leonati, 

Veston la giubba, e in sacca han la patente 
Di missionari a convertir mandati; 

E premettasi a questi un buon presente. 
Convertiti che avranno i giornalisti 
A riferirti come un uom valente. 

Così, o Baron, mercantasi dai tristi 
La nominanza, e cosi alfin riesce 
Che per traffici infami onor s' acquisti. 

Anche ai buoni oggidì sovente incresce 
Il non trovar per ogni buco encomi; 
E più che n' han, lor più desio ne cresce. 

Mordeli invidia ancor, se gli altri nomi 
Suonino in bocche indifferenti e schiette. 
Quasi ingiuria ad uom sia eh* altri si nomi. 

V* ha chi 1* opre sue sole ama esser lette ; 
Vuol che per esse lascinsi in disparte 
Gli Aforismi, la Bibbia e le Pandette. 



510 



POESIE Dt MILLE AUTORI 



Parla, scrive, viaggia, e alle sue carte 
Fa giurar fedeltà da quanti ingegni 
L'Alpe e il mare circonda, e Appennin pane. 

Desia che ognuno al forestier T insegni 

Qual rara cosa, e che in passando ogni occhio 
Lui sol fra mille di mirar s* ingegni. 

Che sol d' esso si parli in barca, in cocchio, 
A cavallo ed a pie, per tutto e sino, 
Sin là *ve a* numi piegasi il ginocchio. 

Spera, s' egli cantò, cantor divino. 
Di due sposi novelli i bei legami. 
Che per tutto si conti in sul mattino. 

Come i due Ziti, per quanto un V altr' ami, 
VoUer passar la prima notte intera 
Leggendo i suoi composti epitalami, 

Differito il godersi air altra sera. ' 

Pier Iacopo Martelli è rimasto famoso non per le sue tragedie, 
che non sono gran cosa, ma per aver dato vita a quei versi rimati 
a due a due, di quattordici sillabe Tuno, che si chiamano, dal suo 
nome, martelliani. £i fu poeta per forza propria. Suo padre Giam- 
battista, dottore in medicina e valente nelle scienze fisiche, voleva 
farne un dottore; egli volle essere un poeta. E del poeta avex^a 
)* animo e le sembianze, era bello e appassionato. E nella colta Bo- 
logna, sullo scorcio del secolo xvii, non potevano mancargli le buone 
fortune. Una poetessa ardente, capricciosa e piuttosto emancipata, la 
nobile Teresa Zani, si innamorò di lui. Il poeta, buono, non volle 
essere un falso innamorato, come non aveva voluto essere un &lso 
dottore. Non ebbe occhi per vedere la seducente Teresa ; e tutto 
preso di una bellissima fanciulla, non ricca, né nobile e né poetessa, 
ma buona e affezionata come lui, la sposò, e V amò riamato per 
tutta la vita sua^ 



' Questa satira cosi si legge a pagg. ^^6• 
380, in: Raccolta di poeti satirici italiani, 
premessori un discorso intorno alla satira 



ed all' ufficio morale di eesa, di Giulio 
Carcano, voi. IV. Torino, 1854, dallaSodetà 
editrice delia BihlioUea iti ummm ilalùnL 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



5" 



Intanto, venuto in fama per il suo talento, per i suoi versi, per i suoi 
amorì, r idolo di tutti i salotti, fu nominato segretario del Senato bolo- 
gnese. Il novo ufficio, che gli assicurava un pane, forni novo alimento 
alla sna Musa ed al suo amore, e le liriche e i poemi e i drammi 
scorrevano dalla sua penna feconda. Volle ringiovanire la vecchia 
tragedia dei cinquecentisti, rimise in onore il verso di quattordici 
sillabe, ad imitazione dell* alessandrino francese, e fece del chiasso. 
Gliene dissero di tutti i colorì : che la poesia francese era una cosa 
e r italiana un' altra ; che il verso adattato alla tragedia è il verso 
sciolto, che ha un' armonia intrinseca, mentre il verso rimato non 
si attaglia, col suo manifesto artificio, alla grandezza ed al calore 
del sentimento; che i padri della poesia non estesero il verso oltre 
quello di undici sillabe, il che significa che un verso più lungo è 
fuori dell'indole della poesia nostra. Il Martelli, che era applaudito 
per la novità e un po' per la facilità della sua rima, li lasciava dire. 
E, poi, scrivendo di sé medesimo, con umore, cosi rispose ai suoi 
critici: « con un paio di forbici poteva accomodarsi la differenza, 
tagliando a mezzo i suoi versi, che subito diventavano ettasillabi, 
usitati molto in Italia, ed usati particolarmente dallo Speroni quasi 
per tutta la sua Canace, » ' 

I critici avevano fatta la sua fortuna. Il Senato, conservandogli 
il posto di segretario suo, lo nominava anche lettore di belle lettere 
e poi anche segretario del senatore Filippo Aldovrandi, ambascia- 
dorè, per Bologna, a Roma. Indi, a richiesta di Clemente XI, ac- 
compagnò monsignore Aldovrandi, inviato del papa, alle corti di 
Francia e di Spagna, per delicate faccende. 

II nostro poeta però non dimenticava le sue poesie, di cui era 
tenerissimo e andava in collera con quelli che o lo malmenavano 
a torto o lo dimenticavano. E, cosi, scrisse il Femia, anagramma 
del nome Maffei, che aveva omesso di nominarlo tra i tragici 
italiani. ' 



* Opuscoli C«1ogeri«ni, to. II. 

^ // Femia unUn^UtOf f«voU di raesser 
Stucco A messer Caubrighe. Cagli «ri (m* 
Milano), Freve Anselmo, 1714. in- 8. È 
soggetto di questo dramma Ftmia il poeta 
deir Odissea, che esilarava, col suo canto. 
la mensa voluttuosa dei Proci. Il Maffei, 
per mezzo di buoni uffici, calmò l' ira del 
poeta, e costui, pentitosi dell'attacco, sop- 
presse, come si è detto per gran tempo, 
qtiante più copie del suo Femia poti avere tra 
mani, o meglio non le fece divulgare. Fu 
ristampato modernamente nella Raaolia di 



trapdie, ecc., del setolo xviii, Milano, tip. 
dei Classici italiani, 1825, in-8. Qpesto 
Femia davvero per più di un secolo è stato 
introvabile, e ne mancavano le collezioni 
Melzi, Trivulzto e Colombo. Pare che dopo 
la ristampa di Milano, il Reina venisse in 
possesso di una balla contenente cinquecento 
copie del l'ernia, edizione originale (forse 
tutte le copte stampate, come opina, scri- 
vendone al Gamba, * Paolo Antonio Tosi, 
cui passò la biblioteca del Reina). 

* Serie dei teUi di lingua, ediz. del Gon- 
doliere, 1S39, pag. 633. 



512 POESIE DI MILLE AUTORI 

Ma questa vanità ed altre pecche gli vanno perdonate per la 
sua squisita bontà. Amò sempre teneramente la moglie e i figliuoli. 
Molto soffrì per la morte di un suo bel maschietto ; e, poi, perduta 
ancora, nel fior degli anni, una sua figliuola andata sposa all'illu- 
stre anatomico Giuseppe Pozzi, se ne morì di crepacuore nel maggio 
del 1727, air età di sessantadue anni. Il povero Pier Iacopo era tutto 
cuore. Si spense tra il compianto sincero di tutta Bologna. ' 



' Tutte le tue opere furono ristampate, in Bologna, dal Volpe, in sette volumi, 
ÌD'8, tra il 1729 e il 1733. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 513 



CCCXXXIX. 

Alessandro Pope. 



Nella seguente satira del dottor John Donne, de- 
cano DI S. Paolo, da lui rimaneggiata, cita Dante 
E il suo « Inferno. » 

Ecco la satira come fu rifatta dal Pope; a pie di pagina metto 
il testo del Donne. 

Well, if it be my time te quit the stage, 
Adieu te ali the folies of the age! 
I die in charity with foci and knave, 
Secure of pence at leaft beyond the grave. 
Tve had my Purgatory bere betimes, 
And paid for ali my satires, ali my rhymes. 
The Poet*s hell, its tortures, siends, and flames, 
Tho this were trifles, toys, and empty nances. 

With foolish pride my heart was never fir' d, 
Nor the vain Itch t' adraire, or be admir' d ; 
I hop'd for no commission from bis Grace; 
I bought no benefice, I begg* d no place : 
Had no new verses, nor new fuit to show; 
Yet went to Court! — the devil would have't so. 



Well; I raay now receive, and die. May sin 
Indeed is great; but yet I bave been in 
A Purgatory, such as fear'd Hell ìs 
A recreation, and scant map of this. 

My mind, neither with pride's iteli, nor hath been 
Poyson'd with love to see or to be seen, 
I had no suit there, nor new suit to show, 
Yet went to Court; but as Giare which did go 

Dbl Balio. Voi. VI. 33 



514 POESIE DI MILLE AUTORI 

But, as the Pool that in reforming days 

Would go to mass in jest (as story says) 

Couid not but think, to pay bis sine was odd, 

Since' twas no form* d design of serving God ; 

So was I punish' d, as if full as proud, 

As prove to ili, as negligent of good, 

As deep in debt, witbout a thougbt to pay, 

As vain, as idle, and as false, as they 

Wbo live to Court, for going once that way! 

Scarce was I enter'd, when, bebold! there carne 

A thing which Adam had been pos'd to name; 

Noah had refus'd it lod ging in bis Ark, 

Where ali the Race of Reptiles might embark: 

A verier monster, than on Afric's shore 

The sun e' er got, or slimy Nilus bore. 

Or sloane or Woodward* s wondrous shelves contain, 

Nay, ali that lying Travellers can feign 

The watch would hardly let him pass at noon, 

At night would swear him dropp' d out of the Moon. 



To Mass in iest, catch'd, was fain to disburse 
Two hundred markes which is the statues furse, 
Before he scap*d ; so it pleas*d my destiny 
(Guilty of my sin of going) to think me 
As prone to ali ili, and of good as forget -» 
Fui, as proud, lustfuU, and as much in debt, 
As vain, as witless, and as false, as they 
Which dwell in Court, for once going that way. 
Therefore I sufTer'd this ; towards me did run 
A thing more strange, than on Nile's slime the sun 
E' er bred, or ali which into Noah's Ark carne : 
A thing which would have pos*d Adam to name : 
Stranger than seven antiquaries studìes 
Than Africk monsters, Guianaes raritics, 
Stranger than strangers : one who, for a Dane, 
In the Danes massacre had sure been slain, 
If he had livM then ; and without help dies, 
When next the Prentices* gainst strangers rise; 



\ 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 515 

One, whom the tnob, when next we sind or make 
A popish plot, shall for a Jesuit take. 
And the wise Justice starting from his chair 
Cry, by your Priesthod teli me what you are? 

Such was the wight: Th'apparel on his back, 
Though coarse, was reverend, and though bare, was black : 
The suit, if by the fashion one might gucss, 
Was velvet in the youth of good Leen bess, 
But mere tuff-tafFety what now remain'd; 
So Time, that changes ali things, had ordain'd! 
Our sons shall see leisurely decay. 
First turn plain rash, then vanish quite away. 

This thing has traveird, and speaks language toc, 
And knows what's sit for every state to do; 
Of whose best phrase and courtly accent join' d. 
He forms one tongue, exotìc and resin'd. 
Talkers Twe learn' d to bear, and budgel too. 
The Doctor's wormwood style, the Hash of tongues 
A Pedant makes, the storm of Gonson's lungs, 
The whole artillery of the terms of war, 
And (ali those plagues in one) the bawling bar; 



One, whora the watch at noon lets scarce go by; 
One, to whom th' exaniining Justice sure wouid cry, 
Sir, by your Priesthood, teli me what you are ? 

His cloaths were strange, though coarse, and black, though bare, 
Sleeveless his jerkin was, and it had been 
Velvet, but' twas now (so much ground was seen) 
Become TufftafFety; and our children shall 
See it plain rash a while, then nought at ali. 

The thing hath travaird, and faith, speaks ali tongues, 
And only knoweth what to ali states belongs, 
Made of th' accents, and best phrase of ali these. 
He speaks one language. If strange meats displeasc, 
Art can deceive, or hunger force my tast ; 
But pedants motly tongue, soldiers bumbast, 
Mountebanks drug- tongue, nor the terms of law. 
Are strong enough preparatives to draw 



5l6 POESIE DI MILLE AUTORI 

These I could bear; but net a rogue so civil, 
Whose tongue will compliment you to the devil. 
A tongue, that can cheat widows, cancel scores, 
Make scots speak treason, cozen subtlest whores, 
Whith royal favourites in flattery vie, 
And oldmixon and Burnet both outlie. 

He spies me out; I whisper, Gracious God! 
What sin of mine could merit such a rod? 
That ali the shot of dullness now must be 
From this thy blunderbuss discharg'd on me! 
Permit (he cries) no stranger to your same 
To crave your sentiment, if — *s your name. 
What speech esteem you most ? « The king ; said I. 
But the best words ? — « O Sir, the dictionary. » 
You miss my aim ! I mean the most acute 
And perfect speaker? — « Onslow, past dispute.» 
But, Sir, of writers ? « Swift, for closer style, 
« But Hoadly for a period of a mile. » 
Why yes ; tis granted, these indeed may pass : 
Good common linguists, and so Panurge was; 
Nay troth th* Apostles (though perhaps tvo rough) 
Had once a pretty gist of tongues enough: 

Me to bear this; yet I must be content 

Witb bis tongue, in bis tongue caird complement : 

In wbicb be can win widows, and pay scores, 

Make men speak treason, couzen subtlest wbores, 

Outflatter favourites, or outlie eitber 

lovius, or Surius, or botb togetber. 

He names me, and comcs to me; I wbisper, God, 
How bave I sinn'd, tbat tbe wratb', furious Rod, 
Tbis fellow, cbusetb me 1 He saitb, Sir 
I love your Judgment, wbom do you prefer 
For tbe best linguist ? and 1 seelily 
Said tbat I tbougbt Calepincs dictionary. 
Nay, but of men, most sweet Sir? Beza tlien. 
Some Jesuits, and two reverend men 
Of our two academies I nam'd. Here 
He stopt me, and said, Nay your Apostles were. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 517 

Vet these were' ali poor Gentlemen ! I dare 
Affirm, *twzs travel made them what they were. 

Thus, others talents having nicely shown, 
He carne by sure transitìon te his own: 
Till I cry' d cut, you prove yourself so able, 
Pity! you was not druggerman at Babel; 
For had they found a linguist half so good, 
I make no questìon but the Tower had stood. 

« Obliging Sir! for Courts you sure were made: 
« Why then for ever bury'd in the stade? 
« Spirits like you, should see and should bee scen, 
« The king would smile on you — at least the Queen. » 
Ah, gentle Sir! you courtiers so cajole us — 
But TuUy has it, o Nunquam minus solus: » 
And as for Courts, forgive me, if I say 
No lessons now are taught the Spartan way : 
Though in his pictures Luft be full display* d, 
Few are the Converts Aretine has made; 
And though the Court fhow Vice exceeding clear. 
None should, by my advice, learn Virtue there. 

At this entrane' d, he lifts his hands and eyes, 
Squeaks like a high-stretch'd lutestring, and replies; 

Good pretty linguist ; so Panurgus was. 

Yet a poor GentlemaD; ali these may pass 

By tra vali. Then, as if he would have sold 

His tongue, he praisM it, and such wonders told, 

That I was fain to say, if you had liv'd, Sir 

Time enough to have been Interpreter 

To BabeFs Bricklayers, sure the Tower had stood. 

He adds, if of Court life you knew the good, 
You would leave loneless. I said, not alone 
My loneless is ; but spartanes fashion 
To teach by painting drunkards doth not last 
Now, Aretine's pictures have made few chaste ; 
No more can Princes Courts (though there be few 
Better pictures of vice) teach me virtue. 

He like to a high-stretcht Lutestring squeaks, O Sir, 
'Tis sweet to talk of Kings. At Westrainster, 



5l8 POESIE DI MILLE AUTORI 

« Oh, 'tis the sweetest of ali earthly tings 

« To gaze on Princes, and to talk of Kings ! » 

Theo» happy Man who shows the Tombs! said I, 

He dwells amidst the Royal Family; 

He every day from King to King can walk, 

Of ali Harries, ali our Edwards talk; 

And get, by speaking truih of monarchs dead, 

What few can of the living, Ease and Bread. 

« Lord, Sir, a mere Mechanic! strangely low, 

« And coarse of phrase, — your English ali are so, 

« How elegant your Frenchmen ! » Mine, d* ye mean ? 

I have but one; I hope the fellow's clean. 

« Oh ! Sir, politely so ! nay, let me die, 

« Your only wearing is your Paduasoy. » 

Not, Sir, my only, I have better stili, 

And ihis you see is but my disha bilie — 

Wild to get loose, bis patience I provoke, 

Mistake, confound, object at ali he spoke. 

But as coarse iron, sharpen'd mangles more, 

And itch most hurst when anger' d to a fore ; 

So when you piagne a fool, 'tis stili the curse, 

You only make the matter worse and worse. 



Said I, the man that Keeps the Abbey- tombs, 

And for his price, doth with whoever comes 

Of ali our Harrys and our Edwards talk, 

From King to King, and ali theìr kin can walk: 

Your ears shall hear nought but Kings ; your eyes meet 

Kings only: the way to it i< Kings-strceL 

He smack'd, and cry'd, He*s base, mechanique, coarse, 

So are ali your Englishmen in their discourse. 

Are not your Frenchmen neat? Mine, as you see, 

I have but one, Sir, look, he foUows me. 

Certes they are neatly cloath'd. I of this roind am, 

Your only wearing is your Grogaram. 

Not so, Sir, I have more. Under this pitch 

He votUd not fly ; I chaff'd him : but as Itch 

ScratchM into smart, and as blunt Iron ground 

Into an edge, hurts worse. So, I (fool) found, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 519 

He past it o' er ; aflFects an easy smile 
At ali my peevishness, and turns his style. 
He asks, « What news ?» I teli htm of new Plays, 
New Eunuchs, Harlequins, and Operas. 
He hearsy and as a Stili with sìmples in it, 
Between each drop it gives, stays half a minute, 
Loth to inrich me with too quick replies, 
By little, and by little, drops his lies. 
Mere houshold trashl of birthnights, balls, and shows, 
More than ten HoUinsheds, or Halls, or Stows. 
When the Queen frown' d, or smil' d, he knows; and what 
A subtle Minister may make of that: 
Who sins with whom : who got his Pension rug, 
Or quicken'd a Reversion by a drug: 
Whose place is quarter'd out, thvee parts in four. 
And wheiher to a Bishop, or a Whore: 
Who, having lost his credit, pawn' d his rent, 
Is therefore fit to bave a Government: 
Who, in the secret, deals in Stocks secure, 
And cheats th*unknowing Widow and the Poor: 
Wo makes a Trust of Charity a Job, 
And gets an Act of Parliament to rob: 

Crossing hurt me. To fìt my sullenness, 

He to another Key his style doth dress ; 

And asks what news ; I teli him of new playes, 

He takes my hand, and as a Stili, which stayes 

A Sembrief* twixt each drop, he niggardly, 

As loth to enrich me, so tells many a ly. 

More than ten HoUensheds, or Halls, or Stows, 

Of trivial housthold trash : He knows, he knows 

When the Queen frown'd or smil'd ; and he knows what 

A subtle Statesman may gather of that. 

He knows who loves whom ; and who by poison 

Hasts to an officer's reversion ; 

Who wastes in mcat, in clothes, in horse, he notes, • 

Who loveth whores 

He knows who hath sold his land, and now doth beg 
A licence, old iron, boots, shoes, and egge — 
Shells to transport ; 



520 POESIE DI MILLE AUTORI 

Why Turnpikes rise, and now no Cit nor Clown 
Can gratis see the country, or the town : 
Shortly no lad shall chuck, or lady vole, 
But some excising Courtier will have toll. 
He tells what Strumpet places sells for life, 
What' Squire his lands, what Citizen hi.s wife : 
At last (which proves him wiser stili than ali) 
What Lady' s face is not a whited wall. 

As one of Woodward' s patients, fick, and fore, 
I puke, I nauseate, — yet he thrusts in more : 
Trims Europe' s balance, tops the statesman, part. 
And talks Gazettes and Postboys o' er by hean. 
Like a big wife at sight of loathsome meat 
Ready to cast, I yawn, I sigh, and sweat. 
Then as a licens'd spy, whom nothing can 
Silence or hurt, he libels every Man; 
Swears every place entail' d for years to come, 
In sure succession to the day of doom: 
He names the price for every office paid, 
And says our wars thrive ili, because delay'd ; 

shortly boys shall not play 
At span-counter, or blow-point, but shall pay 
Toll to some Courtier; and wiser than ali us, 
He knows what Lady is not painted. Thus 
He with home meats cloys me. I belch, spue, spit, 
Look pale and sickly, like a Patient, yet 
He thrusts on more, and as he had undertook, 
To say Gallo Belgicus without hook, 
Speaks of ali States and deeds that have been Since 
The Spaniards carne to th' loss of Amyens. 
Like a big wife, at sight of loathed meat, 
Ready to travail : so I sigh, and sweat 
To hear this Makaron talk : in vain, for yet, 
Either my humour, or his own to lit, 
He like a priviledg'd spie, whom nothing can 
Discredit, libels now' gainst each great man. 
He names the price of every ofRce paid ; 
He saith our wars thrive ili, because delaid ; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 52 X 

Nay hints, 'tis by connivance of the Court, 
That Spain robs on, and Dunkirk' s stili a Port. 
Net more amazement seiz'd on Circe' s guests, 
To see themselves fall headlong into beasts, 
Than mine to find a subject stay' d and wise 
Already half turn'd traitor by surprise. 
I felt th* infection slide from him to me ; 
As in the pox, some give it to get free ; 
And quick to swallow me, methought I saw 
One of our Giant Statues ope its jaw. 

In that nice Moment, as another Lye 
Stood just a-tilt, the Minister came by. 
To him he flies, and bows, and bows again, 
Then, dose as Umbra, joins the dirty train. 
Not Fannius'self more impudently near, 
When half bis nose is in bis Prince' s ear. 



That OHìces are intaird, and that there are 
Perpetuities of them, lasting as far 
As the last day; and that great officers 
Do with the Spaniards share, and Dunkirkers. 

I more amaz'd tham Circe's prisoners, when 
They felt themselves turn beasts, felt myself then 
Becoming Traytor, and methought I Saw 
One of our Giant Statues ope its jaw 
To suck me in for hearing him : I found 
That as burnt venemous Leachers do grow sound 
By giving others their sores, I might grow 
Guilty, and he free : Therefore I did show 
Ali signs of loathing ; but since I am in, 
I must pay mine, and my forefathers sin 
To the last farthing. Therefore to my power 
Toughly and stubbomly I bear; but th* hower 
Of mercy was now come : he tries to bring 
Me to pay a fine to *scape a torturing, 
And says, Sir, can you spare me — ? I said, Willingly ; 
Nay, Sir, can you spare me a crown ? ThankfuUy I 
Cave it, as ransom ; but as sidlers, stili, 
Though they be paid to be gone, yet needs will 



522 POESIE DI MILLE AUTORI 

I quak'd at heart; and, stili afraid to see 
Ali the Court fili' d with strangcr tings than he, 
Ran out as fast as one that pays his bail, 
And dreads more actions, hurries from a jail. 

Bear me, some God! oh quickly bear me hence 
To wholesome Solitude, the nurse of Sense; 
Where Contemplatìon prunes her ruffled wings, 
And the free soul looks down to pity Kings! 
There sober thought pursued th' amusing theine, 
Till Fancy colour' d it, and Form' d a Dream. 
A Vision hermits can to Hell transport, 
And forc' d ev* n me to see the damn' d at Court. 
Not Dante, drcaming ali th' infemal state, 
Beheld such scenes of envy, sin, and hate. 
Base Fear becomes the guilty, not the free; 
Suits Tyrants, Plunderers, but suits not me : 
Shall I, the Terror of this sinful town. 
Care, if a livery' d Lord or smile or frown ? 
Who cannot flatter, and detest who can, 
Tremble before a noble Serving-man? 
O my fair mistress, Truth ! shall I quit thee 



Thrust one more jigg upon you : so did he 

With his long complimentai thanks vex me. 

But he is gone, thanks to his needy want. 

And the Prerogative of my Crown ; scant 

His thanks were ended, when I (whìch did see 

AH the Court fìird with more strange things than he) 

Ran from thence with such, or more haste than one 

Who fears more actions, doth hast from prìson. 

At home in wholesome solitariness 
My piteous soul began the wretchedness 
Of suitors at court to mourn, and a trance 
Like his, who dreamt he saw hell, did advance 
Itself o' er me ; such men as he saw there 
I saw at court, and worse and more. Low fear 
Becomes the guilty, not the accuser: Then, 
Shall I, none*s slave, of highborn or rais'd men 
Fear frowns : and my mistress Truth, betray thee 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 523 

For huffing, braggart, pust Nobility ? 

Thou, who since yesterday hast roird o'er ali 

The busy, idle blockheads of the ball, 

Hast thou, oh Sun ! beheld an emptier sort, 

Than such as swell this bladder of a court ? 

Now pox on those who show a Court in wax ! 

It ought to bring ali Courtiers on their backs: 

Such painted puppets! such a varnish'd race 

Of hoUow gewgaws, only dress and face! 

Such waxen noses, stately staring things — 

No wonder some folks bow, and think them Kings. 

See! where the British youth, engag'd no more, 
At Fig's, at White's, with felons, or a whore, 
Pay their last duty to the Court, and come 
AH fresh and fragrant, to the drawing-room ; 
In hues as gay, and odours as divine, 
As the fair fields they sold to look so fine. 
« That's velvet for a King ! » the flatterer swears ; 
*Tis true, for ten days hence 'twill be King Lear's. 



For th' huffing, bragart, pust nobility? 

No, no, thou which since yesterday hast been 

Almost about the whole worid, hast thou seen, 

O sun, in ali thy journey, vanity, 

Such as swells the bladder of our court? I 

Think he which made your Waxen garden, and 

Transported it from Italy, to stand 

With ìiSy at London, flouts our Courtiers ; for 

Just such gay painted things, which no sap, nor 

Taste have in them, ours are; and naturai 

Some of the stocks are ; their fruits bastard ali. 

*Tis ten a Clock and past ; ali whom the mues, 
Baloun, or tennis, diet, or the stews 
Had ali the moming held, now the second 
Time made ready, that day, in flocks are found 
In the Presence, and I (God pardon me) 
As fresh and sweet their Apparels be, as be 
Their fields they sold to buy them. For a king 
Those hose are, cry tho flatterers : and bring 



J 



524 POESIE DI MILLE AUTORI 

Olir Court may justly to our stage give rules, 
That helps it both to foors-coats and to fools. 
And why not players strut in courtiers clothes? 
For these are actors toc, as well as those : 
Wants reach ali statesi they beg but better drest. 
And ali is splendid poverty at best. 

Painted for sight, and essenc'd for the smeli, 
Like frigates fraught with spice and cochinell, 
Sail in the Ladies: how each pirate eyes 
So weak a vessell, and so neh a prize! 
Top-gallant he, and she in ali her trim, 
He boarding her, she striking sail to him : 
« Dear Countess ! you bave charms ali heans to hit ! » 
And « Sweet Sìr Fopling ! you bave so much wit ! » 
Such wits and beauties are not prais'd for nought, 
For both the beauty and the wit are bought. 
'Twould burst even Heraclitus with the spleen, 
To see those anticks, Fopling and Courtin: 
The Presence seems, with things so richly odd. 
The mosque of Mahound, or tome queer Pa-god. 
See them survey their limbs by Durer^s rules, 
Of ali beau-kind the best proportion'd fools! 

Them next week to the theatre to sell. 
Wants reach ali states : me seems they do as well . 
At stage, as courts: ali are players. Whoe'er looks 
(For themselves dare not go) o' er Cheapside books, 
Shall find their wardrobes inventory. Now 
The Ladies come. As pirates (which do know 
That there came weak ships fraught with Cutchanel) 
The men board them : and praise (as they think) well, 
Their beauties ; they the mens wits ; both are bought. 
Why good wits ne' er wear scarlet gowns, I tought 
This cause, These men, mens wits for spceches buy, 
And women buy ali red which scarlets dye. 
He caird her beauty lìme-twigs, her hair net: 
She fears her drugs ili layM, her hair loose set 
Vouldn't Heraclitus laugh to see Macrine 
Prora bat to shoe, himself at door refine, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 525 

Adjust their cloaths, and to confession draw 

Those venial sins, an atom, or a Straw : 

But oh! what terrors must distract the soul 

Convicted of that mortai crime, a hole ; 

Or shouid one pound of powder less bespread 

Those monkey-tails that wag behind their head! 

*Thus finish'd, and corrected to a hair, 

They march, to prate their hour before the Fair. 

So first to preach a white-glov'd Chaplain goes, 

With band of Lily, and with cheek of Rose, 

Sweeter than Sharon, in immac' late trim, 

Neatness itself impertinent in him. 

Let but the Ladies smile, and they are biest: 

Prodigious! how the things protest, protest! 

Peace, foois, or Gonson will for Papists seize you, 

If once he catch you at your Jesu ! Jesu ! 

Nature made every Fop to plague his brother, 
Just as one Beauty mortifies another. 



As if the Presence were a Mosque ; and list 

His skirts and hose, and cali his clothes to shrist, 

Makin^ them confess not only mortai 

Great stains and holes in them, but venial 

Feathers and dust, wherewith they fornicate : 

And then by Durer's rulcs survey the state 

Of his each limb, and with strings the odds tries 

Of his neck to his leg, and waste to thighs. 

So in immaculate Clothes, and Symmetry 

Perfect as Circles, with such nicety 

As a young Preacher at his first time goes 

To preach, he enters, and a lady which owes ^ 

Him not so much as good-will, he arrests, 

And unto her protests, protests, protests, 

So much a$ at Rome would serve to bave thrown 

Ten Cardinals imo the Inquisition ; 

And whìspers by Jesu so oft, that a 

Pursuevant would bave ravish'd him away 

For saying our Lady*s Psalter. But 'tis fit 

That they each other plague, they merit it. 



526 POESIE DI MILLE AUTORI 

But here's the Captain that will plague them both, 
Whose air cries Ann ! whose very look's an oath : 
The Captain's honest, Sìrs, and that's enough, 
Though his soul's bullet, and his body buff. 
He spits fore-right; liìs haughty chest before, 
Like battering rams, beats open every door: 
And with a face as red, and as awry, 
As Herod's hangdogs in old Tapestry, 
Scarecrow to boys, the breeding woman's curse, 
Has yet a strange ambition to look worse: 
Confounds the civil, Keeps the rude in awe, 
Jests like a licens'd fool, commands like law. 
Frighted, I quit the room, but leave it so 
As men from Jails to execution go; 
For hung with deadly sins I see the wall. 
And lin'd with Giants deadlier than them ali: 
Each Man an Askapart, of strength to toss 
For quoits, both Tempie-bar and Charing-cross. 



But here comes Glorìous that will plague* em both, 

Who in the other extreme only doth 

Cali a rough carelesness good fashion : 

Whose cloak his spurs tear, or whom he spits on, 

He cares not, he. His ili words do no harm 

To him ; he rushes in, as if Arm, arra. 

He meant to cry; and though his face he as ili 

As theirs which in old hangings whip Christ, stili 

He strives to look worse : he keeps ali in awe ; 

Jefts like a licens*d fool, commands like law. 

TirM, now, I leave this place, and but pleas'd so 
As men from gaols to execution go, 
Go, through the great chamber (why is it hung, 
With these seven deadly sins?) being among 
Those Askaparts, men big enough to throw 
Charing-cross, for a bar, men that do knòw 
No token of worth, but Queens man, and fine 
Living ; barrels of beef, flaggons of wine. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



527 



Scar'd at the griziy formsi I sweat, I fly, 
And shake ali o'er, like a dìscover'd spy. 

Courts are too much for wits so weak as mine: 
Charge them with Heaven's Artillery, bold Divine! 
From such alone the Great rebukes endure, 
Whose Satire's sacred, and whose rage secure: 
'Tis mine to wash a few light stains ; but theirs 
To deluge sin, and drown a Court in tears. 
Howe'er, what's now Apocrypha, my Wit, 
In time to come, may pass for Holy Writ. 

I shook like a spied Spie-Preachers which are 
Seas of Wit and Arts, you can then dare, 
Drown the sins of this place, but as for. me 
Which am but a scaut brook, enough shall be 
To wash the stains away: Although I yet 
(With Maccabees modesty) the known merit 
Of my work lessen, yet some wàse men shall, 
I hope, esteem my Wriis Canonical. ' 



Alessandro Pope, se non avesse voluto fortemente, come Alfieri, 
non avrebbe lasciato un gran nome nelle lettere e nella poesia. 
Egli può essere chiamato il primo gran poeta di seconda mano. 
Nessuno può negargli una ricca e fervida immaginazione; ma nes- 
suno, ugualmente, può attribuirgli spontaneità e freschezza, che sono 
le doti del poeta vero e geniale. Epperò, sebbene a venticinque atmi 
fosse stato salutato il primo poeta della sua patria, pure non fu, in 
tutta la sua vita, se non un letterato. La consuetudine delle lunghe 
e profonde letture, il conoscere varie lingue, posero freno alla sua 
fantasia. Shakespeare s' era inspirato alla natura, ed, inspirandosi 
in essa, riesce talvolta grossolano; ma è sempre grande, è sempre 
originale; Pope s'inspirò ai libri, è raffinato e perfetto; ma non mai 
grande, non mai del tutto originale. Non copia, ma nemmeno crea. 
Non si può dire che è tutto un altro; ma nemmeno che è tutto 
lui. Nondimeno a dodici anni, chiamato dal padre nella solitudine 
della foresta di Windsor, avrebbe potuto non pensare agli altri e 



' Qiiesti Tersi cosi ti leggono « p«' 
gine a69-a88, in : Tht Works of tbt tn^lish 
ptts, wtth preface Sf hiographical and criticMl^ 



by Samuel Johnson, volume the forty-sixth. 
London, printed by T. Spilsbury and Son, 
1790. 



528 POESIE DI MILLE AUTORI 

domandare al suo spiiiio, alla natura rigogliou e pomposa t'ali- 
menlo delle sue cirte. No, aveva bisogno di leggere, dì tradurre, di 
commentare, di paragonare, di escrarre il succo dal cervello altrui ; 
e, modificandolo e purificandolo, porlo in un altro barattolo, con 
r etichetta propria. 

Il suo spirito era delicato come il suo corpo, che aggradevole 
ebbe r aspetto e vivaci gli occhi, ma piccole le membra e gracili]- 
siroc. E come queste avean bisogno per indossare e per deporre gli 
abiti di una mano amica, cosi il suo spirilo si eccitava a contatto 
dello spirito degli altri. 

Nato in Londra il 31 maggio 1688, non vi trascorse una gio- 
conda fanciullezza. Appartenente, per la madre, ad una famiglia rea- 
lista rovinata e proscrìtta dalla rìvoluzione, figlio di un commer- 
ciante papista, che colà trovavasi a disagio tanto da decidersi a 
liquidare tutta la sua fontina e ritirarsi a Bienfield nella foresta di 
Windsor, i suoi primi anni non doverono essere cosparsi di fiori e 
di confetti. A dodici anni, con poco profitto delle lezioni avute in 




di ridursi nella solitudine 
one, mentre suo padre, lasciata 
1 poco a poco, !e cinquecento- 
getib, anima e corpo, nella Iel- 
la preferenza. Tra quelle prime 
sse un' ode sulla solitudine poco 
straordinario di poeti 



Londra da mutevoli 1 
paterna. Seguendo la sua inclini 
Of^ni attività, spendeva lentamente 
mila lire che s'era portate, egli : 
tura. In prima Ovidio attirò la 
tempo; ira gU inglesi Dryden ave' 
letture e saggi di composizioni, si 
più che dodicenne. E, cosi, lesse 

greci, latini, francesi, inglesi, e apprese da sé le lingue, e die opera 
ad un poema epico AUanàtr che poi bruciò, e ad una tragedia, fon- 
dala sulla leggenda di santa Genoveffa. 

Quelle veglie prolungate e la tensione cerebrale continua Io 
resero ancora più infermiccio e bene a ragione egli definì la sua 
vita una lunga malattia. 

.\ furia di pensare e di ripensare, dt studiare, di confrontate, 
dì cercare la frase, le sue cose uscivano perfette alla luce. A dicias- 
sette anni vennero le sue pastorali: la Primavera, VEilaU, VAuluiino, 
l'Inverno. Voi vi meravigliate di tanta perfetione di stile e di ver- 
silìcadone in un adolescente, e, nel tempo stesso, di tanto difetto 
di spontaneità e di fascino in cosi fresca età. Quanta distan» ira 
queste corrette ma fredde pastorali, e il dolce e poetico Caltndiirio^ 
del pastore di Edmondo Spcnser I II Tomson accolse nella sua Sii- 
saltantu, il 1709, le PaitcraU del giovanissimo poeta. 

Pope non dormiva su i primi allori; avido di pervenire, lavo- 
rava indefessamente e faceva la cone a tutti coloro che erano in 
grado di dare e di togliere la celebrità letteraria. Epperó si stimò 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 529 

fortunato di vedere pubblicata sullo Spettatore di Addison . la sua 
egloga sacra intitolata // Messia^ che ebbe più lode che non meritava, 
essendo né più e né meno se non la quarta egloga di Virgilio, 
adattata con mirabile abilità alla storia evangelica e combinata con 
passi d' Isaia. Addison lo aiutava a salire, e il giovine poeta era 
tutto miele, pronto a mutare il miele in veleno ai primi sospetti. 
Pope, come quasi tutti coloro che non hanno a lodarsi di madre 
natura, ebbe indole maligna, inclinevole a sospettare, avida di cono- 
scere e di svelare i vizi del prossimo, non meno avida di vendetta 
ed ingrata. 

Col suo talento versatile e perfezionatore condusse a termine il 
suo Saggio sulla critica, assimilandosi il succo di Aristotile, Orazio 
e Quintiliano, del Vida e Boileau. Poi della sua foresta di Windsor 
cantò con sincera ispirazione. Il Tempio della fama se non accrebbe 
la sua notorietà, non la scemò. Col Riccio rapito, poemetto in cui 
dimenticò, per quanto più gli fu possibile, gli altri, per mettervi gran 
parte del suo talento e del suo spirito, si pose in prima fila tra i 
poeti contemporanei. 

In quel tomo, mentre la fama dalle cento bocche gridava il suo 
nome, si incontrò nella spiritosa e civetta, se volete, lady Mary 
Vortley Mantague. Il giovine poeta, glorioso, ma brutto, prese per 
moneta contante alcune parole e moine ed attucci della Mary e 
se ne innamorò, ed osò forse troppo come innamorato, dimenticando 
che le donne se piangono su i versi dei brutti poeti, loro ridono 
sul muso quando essi commettono la sciocchezza di credere, che 
per i dolci complimenti indirizzati alla musa, gli occhi muliebri non 
vedano le deformità della persona. Gli ardori del nostro Alessandro 
furono smorzati da una irrefrenabile risata della lady crudele. L'uomo 
fu offeso; ma il poeta, nel disinganno, trovò materia ad un vero 
capolavoro, alle sue Lettere ài Eloisa ad Abelardo. La grande deso- 
lazione della donna, di Eloisa, è una riproduzione della propria de- 
solazione, quell'amore infelice, senza speranza, é riproduzione del 
proprio amarissimo dolore. Il poeta trionfante non poteva obliare 
Tuonio mortalmente ferito, e il poeta prestò all'uomo la sua gloria 
e i suoi strali rimati per trafìggere la donna, che lo aveva canzo- 
nato, a suo modo di vedere. Lady Mary, che, se pure era civetta, 
aveva molto spirito, non gli rispose in rima, ma per le rime. 

Poco più che venticinquenne si mise a tradurre V Iliade. Grande 
n'era l'aspettazione. Ognuno che lo aveva conosciuto. come poeta 
o come critico, era ansioso di conoscere come se la sarebbe cavata 
nel trature quel tipico soggetto. Il famoso lord Halifax che, per 
essere stato prima poeta e poi mecenate di poeti, aveva acquistato 
il diritto di farla da giudice, era voglioso di udire a leggere presso 

Del Balio. Voi. VI. 34 



550 POESIE DI MILLE AUTORI 

di lui i libri da pubblicarsi. Anche quella traduzione dovene l^gersi 
in casa sua. 

Ed ecco come il Pope ci dà contezza di quella specie di prova 
generale. 

« The famous Lord Halifax was rather a pretender to taste 
than really possessed it. — When I had fìnished the two or three 
first books of my translation of the lUad that Lord desìred to 
have the pleasure of hearing them read at his house — Addìson, Con- 
greve, and Garth were there at the reading. In four or Ave places, 
Lord Halifax stopt me veiy civilly, and with a speech each time 
much of the same kind " I beg your pardon, Mr Pope ; but there 
is something in that passage that does not quite please me. Be so 
good as to mark the place, and consìder it a little at your leisure. — 
I am sure you can give it a little tum. " — I retumed from Lord 
Halifax*s with Dr. Garth, in his chariot ; and, as we were going 
along, wass saying to the doctor, that my Lord had laid me under 
a great deal of dìfficulty by such loose and general observations; 
that I had been thinking over the passages almost e ver since, aod 
could not guess at what it was that ofFended his Lordship in either 
of them. Garth laughed heartily at my embarrassment; said I had 
not been long enough acquainted with Lord Halifax to know bis 
way yet; that I need not puzzle myself about looking those places 
over and over when I got home. " AH you need do (says he) is to 
leave them just as they are ; cali on Lord Halifax two or three raonths 
hence, thank him for his kind observations on those passages, and 
then read them to him as altered. I have known him much longer 
than you have, and will be auswerable for the event. '* I foUowed 
his advice; waited on Lord Halifax some time after; said, I hoped 
he would fìnd his objections to those passages removed : read theni 
to him exactly as they were at first : and his Lordship was extre- 
mely pleased with them, and cried out : " Ay, now they are per- 
fectly right : nothig can be better. " » 

Ah che bel quadro di genere da fare a vari piani 1 - i° piano. Il 
famoso lord Halifax pretendente al gusto ma non buongustaio, con 
educazione aristocratica, che seriamente fa le sue osservazioni al gio- 
vine poeta mingherlino II Garth, poeta e dottore, se la rìde sotto 
i baffì dell'imbarazzo del traduttore che non sa come non offendere 
il nobile e cortese critico. - 2** piano. I due poeti se la intendono. Garth 
dice al Pope : <c Non mutar nulla e non disperarti. Toma dalla no- 
stra signoria in capo a due o tre mesi, e ringrazialo dei suoi sug- 
gerimenti, e leggi i brani da mutarsi tali e quali, come li hai scritti, 
dandole a bere che li hai mutati da cima a fondo. Ne sarà contea- 
tone. Cosi ho fatto sempre io I » - 3^ piano. Pope legge i brani cen- 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI 53I 

surati dandosi Tarìa di aver sudato quattro camice per rifarli. Lord 
Halifax se ne va in sollucchero e grida: a Perfetto, stupendo, non 
e' è da togliere una virgola I » 

Ebbene, tutto questo vi fa rìdere alle spalle di lord Halifax in 
prìma ; ma, poi, pensando che questo buon lord, messo in ridicolo, 
favori in ogni modo il poeta che si burla di lui ; che questo buon 
lord, a mezzo delle sue molteplici ed alte relazioni, procurò buoni 
nomi alla sottoscrizione per la versione che doveva fruttare al poeta 
burlone circa centotrentamila lire, il riso vi muore sulle labbra. E se 
potete ancora dire che il poeta sa raccontar bene e ridersi delle pìc- 
cole miserie altrui, dovete confessare però che in lui l'ingratitudine 
è uguale al talento. 

Il successo della traduzione attirò sul Pope l'ira dei critici, come 
il miele attira le mosche e le vespe. E, in quell'anno medesimo, 
venne fuori una traduzione rivale del primo libro dtìV Iliade sotto il 
nome di Tickell, Ed essa venne subito nelle buone grazie dell' Ad- 
dison, il quale, pubblicamente, chiesto del suo avviso, disse che en- 
trambe le traduzioni erano buone ; ma migliore quella del Tickell ; 
che più volte tutte e due erano molto buone, ma che la seconda 
aveva più di Omero. Il Pope se ne irritò molto, e divisò di metter 
fuori la sua versione insieme a quella del Dr}'den, del Maynwaring 
e del Tickell, acciò ciascuno avesse potuto paragonarle e stimarle. 
In prima i critici si divisero tra quella del Tickell e del Pope. Questi 
non se ne stette, e, messosi ad un esame critico rigoroso della tra- 
duzione rivale, dimostrò che in ogni luogo essa appariva difettosa. 
Il gran pubblico non rimase a lungo dubbioso, e, poco appresso, ge- 
neralmente, si acconciò alla versione popiana che aveva rimpastato 
il buon Omero alla moderna a guisa del Cesarotti. Il Pope conobbe 
poi, durante la vita dell' Addison, che egli era stato il vero autore 
della traduzione col nome del Tickell ; ma non si sa donde avesse 
avuto tal notizia. Certo è che TAddison fu ben punito dalla più pe- 
nosa delle considerazioni, da questa cioè di aver fatto una brutta 
azione, inutilmente. 

Intanto il Pope, in grazia della pingue sottoscrizione, potè per- 
suadere il padre e la madre a lasciare il ritiro di Binfìeld, e andare 
con lui a Twickenham, dove egli si acconciò una casa fastosa, di- 
venuta celebre. La circondò di vigne e di boschetti, e vi costruì un 
passaggio sotterraneo dal giardino ad un punto della baia, che adomò 
di stalattiti e di piante ; ma questa grotta, che doveva essere uno spen- 
sierato ritrovo, una pausa in mezzo ai pettegolezzi dei librai, dei cri- 
tici e dei grandi, divenne il centro di tutte le acri chiacchere, e delle 
maldicenze e delle satire, che riempirono la lunga malattia del no- 
stro poeta. Eppure egli nelle conversazioni di uomini eminenti, come 



532 POESIE DI MILLE AUTORI 

lo Swift, il Garth, il Gay, TArbuthiiet, lord Bolingbroke, il coote di 
Peterborough, tra ì quali, i poeti e i letterati erano uomini di mondo 
e gli uomini di mondo pizzicavano di lettere, avrebbe potuto davvero 
dimenticare le noie della vita e godersi il frutto delle sue fatiche. Non 
devesi però ommettere che gli invidiosi della sua gloria Io stuzzica- 
vano. Mentre i volumi del suo Omero si venivano pubblicando, egli 
raccolse le sue opere, cui appose una prefazione scritu con molto spi- 
rito ed eleganza, che dopo fu ristampata con molti passaggi aggiunti 
ed altri soppressi; ed altre addizioni marginali egli fece nell* ultima 
edizione dei suoi poemi. A questo proposito il Johnson osserva che 
il Pope, a differenza di tanti altri poeti che, secondo il Waller, per- 
dono metà delle loro lodi perchè il lettore non conosce ciò che 
essi hanno cancellato, conobbe, per la avidità della gloria, Tarte di 
accumulare gli onori e per ciò che pubblicò e per ciò che soppresse. ' 

Nel 1720 fu completata la traduzione dc\V Iliade, I critici risal- 
tarono addosso al Pope. Bumet scrisse Les Honurides per lacerarla; 
Ducket tentò di metterla in ridicolo; Dennis si accanì sempre più 
a perseguitarlo. Ma il nostro poeta, che non era pasta di latte e 
miele, rispose a tutti a misura di carbone, prima nelle MisceUanUf 
pubblicate nel 1727 insieme col suo intimo amico, il celebre Swift 
con una prefazione sottoscritta da entrambi, ma che evidentemente 
fu scritta soltanto da lui, e poi nella Dunciade venuta in luce Tanno 
seguente. Quest'epopea satirica (la guerra degli sciocchi), che doveva 
essere una flagellazione dei suoi critici e dei suoi editori, tion ostante 
i sali che contiene e i molti versi di fattura incensurabile, nell'in- 
sieme è noiosa e stucchevole ; e fu sciocchezza troppo a lungo oc- 
cuparsi di sciocchi scrittori o di rapaci editori, cui il gran pubblico 
non poteva interessarsi. E fu maggiore sciocchezza l'essersi incapo- 
nito a renderla vitale col rifonderla, coll'aggiungervi un supplemento, 
coU'attac carvi il Cobler poeta laureato, il quale, provocato, rispose 
con un volgare ma terribile libello che gli intorbidò il sangue, seb- 
bene avesse mostrato di non curarlo. Non è qui il luogo di seguire 
il Pope in tutte le sue dispute, in cui si cacciava a bello studio, e 
che gli amareggiarono gli ultimi anni di sua vita, costringendolo a 
vigliacche ritrattazioni. 

L^ opera più nota del Pope è il suo Saggio sulFuomo, composta 
tra il 1733 e il 1734 nella sua Twickenham. Si compone di quattro 
lettere, dirette a lord Bolingbroke, in cui l'uomo è preso ad esame, 
sia in generale, sia nei suoi rapporti con l' universo ; sia in rapporto 



' Vedi « p«g. 67, voi. V, in TTit Works cai ani criticai, London, printed by John 



of tht «mglish petti, with prtfaet, hiografhi- 



Nlcholt, in-ia. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



533 



con la società, sia in rapporto con la felicità che è il suo scopo su- 
premo. In questo suo lavoro tutto il contenuto non è sincero. II 
Pope vi fa sfoggio di un grande ottimismo che non è farina del suo 
sacco. Alla mancanza poi di osservazioni nuove e profonde, egli 
supplisce con un ordine mirabile nella trattazione del suo tema, con 
precetti utili, espressi in uno stile brillante ed armonioso, rapido ed 
efficace, in una lingua chiara e propria. ' 

La gloria non bastava al poeta, come non bastavano le ricchezze 
e le delizie della sua villa per rendergli piacevole la vita. Molti poeti 
sono infelici, perchè la gloria giunge troppo tardi e Tamore finisce 
troppo presto. Al Pope la gloria giunse forse troppo presto per fargli 
più profondamente assaggiare l'amaro della sua esistenza senza un 
amore corrisposto. £ per questo, non ostante gli incensi dei novel- 
lini, e dei bisognosi, e le visite dei grandi, e lo schioppettio delle 
conversazioni prolungate, in cui era re, sentivasi solo, come abban- 
donato. Aveva sete d'amore, e, in mancanza di meglio, supplicava 
una Marta Blount, una sua amica d'infanzia, col disperato accento 
della passione di un vecchio, per una parola d'amore. Marta, pur 
non soddisfacendo il suo ardente desiderio, pur rimanendo insensi- 
bile e sprezzante, sapeva sfruttare quell'affetto profondo che aveva 
saputo ispirare, e se non era V amante o la consolatrice del poeta, 
n'era indubitatamente il tiranno assoluto e temuto. 

Quest'ultimo amore infelice contribuì ad abbreviargli la vita. 
A cinquantacinque anni la sua lunga malattia entrò in agonia, e 
conversando, impassibilmente vide avvicinarsi la morte, e mori cosi 
quieto e sereno, « cosi dolcemente, » al dire dello Spence, « che i 
presenti non se ne avvidero. » ' 



' L« priin* edizione di questo poem* ce- 
lebre, il cApoUvoro del Pope, «ppanre lenze 
nome di autore con questo titolo: Four 
tpistUs to lord Boìinghrok», London, J. Wil- 
ford, i732-)4, in-fol. Molte traduzioni se 
ne sono fette. 

Eccone alcune: 

— Essai tur Vhommtt poéme pfailosophi- 
que en cinq langues, saToir: en anglais, 
latin, italien, franfais et allemand. Stras- 
bourg, Koenig, 1771. Q.uesu edizione fu 
ristampata a Parma dalla Reale sumperia 
nel iSoi. La traduzione italiana è di Anton 
Filippo Adami. 

— Se ne hanno altre traduzioni in fran- 
cese del Fontane, Paris, Lenonnand, 1891, 
e del Delizie, Paris, Michaud, i8ai, a cura 
di Lally-ToUendal, con note e Tarlanti. 



— Version accompagnèe du teste anglais 
et de notes en huit langues. Paris, 1819. 

— Ensajo $obr* o honum de Alex. Pope, 
traduzido verso por verso por Fr. Bento 
Maria Targini, Baraò de Saò Louren^o. 
London, Wittingbam, voli. 3, in-4, 1819. 

^ La prima edizione autentica di tutte 
le opere del Pope, fatta con le indicazioni 
e le correzioni lasciate dall' autore, è quella 
curata dal dott. Warburton. Londra, voli. 9, 
in-8, 1751. Quest'edizione è stata più volte 
risumpau. 

Sono anche da notarsi le seguenti edi- 
zioni londinesi : del 1769, voli. ;, in-4, 
con la vita del Pope, scrìtta da Owen Ruf- 
fhead; del 1797, voli. 9, in -8, con note e 
illustrazioni del Warton; del i8o£, del Lisle 
Bowles, voli. IO, in-8, con note di vari 



PCESIE 3! MIUE AUTOU 



' 4tl LowB^ts. cdii, I 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 535 



CCCXL. 

GiovAN Battista Fagiuoli. 



All'illustrissimo signore Adimaro degli Adimari 

nobil fiorentino 

IN LODE dell'esser SORDO. 
(1731-1734). 

L' autore, in questo capitolo, dice che uno dei vantaggi dell'esser 
sordo, è di non udire ì censori di Dante. 

In questo mondo son cose dimolte. 
Delle quali Y uom brontola e s' adira, 
Che tutte all' util nostro son rivolte. 

Ma r occhio nostro, che non dritto mira, 
Le giudica altrimenti: onde taluno 
Del suo mal ride, e del suo ben sospira. 

Non dico, che di questi voi siate uno, 
Perchè avete sanissimo intelletto, 
E vi stimo però più che nessuno. 

Ma talora un s' inganna a suo dispetto, 
E nelle cose proprie spezialmente, 
Dove la passì'on regna e 1' affetto. 

Udii dolervi, e pare giustamente. 
Di non potere, come gli altri a paro. 
Quando vi parla, intendere la gente. 

Or io vo' dirvi, signor Adimaro, 
Come il difetto, che vi par d' avere, 
Aver dovete sommamente caro; 



POESIE DI MILLE AUTOKI 

E che ciò sia disgrazia anche tacere; 
Perchè v' avei" avuto una fortuna 
Singoiar, da potervene tenere. 

Vedete ben, che tal grazia a ciascuna 
Persona non vien fatta; e la più bella 
Frali' altro, io dico, eh' eli* è sol quest' una. 

Sarebbe stata d' un po' di rovella 
L' averla avuta a nativilate. 
Che allor manca 1' udito e la favella. 

Capperi I allora d' una gran pietate 
Degno davvero vi sareste mostro. 
Ma per grazia di Dio voi favellate : 

E dite in tal maniera il fatto vostro, 
E i vostri sensi fate altrui comprendere. 
Colla lingua non men che coli' inchiostro : 

Sicché la si riduce al non intendere 
Chi non vi parla sodo: or qui la sorte 
Di dimostrarvi adesso io vo* pretendere. 

In prima, per venir presto alle corte. 
Il non udir, d' incomodo non v' è, 
£ di quel, che vi parla, eh' ha a dir fone. 

E appunto udite tutto quello, che 
È necessario, perchè nìssun vuole 
Affaticarvi più di quel, eh' et de'. 

Or qui consiste questo che si vuole: 
Provar vostro indicibile vantaggio, 
Dal non udire inutili parole. 

Un uom, qual siete voi, nobile e saggio, 
Che gusto avrebbe dal sentir parlare 
Un qualche scìmonito personaggio? 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



537 



Un che voglia per forza cinguettare 
Dì quel che non intende e che non sa, 
Questo qui non fa egli vomitare? 

Sentire un altro, che bravando va: 

Racconta ognor prodezze e smargiassate. 
Che Colafironio tante non ne fa. 

Narra a chi n* ha promesse, a chi n' ha date : 
E poi chi sa, che colla spada al fianco 
Non abbia tócco delle bastonate. 

Chi salta fuori pettoruto e franco 
E rivede le bucce ali* Aldighieri, 
Ed al Petrarca ancor vuol dar di bianco: 

E ardito recerà mille improperi 
In faccia di quegli uomini divini. 
Un lettor di librettine e salteri. ' 



' Obietti versi coti leggénsi « pagg. 38-40, 
parte III, in : JSmm fiae§veU del Pagiaoli, 
op. dt. ft peg. 307 di questo VI voi. 



Per le notizie biogrefiche e bibliogre- 
fiche del Fegiooli, vedi e peg. 306 di questo 
VI volume. 



53^ POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXLI. 

GiovAN Battista Fagiuoli. 



In lode del Sole. 

Capitolo recitato ik un'accademia di Firenze 
alla presenza di dame 

dopo ESSERSENE FATTI ALTRI SOPRA TRE ALTRI PIANETL 

(I73I-I7J4). 

In questo capitolo, V autore, enumerando le gesta del Sole, nel 
parlare dei suoi studi, afferma che va in visibilio, leggendo Omero, 
Dante e Virgilio. 

È amorevole il Sole, e favorire 

Suol chi r invoca; ma chi s' affiratella. 
Punisce irato^ e non lo può soffrire. 

Scalda e ristora quei, che scanno nella 
Giusta distanza; ma quegl' importuni. 
Che non voglionvi stare, arde e flagella. 

L'aquile appena in lui fissano alcuni 
Sguardi da lungi : e certi gufi e allocchi, 
Vorran volargli in faccia, e andarne impuni ? 

Né talora si fidin questi sciocchi, 
Se non cedon all'aquile nel becco, 
Perchè bisogna vincerle negli occhi. 

Ma dov*entr'io cosi di secco in secco? 
Il Sole alla pietà sempre fu spinto, 
E a decantarlo si severo io pecco. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 539 

Che se veder ei volle Icaro estinto^ 
Con platonico affetto amò altrettanto 
Il vago Ciparisso, il bel Giacinto. 

Il primo ottenne nelle cacce il vanto, 
E fu suo allievo in tirar d'arco e strale 
E Febo a caccia il volle sempre accanto. 

Ma una volta gli successe male: 

Questo ragazzo vide in cima a un faggio 
Posato un certo uccello badiale. 

Egli all'arco col solito coraggio 
Diede di piglio: e mentre scocca il dardo. 
L'uccello furbo piglia altro viaggio. 

Va il colpo a voto, e torna in giù non tardo 
Lo strale (udite caso) e va a ferire 
Un cervo bel, che innamorava al guardo. 

O qui da ver ci fu cheffare e dire: 
Quest'era un cervo a quel fanciul diletto. 
Che dietro qual canin gli solev'ire. 

Com'una sposa ei lo teneva affetto: 
Àvea le corna dorate a mordente, 
Ed un ricco gioiello innanzi al. petto. 

Era il divertimento della gente. 
Domestico, piacevole, garbato : 
E pur mori si disgraziatamente. 

• 

Quel rapace uccellacelo destinato 
A morir, non mori: mori quel cervo 
Innocente, ad ognun si caro e grato. 

Cosi si vede ancora un uom protervo. 
Dannoso, abominevole, malvagio; 
E affortunato ognor viver 1* osservo. 



540 POHSIE DI MILLE AUTORI 

Eterno campa per comun disagio: 
E disgraziato prestamente muore, 
Chi reca altrui piacere, utile ed agio. 

Ebbene Ciparìsso un tal dolore. 

Che pregò i Numi a far suo pianto eterno 
Guardate averlo se potea maggiore. 

Gli Dei in cipresso convertir lo femo: 
E il Sole addolorato s'oscurò, 
E non si vide chiaro per un verno. 

L' altro fanciullo sì che il travagliò : 
Era Giacinto nella Pallacorda, 
E anche il Sole vi si ritrovò. 

Si messero a giocar, non all'ingorda 
Per rovinarsi, come spesso avviene; 
Ma di far del pallaio si concorda. 

Un bel partito il Sol, se mi sovviene, 
Fece al ragazzo,, e dicon, che gli diede 
Quindici, il tavolato e il mandar bene. 

Or mentre allegri giocano, si vede, 

Che il Sol trincia una palla con tal forza. 
Che nelle tempie il giovanetto fiede. 

In esso ogni vigor tosto s* ammorza : 
E il Sol, benché sia medico, a curarlo 
Non seppe ritrovare erba né scorza. 

Mori Giacinto, un giovan, eh' a cercarlo 
Non c'era, dato all'armi ed alle lettere: 
E colui, che l'amò, potè ammazzarlo. 

Caso, a cui mentre il Sol venne a riflettere. 
In viso diventò com'un Ebreo, 
Che la roba robata abbia a rimettere. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 54 1 

Pallido per più di veder sì feo : 
E fu allora, che col cannocchiale 
Vide in lui quelle macchie il Galileo. 

Rimescolossi Febo in guisa tale. 

Che da li in poi sempre pati d'ecclisse: 
E non è mai guarito di tal male. 

Operò, che in un fior si convertisse. 
Del nome suo; cosi Giacinto morto 
In quel bel vegetabile rivisse. 

E se non Io potean qual fu risorto 
Vedere gli occhi, almeno lo potesse 
Fiutare il naso, e trarne alcun conforto. 

Dopo questo accidente il Sol dismesse 
Tutti quanti gli amori, ed a quieta 
Vita si diede, ed a studiar si messe. 

Buttossi a far l'astrologo e il profeta, 
E in Delfo fece udire i primi oracoli: 
Quindi divenne ancor bravo poeta. 

E nella poesia fece miracoli : 

Ed alle Muse, eh' eran sue sorelle, 
Edificò in Parnaso i tabernacoli. 

LI se ne sta con quelle verginelle. 
Le quali non si son mai maritate, 
E pur son giovanette e savie e belle: 

Ed hanno buone doti, e l'han fondate 
Tutte in luoghi di monte di Permesso, 
Dove son troppo bene assicurate; 

Ma voglion stare al lor fratello appresso, 
E cali in terra, o su nel cielo stia, 
Voglion viver pinzochere con esso. 



542 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Ed egli ne tien conto: e in allegria 
(Perch'elle san sonar vari strumenti) 
Stanno, sempre facendo sinfonia; 

Melpomene talor canori accenti 

Scioglie: ed in vero eli* è una virtuosa 
Che canta al pan della Centoventi. 

Con tal giocondità Febo dà posa 
Air alte cure : non però in esilio 
Le pone, perchè pensa ad ogni cosa. 

Ma talor si diverte, e in visibilio 
Sen va, sonando la sua cetra d' oro : 
Or legge Omero, or Dante, ora Vergilio. * 



' Questi versi cosi si leggono s ps- 
gine 379-383, libro sesto, in: La Fagiuo- 
laia ovvero Rimtf tutte del signor dottor Gio- 
vsnbsttists Fsgiuolip svvocsto fiorentino, 
Amsterdam (Venezia), presso l'erede del 



Bsrbsgrìgis, MDCCXL, «d istftozt di Gioele 

Ansgrimo . Non si trovano nell' ediz. MoOcke. 

Per le notiste biografiche e bibliografiche 

del Fagiuoli, vedi a pag. 306 di questo VI 

volume. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



543 



. CCCXLII. 

Domenico Giovannetti. 



Descrizione dei tre ciuartieri 
S. Croce, S. Giovanni e S. Maria Novella, 

Canzone. 

(1733)- 
Cita Dante. 

Partitomi dal fiero Mongibello ' 
Io veddi permutato * 
Un certo sacro Iato 
D'un Santo, che abitava nel deserto ^ 
Nudo e senza mutande 
In onor d'altro santo 
Del primo non men grande, * 
Che umile in infinito 
D'un sacco, e d'una corda andò vestito.^ 
A ciò pensando attento 
Veddi un altro portento. 
Del primo agli occhi miei grande non meno; 
Senza 1* arco baleno 
Trasmutati mirai gli uomini in donne, 
Che con divota voce 
Cantavan liete Chirie eleisonne. 



' D«Ut ZeccA vecchÌA, dove è U torre 
del Mongibello. 

' Il Inogo dove sono oggi le ctppucdne. 



3 S. Onofrio gii, orft S. Francesco. 

^ S. Francesco. 

$ L'abito di detto sento. 



544 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Proseguendo il cammino 

Veddi a questi vicino 

La rimembranza del Natale Santo, ' 

E stare a quelle accanto 

Donzelle io non so come 

Povere sol di nome, * 

Che hanno per lor confine 

Una gran pecorona, ^ 

Ch' ebbe una lana tempo fa si buona, 

E a quella dirimpetto 

Io viddi un fiumicello * 

Sotto un disposto tetto 

Placido camminare 

Per paura cred'io di non diacciare; 

A questo essere appresso 

Veddi una lunga striscia ' 

Soda, ben fatta, e liscia, 

A cui correndo intomo * 

Veloce l'alemanno cavaliere 

Dimostra il suo sapere. 

Quindi avanti passando 

Una via traversai, eh' ha in corpo un fosso, ^ 

E a caso il capo alzando 

Veddi uno scudo grande, bianco, e rosso • 

E a stare a lui d'avante 

Un' antica famiglia, ' 

Che un tempo fa fece il comento a Dante; 

Di più potei vedere 

Mosche in faccia di gigli '® 



* Le fftnciulle del Ceppo. 

' Le monache dette le Poverine. 

3 Che confinano con dette fanciulle le 
case dell'Arte della lana. 

^ Il lavatoio de' panni Uni, e delle sete. 

^ La nizia. 
Si corre dalle corazze alemanne la lan- 
cia a cavallo per offendere il Saracino. 



7 La via che passa davanti a S. Iacopo 
fra' Fossi, nel mezzo della quale interna- 
mente passa il fosso antico delU città. 

^ L'arme di Lucca, che è alla casa dello 
imbasciatore. 

9 La famiglia de' Landini che è della 
stesta di quello, che comentó Dante, 

1° VU della Mosca, e via Giglio. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 

E della Trabisonda i gran- regnanti, ' 

E proseguendo il passo 

Entrai dentro a un canneto ' 

Per cui si vive lieto, 

E chi de' frutti suoi possiede assai, ^ 

Non sa come so io cosa sien guai. ^ 



545 



* Il Canto a' Soìdud. 

^ L« pìazzA del grano, dove aono le co- 
lonne, figurate per un canneto. 

3 Per il grano che vi si vende, che è il 
vitto dell' uomo. 

^ Questa canzone cosi si legge a pa- 



gine 31-33 in: Dtscri{ioHe aiUgoriea dtlU 
città a Firenze, divisa in più canzoni. Al 
sublime merito del signore Benedetto Co- 
letti. In Firenze, MDCCXXXIII. Kella 
stamperia di Francesco MoQcke. Con li- 
cenza de' superiori. 



Del Balzo. Voi. VI. 



35 



546 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXLIII. 
Carlo Frugoni, 



Al signor Placido Bordoni. 
Pochi essere i grandi poeti. 

(1737)- 
Parla di Dante. 

Dìvin poeta è raro dono in terra 
Concesso a qualche età; dono, che scende 
Dal tesor de gli Dei. Non io vo' troppo 
Tempi cercar lontani. Omero venne. 
D'immensa poesia primo maestro, 
Che meritò più patrie, e sonar alto 
Fé' ne l'epica tromba uomini e divi, 
Troia distrutta. Argo vittrice, e numi 
Vinti da numi in cielo, e al vivo tutte 
Primier dipinse le memorie antiche. 

Pindaro surse, e ai maggior' modi tese, 
Madre d'inni febei, la greca lira, 
E ai vincitor' d' Elide in fronte pose 
Le corone di Pindo. In Teo le Grazie , 
Nato educato Anacreonte, ed egli 
Mutò suono a le corde; e in dolci versi 
Tutte le feo sol ragiomar d' amore. 

Manto diede Marone ai di, che Augusto 
Rivolse in oro. Del meonio carme 
Marone emulator, dei nuovi fati 
Del pio Troiano, e de la nuova Troia 
Nel contrastato invan latino suolo 
Empiè la tromba, ed uguagliò la greca. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 547 

Die' Venosa il buon Fiacco, augel latino, 
Che pien di Febo le pindaric' ali 
Primo raggiunger seppe, e tentar nuove, 
Tutte nuovo splendor, liriche vie. 

Sirmio Catullo die* che sul romano 
Felice fiume col gentil Tibullo 
In altri accenti fé' del Teio vate 
Parlar la lingua le latine Muse. 

Properzio venne, e sollevò cotanto 
La modesta elegia, che duci ed armi 
Grande osò risonar, però serbando 
Sempre ad Amor le sue ragioni intatte. 

Poi quando Italia mia mutò co' tempi 
Lingua e fortuna, alfin levando il capo 
Da la barbara notte, ove giacea. 
Ebbe i suoi gran poeti. Ecco, di grave 
E robusta eloquenza eterno fiume, 
Dante, che vide i tre diversi regni, 
E ne' colori, che il saper mescea 
Nel suo vetusto venerando stile. 
Tutte ne rilevò le arcane cose. 

Ecco que' duo, che per dissimil calle 
Tenner cammino, e per diverso pregio 
Colsero entrambi, e su la nobil cima 
Si diviser l'ausonio epico lauro. 
Il divin Ludovico, il gran Torquato, 
Simile il primo a gran città, che mostra 
Con armonia discorde uniti e sparsi 
Là templi e là teatri, e qui negletti 
Lari plebei, qui poveri abituri, 
Là vasti fori e spaziose piazze, 
E qui vicoli angusti, onde risulta 
Un tutto poi, che ne le opposte parti 
Ben contrasta e cospira, e vario e grande 
E ricco e bello ed ammirando appare: 
Simile l'altro a regal tetto altero, 



54S POESIE DI MILLE AUTORI 

Dove tutto grandeggia o l'atrio miri 
Sur in cento colonne, o in doppio ramo 
Sorger superbe le marmoree scale, 
O l'ampie sale alzarsi, e in ordin lungo 
L'auguste stanze di cristalli e d'oro 
Folgoreggiando, e raddoppiando il giorno. 
Formare un tutto, che grandezza spiri 
Ovunque l'occhio ammirator si volga. 

Non dirò i pochi, che tentaro poi 
Di Tebe, e di Venosa i voli eccelsi, 
Pindaro e Fiacco a ravvivar intenti. 
Fra' quai Chiabrera mio le argive corde 
E le latine fé' d' ausonie voci 
Modulatrici su la tosca cetra, 
Fervido cigno, che sdegnò far serva 
La libertà de le animose penne. 

Ma chi con questi, e con pochi altri ancora. 
Che tace brevità. Bordoni amico. 
Se paragoni, ed il valor ne intenda. 
Chi può poeta riputarsi ? Io certo 
Non mi lusingo, ed usurpar non oso 
L'onor di questo nome. Abbial cui diero 
Arte e Natura più divino ingegno, 
E grandi cose a risonar possente 
Divina lingua. Ma dirai : se vide 
Italia in altre età divine menti 
Nascere al canto, più sperar non dee, 
Ch' altre di uguale deità ripiene 
Ne vegga 1* età nostra, o quante poi 
Tesseranno col sole il tardo giro ? 
Ricca è Natura ; né per molti doni 
Impoverisce mai. Tutto ella crea. 
Tutto dispone, e tutto inspira, e sempre 
Stan mille geni intorno a lei, che al mondo 
Ardon manifestarsi, e chiedon vita. 
II so. Bordoni : e di colei eh' è madre 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 549 

Per immenso produr sempre feconda, 
L' inesausta ricchezza e il nume adoro ; 
Ma di quei geni, che d' un secol luce 
E immortai nome sono, un non son io; 
Credilo, e frena le soverchie lodi, 
Che, non potendo io meritar, mi fanno 
Vergognar di me stesso. Io di corona 
Non usitata amai cingermi in Pindo: 
Tentai le vie di gloria; e poiché corse 
L' ebbi pien di desio, tropp' oltre giunti 
Tutti veggendo i miei maestri antichi. 
Perdei speranza, e con le stanche forze 
Sul non fornito gran sentier restai. 
Come corsiero, che dal career sciolto, 
Dei precessor veloci emulo ardito 
Vola sul campo, e V anima feroce 
Fa sentir lunge da le larghe nari. 
Mentre, qual può, l'asciutte gambe e il breve 
Fianco accelera al corso: indi veggendo 
Pel lungo spazio V onorata meta 
Tener già gli altri, i vincitor da lunge 
Ammira vinto, e diffidando alfine 
Di sua lena inegual, Y ardir depone 
Sul mal tentato polveroso aringo. 

Deh ! tu, se il puoi. Bordoni, i grandi esempi 
Vetusti in te rinnova, e sorgi degno 
De r alte lodi, eh' io ricuso come 
Non mie ragioni. Se noi sai, m'apparve 
Melpomene sdegnosa, e i rubin vivi 
Del labbro aprendo mi avvisò, che fede 
Non ti prestassi ; e a me si tolse ; e vidi 
Fedel custode e scopritor del vero 
Venirmi a fianco il suo divin consiglio. ' 



* Vedi a pAg. 261 e segg. in: Poim$lti $ sciolti del stcolo xyin, Veneiia, Zattt, 1790* 



550 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Al Fabroni, che aveva chiesto notizie della sua vita, il Frugoni 

così scrisse : 

« Parma, 28 del 1763. 
« Amico carissimo, ^ 

<c Voi vorreste scrivere la mia vita, voi dotto scrittore delle 
Vite illmtri. E che dee importare alla posterità di saper di me no- 
vella? Il Tasso, l'Ariosto, il Petrarca, il Chiabrera son degni della 
curiosità de' tardi nepoti. Le loro vite vivono nella memoria dei 
tempi lontani, e son degne di vivervi. Chi son io, che si debba sa- 
per dove nacqui, come vissi, e che fei sopra questa terra de' vi- 
venti? Verseggiatore e nulla più, non poeta, nome usurpato da 
molti, meritato da pochi, eh' ebber mente più divina, e lingua da 
risuonar cose grandi. Nacqui d' onestissimo sangue : fui di dieci 
anni messo in collegio ; di quindici fui involto in una tonaca regolare, 
senza ch'io vi fossi chiamato da chi chiama ed elegge e conforta 
sulle vie che ci fa prendere. Fui di sedici anni obbligato, non volendo, 
a proferire i tremendi voti, ed a consolare i miei fratelli con una 
involontaria e mal conosciuta rinunzia. Fui cattivo claustrale perchè 
fatto per forza. Ebbi a morir di tristezza e di collera in uno stato 
che non era il mio. La serenissima casa Farnese mi ricovrò al- 
l' ombra del suo favore. Il sempre immortai cardinal Bentivoglio 
ebbe pietà della mia miseria ; espose al papa le angustie mie ; e 
quell' adorato e sempre glorioso pontefice, di cui avete voi felice- 
mente scritto la vita, mi prosciolse, mi fé' prete secolare, e scemò 
in gran parte le mie calamità. Il retaggio di mio padre, che ascende 
a trenta mila lire di Genova, noi potei ritrar dall' unghie d' un 
nipote, che per la rinunzia mia mei ghermì, e che non mi da- 
rebbe un soldo se mi vedesse impiccare. Qualche aumento di pen- 
sione ottenni tuttavia dalla provvidenza del Senato in mia patria; 
piccolo sussidio col quale appena viver potrei ben misurando le mie 
spese colla più stretta economia. 

« Il maggior bene che io possa contare è il patrimonio e la 
beneficenza dell' augustissimo Infante, che si è degnato raccogliermi, 
e farmi passare giorni più tranquilli e gloriosi, ammettendomi fra 
quelli che hanno la fortuna di appartenergli. Eccovi, amico mio, in 
poco tutto ciò che fu la mia vita. Delle cose che ho scritto non 
occorre parlarne. Tanti altri hanno scritto meglio di me, e di me 
meglio scriveranno. Le vite loro meritano il favore della storia e 
r attenzione de venturi secoli. » ' 



' Vedi a pAgg* 445-447 in : Lirica del 
Frugoni e Bolognesi del sècolo xviii, Venezia, 
Zatta, 1 790. Vi sono poi due elogi del Fru- 
goni, l'uno del Cerati, l'altro di Pelle- 



grino Salandri. Il primo è inserito tra gli 
Elogi italiani del Rubbi e nell'ediz. di Lucca 
delle opere del Frugoni, il secondo trovasi 
nelle opere del Salandri. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



5SI 



Questa lettera è smanceria arcadica di falsa modestia, perchè, 
più e più volte, Frugoni si die' del poeta nei suoi versi. 

Nella sua canzonetta, scritta nelle nozze della signora Anna 
Maria Aureli col cav. Giacinto Subiano, cosi incomincia : 

Il talamo apprestate, 
Vaghe ancelle di Venere: 
Dirvelo, a me suo vate 
Ciprigna comandò. 

£ altrove : 

Arcade io tomo ai già tentati numeri, 
Che r almo Pan gode nei faggi incidere, 
E nudi veggo V irto petto e gli umeri 
I Satiri vèr me dolce sorridere : 
Sappialo Arcadia, e fra' cantor mi numeri, 
Che non fan rauca la zampogna stridere: 
Filacida immortale in dono diellami, 
E suo chiaro Pastore il Tebro appellami. ' 

E ancora altrove : 

Svegliati o Genio dei Poeti amico. * 

E in altro luogo rivolgendosi a Climene: 

Ma tu mi sembri 

Turbarti in volto, e tacita sgridarmi. 
Folle poeta, che dovea ben d* altro 
Cantar . . . ^ 

II Frugoni però disse il vero, sebbene non lo pensasse, nella 
sua lettera al Fabroni. Egli non fu poeta, fu uno dei più felici ver- 
seggiatori. E non poteva essere poeta, data V indole sua, dato 1* am- 
biente in cui visse. La pianta poeta non poteva crescere nella corte 



' Ptr le ««7<« della signora toaUsta Co- 
stanti Tir\i di Sissi col signor contt Antonio 
Marajflni-Vitconii, pag. 214 e segg. in : 
Poomeid t sciolti del secolo xviii, Venezia, 
Zattt, 1790- 

' Canio prtmo per la nobile mascherala 
fattasi in Parma nel carnevale del 17 jj^ r«p- 



presentAnte varie nazioni, pag. 221 e icgg. 
in : Poemetti t sciolti cit. 

' In: L'Aniunnoa Climene Teutonia, per 
la profeMÌone della signora contessa Maria 
Gioseffa Scroffa nel monastero di S. An- 
tonio di Ferrara, pag. 27 1 e segg. In : Poe- 
metti e sciolti cit. 



552 



POESIE DI MILLE AUTORI 



di Parma, all'ombra del trono di don Filippo di Borbone, infante 
di Spagna. Costui e il suo ministro Guglielmo du Tillot fecero del 
Frugoni un verseggiatore fortunato di compleanni, di onomastici, 
di monacazioni, lauree e maritaggi, con le cariche di poeu di corte, 
d* ispettore degli spettacoli teatrali, di segretario dell'Accademia di 
belle arti. E così il Frugoni, per lunga pezza, fino all' anno 1768, 
potè verseggiare a sua posta di tutto e di tutti, frondosamente, ele- 
gantemente, ma vuotamente ; con cento frugonerie, come disse il 
Baretti. ' 



* Tutte le opere poetiche del Frugoni 
furono raccolte e pubbliaite d«l conte CatIo 
Cestone Rezsonico, prewo U •temperie 
Reele in Penne, in io ▼òli. in-8 gr.^nel 1779. 
Quett' edizione eatai poco fa Ictu, e ri- 
mete ed ingombrare i magazzini della du- 
cale tipografia. Il padre Ireneo Affò, iotto 
il nome di mcsser Ludovico Arioato, con 
la dau dagli Elisi, il di primo d'aprile 1780, 
scrisse una lettera al pabblicatore delle 
opere di Carlo Innoceniio Frugoni. Il Rez- 
zonico che aveva detto del Frugoni che 
«ei possedea il vigor delle tinte di Ti- 



ziano e la hdi vena di Paolo • * mal si 
difese dall'aspra censura nella sua ApoUgia 
dell'edizione fnigoniana. 

Contemporaneamente all'ediz. parmense 
ne fii fatu un'altra in Lucca, in i) toU., 
anche più copiosa di poesìe, ma non meno 
infelice. Meglio avvisato fu l'editore bre- 
sciano, Giovanni Cicconi, che ne pubblicò, 
in 4 voi., le poesie scelte, con un breve 
elogio scritto da Pellegrino Salandri. 



* Nella prima delle sue Prose^ stampate 
in Parma, dal Bodoni, nel 1772. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



SS3 



CCCXLIV. 

Antonio Conti. 



Il globo di Venere. 

(1739)- 

Il poeta vede in sogno il globo di Venere, in cui reine di tutte 
le belle cantate dai poeti, scorge Beatrice e Laura, con serto d'oro e 
con manto stellato. E stanno loro a lato due fanciulli sfavillanti di 
luce con occhiute piume sul dorso e iridescenti. Essi sono i mini- 
stri dati da Venere a Dante e Petrarca. Nei due fanciulli V arcadico 
autore ravvisa lo stile e 1* ingegno dei vati cui servirono. ' 

O del Tempo e del Caos Nume più antico, 
Celeste amor, tu che nel sole affiso 
Ordini e reggi il planetario mondo, 



* Questo poemetto fu stAmpato, il 1739, 
nel i<> voi. delle Pro te t poesie del Conti. E 
questi, in una lettera a monsignor Cerati, 
a pagg. iii-xxxii, ne spiega T allegoria. 
Riassumo : 

Il cavaliere Paolo Carrara, dopo la morte 
di sua moglie D. Antonia Anguissola, in* 
vitò i poeti di tutte le città d' Italia a ce- 
lebrarla co' versi loro. 

Il Conti prende questo concorso o gara 
de' poeti d'Italia come un testimonio del 
merito insigne della defunta, e suppone: 

I* Che gì' invitati poeti per lodarla 
degnamente sieguano l' idee platoniche, ad 
imiuzione del Petrarca e di Dante; 

a* Che riducano queste idee a quelle 
della bellezza e dell'armonia, l'una e l'altra 
delle quali furono sovente prese da Pla- 
tone, dai due nominati poeti per la virtù; 
}^ Finalmente, che al massimo grado 
delU bellezza d'Antonia facciano compren- 
dere il massimo grado della loie, ossia 
l'apoteosi poetica. Cosi il poeu, sognando 



di volare oltre il globo lunare, giunge in 
un globo ignoto, dove s' imbatte in molte 
donne. Interrogatele, apprende che esse 
sono belle defunte e si trovano coli in 
premio delie virtù loro. Intanto s' incam- 
minano per il tempio, ove si celebra l'apo- 
teosi di Antonia Carrara. I personagg del 
poemetto sono tutti allegorici. 

« Dante, » dice il Conti, « nel Paradiso^ 
dà corpo, sensi, pensieri, alla bellezza ed 
alla virtù ; io l' imito, ed ordinariamente 
simboleggio la bellezza dell' animo per 
quella del corpo e gli atti della virtù con 
l'immagine dell'armonia delle sfere celesti. • 

Indi il Conti si dilunga in una dimostra- 
zione filosofica. Pigliando esempio da Pla- 
tone e da Aristotile, parla della poesia sim* 
boUca e dell' anima, ed afferma che egli 
si atterrà al sistema platonico. Epperò di- 
segna la scala della bellezza architettata dai 
platonici e della interpretazione della bel- 
lezza. Poi dopo di aver parlato dell'arte 
di colorire le teorie astronomiche all' uso 



554 



POESIE DI MILLE AUTORI 



E r orni e accresci, e a la diletta figlia 
Insegni a dispensare i premi eterni 
A la beltade, a la virtù serbati 
Fra r armonie de la splendente sfera. 
Che le provide Parche a lei fidaro, 
Piacciati di narrar per la mia lingua 
I secreti del cielo e de le stelle. 
Che nel mistico sogno a me svelasti, 
Perch' io potessi con gli etruschi cigni 
Flebilmente cantar di sposa amante, 
Di madre pia, di saggia donna e forte 
I pregi; e tu dolente sposo e vate, 
Che de' dolci lamenti empiesti i regni 
Del Lazio e Italia infino a l'Alpi e a' mari. 
Accogli il canto, e 1* alma egra conforta. 
Al soffiar de le fresche aure d' aprile, 
Allor che Giove da 1' eburnea porta 
Manda a le caste menti i lievi sogni, 
Rapito da pensieri alti e soavi 



platonico, incomincU a pai lare dell'uso che 
può farsi delle nuove scoperte della fisica 
e come se ne sìa servito nella sua poesia 
per abbellire il globo di Venere. 

• Io prendo nel globo dell' emtsferlo, » 
egli dice, « ove monsignor Bianchini ca- 
ratterizsa le macchie di Venere coi nomi 
di Colombo, di Vespuccio, di Galileo, di 
Cassini, tutti italiani, e che dall' equatore 
di Venere s'estendono alle due zone tem- 
perate sovrastanti in due promontori con- 
trassegnati dai nomi dell'Accademia di Pa- 
rigi e dell' Istituto di Bologna . . . 

« L'altro emisferio ove monsignor Bian» 
chini disegna le macchie coi nomi di re, 
di capitani e d'eroi, è quello della legisla- 
zione, del valore, della prudenza e delle 
altre virtù imperatorie, ove non v' è meno 
di bellezza e d' armonia, ma più profonda 
ed occulta e lonuna dall'idee del sogno 
che tutto si confina nella morale e nulla 
s'estende alla politica. » 

Questo è il simbolo dominante a cui tutti 
gli altri si riferiscono; altri simboli allu> 



dono alle defunte, altri alla poesia in ge- 
nerale ed in particolare. Il tempio di An- 
tonia Carrara è situato sullo stesso colle, 
ove Venere esprime, con la sua lira, il 
concento del mondo. E questo rappresenta 
per il Conti il pensiero che la Carrara ha 
un merito superiore alla virtù di Beatrice 
e di Laura. Poi l'autore, spiegando 1' epi- 
sodio di madama di Chelo, dice che Bea- 
trice, Laura e le altre donne, che vanno 
nel suo tempio, significano il piacere che 
ella prendeva nel leggere le poesie di Dante 
e Petrarca e di altri nostri. E, seguitando 
nella spiegazione di altri simboli, sog- 
giunge : l'ellisse che, a guisa d' uno spec- 
chio fonocantico, riflette, echeggiando da 
un foco all'altro, i nomi di Beatrice e di 
Laura, i templi di cristallo dal frontale di 
carbonchio e dal tetto d'oro, rappresentano 
lo splendore, la sodezza della poesia di 
Dante e la dolcezza è rappresentata da due 
fanciulli che corteggiano le due reine e 
dalle voci che escono dalle schiere di cui 
sono le duci. 



INTORKO A DANTE ALIGHIERI. 555 

10 mi alzava volando oltre la luna, 
E trascorrea per candido sereno 
Diffuso' al par del lucido vapore, 

Che verso Borea, algente notte illustra : 
Però denso è quell' aere, ed al mio volo 
Resiste si, che ricorrendo a tergo 
Qual' onda a nuotator mormora e stride : 
Pur in brev' ora immenso tratto io varco, 
E globo scorgo più lucente e caldo 
De la terra qual or dal sole estivo 
Bolle infiammata, e da lontano splende; 
Sento che ignota forza a sé nel trarmi 
M' affretta il volo, e quasi a me sul dorso 
Strugga raggio solar V audaci piume 
Precipitando in giù col corpo in piombo. 
Ma senza offesa, in spaziosa valle. 
Biancheggiavano sparsi alti palagi 
Tra le liete verdure, e quai li mostra 

11 regale Marli, cingeanli ameni 
Boschetti, e chiari e mormoranti fonti. 
A' bei palagi sovrastava un tempio, 
Di cui per V ombra de le folte piante 
Io solo rimirar potea la fronte, 

E le statue sublimi, e 1' ampia volta 
D' alabastro fregiata a stelle d* oro. 

Qua e là mi volgo, né so dove. Ascolto 
Di musici stromenti un chiaro suono. 
Cui gli echi rispondeano. Ivi m' invio, 
E in un che guida al tempio ombroso calle 
M' avvengo in un drappel di liete donne. 
Che con cetre, con organi, con trombe 
Rendeano tra le piante il bel concento. 
Agili ninfe in breve gonna, e cinte 
Di corone di rose i biondi crini 
Le seguiano tessendo allegri balli ; 
Indi sacerdotesse in bianca veste 



5$6 POESIE DI MILLE AUTORI 

Con incensieri, con vessilli, e faci; 
Ultimamente due reine o Dive, 
Che Dive mi sembrare a gli atti, al volto. 
Al serto d' oro, a lo stellato manto, 
A due fanciulli che lor stanno a lato 
Sfavillanti di luce, e con occhiute 
Piume sul dorso, e colorite ad Iri. 

M' empie di amore, di stupor,* di gioia 
Spettacolo sì nuovo, e pur vorrei 
Accoppiarmi a lo stuol, ma poi pavento 
De le due Dive il venerando aspetto ; 
E non poss* io da riverenza vinto 
Fissar il guardo ne' fanciulli. Intanto 
Al confin de la valle ove serpendo 
Va sovra arene d* or fiume d' argento 
La pia schiera s' inoltra, inni cantando 
Or con acute, or con profonde note: 
A r alma melodia 1' aura risponde 
Col mormorar de Tacque e de le frondi 
Da leggier soffio alternamente scosse 
Ne gV intervalli del celeste canto, 
Che ne la fantasia cosi mi suona. 

O d' Urania e d'Amor hglia e ministra, 
De T eterna bellezza immago, e fonte, 
Cui di Cintia emular le Parche diero 
Ne r annuo corso i rinascenti aspetti. 
Cui r argenteo splendor comparte il sole 
Onde illustra la reggia ampia di Giove. 

Al canto, a V aure, al folgorar de 1' astro, 
A la pace, a 1' amor che in dolci sensi 
Spiravano a vicenda i fiori e V erbe, 
La valle, il fiume, nel pensier mi cadde 
Che questa fosse 1' acidalia stella. 

Da lungi seguo de lo stuol canoro 
L' orme segnate su V erbette molli 
Fra queir ombrose piante, e seco passo 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 557 

Su ponte d*or che in cento archi s' incurva, 
E che conduce a un' isola rotonda 
Da luminosi ed alti monti cinta, 
E qual la valle di palagi e templi, 
D' atri, di logge e simulacri ornata. 

Qui, tra me dissi. Venere soggiorna, 
E ad una donna, che mi vidi a lato 
Grave d' anni e d' aspetto io dimandai 
Se con le Grazie e con gli Amori in breve 
Su la terra la Dea scender dovesse 
Le voglie a saziar de' caldi amanti. 

Ella guardommi attentamente, e disse 
Con occhio torvo: Abitator terrestre, 
Che tal ti scorgo a la favella, e al volto. 
Colei che d' ozio e di lascivia nacque, 
Qui non alberga. De la nostra Dea 
La natura e 1' origine è celeste. 

Celeste si, per acquietarla io dissi. 
Se '1 mar creolla del saturnio sangue; 
Si parla ancor tra noi del di beato 
In cui r onda spumosa in due s' aperse 
Sotto 'l tenero collo e '1 roseo petto. 
Ed ella tralucea nel solco aperto 
Non men che tra viole avvolto giglio. 

O su le cose de gli Dei, con voce 
Severa ripigliò la donna antica. 
Ciechi mortali ! Ancor non v' accorgete 
Che fama rea di popolar menzogna 
Vi molce il senso per sedur la mente, 
E de' Numi 1' origine profima 
Ne r adombrarla con fallace imago ? 
Ma grazie rendi a la benigna Dea, 
Che del tuo inganno ebbe pietà, non ira; 
E in cosi dir seco mi guida a l' ombra 
In un vìal di frondeggianti allori 
Da cui pendevan rilucenti scudi 



558 POESIE DI MILLE AUTORI 

D' elette storie vagamente sculti, 
E fattomi seder su verde cespo, 
Del cielo a disvelarmi e de le stelle 
Incominciò le meraviglie occulte. 

Avvolto in alto e vaporoso abisso 
Che chioma a voi parea sanguigna, immensa 
Di novella ed orribile cometa. 
Questo globo vagava intorno al sole 
Su lunga rota oltre Saturno stesa 
Nel supremo suo giro, e nel più basso 
De' rai febei molto vicina al fonte. 

Urania prole del Tonante eletta 
A custodir del solar mondo i globi 
L' auree briglie di questo un di reggea, 
Quando dal sole, ov* ha il suo trono, e 1* armi 
A r etere stellato uscito Amore 
Per abbellir de la cometa il crine 
Urania vide, e sen compiacque, e n* arse, 
E con la forza de la man possente 
Fermato il globo tra Cillenio e Vesta 
Si congiunse ad Urania e la celeste 
Venere nacque. Ne gioì V Olimpo, 
E ad onorarle corsero gli Dei 
Che seguon Febo, e Febo stesso, e V alme 
Muse e Dionisio. Le canore Parche 
L' astro in cui nacque a la fanciulla eterna 
Diero a guardar come la Terra a Vesta. 
La madre dotta nel temprar la lira, * 
Che crea del mondo V ordine e '1 concento, 
A la figlia insegnò stringer de V astro 
L'armoniche misure in breve giro, 
E le insegnò nel tempo stesso il padre 
De gli orbi informi ordinator sovrano 
A dispor gli elementi, a sciorre i semi 
Involti ne 1* abisso, a dar a' misti 
Leggiadre simmetrie, costanti moti; 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 559 

E com* egli è che in luce fonde il sole, 
E de* colori V armonie contempra, 
Scoprine V arte, onde le fibre amiche 
Tesser de' raggi e colorirne i corpi. 

Coronò tanti doni il sommo Giove, 
Perchè ne la bellissima nipote 
Vedendo scintillar la propria immago, 
Custode e dispensiera ei destinolla 
De r armonia, de la bellezza eterna, 
E le svelò come a la pia Minerva 
Gli scolti arcani sul diamante immoto, 
E come a Febo ed a Dionisio dielle 
Empiere de' mortali il casto petto 
Di queir igneo vigor d' aura celeste. 
Per cui non vai Natura, Arte e Fortuna. 

Tacque la saggia donna ed io rimasi 
Qual uom che udendo inusitate cose. 
De' sensi perde e de' pensieri Y uso : 
Ma senso, fantasia, spirito, e core 
Gaudio immenso inondandomi gridai : 
Oh qual divino ardor m'assale! O come 
Gli arcani de gli Dei svelar desio. 
Conoscere il futuro, e in alti carmi 
A' terrestri cantar le meraviglie 
Di questo globo! Ah me le svela, o madre, 
Per la Dea di cui sei certo compagna; 
Cosi nel volto suo possa, e ne gli atti 
Mirar tu sempre mai nuove armonie. 

Vana saria la tua preghiera, o figlio, 
Se del beli' astro le secrete cose 
Non ti volesse disvelar la Dea 
Per la mia voce. Io son la sua ministra; 
Ebulia in ciel mi chiamo, e su la terra 
Or la Cumana, or 1* Eritrea Sibilla : 
Il roman vate dissemi Carmenta, 
E Logistilla il ferrarese Omero, 



560 POESIE DI MILLE AUTORI 

• 

E nemica mi fé' tanto d' Alcina, 
Quanto v' ha tra la Venere celeste 
E la profana odio, e discordia. Or serba 
I detti miei ne V alta mente Impressi. 
Quando manifestar dessi a' mortali 
Un raggio di beltà tra mille eletto, 
Al cenno de la Dea discendo in terra, 
E vo de gli elementi, e de la fusa 
Luce cogliendo le più fine parti. 
Ed a la Dea le porgo. Ella le asperge 
Di nettare e d' ambrosia, e col calore 
De la divina man le stempra, e strìnge. 
Le allunga, le dirama, assoda, torce, 
E forza e simmetrìa dando a V ordite 
Membra il diletto simulacro avvolge 
Entro morbido vel ; gli tinge il volto 
Del più dolce color che abbia 1' aurora, 
E dal seren de le tranquille ciglia 
Fa folgorar de la sua stella il lume; 
Benigna poi nel preparato albergo 
Infonde V alme dolcemente assone 
Ne r idee de 1' armonico e del bello 
Che portar seco ne l* uscir da Giove. 
Quindi con V arte de la madre appresa 
Dai rai d' ambo l' idee diffusi e misti 
I periodi immortali intorno a V alma 
Tesse ed intreccia, e quasi giri a un centro 
Chiude, e cosi tenacemente annoda. 
Che quando V alme co' lor corpi il fato 
Ne r ocean de 1' universo immerge, 
E lo scotono immerse i ciechi flutti. 
Serbano i cerchi 1' equilibrio in onta 
Di fulmini, di sirti, e di procelle. 

Cosi velate io porto l' alme in terra, 
E a Giunon le consegno, ed a Minerva, 
E quand' hanno compiuto il terzo lustro 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 56 1 

In cui nel volto, e ne le membra il t)ello 

Come raggio di sol traluce in vetro, 

Io le presento o quali caste amiche, 

O quali fide spose a* scelti vati. 

Nutre la donna la sorgente fiamma 

Con spessi incontri, con cortesi voci, 

Con atti dolci, e con sembianze liete: 

Ma preme in sé V accesa voglia, e mostra 

Or di fuggire, or disprezzar V amante 

Sino che il petto d' onestà gV infiamma, 

E lo solleva a 1* invisibil forme 

Ove gioia, salute, e pace trovi. 

Non tristezza, timor, geloso affanno. 

Ripieno il vate allor de la celeste 

Luce, di vaga orma corporea impressa. 

Tutta vede aggirarsi a sé d' intorno 

La splendida de gli anni aurea famiglia. 

Che misteri gì' inspira, auguri, e canti : 

Ond' egli a un tempo dal furor percorso 

Di Dionisio, d' Apollo, e de le Muse, 

E istigato da Venere e da Amore, 

De la beltà, de la virtù disvela 

E r attonito volgo i pregi, e grida : 

Non è beltà, che la virtù del corpo, 

Non è virtù, che la beltà de V alma, 

Ordine, ed armonia, che V uom gentile 

Non puote non amar, quand' anche in volto 

Splender ei la vedesse al suo nemico. 

Ed amando patisse infamia e morte. 

A la natura calcitrar non vale; 

Ed amar la virtude, amar il bello 

Natura è in noi come il veder, Y udire 

De r ordin è in ogni uomo il senso innato: 

Ma ne' cori selvaggi ottuso langue 

E ne' figli di Venere diletti 

Ad ogni incontro è cosi desto, e vivo. 

Del Balzo. Vol. VI. 3^ 



$62 POESIE DI MILLE AUTORI 

Che veggon chiaro quel che ad altri sempre 
Ignoto resta, od impossibil pare. 

Non è menzogna che un beli' occhio vegga 
Il cielo più seren, più puro il sole: 
In occhio bello, come in terso vetro 
Con ordine maggior si frange il raggio. 
Che in occhio informe ; e poiché Y alma è quella 
Che dà lume e color ai visti oggetti; 
Quanto è de V alma più vivace il senso 
(E in abna bella egli è vivace al sommo), 
Tanto il lume e '1 color visto è più vivo. 
L' aere ondeggiante le nervose fibre 
De r orecchio scotendo in quella guisa 
Che scuote il plettro le temprate corde, 
Risveglia il senso de' più dolci suoni, 
Ed in musiche note il garrir cangia 
Degli augellettì, il mormorar de' fonti 
E '1 susurro de' zeffiri. Una bella 
Sparge cosi di qualità novelle 
Le cose, e compie la bellezza al mondo. 

Questi ed altri misteri il vate amante 
Meravigliando al mondo ignaro addita, 
E tinge e accende le parole alate 
Del dolce mele, che non sazia il senso, 
Del dolce lume, che insegnando piace. 

Ma tempo e meta a le discordie cieche 
De' misti corpi e limitati fisse 
La legge non mutabile di Giove. 
E se del solar mondo, e gli astri, e gli orbi 
Si sfasceranno rovinando allora 
Che per dar luogo ad armonia migliore 
Si compieranno gli assegnati giri: 
Meraviglia non sia che il tenue velo 
De la beli' alma per tant' anni albergo. 
Dal peso resti e dal continuo moto 
De' terrestri elementi allor disciolto 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 563 

Che di beltà tutti svelati i pregi, 
Ed adempiute V ispirate lodi. 
Passerai! Y alme a più beata vita 
Lasciando su la terra il corpo estinto. 

Su gli occhi chiusi, e su V immoto e freddo 
Volto, e di bianca pallidezza asperso 
Venere piange, e seco piange Amore. 
E a' loro pianti gli elementi, e *1 sole 
Che si sovente i dolci guardi ornaro, 
Fann' eco; vanno questi regni in lutto 
Contro r avara e inesorabil morte 
Lungo cantando e lagrimoso metro; 
Metro però di melodia tranquilla, 
Non di singulti, d' ululati, e strida 
Onde piangeasi ne 1* età vetusta 
Da le donne d' Egitto il morto Adone ; 
Non è furor, non disperato duolo 
Quel che talora per la vostra morte 
Ange de* Numi il sacrosanto petto. 
Ma tenera pietade, amor del Bello 
Che qual sul cielo, su la terra etemo 
Da gli Dei si vorrebbe. I dolci pianti, 
Quando morirò Beatrice, e Laura 
A' due vati dolenti io riportai. 
La Diva stessa a consolarli scese 
Con Dionisio e con Febo, e a 1' un la forza 
De' carmi die, la gentilezza a V altro, 
Ad ambo ornar la sì soave lingua 
Di cui fu r inventrice e la maestra 
A prò de 1' arti e de le caste amanti. 

Chi credi mai de la canora schiera, 
Che dal lauro tu vedi a lenti passi 
Verso il colle avanzarsi, esser le duci ? 
Sono Laura e Beatrice, ambo reine 
De r isoletta, nel voler concordi. 
Ed eguali nel premio. I due fanciulli 



564 POESIE DI MILLE AUTORI 

A' due signor' de V altissimo canto 

Die' la Dea per ministri; un d* essi ha torto 

In bionde anella il crine, ha molle il volto, 

Ne la faretra i dardi d' oro chiusi, 

E a intenerir più che a ferire aspira; 

Negletti ad arte i bruni crini ha V altro, 

Acerbetti gli sguardi, e sta ne V atto 

Di saettar V inferno. Ah eh' io ravviso 

Ne' fanciulli, esclamai, lo stil, 1* ingegno 

De' vati cui servir! sieguonli, credo. 

Le Muse. Al volto, a* musici stromenti 

Ben le conosco. No, disse la donna, 

Cinte tu vedi d' aura eterea 1' alme. 

Che quali di virtude imraagin vive 

Furo in terra proposte ed onorate 

Da casti amanti e da fedeli sposi : 

L'une con carmi pastorali, e l'altre 

Con meoni o pindarici; immortali 

Esse vivranno ne 1' età futura, 

Ma non di Laura e Beatrice al paro. 

Perchè sortir inegual sorte .^ io chiesi. 
Ed ella : O figlio, una è l' idea del Bello ; 
E se ti fosse il vagheggiarla dato, 
Una tu la vedresti in sé ristretta: 
Ma troppo infermi son gli occhi mortali 
A sostener il vigoroso lume 
D* un raggio sol, non che di tutto il sole, 
Onde la Dea quando in un corpo il chiude. 
Il tempra, il colorisce, e le scintille 
Talor n' offusca, e talor quasi ammorza. 
Conforme chiede V armonia del mondo. 

A la misura del temprato lume 
La desta fiamma a' vati in sen risponde. 
Ed a la fiamma gì' inspirati carmi 
O forti, o dolci, o 1' uno e l' altro ; e sempre 
Atti a spiegar a le cortesi amanti 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 565 

Il desir saggio, la tranquilla speme, 

Il modesto timor, V oneste voglie, 

Non mai per godimento o sazie o stanche. 

Al fin la Dea con la severa mano 
Drizzando in alto la bilancia etema, 
L* amor, la fé libra de' vati, e i carmi 
E '1 senno, ed il valor e V onestate 
De le Belle che fur de' carmi oggetto, 
E a* merti adegua V immortai mercede ; 
Ma la Bella l'ottien sempre maggiore. 
Perchè a 1* amante ella fu sempre in terra 
Per le somme virtù lusinga e sprone; 
E perchè 1* una più de V altra adempie 
Del sacro ministero i dolci uffizi. 
La Dea per le delizie e per l'onore 
Qua su distinse 1' assegnate sedi. 

Ah distinguerle a me degnati, o madre, 
Che in terra non le scorge ottica canna, 
Dedalica pur fosse. Ella riprese : 

Tra i due mari, cui 1* uomo a Vener caro 
Più che non era Endimi'one a Cintia 
De gì' italici vecchi il nome impose 
Che tante in terra e in ciel cose scoprirò, 
Un ampio giace e fertile paese 
Che in isole distinto, e in valle ameno 
Distendesi a le due temprate zone, 
E si dirama sino a* freddi poli : 
Ne' più sereni e più benigni climi 
Siede la filosofica famiglia: 
Ma ne' più caldi, e che due volte a l' anno 
Il sole fere co' suoi raggi a piombo, 
Su i monti, o a le lor falde, o in prati, o in grotte 
A r ombra d* odorose, e ognor dipinte 
Piante, e sovr* erbe più del sonno molli 
Posan cantando le lor belle i vati ; 
Né de' vati saper più ti concede 



$66 POESIE DI MILLE AUTORI 

La Dea: né de' filosofiate di tanti 
E retori, e grammatici, e sofisti 
Abitator de gli agghiacciati poli. 
Ove per ristorar Venere i danni 
Del gelo acuto, e de le fredde notti. 
Crea nel candido ciel perpetue aurore 
Tinte di verde, o di cerulea luce, 

di gialla, e vermiglia in fiamme sparsa; 
Ed in corone figurata, o in archi, 

In aste, in dardi, in peschereccie reti, 

D' invide guerre emblemmi, e d' arti astute, 

E vittorie in superbo ozio sognate, 

Cosi cangia de l'ordine i difetti 

In uso di piacer la Dea cortese; 

Ne vagheggia 1* immagini e le ree 

Follie detesta lo traslato saggio. 

Ne r emisfero opposto han le lor sedi 
Saggi legislatori, e pii monarchi, 
E magnanimi duci, e forti eroi ; 
L' opre di cui furo novelli imperi 
Ed ordinati con le leggi apprese 
Qua su nel ciel da le sirene eteme. 
Ma tu de r infinita alta armonia 

1 misteri a capir mente non hai, 

Ed ozio fora il ragionarne. Adunque 

Fa che restringa i tuoi pensieri e *1 senso 

In questa parte, ne T aperto piano 

Attento osserva 1* allungato cerchio 

Simile appunto a 1* ottinostre giro. 

Che a voi sembra segnar quest* altro in cielo. 

Ne' tre punti che in mezzo a 1' aia stanno 

S' innalzano tre templi, alteri e novi 

Per fronte di carbonchio e tetto d' oro, 

E per colonne di cristallo o d' ambra. 

Il tempio posto ov' è de l' orbe il centro 

(A chi sacro egli sia saprailo in breve) 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 567 

Signoreggia sul colle i due nel piano, 

Che a Bice e a Laura consecrò la Dea, 

E con gentile magistero eresse 

D' archi frequenti, e di sonanti volte 

Ch' echeggiano a vicenda in dolce suono 

De le due donne i celebrati nomi, 

Siccome in specchio di lucente acciaio, 

E di figura al lungo orbe conforme 

Da un foco a 1' altro si riflette il raggio. 

Sul giro poi che in sé rinchiude i templi, 

Mille alberghi torreggiano, o di tosca 

O di latina architettura e greca 

Coronati di piante, e d' ombre, e d' acque 

Sotto al cerchio che al di la notte agguaglia. 

Qui gareggiò con la sua figlia Amore 
Per onorar le Belle. Egli del globo 
Prima 1* asse inclinò su V orbe magno, 
E stese da una parte, ove fiammeggia 
In petto del Leon V accesa stella, 
E da r altra ove versa Aquario V urna. 
Poi fé' che raggirando a V asse intorno 
Con lento moto il bilanciato globo 
Restaste esposto a le febee saette 
Dodici di ne V illustrata parte, 
E quindi in seno concepisse ardore, 
Che il terrestre calor due volte vince. 
Sotto del cerchio è tanto intenso il foco; 
Che men acuto ferve quel che fonde 
In adriaca fornace il molle vetro. 
Egli s' intema ne 1' occulte ed ime 
Viscere dense del venereo globo, 
Parte ne squaglia, e ne trasforma parte 
In metalliche scheggie, in nitri, in zolfi, 
E in altri sali, che trae seco il foco 
Quando s' alza in vapore, e Y aria ingombra, 
Da cui poscia rugiade e dolci pioggie 



568 POESIE DI MILLE AUTORI 

Stillano in copia ne la lunga notte, 
E rinfrescan con V aure il globo acceso. 

Scendono giù con mormorio soave 
Da' monti i rivi di metallo fuso 
Da la mistura de' rodenti sali, 
E che lucido il fanno al par de 1' acqua. 
Sgorgano zampillando in ogni parte 
Quinci gli argenti, e quindi gli aurei fonti; 
E le loro onde, qual del vivo argento 
Le goccie, se attraendo in una massa 
Cospirano di liquido cristallo, 
Nel cui fondo si specchia il cielo e gli astri; 
E questi sono i serpeggianti fiumi 
Che tra sponde odorifere, e fiorite 
Corron precipitosi in seno ai mari 
Del lor colore, e scintillanti ognora 
Per la luce, che in copia esce da' flutti. 
Senza che nave li divida, o remo. 

Da la frese' aura poi temprato il foco, 
E da sali inceppato in giuso scende, 
E quasi mente Venere gli desse, 
Qual nutritivo umore i corpi avviva, 
E di questi, o di quei con le prescritte 
Leggi svolgendo le confuse fibre. 
Le allunga, le dilata, e il tronco, e i rami 
Figura e spiega, e i fior matura e i frutti 
Di queste frondeggianti ombrose piante. 
Piante non già sterili, dure, immote, 
Quai di Diana gli alberi, o del sole, 
Ma feconde, flessibili, ed in atto 
Dì sempre germogliar spargendo i semi. 
Da cui, quando cosi piaccia a la Dea, 
In pochi di sorge un giardino, o un bosco, 
Qual se in verdi, e continui archi piegando 
Erge, ma in un' etade, indica pianta. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 569 

A la dipinta e folgorante spoglia 
I nati frutti sembrano zaffiri, 
Ametisti, smeraldi, ed altre gemme; 
Ma dentro ordite da piumosi vasi. 
Ed impinguati di nettareo succo 
Havvi sostanza rugiadosa e dolce 
Più che esperidi poma e favi iblei. 
Più dirò: mentre stava ancor T errante 
Cometa immersa ne* vapor del sole. 
La parte che qual pomice vagante 
Già galleggiando sovra il misto abisso, 
Fu da' vivaci raì conversa in vetro, 
E vetro terso o nubiloso apparve 
Secondo eh' era la cangiata parte 
Più densa, o meno, e '1 sol dritto ed obliquo ; 
Onde altra poi trasmette interi i raggi, 
Altra divisi, e li dimostra tinti 
D' ostro, d' azzurro, di viola o d' oro, 
Altra tutti nel sen li serba ascosi, 
E rende rugginoso atro il cristallo. 
Di tal materia ampi volumi, e masse 
Offerse il sole a V ingegnoso Amore, 
E Amor ne fabbricò le rupi e i monti, 
Che qual monil d' elette gemme ei stese 
A r isola d' intomo, e con tal' arte 
Di colori intreccioUe, e di splendore, 
Che ricrea molto gli occhi il loro aspetto, 
E di sommo diletto inebria 1' alma. 

Ma del raggio solar, io l'interruppi. 
Perchè non son cangiati e al fine estinti 
I colori de* monti ? E s' io dir oso 
Ciò che ho nel cor, ru 1* ignoranza scusa. 
Perchè a foco perpetuo esposto il globo 
Tutto non fassi d* inflessibil vetro, 
O disciolto in vapor tutto non sfuma, 
E o cade in grembo al sole, o ne l'opposta 



570 POESIE DI MILLE AUTORI 

• 

Pane si sperde oltre Saturno o Giove ? 
La mia richiesta non sdegnò la donna; 
Ma con volto seren : Se in questo, disse, 
Globo cresce il calor, cresce non meno 
La densità de' corpi in esso inclusi, 
Né più che il quanto limitar tu puoi 
Ne r opre di natura il raro e '1 denso. 

Perchè il calore poi non sciolga o strugga, 
Non basta forse che virtù possente, 
Più che non è la disciogliente forza, 
Le metalliche fibre allacci e stringa ? 
Cosi geometrizzò, mentre tessea 
De' corpi Amor gli elementari stami 
Da la massa centrai svelti, e frammisti 
A r aria, a 1* acqua da V abisso estratta 
E in certi siti astretta ai giri alterni 
Del vario si, ma impertubabil moto. 

Dimmi, se '1 sai, donde il tuo globo serba 
Immutabile stato in tante scosse 
Di tremuoti, di fulmini, di tuoni, 
Di procelle, di vortici, d* incendi ? 
Cadono i monti, si ritira il mare : 
Cangiansi in arsa sabbia i culti campi; 
Gemme, metalli, piante, uomini, fere 
Consunti da l'età, sciolgonsi in polve; 
Le polvi porta seco 1' aere, e 1' aere 
Agitato, compresso, acceso fugge, 
E la sua sfera stende, e di figura 
La cangia, e d* equilibrio. Or chi lo frena 
In un certo confin, chi l' impedisce 
Di fi'ammischiar nel vago etere i corpi, 
E in altri globi trasportarli? Il peso, 
Quest* aria, ed acqua, e foco, e terra, i misti 
Lor lega in certo spazio, e intorno a un centro 
Co' loro giri immobilmente affisse : » 
Ma tu la maestà de la natura 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 57 1 

E la feconda immensa forza ammira. 
Ne r universo ella fé' vari centri, 
Ed elementi di diversa tempra 
Ad ogni centro in varie guise attorse; 
Talor per legge a voi del tutto ignota 
Né da scoprirsi, ella per man de'. Numi 
A' centri cangia il sito, a' corpi il moto, 
Ma resta il peso intatto, e corrisponde 
Il denso al peso, ed il calore al denso, 
E tutte le tre leggi accorda Amore. 

O natura ammirabile, o lavoro 
Pieno d* intelligenza ! io dissi, ed ella : 
De r armonica scala i primi gradi 
Sol t' adombrai, ma se tu ben V estimi. 
Più in alto salirai. Quanti pensieri. 
Quanto desio mi si svegliò ! Ma tosto 
In que* palagi si conformi a' templi. 
Ella riprese, di cui Y atrio e '1 tetto' 
Fregiano statue di corallo e d' ambra. 
Le pie sacerdotesse hanno gli alberghi. 
Cosi chiamiam le celebrate donne 
Da' vati che dei due Toschi la forza 
Imitaro cantando, e la dolcezza, 
Ma r adornar con fantasie novelle. 
Con nuovi giri di parole, e d'arte 
Da' greci appresa, o da' latini cigni. 

La donna allora m' accennò col dito 
Che i bei palagi e i bei giardini al margo 
D' un fiume si stendean con logge e vie, 
E in faccia avieno trasparenti monti. 
Ma da altri ombrati di ferrigne pietre, 
E di nero cristallo. O che mai veggo ! 
Gridai, volgendo a quella parte il guardo. 
Qual mai specchio incantato in aria appeso 
I palagi moltiplica ed i templi. 
Ed i giardini e i rilucenti monti 



572 POESIE DI MILLE AUTORI 

E i serpeggianti fiumi, e *1 ponte d' oro ! 
Quante sacerdotesse, e quante ninfe 
A' colli innumerabili sen vanno 
Lentamente avanzando! Ecco infinite 
Beatrici e Laure. Io non m' inganno. S' apre 
Nuovo teatro. Oh architetture nuove. 
Oh nuovi intrecci d* isole, e di fiumi, 
Di donne, e Dive! Gli adombrati monti. 
Né te n' accorgi ancor, dice la donna, 
Rifletton alto gli specchiati oggetti, 
E di questi le immagini riflesse 
Incontrano le dense e terse nubi. 
L' instabile vapor cangia la scena, 
E d' un oggetto sol mille ne crea, 
.E loro dà nuovo sembiante e sito; 
Simile meraviglia in cielo appare 
Sul vostro mar tra la Sicilia e Reggio, 
Allor che coce Tonde il sole estivo; 
Ma magico prodigio a voi rassembra 
Ciò che qui di natura opra è costante. 
Tu ravvisar come entro specchio puoi 
Come il bello, uno in sé, faccie infinite 
Ed in modi infiniti e tutti vaghi 
Fere la fantasia de' vati e il core. 
I due Toschi feri con gli occhi e *1 volto 
Di Beatrice e Laura, e col fulgore 
Di vittorie e di duci i due Lombardi. 

Quanto a me fora grato in qualche immago 
Vagheggiar il vezzoso aspetto, dissi, 
Del bello che ispirò T amabil canto 
A la Lesbia fanciulla, al Teio vecchio. 
Ed agli altri latini e greci vati, 
Che le lor delicate orme seguirò ! 

Non nominar senza timore, o figlio, 
I dolci si, ma perigliosi carmi. 
Che de la nostra Dea sotto Y aspetto 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 573 

Destò colei che ha il suo covil ne V Orco 
Tra le Scille, le Gorgoni e le Arpie. 

Rossor n* ebbi e rimorso, e come figlio 
Che non osa mirar la madre in viso, 
Che a dritto il rampognò, guardava il suolo : 
Ella sorrise, e con la destra mano 
Mi percosse la spalla, indi soggiunse : 
Da vati pii le celebrale belle 
Vansi specchiando ne gli appesi scudi 
Ove di propria man scolpi la Dea 
Le belle storie de' vantati amori. 
Cantan le donne de' lor vati i carmi, 
E ad udirle non già corron da' boschi 
Satiri audaci e Naiadi lascive ; 
Ma le sacerdotesse e le reine 
De le lor valli ed isole e de 1' altre 
Contigue, amiche; in più remoti climi 
Vantano studi, alberghi, e templi, e canti 
Al par de le lombarde o tosche donne 
Le germaniche, Ispane, angliche, franche 
Translate in questo globo, e tutte 1' altre 
Che sul Tanai albergar, sul Tigri, e '1 Nilo, 
O lungo i vasti americani fiumi. 

Non è il bello ristretto a luoghi, a tempi. 
Ma si diffonde ne' terrestri tutti, 
Se ben diversi di favella e d* usi ; 
Ad augelli, a serpenti, a pesci, a fere 
Diede la Diva per beltà conforme 
A la loro natura, istinto, e lume; 
Con gli uomini non è matrigna ingiusta, 
E per quanto sian barbari, lor mostra 
Quella parte di bel, che più s' accorda 
Col lor temperamento, e i lor costumi. 

Tu non m' ascolti 1 interrogò la donna, 
Ove tu ti perdesti ? Io non agogno 
Di saper, dissi, ov' han delizia e impero 



574 POESIE DI MILLE AUTORI 

De l'Asia, o de rAmerica le belle. 
Né tutte r altre de V Europa ; io solo 
Cerco il regno dei Franchi, e per ingegno 
E per lingua si colti ; ah lo m' insegna, 
E gir mi lascia a venerar colei 
Che con dolci accoglienze, oneste e pie 
Tant' anni mi onorò : per me restaro 
Dopo la morte sua le Gallie mute 
Con le loro beli* arti. E in cosi dire 
Dirotto pianto mi cadea da gli occhi. 

La man mi strìnse, e con pietoso volto 
Mi riguardò la donna, e : Invano, disse. 
Speri piangendo di placar il Fato: 
Concederti non puote altro la Dea, 
Che di farti cader vicino al tempio 
Ove soggiorna con le Muse Chelo 
E con le Grazie, Beatrice e Laura 
Le sono amiche, e de' lor vati i carmi 
Chelo ama ancor, come egli amò vivendo. 
Dal suo tempio scendean le due reine 
Con le compagne, quando tu cadesti. 

Più non m' aggiunse, e da' pensier funesti 
Per ritrarmi, ella disse: Il guardo volgi 
A' monti che oltrepassano le nubi ; 
Di pigne cristalline hanno sembianza 
Ispide per sei punte in ogni nodo. 
Urtando il lume in quelle asprezze acquista 
Candor si vivo, che biancheggia in cielo 
Questa più che altra stella, e dove a' rai 
Terrestre corpo s' attraversa, il suolo 
Resta segnato di non languid' ombra. 
Mira que' monti là per cui traluce 
Più chiaramente che pe' vostri vetri 
L' immagine degli astri. I loro aspetti 
Non impedisce lo splendor del sole. 
Perchè a' suoi fianchi il trasparente monte 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 575 

Ne ha molti oscuri, ed ha la cima ingombra 
Di metalliche piante, ond' ei sta chiuso 
Da opaco anel qual cristallina lente : 
Esci dal lauro, se mirar tu brami 
Per entro a terso monte i fulgid' orbi ; 
Basta che a 1' occhio con la man ti tolga 
La circonfusa luce, e '1 ciglio aguzzi. 
Io COSI feci; ella per ampio monte 
Con mio diletto mi mostrò, che il sole 
Comete innumerabili ondeggianti 
In foco inestinguibile chiudea, 
E di striscia lunghissima a la foggia 
Di fuso parabolico stendea 
Oltre Mercurio il luminoso fumo. 
Trasportandomi in faccia ad altri monti 
Con grand' arte disposti ai quattro venti. 
Vidi la luna co' spiragli vuoti 
Rassomigliante a Mongibello estinto: 
Marte a l' incontro da caverna immensa 
In alto vomitar torbida fiamma: 
Vidi ciò che chiamiam fascie di Giove 
Esser tra vaste e dirupate rupi, 
Agitato ocean da quattro lune: 
Ed in Saturno quel che a noi rassembra 
Anello rilucente in due diviso. 
Non esser di satelliti una schiera. 
Non un vapor in fluida zona torto. 
Ma sol reliquie di due globi esterni, 
A cui corrosi gli emisperi furo. 
A' pianeti recaro alta rovina 
Passaggiere comete, Eubulia disse. 
Ma di diluvi gravide e d* incendi, 
Quali portaro anche a la vostra terra, 
E di cui la vetusta etade incolpa 
La traviata fetontea quadriga, 
E r oceano, che Y erculee mete 
Soverchiando trascorse insino al Ponto. 



$76 POESIE DI MILLE AUTORI 

Dunque che giova, io non potei frenarmi 
Di dire allor, che con Urania Amore, 
Gli squallid' orbi erranti ordini e illustri, 
Se tutto a r orror primo al fin ritorna ? 
Tal* è de 1* armonia de Y universo 
La legge, o figlio. Sfasciansi i pianeti. 
Ma presta è V alta emendatrice mano 
A preparare il novo ordin di cose, 
Che r ore aspetta a 1' uscir suo prescritte. 

Ma g\\ salir le suonatrici il colle, 
E i balli incominciar V agili ninfe 
Su la pendice ; il resto ornai de V inno 
Da le sacerdotesse odi intonarsi. 

Tu, Dea, ministri 1* ampia tazza al padre 
In cui Giove temprò V alma del mondo. 
Tu gli reggi la man, quand' ei la versa 
Su gli orbi informi de 1' erranti stelle : 
Vita le piante, e senso hanno le fere, 
Mercè del suo soave etereo spirto. 

Mentre cosi diceano, a mille a mille 
Invitate, cred' io, dal dolce canto, 
Veniano a volo, ed aquile, e colombe, 
E su i fiori scherzavano e su V erbe 
Cervi, leoni, ed agnelletti e tigri. 
Tali appariano a la sembianza esterna. 
Ma pei nervi metallici vagava 
Elettrico vapor, elastic' aura, 
Che trasfondea quasi energia di vita 
Ne le selvagge, e ne le miti fere. 
Ed immago imprimea nel loro aspetto 
Di molli affetti, e d' amorosi sensi. 

Da tante meraviglie era io percosso, 
Che molte cose dimandar volendo. 
Non sapea donde cominciar; la donna 
Ben se n' avvide, e : Ad altro tempo, disse. 
Se qui venir ti fia concesso ancora. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 577 

Tu le richieste serba ; eccoci ascesi 

In cima al colle, eccoci al tempio sacro 

Ad Antonia Carrara, Antonia saggia, 

Antonia forte, ed a la Dea si cara, 

Che di Laura, e Beatrice in mezzo a' templi 

Il tempio maestoso ella V eresse 

Sul colle stesso, ove a temprar discende 

Le corde d' or de la materna lira 

Tra Dionisio e le Muse. Ella qui tacque. 

La man mi porse, ed io con agii piede 

Pe' lucidi gradini a T atrio salgo, 

E le Ninfe precedo. È V atrio intorno 

D' ordine cinto di colonne eccelse, 

Qual era il tempio de V efesia Dea. 

De la fronte il carbonchio, e V or del tetto 

Dal sol percosso sfavillando abbaglia, 

E ne r uscir del cristallino solco 

De le colonne al limitare opposte 

Si divide cosi V infranto raggio. 

Che sovra il muro per le gemme scabro. 

Non qual fra noi di bianchi orbi confusi 

Lunga immago contesta imprime e pinge. 

Ma lumeggiati e circonscritti d' ombre, 

E volti e gesti di figure umane. 

La donna m' accennò col dito Antonia, 

Che pargoletta in grembo era de V Ore : 

Giunone il latte le porgeva, e Palla 

Ad emular V ammaestrava gli avi, 

E a la donna regal 1* offria, che al petto 

Se la stringea qual dolce figlia o suora. 

Cresce Antonia nel senno, ella soggiunse, 

E Venere le affibbia intorno al fianco 

Divino cinto non da lei tessuto 

Di molli vezzi e di lascivi ardori 

E d' ire e paci e lacrime e sorrisi ; 

Ma di pie voci, di consigli saggi. 

Del Balio. Voi. VI. 37 



S78 POESIE DI MILLE AUTORI 

D'alti pensieri, d'innocenti affetti 
E cortesi e magnanimi e ben degni 
D'amante sposa, e di benigna madre. 
Le invisibili cose eran temprate 
E colorite in si ammirande guise, 
Che nel raffigurarle in me sentia 
Farsi de la ragion più puro il lume, 
E render T alma a la virtù perfetta. 
Che pensi ? disse a me la donna : assai 
Già da Antonia imparò lo sposo e '1 vate 
Come s'acquista onor, come Dio s'ama. 
Antonia assai su la natura sparse 
Beltade, ed armonia coi sensi e V opre. 
Indi soggiunse, al ciel le mani alzando : 
O tempio di Fortuna, o porti, o sponde 
Non lungi al mar de l'Adria, o piagge, voi 
Più non vedrete e non udrete Antonia, 
Più non r udrete, o suore, o figli, o sposo : 
Beato sposo fin che Antonia visse, 
Or di tristezza e di pietade oggetto. 

Ah ben t'intendo. Mi vuoi dir, o madre. 
Che mori Antonia; non celarmi, io prego, 
De r eroica virtù le prove estreme, 
E qual si fé' lo sbigottito vate. 

L' aureo crine ad Antonia era vicina 
A svellere la morte, allor che scesi 
In terra, e vidi il lagrimoso letto 
Cinto da' figli, e dal dolente sposo, 
A cui rivolta Antonia in atto pio 
Dicea con seren volto e forte petto: 
Io t' amai, t' onorai fino eh' io vissi, 
E meco 1' amor mio porto e la fede, 
E là t'attendo nel beato Eliso 
A cantar in eterno i nostri amori. 
Deh non porre in obblio le nostre no/ e 
Ed i comuni figli. Ah cari figli. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI, 579 

Più riparar non potrò i vostri mali, 
Né rallegrarmi più de vostri beni : 
Vivete, e la pietà da me imparate, 
La fortezza dal padre. O Febo Apollo, 
Perchè il dono di Alcestide mi nieghi. 
Rispose il vate, e i voti miei non curi ? 
Deh se t'offersi incensi, fiori e carmi... 
Ma trapassò con un sospiro lieve 
Antonia, e dal dolor lo sposo oppresso 
Le tramortì sul volto ; e invano i figli 
Tentar più volte di chiamarlo in vita; 
Ma nel cor freddo e palpitante appena 
Venere infuse tal dolcezza e luce, 
Ch' ei ritornato dal mortai letargo. 
Non quale Alceste si lagnò col sole 
E con la terra e tutto il dolce mondo: 
Non sbigottito favellò col torvo 
Pluton alato, e col nocchier de' ftiorti, 
Ma riposto ne 1' urna il corpo amato. 
Per man di lui eh' Esino onora e Brenta 
Sul sasso sepolcrale in oro incise, 
Che oltre il voto e la speme egli vivea: 
Questi regni ammirar la sua costanza, 
E di Laura, e Beatrice i mesti templi 
Risuonar per più di gli alti lamenti. 

Piangea nel cosi dir la donna, e aggiunse: 
Quando squarciar le Parche il casto velo, 
Piansero, o figlio, come io piango, e seco 
Pianser le Grazie, e Venere dolente. 
Che si guastasse la fattura illustre. 
Di cui mai non ordì la più perfetta: 
Io piangea seco, e : O fortunato Eliso, 
Tu, dissi, ognor godrai 1' anima bella 
Ne' verdi boschi... Ah no, che in questo globo 
A le sue figlie apparecchiò la Dea 
Le di gemme e d' onor sedi dipinte, 



580 POESIE DI MILLE AUTORI 

Né per salirvi veder denno il bosco 
Caliginoso, e 1* ombre, e '1 re tremendo. 
• Tu 'l dicesti, le lagrime asciugando 
Col velo, disse a me l'antica donna: 
E rivolta a le immagini dipinte 
Su la porta del tempio : Antonia, aggiunse, 
Sul cocchio alato, che la Dea conduce, 
L' eteree strade seco calca. II cocchio 
Qual acceso vapor d* estiva stella 
Si tragge dietro luminosa striscia, 
Che nel suo folgorar sfumando s' apre. 

Chiesi onde mai non fosse tratto il cocchio 
Da molli cigni, o da colombe bianche, 
Ma da due generosi alti destrieri, 
Fiammeggianti non men eh' Eto e Piroo, 
E che librato nel suo moto il cocchio 
Teneano si, che un' aquila parea. 
Che con le tfse penne innalza il volo, 
E dritta all'occhio si minora e perde. 

Ma ne la doglia sua la donna immersa. 
Ah mentre, riprendeva, il cocchio fugge. 
Pallido il sole in lontananza sorse, 
E a sé lascia d' intorno il cielo nero, 
Van le valli perdendo il verde loro, 
Languendo i fior; tutto é d* orrore involto. 
Dove vedesti mai notte dipiata. 
Che più squallida fosse e con maggiore 
Silenzio e solitudine di morte? 
Antonia tolse ogni bellezza al mondo. 

Volea più dir, ma ci divise il coro 
Che entrava in folla; io fui nel tempio spinto, 
E mille rare e inusitate cose 
A un tratto mi ferirò in guisa i sensi. 
Che vedere ed udire a me parca 
Come cento occhi e cento orecchie avessi 
In oggetti diversi intesi tutti. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 58 1 

Pur, che prima dirò ? Qual aureo tratto 
Di pennello stendeasi un vivo lume 
Da varie statue collocato in alto 
Entro nicchie gemmate intorno a un' ara : 
Era r una più candida, e più tersa 
Del fosforo quand' è con Y orbe pieno : 
Di lucid' ostro sfavillava V altra, 
Che men vermiglia è la matura aurora: 
Quella è ripiena d' occhi, e V occhio splende 
Qual febea lampa ne T azzurro cielo: 
Questa di mamme, ed ogni mamma sgorga 
Argenteo raggio di rotonda luna. 
V ultima statua sovrapposta a T ara 
D' usbergo adamantin cinta lampeggia. 
Usbergo che rintuzza o spezza i dardi, 
Che con astuta man scocca una donna, 
Che porta in sen tigri, leoni e serpi. 

Rifletteano le statue i lor colori 
Ne gli ampi specchi di cui Tuno ornava 
L' alto del tempio, e '1 pavimento 1* altro, 
E da' loro reciprochi riflessi 
Dipinti si vedeano in questo e in quello 
Un ordine lunghissimo di spettri 
Con vive si, ma non men care tinte. 

Colà t' accosta, udii dirmi a le spalle 
Da imperiosa voce : io la conobbi, 
E risponder volea, ma spinto fui 
In faccia a 1* ara, ove d' amomo, e nardo 
Fiamma odorosa e limpida s' ergea: 
Di là non lungi sovra seggio altero 
Sola sedea la maestosa donna 
Con gli occhi folgoranti al ciel rivolti: 
Pur tosto sorse ad incontrar cortese 
Laura e Beatrice e i due fanciulli e '1 coro. 
Dal coro di Beatrice alte e profonde 
Uscian le voci armoniche; da quello 



$82 POESIE DI MILLE AUTORI 

Dì Laura dolci e molli, e miste in una 
Stampavano ne V aria onde si belle, 
Che son men vaghe in istoriato arazzo 
L' onde increspate di ceruleo mare. 

Ma già del tempio Talte chiuse porte 
A borea, a l'austro, a l'occidente, a Torto 
S' aprono d* improvviso;, e *1 tempio inonda 
Immensa turba dì canore donne 
Varie nel volto e molto più nel canto. 
Come raggio di sol passò la Dea 
Tra quelle mura cristalline, e apparve 
Qual la rimiri lo stellato Olimpo, 
Quando Y ambrosia bee tra Urania e Amore : 
Ella portava in man gemmata tazza 
E ad Antonia porgendola le disse: 
II nettareo lìquor assaggia, o figlia. 
Che con quest' altro a me die' in dono il padre. 
Egli t' inonderà la mente e '1 core 
De r armonìa de la beltade eterna. 
Antonia, poste le sue mani al seno, 
Le labbra apria per ringraziar la Dea: 
Ma il sogno mi disparve ; io mi destai. ' 

« In Padova da illustre famiglia aggregata anche alla nobiltà 
veneta trasse Antonio Conti i natali V anno 1677. Inclinò giovanetto 
allo stato ecclesiastico ed entrò nella congregazione deirOratorio di 
Venezia. Le pie cure delle quali s* intendea sempre più dì aggra- 
varlo lo atterrirono a segno eh* ei determinò di abbandonare quel 
religioso consorzio dopo di avervi dimorato nove anni. Con una 
mente avida di cognizioni e capacissima di accogliere con lucidezza 
egli si dedicò intensamente agli studi di quasi tutte le scienze. Alle 
solitarie lucubrazioni volle aggiungere un modo più dilettoso e più 
agevole di erudirsi, e questo fu di conversare coi più dotti uomini 
dell'Europa. 

« Nell'anno 17 13 il Conti si trasferì a Parigi, ove contrasse di- 
mestichezza col Varignon, col Vemei, col Parent, col Petit, col 



' Questo poemetto fa rìsumpato a pagine 324-362 in : PotmtiU e sciolti del st- 
colo xvjiiy Venezia, Zatta, MDCCXC. 



ì 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



583 



Geoffroi, coli' Homberg, coi quali a lungo s* intertenea dì geometrìa, 
di astronomia ed anche di chimica. 

« Frequentò anche l' elegante Fontenelle e lo speculativo Male- 
branche. Quest' ultimo gli spiegò in tutta V ampiezza il suo vero si- 
stema razionale e meccanico. Il Conti osò di farvi alcune obiezioni. 
Il Malebranche non gustò la indocilità del suo nuovo uditore. In- 
cominciò ad accoglierlo con freddezza ed a coprir di mistero le sue 
meditazioni. L'amor proprio è un gran seduttore anche presso le 
persone dotate della maggiore umiltà, come ci viene dipinto il Ma- 
lebranche. 

« Dopo due anni di soggiorno in Francia fece il Conti tragitto 
in Inghilterra. 

« Cospicuo per nascita, per fioritissimo ingegno, per costumi il- 
libati e soavi, non fu a lui diffìcile l' ottenere il più lusinghiero ac- 
coglimento presso la real corte di Londra. 

« Il favore de' grandi non era però lo scopo precipuo de' suoi 
viaggi. Egli mirava segnatamente a fare acquisto di dovizie scien- 
tifiche. 

« Newton era allora nel merìggio della sua gloria. Il Conti 
venne onorato dalla confidenza di questo grand' uomo, che gli co- 
municò anche varie particolarità della sua vita, eh' egli riputò degne 
di registrarsi nel suo Memoriale di viaggio. Tra le altre cose ivi si 
legge che un libro di astrologia giudiciarìa fu quello che offerì al 
Newton il prìmo barlume della geometria : che s' invogliò quindi di 
studiare Euclide, delle cui proposizioni vedea la dimostrazione nella 
sua mente più che nel libro. Lesse di poi Cartesio, Vieta, Vallisio. 
Le opere di quest* ultimo gittarono nella sua mente il primo germe 
del calcolo differenziale. 

«t Bolliva allora la grande controversia intomo alla invenzione 
del medesimo. Newton e Leibnitz se ne disputavan la gloria. Si ri- 
portarono entrambi al giudicio della Società Reale di Londra, la 
quale il pronunciò a favore di Newton, appoggiandosi a documenti 
che furono pubblicati col titolo di Commercium epistolare. 

« Il Leibnitz, che stimava assaissimo il Conti, ' a lui diresse una 
lettera in cui si querelava della decisione inglese, di parzialità ac- 
cagionandola. Il Conti mostrò il foglio al Newton, il quale accon- 
sentì eh' egli richiamasse la questione all' esame. Entrò quindi il 
Conti qual mediatore tra i due grandi competitori; ed essendosi 
accinto a discutere con lealtà V affar contenzioso, riuscì a disgustar 



' Tra le lettere del Leibnitz pubblicate 
dal Maizaux rt ne ha una diretta al Re- 
mond, nella quale cosi ai esprime: voi non 
sete il primo a parlarmi di questo illustre 



abate (cioè il Conti) come di un ingegno 
eccellente. Il signor Ermanxae ed il Bour- 
gnet me ne hanno detto meraviglie. Io sono 
impaziente di vederne le opere per fame uso. 



584 POESIE DI MILLE AUTORI 

r uno e r altro, come per lo più suole avvenire a chi imprende a 
riconciliare due orgogliosi rivali. 

« Non potè il Conti dissimulare al Leibnitz di aver vedute presso 
la Società Reale carte di antica data, le quali relativamente al Newton 
dileguavano ogni sospetto di plagio ; ciò che dispiacque al Leibnitz. 
D* altra parte dispiacque al Newton, che uomo misterioso e gelo- 
sissimo era, ' che il Conti avesse penetrato con le sue indagini che 
quel solenne giudizio della Società Reale a suo favore proferito era 
stato onninamente dalla sua mano condotto, eh* egli aveva scelto a 
sua voglia i documenti del Commercio epistolico ed erano di suo la- 
voro le appostegli note. Tali amarezze ruppero il filo al buon dise- 
gno del pacificatore. 

« Ad onta di ciò il Leibnitz desiderava sempre di personalmente 
conoscere il nostro abate. Questi a tal fine accettò il grazioso invito 
che a lui fece il re Giorgio di seguitare la corte che si trasferiva 
in Annover nell'autunno del 17 18. Ma quale fu la sorpresa ed il 
rancore del nostro Conti, quando giunto colà venne a sapere che 
il Leibnitz era pochi giorni prima improvvisamente mancato di viu I 
Conversò a lungo col dotto suo confidente Eccard, da cui rilevò 
non so che particolarità attinenti alla vita del suo defunto maestro. 

« Il Conti ritornò in Inghilterra, ove dimorò sino all'anno 17 18, 
in cui ripassò il mare, recandosi di nuovo in Francia. 

« Dopo di essere stato interamente immerso nelle scienze fisiche 
e matematiche, prese allora diletto di versare ancora nell'amena let- 
teratura, prediligendo segnatamente l'erudizione greca e latina. Egli 
andò in traccia in questa seconda epoca di suo soggiorno in Parigi 
dei cultori più celebri degli accennati studi, e si legò in amicizia 
cogli Hardion, coi Freret, cogli Arduin, coi Souciet e con altri an- 
cora. » * 

Dopo circa otto anni di vita parigina se ne ritornò, nel 1726, in 
patria, dove subito pose mano al lavoro, traendo profìtto da tutto ciò 
che aveva veduto, notato e studiato nei suoi lunghi e vari viaggi, non 
tralasciando conversare, con un vivo scambio di lettere, con gli uo- 
mini insigni che aveva conosciuto. E, cosi, discuteva di poesia coi 
duca di Villeroi, col marchese MafTei, col cardinale Benti voglio; di 
erudizione con monsignor Cerati, col conte di Caylus, che tradusse 
il suo Globo di Vènere f col marchese di Jancourt; di matematica 
col Zendrini ; di astronomia col Cassini, e con Eustachio Manfredi. 

Appena giunto in patria egli limò una tragedia cui aveva molto 
pensato: Giulio Cesare^ che fu stampata, il 1726, a Faenza. Questa 



' Tale ce lo dtnou il Conti. | eoli d*lìa UtUrMtmrM italian* del Goraiani, 

^ Vedi a pagg. 342-344, voi. IV, in : 5«- | Torino, Unione tip.-edtt. torinese, i8$(. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



585 



tragedia, tra le tante cose che scrisse il nostro abate, è la sola che 
si è salvata dairoblio. Nel 1739 venne fuori il primo volume delle 
sue prose e poesie, presso il Pasquali in Venezia; ' e nel 1743 il 
suo Giunio Bruto e 1* anno seguente il Marco Bruto, Tra gli studi e 
le liete ed amichevoli conversazioni se ne mori placidamente, in Pa- 
dova, il 1749, senza aver potuto o voluto compiere la raccolta com- 
pleta delle sue opere. ' 



' In questo volume che contiene, tra le 
«lire poesie, // f^lobo di Ventrt^ l'autore, • 
pagg. Ili -XXX li, in una lettera a monsignor 
Cerati, ne spiega l'allegorìa, come abbiamo 
veduto a pag. 553 di questo VI volume. 

' Nel 175 1 furono pubblicate dal Bon> 
ducei, in Firenze, in una corretta edizione, 
con dotta prefazione di Giuseppe Buon- 
delmonti e con illustrazioni, quattro sue 
tragedie : Giumio Bruto, Marco Bruto, Giulio 
Cesare, Druso II medesimo Bonducci, nel 
17$ 3, stampava Atalia^ tragedia del Racine, 
tradotta in versi toscani dal celebre si- 



gnor abate Antonio Conti, patrizio veneto 
Nel 1756 venne fuori il secondo volume 
delle Opere, in Venezia, dal Pasquali ; ma 
rimase poi arrenata l'edizione che volevasi 
fare di tutte le sue opere. Furono pure 
pubblicate, dopo la sua morte : Lettera di 
Eloisa ad Abelardo del Pope, volgarizzata, 
Napoli (Firenze), 1760, in-4, sta in fine 
al libro: Il riccio rapilo, tradotto da An- 
drea Bonducci. — La vita coniugale di Mi- 
lady Montaigne, tradotta in verso italiano, 
Venezia, Zatta, 1792, in-4 gr. Bella edi- 
zione, fatta per occasione di nozze. 



586 POESIE DI MILLE AUTORI 



CCCXLV. 

MOREI MlCHAELIS loSEPHI 



Ad Petrum Aloysium Strozzium 

EX FORANI PRINCIPIBUS, E BaLNEOLI DUCIBUS 

Epistola. 
(1740). 

Cita Dante fra i grandi. 



Quae studia, aut qui te deceant, Strozzi optime, mores 
Mox cum vita tibi laribus ducenda paternis. 
Ingenue, quoniam mea poscis carmina, dicam. 

Prima tibi pietas sit cordi: scilicet omnia 
Hinc pendent, nil non et habet qui possidet illam. 
Otia vitabis; sunt otia certe malorum 
Semina; nec quidquam metuendum forte iuventae 
Peius erit; fugienda acri sunt haec tibi cute. 
Quod facile ut, tibi contingat,* ne sit grave primam 
Protrahere aetatem inter docta volumina ; nempe 
Hoc proprium est studiis, primo ut videantur acutis 
Omnia ferta rubis; mox quando adoleverit usus, 
Aspera decrescunt, succedunt dulcia, sicque 
Paulatim assuescit grato mens nostra labori, 
Nascitur et multo ex sudore ars pulcra sciendi. 
Sed non omnis erit callenda scientia, nec te 
Singula discendi capiat malesana libido. 
Ingenium quaravis tibi fertile; non tamen omnis 
Omnia fert tellus; non omnia pòssumus omnes. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 587 

Elige de multis tibi quodque arrideat unum, 
Cuius nec te poeniteat graviorìbus annis, 
Atque huic te studio totum mox trade; sed illud 
Curandum in primis tibi; quando Ecclesia magnis 
Te vocat auspiciis, ut libris quidquid habetur 
Divinis non te lateat; librosque per illos 
Huc illuc redeat, et consule saepius omnes. 
Sacra decent factos; Templique arcana, Deique 
Discere non vanum Templique, Deique ministris. 

Sed quoniam Themidis diversa ad munera sancrum, 
Augustum ascendes iam firma aetate tribunal, 
lura, vide, fuerint studiorum magna tuorum 
Portio, mansuromque illinc tibi quaerito laudem. 
Caetera mox summis te saltem attingere labris 
Profuerit, poterisque profundae certe mathesis 
Dogmata delibare, atque irrequieta sophorum 
Litigia, et varias rerum cognoscere causas. 
Plurima dein aevo non ignoranda tibi, quae 
Cognita sunt nostro, quaeque evenere priori ; 
Nec tamen haec ubicumque legas, nec singula adopta 
Credulus, insenso nec singula reiice vultu. 
Sit modus in rebus; docte non omnia docti 
Scripsere, et iurare nefas in verba magistri. 
ludicio, an possis alienis credere scriptis. 
Tu perpende tuo: iudex tutissimus hic est. 
Sufficit ut reliquis non tantum nomine potis, 
Livius, atque Nepos, Cicero, et cura Caesare Crispus 
Grandia sermonis tibi dant exempia latini. 
Cum tamen interea quamvis nec dulcia saepe 
Carmina, nec laudem debes tentare poetae. 
Sint vates adeundi, atque illinc maxima morum 
Cognitio, ac rerum pariatur tanta supellex. 
Perlege propterea semel exemplaria graeca 
Theocriti a calamis ad Homeri classica, donec 
Graiigenum dives spoliis ad nostra reversus 
Littora, seu Latio libeat, seu Carmine Thusco 



588 POESIE DI MILLE AUTORI 

Dulcia perfectae degustes dona poesis; 
Atque ideo studiis cesses si quando severis, 
In manibus tibi semper erunt, tibi saepe tetendi 
Tassus, Flaccus, Dantes, praecipue Maro: summi 
Delectant animum, dant et praecepta poetae, 
Queis vitium fugias, queis virtutemque sequarìs. 

Q.UÌ sapiunt venerato viros, doctumque, probumque 
Semper ama, seraperque tibi propone imitandum. 
Nec tamen.indocti tibi prorsus despiciendi ; 
Scilicet illorum numerus semperque, et ubique 
Praevalet; integris quandoque tacere diebus. 
Et procul a cunctis opus istam ducere vitam. 
Si tantum doctìs utique, fruique velimus. 
Verum age sunt aliqui, quos tu neque iungere doctis 
Possis, neve rudes omnino dixeris; isti 
Sunt hi, qui salibus quaedam Inter seria mixtis 
Immetitos captant populo plaudente cachinnos. 
Semper ab bis caveas, saepe hos vitare memento; 
Sin aliter dum ridet eques, dum ridet ephoebus, 
Ipsaque pone fores cum servo ancillula ridet, 
Tu quoque ride: vel saltem ridere putet te. 
Ne terrici imponat tibi turba dicacula nomen. 

Nec tibi nocturnos ausim interdicere coetus, 
Dummodo sint te haud indigni, tibi nec fugiendi, 
Teque domum gnavus, certaque receperis bora. 
Sunt quaedam, quae pauca iuvent, quae plurima laedant. 
Ergo tuis quoniam invaluit mos iste diebus, 
Romanasque nurus, matronarumque potentum 
Limina cautus adi; sed tu, si luditur illic, 
Lude parum; loquere interdum; sed honesta, sed apta, 
Quod veniente aetate, usuque docebere; quodque 
Rectius ut facias tecum meditabere quos tu 
Nunc habeas, olim quos sis habìturus amicos. 
Cuilibet et quamvis ab amicis sepe timendum, 
Vos o praecipue noctuque, diuque cavere 
Patricia de gente sati; detractor, adulter, 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 589 

Mollis, adulator, parasytus, cantor, aliptes, 
Scurraque praeterea, fur, lene perfidus, et qui- 
Cumque potest vitio non inferiore notari 
Vos petit in primis, vos decepturus honoret. 
Tenaporis hinc iactura frequens, iactura honorum, 
Hinc morbi, hinc pulcrae spes intercaepta iuventae, 
Atque hinc foeta malis longaeva supervenit aetas. 

Nil tibi cum genere hoc hominum, nitidissime Strozzi, 
Nil tibi cum pravis ; ridebere forsitan ; illos 
Tu ridere sinas, ridebis tu quoque, tum cum 
Plorabunt alii male ductae tempora vitae. 
Aequales tu proinde tuos versaberis inter; 
Sed tibi qui fuerint aequales accipe: primum 
Aequalem generosa potest tibi reddere stirpis 
Nobilitas, et opes, et honores, dein studiorum, 
Doctrinae, ingenii, morumque simillimus ordo. 
Hos tibi rere pares, reliquos te crede minores. 
Sed non ut facie vulgi quemcumque severa 
Despicias; metuendum odium, et contemptio vulgi; 
Non spernendus amor; tibi regula proderit ista. 
Nec tumide incedas, pedibus si forte feraris, 
Nec sedeas humeris distentus membra supinis, 
Aurato tum cum veheris per compita curru. 
Ultro comis et esto, salutatusque saluta. 
Pone supercilium, si quando accedere quivis 
Cogitur infersor, mitisque affare timentem. 
Contrahe fronte cutem, si quis petulantior iutrar; 
Talis eris semper simul ut timeatis, ametis; 
Neve humilis nimium dicaris, neve superbus. 
Servorum, moneo, fugito super omnia crebra 
Colloquia, atque aurigarum commercia; crede 
Atria nulla vacant culpis, et equilia nulla. 
Largus in hos tamen esse velis; te plausibus horum 
Dignum reddiderit porrecta pecunia; quantum 
Detrahis alloquio supplebit dextera, tuque 
Panca iube, docilisque iube ; quod restat alendos 



S90 



POESIE DI MILLE AUTORI 



Curet equos auriga, sua regat arte quadrigas, 

Esseda disponat; custodiat atrìa servus. 

Nec multum doleas mala dum consortia vitas, 

Inter neglectos si quis tibi nàscitur hostis. 

Nonnumquam ìuvat hoc; aliquos namque esse necesse est, 

Qui cupide inspiciant oculis tua facta malignis; 

Illa taraen nequeant reprehendere; si sapis ergo, 

Conscius ipse tui tibi vivito, sic et in omni 

Te gere fortuna, sic moribus imbue, ut ipse 

Et probet, et laudet, nollet licet, hostis, et oh quam 

Dulcior est laus suspecto quae venit ab hoste! 

Denique quidquid agas, ubicumque forìsque, domique 
Certus agas, dubiusque sìmul, praeeatque severum 
ludicium, atque expende animo si prosit, an obsit. 
Mox iter aggressus ventis da vela secundis, 
Nec quavis resonante unda pallesce; quieto 
Nec penitus te crede mari; verum inter utrumque 
Semper erit tibi dux audacia mixta timori; 
Unde potens rerum prudentia nàscitur; ipse 
Viriutem hanc sequere, atque hanc consule sepius unam. 

Sed qui ego praecepta inter haec demoror ultra ? 
Vive velut vivis, monitoribus utere quantum 
Res sibi poscit; enim monitor te nullus in orbe 
Forsitan utilior tibi. Mores perfice, mentem 
Instrue ; cumque tuis crescat virtutibus aetas. ' 

Morei Michel-Giuseppe, fiorentino, terzo custode generale dcl- 
r Arcadia, detto Mino Boefatico^ nacque il 1695. Passò la maggior 
parte della sua vita a Roma; e quantunque fosse distratto da altre 
cure, applicò indefessamente l'animo agli ameni studi; venne pure 
ascritto ad altre accademie. Nel 1745, per la morte del Lorenzini, 
fu eletto a custode generale dell' Arcadia, ufficio che tenne per ven- 
tiquattro anni continui, e cessò di vivere in Roma nel 1767. Cite- 
remo di lui, fra le tante sue opere: Memorie storiche dell' adunanza 



* Qjiest' epistola cosi si legge a pagg. 92-97 
in : Micbaelis losephi Morei Carmina^ Romae, 



MDCCXL, typis Io. Zempel prope Hontcm 
lordanum, superìorum permissu, in-ix. 



INTORNO A DANTE ALIGHIERI. 



591 



degli Arcadi (Roma, 175 1), oltre diversi componimenti si in prosa 
che in versi. * Nella Storia di ogni poesia del Quadrio e nella Storia 
letteraria d' Italia, ecc. si parla di lui con molta lode. 



' Il Temistoclt, trAgedia. In Rom* per 
Antonio de' Rossi, 1718, in-8. Il Teodosio, 
tragedia. Roma, in-8. 

— Ragionamtnto intomo all' Enrido di 
Virgilio, Roma, per Antonio de' Rossi, 
1729, in-8. 

— Autunno Tibnrtùio di Mireo Pastore 
Arcade (abate Michel Giuseppe Morei). In 
Roma, per Antonio de' Rossi, 174 3 « in-8. 

— £( Isole BofTometf ottave. In Milano, 
per Giuseppe Richino Malatesta, in-8. 

— // tormento di ProstrpinM di Clau- 
diano, ridotto in ottava rima. In Roma, 
per Antonio de' Rossi, 1743, in-8. I primi 
due canti sono di Florindo Tartarini, gen- 



tiluomo di Città di Castello, morto ne! 1 720. 
Il terzo canto à del Morei, il quale ha fi- 
nito la fiavola, lasciata imperfetta d.i Clan- 
diano, con is ottave prese da quello che 
lasciò scritto nelle Mttamorfosi Ovidio sullo 
stesso argomento. 

Si deve a lui : Sonttti ed ora^foae in lod* 
dtlU nobili arti del disegno, pittura, scultura 
ed architettura. In Roma, MDCCLXIV, ap- 
presso Francesco Bizzarrini Komarek. 

È una raccolta di sonetti di vari autori 
da lui compilata e dedicata a Luigi Van* 
vitelli, il sommo architetto. L' orazione 
che si trova in fine del volume è di Gio. 
Battista Zappi. 



Fine del volume sesto. 



INDICE DEL VOL. VI 



CCXCVI. Toldo Costantini. // Giudizio estremo. Poema sacro 

ad imitazione di Dante Pag. 5 

(Dante fa da guida al poeta). 

CCXCVII. Salvator Rosa. La satira contro i poeti .... 150 

(la questa satira è citato Dante). 

CCXCVIII. Baldassare Bonifacio. Ad Dominicum Molinum. 

Danthes dono datus 164 

CCXCIX. Filippo Sgruttendio de Scafato. La Tiorba a Tac' 

cone, sonetto XXI della corda sesta .... 166 

(Il poeu ciu Dante). 

ecc. Risposta al precedente sonetto dello Sgruttendio 

da parte de lo Papocchia accademmeco bestiale . 174 

(È dtato Dante). 

CCCI. Antonio Abati. Il viaggio 175 

(Qta Dante). 

CCCII. Calderon de la Barca. Amado y Ahorrecido, Com- 
media 189 

(Il nome di Dante si trova libato a capriccio in questa com- 
media). 

cecili. Titta Valentino. Brano del <c Parmo quarto » del 

poema La Me^acanna 211 

(Cita Dante). 

CCCIV. Vincenzo da Filicaia. DanU, Sonetto 213 

CCCV. Titta Valentino. Difesa della Mexacanna . . . 220 

(In questo poemetto comparisce Dante che parla ad Apollo). 

CCCVI. Titta Valentino. Cita Dante nel Commanno d'Apollo 246 
CCCVII. Lorenzo Lippi. // Malmantih racquistaio . . . . 258 

(Il poeta, in principio del sesto cantare, accenna al viaggio 
di Dante all'inferno). 

Dit Balzo. Voi. VI. 3® 



( ' 



594 INDICE. 

ce e vili. Andrea Pernice io. La malattia d'Apollo . . Pag. 270 

(Il poet«« in questa Mtira, cbiamt Dante /■ ^/re aialr della 
poesia). 

CCCIX. John Dryden. Efnstle to the earl of Roscommon 

on his excellent essay on translated verse . . 280 

(Il poeu parla di Dante). 

CCCX. Ludovico Adimari. Satire . 287 

(Nella satira terza il poeu fa allusione all' esilio di Dante 
ed alla sua morte in Rarenna; e nuoTam<nte fa allusione a 
lui nella satira quinta). 

\J CCCXI. Vincenzo da Fili e aia. La Poesia, Canzone . . . 29; 

(II poeta mette in bocca alla Poesia, che gli appare in sogno, 
un'allusione a Dante, al Petrarca e al Tasso). 

C ce XII. Incerto autore. Contro alcuni mali poeti moderni. 

Satira al cavalier fra Tommaso Stigliani. . . 300 

(Ciu Dante). 

CCCXIII. Giovan Battista Fagiuoli. Capìtolo al signor Bene- 
detto Borghigiani, oggi dignissimo piovano di 
S. Stefano in Pane, che, nell* accademia degli 
Apatisti^ disse V orazione sopra il beato Giovanni 
di Dio, Tanno 1687 303 

(L' autore, umoristicamente, dà del Dante al signor piovano). 

CCCXIV. Benedetto Menzini. ^r/^ />o^/iV:fl 320 

(Nel libro V di questo poemetto l'autore cita Dante). 

CCCXV. Tommaso Ceva. Jesus Ptier 327 

(Nel principio del sesto canto di questo poema vi è un poe- 
tico episodio consacrato a Dante). 

CCCX VI. Giuseppe Gobbato. Traduzione del precedente brano 

del sesto libro di Gesti Fanciullo 34; 

CCCXVII. Vincenzo da Filicaia. Ai fioUuoli. Canzone. . . 552 

(In questa canzone il poeta parla del gran viaggio dantesco). 

CCCXVIII. Giovan Battista Fagiuoli. Capitolo al serenissimo 

ed eminentissimo signor principe Francesco Maria 
cardinale dei Medici 360 

(In questo capitolo, l'autore, parlando dei poeti e delle 
Muse, cita Dante e Bice). 

CCCXIX. Quinto Setiano (Ludovico Sergardi). Satira . . 367 

(L'autore deride gli inetti imitatori di Dante). 

CCCXX. Melchiorre Missirìni. Traduzione della Satira pre- 
cedente del Settano 381 

CCCXXI. Quinto Settano (Ludovico Sergardi). Satira . . 394 

(L' autore, in questa satira, passando a rassegna i poeti, 
mette Dante a braccetto di Omero). 

CCCXXII. Melchiorre Missirini. Traduzione della Satira pre- 
cedente del Settano 397 



IKDICE. 595 

CCCXXIII. Lorenzo Magalotti. Capitolo dantesco, composto 

per r accademia pubblica in morte dell* Im- 
perfetto, cioè Orazio Rucellai. . . . Pag. 400 

CCCXXIV. Giovan Battista Fagiuoli. Capitolo alla sua con- 
sorte. Come si debba contenere nel favellare 417 

(L'autore, burlandosi delle donne ignoranti,. che vogliono 
far le saccenti, cita Dante). 

CCCXXV. Giovan Battista Fagiuoli. Capitolo alla sua 

consorte 419 

(Cita Dante). 

CCCXXVI. Giovan Battista Fagiuoli. Capitolo al signor 1 

principe e cardinale Francesco Maria dei Me- 
dici 423 

(In questo capitolo, l' autore, raccontando un sogno, 
mette in bocca al gondolier d'Averno alcune frasi che allu- 
dono a Dante, al suo viaggio eJ al suo Virgilio). 

CCCXXVII. William King. Art of Love 433 

(In questo poema l'autore cita Dante). 

CCCXXVIII. Eustachio Manfredi. In due capitoli del suo 

poema Paradiso^ lasciato incompiuto, il poeta 
fa intervenire Dante e Beatrice, che gli fanno 
da guida 436 

CCCXXIX. Giovan Battista Fagiuoli. In lode delle donne. 

Air illustrissimo e clarissimo signor senatore 
e cavaliere Giovanni Ginori 454 

(In questo capitolo, l'autore, fugacemente, cita Dante a 
provare che, per indicare un nomo che s'ingrandisce, di< 
cesi che ei si fa donno). 

CCCXXX. Anton Maria Salvini. Capitolo scritto di villa 

al signor Francesco Redi 458 

(Apostrofa bellamente Dante). 

CCCXXXI. Anton Maria Salvini. Sonetto 465 

(Allude all'opere di Dante). 

CCCXXXII. Giovan Battisu FagiuolL Capitolo al signor 

dottor Anton Maria Salvini 466 

(in un brano di questa poesia, l' autore, raccontando di 
essere andato, in sogno, ad una veglia di ragazze (che sono 
le Muse), cita Dante). 

CCCXXXIII. Giovan Battista FagiuolL Capitolo al suo fì- 

* gliuolo 470 

(In questo capitolo l'autore cita Dante e di lui riporta 
parecchi versi). 

CCCXXXIV. Giovan Battista Fagiuoli. Quaternari, in cui 

dissuade suo figlio dalla poesia 490 

(Cita Dante). 



596 INDICE. 

CCCXXXV. Niccolò Lombardi. La Ciucceidc . . . Pag. 494 

(Gm DftBte nelI'otUTA xxvn acU'«mgM«u VI). 

CCCXXXVI. Montanari Nicola Alfonso. Al signor Giovanni 

Antonio Volpi per la sua edizione di Dante. 

Sonetto 499 

CCCXXXV II. Giovanni Antonio VolpL In risposta al signor 

conte Giovanni Nicola Alfonso Montanari. 
Sonetto 500 

CCCXXXVIII. Pier Iacopo Martelli. Attaccando il Marino, a 

sproposito, dice che Dante, per cariti, ficcò 
Omero nel Limbo SO> 

CCCXXXIX. Alexander Pope. Satira 513 

(NcU« SAtin del dottor John Donne, deceno di S. Peolo. 
de lui rìmencggiete, dte Dante e il tuo Infwmo). 

CCCXL. Giovan Battista Fagiuoli. In lode ddT esser sordo. 
Capitolo air illustrìssimo signore Adimaro 
degli Adimari, nobil fiorentino 53$ 

(L'tatore, in questo cepitolo, dice che ano dei vente^ 
dell'esser sordo, i di non udire 1 censori di Dente). 

CCCXLL Giovan Battista Fagiuoli. In lode del Sole. Ca- 
pitolo recitato in un'accademia di Firenze 
alla presenza di dame, dopo essersene fatti 
altri sopra tre altri pianeti 53S 

(In questo cspitolo, l'eutore, enamersndo le gests del 
Sole, nel perlsre dei suoi stadi, efferme che ts in TÌsibilio, 
leggendo Onero, Dente e Virgilio). 

CCCXLII. Domenico Giovannetti. Descrizione dei tre quar- 
tieri S. Croce, S. Giovanni e S. Maria No- 
vella. Canzone 543 

(CiU Dente). 

CCCXLIII. Carlo Frugoni. Al signor Placido Bordoni. Pochi 

essere i grandi poeti 546 

(Perle di Dente). 

CCCXLIV, Antonio Conti. // globo di Vmert 553 

(Il poete, in sogno, scorge Beetrice e Leure, e due fsn- 
ciulli, deti de Venere per ministri e Dente e Petrerce, dei 
quel! sinboleggisno lo stile e l'ingegno). 

CCCXLV. Morei Michaelis losephi ad Petrum Aloysium 
Strozzium ex Forani prìncipibus, et Balneoli 
ducibus epistola 586 

(Cita Dente fre 1 grandi). 



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Esemplare N. 21^) 



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seguite dair indicazione della pagina del PRONTUARIO nella 
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